Tribunale della mente

Lettera a Corrado. Per “Tempo riflesso”, di C. Benigni

 

Corrado Benigni, Tempo riflesso, Interlinea, 2018 – € 12

Carissimo Corrado,

vedo un tuo maggiore abbandono (parola bellissima, e difficile) in questo nuovo libro. Un abbandono, dico, che in primis mostri te a a te stesso, e di riflesso a chi legge.
Ecco, tempo riflesso. Mi convince, mi piace questa traccia di ambiguità nel titolo, intorno al riflettere. Corre in tutta l’opera. Dunque, abbiamo a che fare con un tempo specchiato e pensato, un tempo che sei tu stesso (o io, o un altro, un singolo, un individuo) e di cui – mi sembra – occorre farsi filtro. Questo vuoi dirci. È un tempo, questo che viviamo (e poi tu alludi certamente al Tempo, in generale) del quale vuoi dare indizio. Sì, direi che in questo libro metti alla prova essenzialmente l’indizio, detto con un voluto gioco di parole.
Come lo fai? Come lo fornisci l’indizio? Presentando il piccolo, il piccolissimo anche, riflesso nel grande (o viceversa, non cambia). Così che tutto possa vivere nel più vasto possibile. Lo fai sentire mediante la costante “esaltazione” dell’infinitesimo nell’infinito. È una grande aspirazione questa, del vedere e del sentire. E perché no, io credo, del pensare.
Dicevo, l’abbandono. Ma appunto, oltre al pensiero (che ti è proprio), è un abbandono il tuo al sentimento. Perlomeno parzialmente. Colpiscono in questo senso le dediche, in particolare Solstizio, dedicata a Chiara; colpisce il riferimento a tuo padre, così toccante in Superfici e così significativo in Pixel; colpisce per intero una poesia come Vita mia, non mia, dove non a caso sono i bambini (i piccoli) a sorprenderti perché sanno offrire indizi di verità.
Ma vado per ordine dentro le tre sezioni.
In Pietre vive sono tanto presenti la pietra, la corteccia e le radici quanto lo sono gli interrogativi. Il che non è nuovo in te, ma qui mi pare si fletta in nuove formulazioni, nello spirito diverso, direi più aperto, del libro, come ho avuto modo di sottolineare prima. Per propria natura direi, più aperto rispetto a Tribunale della mente, eppure con esso in continuità, di pronuncia, di voce. Quattro endecasillabi rapiscono il fuoco dell’attenzione, per la loro bellezza: «Ma la strada è una lingua che ci vede»; «istanti nell’enigma dello spazio»; «alla legge non scritta del ritorno»; «Il movimento fisso delle stelle». Dobbiamo imparare, è vero, «il linguaggio delle pietre, / non abbiamo che parole e una conta di sassi, qui». O imparare la resistenza muta degli alberi.
Dobbiamo imparare a imparare, mi vien da dire. Anche, anzi soprattutto, Dall’invisibile, o meglio: si tratta di quello che spesso non sappiamo più vedere, comprendere. Siano alberi, insetti, impronte, segni, rumori, tutto ciò che è minuscolo e apparentemente insignificante (e invece significa) indica una strada a noi «pellegrini della materia», noi stessi «verbi che si coniugano all’infinito», noi orbitanti nel tutto orbitante (“orbita” è tra le parole-chiave del libro). Si sente netta una vocazione alta e antica tra le prose di questa seconda sezione: la poesia come domanda, come appello. Prose di invidiabile misura, compatte, “precise”, per quanto possa essere questo un termine valido (e lo è, chissà, io penso di sì) in poesia. Indizi su indizi, ed esperienze, che nutrono la scrittura: avverto come i viaggi a Gerusalemme e in Islanda siano stati per te importantissimi.
Sono dunque indizi di/per una verità, per giungere alla prova (cioè all’evidenza) di ciò che siamo. Non manca certo, in questo divenire, il “gioco” delle Apparenze (ancora, giustamente, una parola che dà luogo ad ambiguità. Apparire: svelamento; apparire: falsificazione). Il saluto di Benjamin all’inizio della terza e ultima sezione è illuminante. Di nuovo, qui nella figura dell’osservatore, c’è «il bisogno di cercare il luogo invisibile». Eccoci così subito proiettati verso un primo titolo che già tutto contiene: Immagini di immagini. Meccanismo affascinante, e a pensarci anche terribile. La strada maestra è quella della fotografia, una strada tracciatasi con forza nella tua esperienza. Il suo insegnamento porta a evidenziare, con percepibile stupore, il piccolo nel grande, come nella prima sezione: «C’è una trascendenza tangibile / nell’infinita interiorità di un filo d’erba».
Tempo rappreso quindi, «il tempo ci riflette come uno specchio concavo»; tempo che ci chiede la parola, che pretende da noi l’indicazione di un nome (indizio e indicazione); che ci vuole, vuole noi in quanto noi stessi nome. Siamo qui, in vita, col nostro segreto, fissi nel corpo e fissati in una fotografia. Istanti universali ed enormi, mentre tutto il visibile e l’invisibile (tra realtà e rappresentazione, tra aldiquà e aldilà, tra l’uno e il doppio) passa per i dettagli. Fai necessariamente il nome degli artisti, li indichi: anche questa è una forma di abbandono, una dichiarazione.
E chiudi con un interrogativo accanto alla parola “destino”. Ribadisco: c’è una vocazione alta e antica in te, domandare alla poesia che sia la verità a rispondere. È un luminoso destino quello che ti fa compagnia, e corre nel libro.

Cristiano Poletti

Nota a Tribunale della mente di Corrado Benigni (Federica Giordano)

 Benigni, Tribunale 180

“Ogni scomparsa lascia

la traccia di un risveglio

 

Un luogo in cui la coscienza si guarda dall’alto, un luogo dal quale si vedono le azioni con chiarezza, con le proporzioni della verità. Un luogo dove il mondo appare in tutta la sua complicazione, rifuggendo le leggi dell’immanenza e quelle dell’uomo. Questo è il libro di Corrado Benigni. Emerge in questi versi una ferita profonda tra Giustizia e Diritto, una differenza scomoda in quanto facile è il rischio che si finisca per trattare queste due parole come sinonimi. Corrado per inclinazione d’animo e per la sua professione di avvocato, ci pone innanzi a domande che scandagliano la realtà, mettendo in dubbio le stesse regole della convivenza umana:

ogni giorno è un giorno del giudizio/mentre invisibile e universale una mano/ci porta a processo, chiamati a comparire/avanti il tribunale della parola

Di questo testo mi ha molto colpito il richiamo teoretico che la parola esercita sulle nostre vite. Notevole che sia “una mano” a portarci davanti al tribunale, seppur invisibile e universale. Per rappresentare il peso morale delle parole, l’autore ha usato una forma antropomorfa, quasi una coscienza che fa da tramite tra “aldiqua” e “aldilà” che non nomina, e che non è la morte. Il Giorno del Giudizio in questi versi perde il suo connotato biblico per diventare una vicissitudine quotidiana che si perpetua. Come se si venisse trascinati tutti i giorni davanti al tribunale che è dentro di noi, davanti al quale per vigliaccheria o paura chiudiamo gli occhi. Ed è proprio quell’altrove di cui nello stesso testo ci parla, quello in cui ci rifugiamo. La parola “alibi” significa proprio “altrove”. La radice dell’innocenza, sotto la cui ombra cerchiamo di proteggerci, ma come dice Corrado,“nessuno è incolpevole”. Questo riferimento continuo alla giustizia, alla colpa e alla legge si traduce in una lingua volutamente scarna e semplice, fatta di parole granitiche che racchiudono in modo pieno tutte le sfaccettature etimologiche. Anche i versi sono brevi, ben strutturati tra loro, sebbene connotati da una forza metafisica che li rende perfettamente autosufficienti. Il colore è proprio quello degli aforismi, senza però che il moralismo li soffochi nel  loro fascino. A volte il verso viene abbandonato, a favore di una prosa morigerata. C’è grande umanità nei versi di Corrado, una “pietas” ben disposta verso la comprensione e il perdono. Mi sembra possibile un accostamento tra Corrado Benigni e Stefano Rodotà. Questi, nel suo saggio “Elogio del moralismo”, riprende questo termine e lo rivaluta, portando la coscienza davanti al giudizio pubblico, porta tutto fuori usando il disinfettante della luce del sole. Corrado sembra più fiducioso rispetto al compito del tribunale della mente, ormai fallito secondo il più anziano Rodotà.

Da quanto detto sino ad ora, si potrebbe credere che le poesie della raccolta costituiscano quasi il corpus di un saggio più che una raccolta poetica. Al contrario, Corrado non manca di senso estetico, esperto conoscitore di fotografia e abituato a mescolare linguaggi espressivi nelle interviste ai fotografi che cura per la rivista Nuovi Argomenti. Anche in questo contesto, riconosco l’uomo Corrado che ha uno sguardo ampio, abbraccia l’esistenza senza esserne necessariamente invischiato. L’autore tuttavia ha un grande rispetto per l’esperienza. Si può percepire durante la lettura di tutto il libro, il suo personale dramma di avvocato che tutti i giorni fa i conti con uno scarto che ha attraversato tutti i secoli, quello tra la realtà e la volontà dell’uomo di comprenderla a fondo e di giudicarla, di distinguere quello che è corretto da quello che è giusto. Ma, diversamente da Josef K. nella parabola kafkiana, Corrado non rinuncia ad entrare nella Legge, diffidando di tutti i suoi guardiani, lui stesso compreso.

 © Federica Giordano

 

 

Corrado Benigni – Tribunale della mente di Gianni Montieri

 

Nota su una poesia di Corrado Benigni

di Vladimir D’Amora

Tribunale

.

Siamo davvero la misura di una colpa
o la memoria di un silenzio ci contiene?
Quale crimine consumiamo senza commetterlo?
Da quale morsa verrà l’assoluzione? Guarda
le parole diventare cenere, qualcosa, forse,
si ricompone tra chi resta e chi muore,
tra l’innocente e il supplizio – una voce rappresa.
Giudica tu ora chi parla.


(da Corrado Benigni, Tribunale della mente, Interlinea 2013, p. 7.)


IL VERSO DEL GIUSTO

.

.
Corrado Benigni è poeta di una specie assai insolita, poeta di rara trascendentalità. Uno di quei poeti che quasi pongono condizioni, e senza trascendenza. Comunque, i suoi sono versi atopici, dove l’interstizialità non è soltanto intravista vagheggiata, ma proprio tenuta come tale, coniugata allo stremo, compiutamente declinata. Questa poesia, epperò, non può etichettarsi come meramente presa tra opposti, coppie dicotomiche quali, in primis, laicità e misticismo, disincanto e visionarietà. Perché, allora, accanto alla tensione dicotomica (ma, forse, dovrebbe dirsi antinomica: perché l’antinomia è di dicotomia risvolto meno secondo ipseità, che medesimezza), convivrebbe il tenace radicale, se non inverificabile quanto condivisibile, convincimento circa la crisi nichilistica, sul nichilismo come alcunché di congiunturale (e recente?). La poesia di Benigni sarebbe così segnata dall’irresolutezza: la pessimistica rilevazione, di sé tristemente paga, insieme preludio, ormai indifferibile, ad una indelibabile speranza. Se è arduo a contestarsi, questo poetare per sì fatta anti-nomicità, pure la critica troppo cursoriamente si è soffermata sulla capacità, da parte di Benigni, di abitarle come tali, le soglie. Mentre assunzione di nichilismo, sua lucida spietata condivisione, è prima di tutto stazionarvi allibiti, anche meravigliati (non solo storditi), dei non che imperversano, impiantati. Non solo, quindi, svuotamento di certa realtà che fondi tensioni monche, cieche visioni. Piuttosto appaiamento di un’insistenza negativa e di una possibilità che, se incompiuta, si rapprende (non: rapprenda) tale e quale, inescusabile, irriducibile. E la soglia, in cui ci si blocca a come tastarli sinceramente i fronti, non è de-lusa dimensione, ancora obbiettivabile, ma patria scomoda e, da sempre a sempre, ospitale: in-salvata.Se i versi di Benigni possono, con certa correttezza, affacciarsi alle loro costellazioni di pensiero, e rubricarsi accanto al risaputo d’una storia che pur deve ridursi a cronaca, il punto meglio sta nel medio della parola ch’è qui poetica – dopo averla anche, semmai, salutata come inizio di una versificazione né elegiaca né innica, e neppure di consimile compromesso. Tra il deserto e le voci aderentivi, o lamentose, insorge ancora una vocazione, e né solo ateleologica né solo infondata… Bensì sono domande gravi, sonanti sentite chiamate, inviti inaggirabili – come è, appunto, nella caduta di questo inedito. Due domande, tre, esordiali, e cioè quattro versi – e, già qui, è chiara l’adesione di Benigni al proprium poetico, o meglio, della dettatura: per quanto serie semiotica e serie semantica, anche senso e suono, convivono in, per uno scarto – eppure senza enjambement. Ed è proprio questo, il segreto cui apre questa poesia giusta, del giusto, ossia la coappartenenza arcaica, pure disposta (solo) a ripercuotersi interrogativamente, di dìke e aidòs – non solo: giustizia e vergogna… L’alternativa, tra primo e secondo verso, è solo posta, si tratta di una dialetticità bloccata, dove il primo corno parrebbe rimettersi, adeguarsi all’altro, invaderlo quasi, se non fosse che questo è risucchiato intero dal senso, disgiuntivamente limitato. I primi due versi, due domande che si risolvono in un’unica diretta, fanno chiasmo, così corrispondendosi secondo logica: secondo una logica, un raccogliersi trasparente di un’ingiunzione esplicita, universale, onniabbracciante: sicura per quanto principiando incontenibile, anche infida come sibilando, s’afferma in una chiusura graduata in un’allitterazione tosta, e indisposta al residuo. Il gioco interno al polo verbale del chiasmo, gioco ascensivo (dalla premessa chiara e disponibile: Siamo, alla conclusione inaggirabile e dosata: ci contiene), è il gioco della storicità come in-dividua, bi-unitariamente esaustiva, e che tiene-insieme (appunto: contiene) la sostanza nominale, o meglio, data la staticità ossimoricamente negata, certa nominale soggettività: l’umana potenza, meglio, possibilità di misurare, di memorare. Ed è possibilità, ossia potenza-di-non di qua d’ogni attualità reale, perché colpa e silenzio sono gli oggetti generati (…di colpa, …di silenzio: patenti genitivi solo oggettivi), adeguati all’umano che (si) sappia – che (si) provi.Tale disporsi del termine alla sua intima tensione, la forza che trascenda gl’irrinunciabili argini suoi – questa intima crisi ch’è il segreto che antecede pur pro-dotto, è trascendentale condizione della cineticità storica, lo scorrere ad includere l’altro: un altro solamente, tuttavia, intravisto per quanto ciò, di cui appunto si fa domanda, è dell’identità la capacità di potersi differente, non esclusiva. Ecco, così, ch’è proprio l’intima crisi del soggetto, ancora per due versi interrogata: sciolta però da una certezza, in cui pure riposa – l’ineludibilità, l’accertabilità di una presenza segnata inaggirabilmente, marcata dalle gutturali allitterate che tengono in uno un’evidenza d’antitesi: non più colpa, ma crimine, colpa misurata, riconosciuta, eppure inconsegnata, solo interrogativamente attribuibile, sempre in-certa. Domanda non più differibile, sebbene vana, che dura precede, come realtà, la possibilità di un futuro prima anteriore, e cioè tosto come morsa, quindi semplicemente liberato alla sua ulteriorità: sciolto nella fluidità liquida e sibilante (assoluzione). Ebbene, sarebbe metafisica imbarazzata soltanto, questa, se non fosse sigillata a sua volta da quanto l’interrogazione (esordiale, diretta, insistita) si lasciava larvale, accennato come in tentazione, e cioè l’enjambement cui compete lo scarto, la distensione trattenuta, prospezione solo tentata. Come sarebbe un umano raggirato, quello incaricato di un compito solo all’impossibile declinato nel fallimento. E invece l’apertura è al senso (il semantico), chiuso il semiotico, la forma destinata alla sua fine, dettata come versura esige. In vero non altro che un’esigenza, per la consegna di una reale espropriazione, d’una inappropriabilità, è il compito dell’umano: lo sguardo che vola nella (non: alla) lingua contenta di sua pochezza: di un risultato che sì solo storicamente si rapprenda, ma quasi integrale, e come nelle sue figure trascorrente, consumazione. L’umano che abita la sua reale dimora di parola inceneritasi – l’umano, il soggetto rimesso ad una realtà nominabile non per altro, che per sigilli di simbolo. E quindi tessere raccolte da, anzi, in una lingua senza riscatto minore, dove e quando la forma è il teatro, esso solo immobile sebbene traghettato lungo ogni binario di divenire: in cui l’altro, l’evento ch’è tale perché di ciascuno, è semplicemente posto. E quanto eventicamente è posizione di raccolta, comunione nella differenza inaggirabile, la forma se lo tiene eventuale: la forma ch’è lingua, parole di una visione azzardata, in tornante, che gioca alla verità dell’apparenza. Per Hegel giovane, gli scritti di teologia, il perdono porta ‘na risultanza non dimentica, come amore che appiani, ma non superi, le cicatrici, la segnatura del negativo. Ma questo è un Hegel postumo, ravvivabile solo ermeneuticamente, e cioè entro una lettura che renda compartecipi enciclopedicità e sistematizzazione. Perché dove, quando compimento c’è, ad essersi prodotto è un inizio carico, ossia fragile, di un’inizialità finalmente accaduta, flagrante. E’ elementarità, semplice destinazione del comune (la voce) alla sua fine debole, come un rapprendersi. La cui posizione non può che essere parentetica, segnalandosi a lato. Tanto evidente, e gnomica da ricapitolare in una sommarietà che deve preludere – al compimento. Sempre la giustizia, è questa la sphraghìs da Benigni apposta, voca a una presenza tanto circostanziata, ininassumibile, da sfondare questi suoi limiti storicamente articolati, riconoscibili. La performatività imperativa (Guarda…, Giudica…), che Benigni da manuale coniuga prima come teoria, sguardo a, o meglio, in uno stato che a sua volta si declina dai verba alle res, deve chiudersi nel concorso di shifters: (tu), ora, chi, ineludibili, per nulla pretestuosi, anche disturbanti. E disturbato, anzitutto, risulta il tu (più che) interlocutorio, il meta-soggetto coinvolto, risucchiato e, insieme, assegnato al compito più terminale, altrimenti iniziale, più ek-statico – il giudizio. Se giustizia, prima ancora che processo e pena, è una specie (forse la fondativa) dell’uso, ossia ciò di cui si può far mostra (dìke < dèiknymi), allora essa è tenuta proprio da quanto l’assicura nella sua possibilità: dal sentire, il contegno non che si assume, ma che ciascuno prende su di sé ed esercita al contempo rispetto all’altro e a sé. Coappartenenza, non meno che combinarsi, di rispetto (aidòs) e di uso (dìke), che comporta per il giudizio una sorta di segnatura elementarmente politica – una politica non dante occasione ad alcun soggetto moralmente autonomo, ma piuttosto concrescente in una gestualità mediata dall’altro, dallo sguardo dell’altro. Il giudizio, operazione giuridica politicamente segnata, sembra quindi, per Benigni, l’estrema performance di un’umanità (non più, qui, dell’umano), che si consegni, proprio in virtù della sua dote consistente in un essere come storica tensorialità, al suo compito logologico: ad una parola che produca ed esibisca non altro, che la sua istanza – finalmente.

Corrado Benigni – Tribunale della mente

tribunale_mente

Corrado Benigni – Tribunale della mente – Interlinea 2012

«Per conoscersi bisogna svolgere la propria vita fino in fondo, fino al momento in cui si cala nella fossa. E anche allora bisogna che ci sia uno che ti raccolga, ti risusciti, ti racconti a te stesso e agli altri come in un giudizio finale.» Corrado Benigni pone in esergo a una delle poesie di Tribunale della mente, (a pag. 61), questa citazione, tratta dal capolavoro di Salvatore Satta Il giorno del giudizio (Adelphi 1979 e successive edizioni); a questa aggiungiamo un’altra citazione tratta dallo stesso libro «aveva trovato nella legge quella certezza che gli sfuggiva nella vita, e si sentiva naturalmente portato a scambiare la vita con la legge.» e proviamo a fare un ragionamento. Questo libro bello e tenace è composto da quattro elementi fondativi: Cervello, cuore, giustizia e testimonianza, tenuti insieme da un filo che è il metro ovvero la metrica. Benigni è poeta e avvocato, in apparenza sono queste le peculiarità che assemblate hanno portato alla scrittura di questi testi, ma c’è qualcosa prima. Prima c’è un senso di giustizia altissimo, c’è la prudenza del ragionamento, c’è, con ogni probabilità, un cuore che accelera e che sa scuotersi. Vengono, poi, il poeta e l’avvocato, entrambi sanno stare un gradino sotto la sommarietà, entrambi conoscono la sottile linea, il varco stretto che separa una condanna da un’assoluzione, un innocente da un colpevole. Il passo corto tra la virtù e la colpa, che mutano a seconda dei periodi storici. Le quattro sezioni sono estremamente dense, i versi rappresentano la battaglia tra la sapienza antica del cuore e la sapienza altra, quella delle regole e delle norme che appartiene al cervello. Le poesie di Benigni sono belle e sostenute da un rigore metrico mai fine a se stesso, ma naturale, usato da chi ha appreso la lezione del Novecento senza averne timore, da chi guarda a un Fortini, a  un Giudici, con un rispetto dal quale non fuggire. Il poeta usa un linguaggio tecnico e ne fa poesia. È il nostro tempo che viene raccontato con la precisione del dire e l’accortezza del levare. Il non detto, il giudizio sospeso, sono alcune delle chiavi di lettura di questo percorso. Gli imputati, i colpevoli, gli innocenti, i condannati per sbaglio, gli scampati alla Legge, i giudici, i testimoni, le prove e la loro mancanza, stanno lì sul palcoscenico e il teatro è la vita stessa. La posta in gioco che Benigni stabilisce è quella dell’onestà e, un gradino più sopra, il premio della pietà, della carveriana compassione. Tribunale della mente è una passeggiata bellissima ma in salita, si procede lentamente, si fanno delle soste, si arriva in cima e come panorama troviamo una domanda: Qual è il reato?

© Gianni Montieri

***
Alcuni testi estratti dal libro

Siamo davvero la misura di una colpa
o la memoria di un silenzio che ci contiene?
Quale crimine consumiamo senza commetterlo?
Da quale morsa verrà l’assoluzione? Guarda
le parole diventare cenere, qualcosa, forse,
si ricompone tra chi resta  e chi muore,
tra l’innocente e il supplizio – una voce rappresa.
Giudica tu ora chi parla.

***

Non c’è parola al di sopra
di ogni sospetto, non c’è impronta,
prigionieri di una legalità senza respiro.
Accelerate i passi,
c’è un termine ultimo da tenere in vita
cui rimettere questo caso.
Tutto è persuasione o preludio,
ma quel che si vede è difficile
da provare.

***
LA DIFESA

Separa l’acqua dalla sabbia
distingui la colpa dal dolo,
non perdere di vista nulla
di queste parole irredente,
sussumi l’errore della verità.
Cosa spinge l’uomo al crimine?
Un desiderio di giustizia? Forse
c’è una difesa già scritta dentro un precedente,
come l’anello di un’unica catena
o la luce di ritorno delle stelle. Seguila,
da solo, nell’imminenza, fino all’ultima parola,
dove i fatti non hanno contorni esatti
e false piste disegnano la verità.
C’è una giustizia da tradurre
tra gli indizi e la ragione,
un destino non scritto.

***

Siamo comunque l’attesa di un giudizio
che torni a riscrivere tutto
con poche parole esatte.
Intanto qui madri hanno mani insanguinate
e i ragazzi affondano coltelli.
La pioggia non è più pioggia ma domanda e sete,
sentenze grondano grida e non ricuciono niente
del silenzio che scava
senza indulto questo tempo.

***

Trova tu la formula assolutoria
ma non ci sarà salvezza,
la giustizia non ha nome,
questo nome è la tua colpa.

***

La morte ci sorveglia
nel suo cerchio di misura e legge.
Quale mano dà l’ordine?
È giusta la voce che sentenzia il nulla?
Tutti stiamo tra il sangue e la parola.

***

Ognuno custodisce un male
sceglie un nome alle cose
e patteggia inconsapevole la sua pena,
perché
perché come una voce inquirente
la memoria ci insegue.