Trieste

Giovanni Ricciardi, La vendetta di Oreste

La vendetta di Oreste (Fazi Editore), nona indagine del commissario Ponzetti, nato dalla penna di Giovanni Ricciardi, è da oggi, 11 luglio 2019, nelle librerie.

Giovanni Ricciardi, La vendetta di Oreste, Fazi Editore 2019

Quando, esattamente otto anni fa, nel luglio 2011, conobbi Giovanni Ricciardi, in occasione della presentazione, avvenuta proprio nel quartiere Giuliano-Dalmata, della terza indagine del commissario Ponzetti, Il silenzio degli occhi, ebbi modo di individuare, in quel primo libro che lessi avidamente e, in seguito, in tutti i volumi precedenti e successivi, alcune caratteristiche che rendono prezioso e di portata rilevante il progetto che Giovanni Ricciardi va svolgendo, collocando gli scenari delle vicende da lui narrate, di volta in volta, tra luoghi del mondo e quartieri di Roma: tra queste, la capacità di coniugare la cronaca contemporanea alla memoria individuale e collettiva e la volontà di sottrarre all’oblio storie travolte e sommerse.
La vendetta di Oreste, la nona indagine del commissario Ottavio Ponzetti, creatura di Giovanni Ricciardi, ha tra gli scenari il quartiere di Roma che si chiamava “Villaggio Giuliano” – ora quartiere Giuliano-Dalmata – e che accolse gli esuli dell’Istria e della Dalmazia (i primi sfollati non avevano ancora lo status di profughi) dopo il 10 febbraio 1947, a partire dalle prime famiglie che furono ospitate nei padiglioni dell’ex Villaggio Operario dell’E42, lungo la strada che oggi ha il nome di viale Oscar Sinigaglia e che occupa un posto importante nelle vicende narrate.
Oreste, il personaggio che appare già nel titolo del romanzo, è giunto a Roma nel 1954, mentre la moglie, Nina, è arrivata al Villaggio da bambina. Storie simili le loro? Se il sipario si apre sulla rottura del femore ‘quasi gemellare’ di moglie e marito, su infanzie e giovinezze segnate dal trauma della perdita e della fuga, Nina e soprattutto Oreste hanno parlato ben poco con il figlio Marco. Anche su questi silenzi, di drammatico realismo, si costruiscono le storie narrate che, di capitolo in capitolo, tra viaggi, incursioni e agnizioni – non solo i nomi di molti personaggi, ma anche cornici e cadenze hanno sovente la solennità del mito e della tragedia greca – si chiariscono progressivamente grazie alle indagini condotte da Ponzetti, che ha conosciuto e apprezzato Oreste come geometra. Ponzetti è coadiuvato non solo dal fido Iannotta, ma anche, in questo caso, dalla figlia minore Maria e gli itinerari di ricerca portano dalle vie, dalle case e dalla biblioteca di San Marco Evangelista al Giuliano-Dalmata e dai corridoi dell’ospedale Sant’Eugenio, per altri punti ‘nodali’ di Roma – l’Esquilino tutto, con citazioni importanti del Museo di Palazzo Merulana e della Biblioteca Nelson Mandela – a Trieste, in un Istituto Tecnico, e oltre confine, nei territori una volta italiani.
La materia trattata è incandescente, come già quel nome, “vendetta”, fa intuire. C’è un mistero da risolvere – e forse più di uno – dopo il ritrovamento di una pistola e di una lettera, ci sono colpi di scena e rivelazioni, ma sarebbe riduttivo ingabbiare in un genere questo libro, che entra a pieno titolo in quel progetto al quale ho fatto riferimento in apertura. Tanto maggiormente, allora, colpisce la scelta di Giovanni Ricciardi di affrontare una questione delicata e attualissima come quella degli incontri-scontri nelle zone di confine.
In un romanzo nel quale appaiono personaggi storici, alcuni protagonisti di vicende singolari e tragiche, altri  testimoni di umanità viva e della ricerca operosa di verità e pace, in un romanzo in cui si portano a conoscenza ulteriori realtà occorse e tuttora sconosciute ai più, mi preme sottolineare come la visione storica di Giovanni Ricciardi sia frutto di una volontà di grande valore etico, quella di dare voce a chi voce non l’ha avuta, restituire la memoria dei doppiamente schiacciati e deprivati della dignità, ancor prima che della vita.

© Anna Maria Curci

 

1.

Nina non torna a cena

Il vecchio Oreste era diventato abitudinario. Non si era più allontanato dal suo quartiere dopo l’età della pensione. Aveva anche smesso di guidare la macchina per via della vista troppo fioca, che lo spingeva a stringere progressivamente il cerchio delle sue frequentazioni. Del resto, aveva viaggiato anche troppo da quando era approdato a Roma negli anni Cinquanta, ma sempre e solo per lavoro e, a sentir lui, malvolentieri.
Ogni viaggio è dolore e fatica, amava ripetere: lo sanno bene gli inglesi, e per questo dicono travel, quello che in italiano è travaglio, il dolore del parto. O del partire? E i francesi? Per loro travail è la dura legge del lavoro. Ma gli inglesi lo sanno più di tutti, e lo condensano in quel termine perché per loro il viaggio è sempre attraversare un mare e non sapere se ci sarà ritorno.
Così diceva Oreste per giustificare la pigrizia della sua vecchiaia. Poi, una sera di marzo, sua moglie non tornò a casa per la cena: la prima volta dopo tanti anni di matrimonio.
A lungo Oreste rimase alla finestra a osservare un’avanguardia di primavera tra i rami del pruno rosso che spiccava nel giardino di fronte, fantasticando un non so che, fin quando il sole non fu tramontato e più in là si accesero i lampioni della sua piccola via. Allora si accorse che era trascorso troppo tempo e si destò dal torpore, imbambolato.
Cominciò a chiamarla ad alta voce, come se il suo nome gridato alla finestra avesse il potere di farla spuntare improvvisamente all’angolo della strada. Ma la via era vuota.
Oreste sentì nel profondo di sé che Nina non gli era mai parsa indispensabile: era sempre stata lì, tutta la vita, come l’orizzonte sulla linea del mare o la risacca che d’inverno sfianca gli scogli
.
Oreste pensò che c’erano state poche parole in quel lungo amore. Ma adesso che provava – troppo tardi – che cosa significasse la sua assenza, avrebbe voluto dirle l’unica parola che gli saliva alle labbra, e se fosse arrivata a consolare quel vuoto improvviso, gliel’avrebbe senz’altro detta, per la prima volta nella vita: «Mi sei mancata». (altro…)

Reloaded (riproposte estive) #5: Casa di Saba, con vista

 

trieste-vista

 

Dal 16/7 al 31/08 (il mercoledì e la domenica) abbiamo deciso di riproporre alcuni articoli di qualche tempo fa, sperando di fare ai lettori cosa gradita, buona estate e reloaded (La redazione)

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Malinconia amorosa
del nostro cuore,
come una cura secreta o un fervore
solitario, più sempre intima e cara;
per te un dolce pensiero ad un’amara
rimembranza si sposa;
discaccia il tedio che dentro ristagna,
e poi tutta la vita t’accompagna.

Malinconia amorosa
nel giovane che siede
dietro un banco, che vede
(…)

Malinconia amorosa
della mia vita,
prima del cuore ed ultima ferita;
chi a cogliere i tuoi frutti
ama l’ombre calanti, i luoghi oscuri,
lento cammina, va rasente i muri,
non vede quello che vedono tutti,
e quello che nessuno vede, adora.

(altro…)

Interviste credibili #7 – Mary Barbara Tolusso

Quale dovrebbe essere, a tuo avviso, la velocità in chilometri orari della Bora, per poterla definire accettabile?

Qui si dice che Rilke, passeggiando tra Duino e Sistiana in una giornata di gelida bora, abbia avuto l’ispirazione per i primi versi delle Elegie duinesi. Corrisponda o meno a verità, resta il fatto che il poeta la definì: “un vento di cosmico spazio che smangia la faccia”, o roba del genere. È un’aria che ti rende folle, da cui si arguisce la folle ipotesi d’ispirazione dei triestini.

Trieste, di tanto in tanto, viene definita: città vecchia. E se fosse il suo bello?

A me piace tantissimo, per carità, soprattutto d’inverno, intorno alle 22. Quando esci le uniche persone under 70 (non munite di cane al guinzaglio) sono le prostitute di Borgo Teresiano, sempre che la polizia non le abbia fatte sloggiare per riguadagnare il bello della città.

Basso impero una volta basso impero per sempre?

A praticarlo una volta sono capaci tutti. Io cerco di distinguermi.

Ho letto (più volte devo dire) il tuo ultimo libro “Il freddo e il crudele” e mi pare che la miscela (perfettamente riuscita) tra testi più recenti e testi di qualche anno fa (L’inverso ritrovato) conduca a una cosa che credo ti stia molto a cuore cioè il ripristino della giusta distanza. Mi pare sia una cosa che conti moltissimo per te, è così?

Non saprei dirti qual è la giusta distanza, sono due diversi esperimenti di scrittura. Da un certo punto di vista “L’inverso” è migliore, per freschezza d’ispirazione e coraggio. “Il freddo” è tecnicamente superiore. Quello che per me conta è avere una voce autonoma. Quando apro un libro delle ultime generazioni spesso mi pare di leggere Cucchi o De Angelis e sono intimorita di cadere in qualche trappola, di diventare un epigono. I maestri vanno rielaborati, non imitati. Oppure copiati spudoratamente, ma la tendenza all’imitazione dissimulata è davvero terrificante.

Secondo me i grandi poeti del passato si divertivano molto di più. Non trovi che esista una certa pesantezza di fondo, un prendersi troppo sul serio, soprattutto nei poeti giovani?

Ipotizzo che anche i grandi poeti del presente siano in grado di divertirsi. Ci perseguita una mitologia popolare inadeguata, come se il pessimismo cosmico non si conciliasse con un’idea sorprendente della vita. E del piacere. I giovani, si sa, sono “dominati” dal sacro fuoco, fastidioso quando si lega a un’idea di arroganza. Io sono stata abbastanza fortunata, ho conosciuto più approfonditamente quei giovani poeti che si sono distinti a premi come il Cetonaverde, ragazzi che si prendono sul serio con una certa salute, per intenderci: non parlano di poesia a cena.

Siamo usciti vivi dagli anni ottanta?

Ringrazio ogni giorno gli anni Ottanta. C’è stata una tabula rasa ideologica che ha permesso un incremento di creatività più schietta, senza seguire una moda politica o ideologica. Sono stati gli anni della leggerezza e del benessere, gli anni della vacuità, gli anni in cui c’era la possibilità di coltivare la propria sensibilità con autonomia, senza subire ricatti morali, non potevi attaccarti a nessun tram di denuncia sociale o politica per dimostrare il tuo “valore”. Naturalmente era anche più difficile non rimanerne mortificati, travolti, ma se lo scopo di qualcuno – tramite la vita o la letteratura – è stata la provocazione, ritengo sia più energica e onesta quella di chi è stato giovane negli anni Ottanta e Novanta. Negli anni Settanta “provocare” era la regola.

Se il Meridiano Mondadori di Alberto Bevilacqua costa (come gli altri) sessanta euro perché una scarpa di Jacobs non dovrebbe costarne trecento?

Oltre al fatto che Jacobs lascerà molte più tracce.

Antonio Moresco è davvero il più bravo degli scrittori italiani? L’unico destinato a restare? Cosa c’è nella sua scrittura che lo rende diverso dagli altri?

Oltre il talento e la disciplina? Il coraggio. Ma sinceramente mi auguro che altri siano destinati a restare. Me lo auguro per Arbasino per esempio.

So che anche tu (come me) ami molto Giovanni Raboni e Giovanni Giudici, in che maniera la loro scrittura in versi li rende simili? E in cosa, invece, li differenzia?

Il passo verso la prosa li rende simili, ma a mio avviso c’è una statura ideologica diversa, in qualche misura il secondo ha osato di più, la sua morale si serve anche di una dimensione cinica che Raboni non ha, nonostante l’ironia appartenga a entrambi. Giudici ci conduce a osservare le mortificazioni della vita quotidiana con crudeltà, senza perderne in lirismo, per dirla con le sue parole: “quel che verrà, verrà da questa pena”.

Ultimamente si fa un gran parlare di una poesia che dovrebbe “vendere di più” “arrivare alle masse”. Stabilito che meriterebbe maggior spazio (quotidiani, librerie) tu pensi che una poesia che raggiunga tutti sia possibile?

Non lo è per principio. La poesia trae la sua forza dalla sua “inutilità”. Una volta che arrivasse alle masse farebbe la stessa fine della narrativa, fermo restando che per me la letteratura è una, che sia in versi o in prosa, ma la massificazione, appunto, ha inquinato e costretto alle distinzioni. Il giorno che sotto qualche ombrellone oltre a “Cinquanta sfumature di grigio” dovessi vedere anche una raccolta di Eliot inizierei a preoccuparmi. O penserei di essere precipitata in uno di quei racconti di Amis da realtà capovolta, come in “Passaggi di carriera” dove i poeti vengono vezzeggiati con consistenti assegni mentre gli sceneggiatori sono costretti a piazzare i loro testi in rivistine sconosciute.

So che dopo “L’imbalsamatrice” stai scrivendo un nuovo romanzo puoi anticiparmi qualcosa?

La cosa terrificante della prosa è la velocità. Indubbiamente è anche una questione di talento e io non ne ho abbastanza per essere rapida. D’altra parte è un vizio che ho anche in versi, solo che in poesia non c’è alcun problema se tra un libro e l’altro passano nove anni. Ti posso anticipare che è un romanzo dell’assurdo, sulla scia dell’“Imbalsamatrice”, ma va riscritto e devo raccogliere il coraggio.

Che ne pensi de “l’etica della comprensibilità” in poesia di cui parla spesso Anna Maria Carpi?

Sono d’accordo, ma bisogna essere all’altezza dell’obiettivo. Lo sforzo tecnico necessario per rendere una poesia “comprensibile” è maggiore rispetto a un testo ermetico o orfico, nonostante spesso si pensi il contrario. Comunque sia io procedo su binari paralleli: più sperimentale in prosa e più lineare in poesia, come se l’una avesse bisogno di complicarsi e l’altra di semplificarsi, un criterio autolesionista, contrario alle esigenze del mercato da una parte, e alla nicchia poetica dall’altra (i poeti amano le cose complicate). In due parole: un suicidio letterario.

Si può pensare a una vita senza Marcel Proust e senza Mojito?

Sì, si può anche pensarla, ma se poi la si vive davvero così, va a finire che non si pensa più.

(c) Gianni Montieri

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Mary Barbara Tolusso vive tra Trieste e Milano dove lavora come giornalista. Ha pubblicato le raccolte l’Inverso ritrovato (Lietocolle, 2003. Premio Pasolini 2004), Il freddo e il crudele (Stampa, Premio Fogazzaro 2012) e il romanzo l’Imbalsamatrice (Gaffi, 2010). Ha curato il volume di Trieste per Le antologie degli scrittori del Nordest (Biblioteca dell’Immagine editore, 2012). Dal 2005 si occupa di una rubrica di poesia per l’Almanacco dello Specchio (Mondadori).