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Le cronache della Leda #18 – Finestre

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Le cronache della Leda #18 – Finestre

 

Il mare mi è sempre piaciuto, ma soltanto come una cosa da guardare da una certa distanza, come quando si indietreggia per guardare meglio un quadro, per coglierne l’insieme. Già da piccola, le volte che andavamo in Liguria a casa di una zia di mia madre, mi incantavo a guardarlo dalla finestra del salotto che dava sul lungomare. A me piaceva quel rettangolo di mare contenuto dal bianco dell’infisso, come se non fossi pronta a sopportarne l’immensità. A me non serviva tutto il mare, me ne bastava un pezzo. Andavo con le mie amichette a giocare in spiaggia e sulla sabbia, ma quando stavo lì non mi sembrava di vederlo più il mare, ero solo una bambina che giocava sulla spiaggia.

Anche negli anni successivi il mio mare è stato spesso quello della Liguria; da ragazzina prima e da sposata poi, nelle case o negli alberghi dove avremmo soggiornato, all’arrivo, sceglievo una finestra e quella, Saverio lo sapeva, diventava la mia finestra per tutta la vacanza. All’alba e al tramonto, e comunque prima che il sole calasse, me ne stavo lì e guardavo il pezzo di mare che mi ero scelta. Certe volte pioveva e lo spicchio d’acqua e di spiaggia diventavano ancora più mie. Dopo un po’ che stavo lì, in silenzio arrivava Saverio a portarmi il caffè. Questa cosa di guardare il mare dalle finestre a lui non l’ho mai spiegata ma l’aveva capita. Mi portava il caffè, restava un paio di minuti a guardare quello che vedevo io, poi mi lasciava sola col mio pezzo di mare.

Poi i treni, se si andava verso il mare, stavo attenta a scegliere il posto accanto al finestrino nella direzione giusta, quella da cui sarebbe comparso il mare. Dai treni la vista era diversa, il mare era qualcosa che passava e che poi subito ti mettevi alle spalle, il mare spariva mentre gli andavi incontro. In quei momenti forse ne ho afferrato la grandezza, la meraviglia di qualcosa che è dappertutto ma che per te sarà soltanto un pezzo. Il pezzo che puoi vedere da un buco nel muro, da uno spiraglio che lasciano due assi divelte, da una finestra.

Ho sempre cercato di ritagliarmi un pezzo di bellezza che potessi sopportare, l’impossibile. Sono sempre stata una che si è appassionata alle cause perse e ritagliare il mare dovrebbe essere la metafora da usare per raccontare le cose che non si possono raggiungere.

Io, comunque, il mare lo amo sul serio, anche adesso. In giugno, ogni anno, io e la Luisa ci andiamo, facciamo due settimane sempre nello stesso albergo. Prendiamo una camera doppia con la vista sul mare. La Luisa non brontola più come fino a pochi anni fa, ora rimane a letto quando mi alzo all’alba a guardarmi il mio mare, so che mi guarda e mi vuole così bene che finge di dormire.

Leda

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©gianni montieri

Nadia Terranova – Scusi lei ha votato?

MIlano Rogoredo - foto gm

Nadia Terranova

Scusi, lei ha votato?

 

Signora, cosa le offriamo? Prosecco, grazie. Snack dolce o salato? Salato. Taralli o biscotti al rosmarino? Rosmarino. Ora mi chiede se il rosmarino lo voglio cinese o biorganico, sembra quelli che ti sfiniscono di domande sulla pizza al taglio: la taglio o la piego, la mangia qui o in piedi, camminando o seduta, vuole un tovagliolo o un vassoio? Il giorno in cui perdemmo l’assertività. Signor Romanov, mentre ci prendiamo il Palazzo d’Inverno preferisce accomodarsi in salotto o nella stanza degli ospiti? Tra bolscevichi e menscevichi vinse il carrello della carrozza business. Un altro prosecco non ce l’ha, intendo: avete solo questa marca? Sorride e mi riempie il bicchiere. Scusi, sa, devo ancora votare. Di dov’è, ah siciliana, e arriva fin laggiù? No, torno soltanto a Roma, ero fuori per lavoro. Anche perché scusi, sa, ma se andassi fino in Sicilia arriverei alle quattro di mattina e i seggi sarebbero già chiusi. Il giorno in cui scoprimmo che chi ti faceva lo scontrino non sapeva l’aritmetica. Accendo il mio tablet, tanto spartano che i miei amici l’hanno battezzato Tabliet, il tablet sovietico. Tabliet dice che abbiamo preso la Grecia e perso la Francia, e dice pure di ricordarmi la cultura del sospetto, che il ragazzo con il carrello avrà votato Grillo. Scusi, lei cosa ha votato? Io non voto, signora. No, scusi, perché, quanti anni ha, così giovane e già così sfiduciato. Sono del ’70, signora. Ma è più vecchio di me, smetta subito di chiamarmi signora. Ho detto sette volte scusi. Il giorno in cui mi era rimasta solo la buona educazione, e non mi faceva compagnia. Sono seduta in direzione contraria a quella del treno, potrei vomitare il prosecco. Ho mai vomitato qualcosa di cui non mi sono pentita? Mi sono mai pentita di qualcosa che ho votato? Il primo voto non si scorda mai. Storia della sinistra in Italia: first we take l’attacco al cuore dello Stato, then we take pista ciclabile. Ho votato per la prima volta negli anni Novanta e il giorno dopo sono partita per la gita della maturità, la scuola ci portava a Praga. Mi piaceva un ragazzo e in pullman mi addormentavo tutte le mattine. Mi ricordo il giorno che siamo stati a Karlovy Vari. Mi ricordo che una sera mi è caduto il phon nel lavandino e ho pensato che in quella stanza saremmo morti tutti. Mi ricordo che quando il preside al microfono, in pullman, ci ha comunicato i risultati dello scrutinio, la guida ceca ci ha rimproverati perché avevamo fatto vincere i comunisti che nel suo paese avevano fatto tante brutte cose. A quell’affermazione i ragazzi fascisti hanno battuto le mani e invece i ragazzi comunisti hanno fischiato. Io, fresca di lettura dei Manoscritti del ’44 e della mia giovane e secondo me originale convinzione che non fosse un libro politico ma un romanzo straordinario, ho detto solo: ma di cosa parlate, guardate che ha vinto Prodi, però non mi ha sentito nessuno. L’ultimo voto non si scorda mai. Per due mesi: voi state governando con Alfano – no, siete voi che sapete solo stare all’opposizione con l’orecchino. Poi arrivava Napolitano e faceva finire la ricreazione. First we take presidente della Repubblica, then we take aperitivo business. Mi alzo, mi sgranchisco, vado alla carrozza ristorante. Ce l’ha un prosecco in bottiglia piccola? Sì, ecco. Ma è una bottiglia grande! È la più piccola che abbiamo. Vabbè, mi dia un bicchiere. Si può sedere, se vuole. Mi accomodo e sparpaglio le mie cose sulla tovaglietta blu di carta. Tabliet dice che in tv c’è Gabriel Garko, mi telefona l’uomo che amo: “in televisione c’è…” “lo so”. La distanza tra il primo voto e il prossimo voto è un pullman in un’epoca senza cellulari e una business class con uno schermo portatile tutto tuo, senza che tu sia diventata più ricca. Scusi, e lei mi dica, almeno lei ha votato? Sì, signorina, ho votato stamattina, e lei? Sto andando a votare adesso. Eh, votare è importante. Grazie per avermi chiamato signorina. Scusi, lei se lo ricorda il primo voto? Ah no, era molto tempo fa, mica sono giovane come lei, signorina. Grazie per il giovane, sa, io mi ricordo anche prima del primo voto. Tabliet non lo sa, ma a quindici anni appena compiuti mi sono presentata a un gazebo di partito e sono stata molto assertiva: ciao, mi chiamo Nadia, firmo la vostra protesta (ricordarsela, la protesta), e poi mi fate anche la tessera. Mi hanno detto che potevo firmare l’importantissima protesta ma per la tessera niente da fare, ero piccola. Ho detto che non ero piccola per niente e un minuto dopo avevo in mano il modulo e la penna. Qualche mese dopo serviva qualcuno che andasse a Frattocchie, non voleva andarci nessuno e ci andai io. First we take scuola estiva di partito, then we take signorina. Scusi, sa, signorina fa tanto zitella, forse era meglio signora. Due anni dopo avevo restituito la tessera e fatto casino di dissidenza, credo non se ne ricordi nessuno.

Il treno è entrato in stazione, torno a posto, tiro fuori dalla borsa la tessera elettorale, c’è la firma di Alemanno, ci sono tre timbri, chissà dov’è quella vecchia, quella siciliana, la mia storia è una storia di timbri e dolore. Il manager di fronte alza gli occhi e per la prima volta mi guarda. Ha la faccia di uno che ha sempre votato bene e vorrei supplicarlo senza ironia, scusi lei ha votato? Cosa ha votato? Mi sento smarrita, sono depressa oppure non me ne importa nulla, so che stavolta voglio copiarlo. Il suo sguardo dice solo: questa business in offerta a trentanove euro, accessibile davvero a tutti, comincia a essere un serio problema del paese.

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© Nadia Terranova

Solo 1500 n. 40 – Quel che so dei treni

Solo 1500 n. 40 – Quel che so dei treni

I treni non vanno mai nello stesso posto. Anche lo stesso percorso differisce sempre per piccoli dettagli. Se hai talento per l’osservazione memorizzi i volti, addirittura i gesti dei passeggeri abituali. Calcoli mentalmente lo spazio, il tempo che ci vuole tra una fermata e l’altra. Sai, prima che la speaker del treno lo annunci, quanto ritardo stia accumulando il tuo convoglio. Butti un occhio a chi ti sta di fianco. Oggi alla mia sinistra siede un ragazzo che dal suo portatile guarda una vecchia puntata di X files, che gli invidio un po’. Mulder sta scappando, come sempre. Coerente. I viaggi più belli sono quelli che fanno casa, quando sai che all’arrivo troverai un sorriso riservato a te davanti alle biglietterie. I treni sono belli, i passeggeri non sempre. Come il tizio pelato che è venti minuti che parla al telefono di : Benchmarking e (ovviamente) Brainstorming. Altre volte sono quando si torna dal lavoro, anche qui, per i fortunati: calore, che so, una famiglia. Per chi sta solo: almeno un paio di ciabatte, che a saperla guardare non è cosa da poco. Cazzo! Scully punta la pistola a Skinner. Ma alla fine Mulder e Scully a letto ci finivano o no? Che poi era l’unico motivo per cui lo guardavamo. Alieni, un paio di balle. I viaggi per andare a trovare gli amici, i parenti. La signora di fronte legge un  interessante (pare dal suo sguardo) catalogo di capannoni industriali. Quanto a me ho un piede addormentato, ché le gambe troppo lunghe urtano contro il passeggero di fronte, mi lamento in silenzio, maledicendo le ferrovie dello stato per il poco spazio, ma mai i treni, loro li amo.

Gianni Montieri

Solo 1500 N. 5 – L’uomo delle figurine

foto di gianni montieri

foto di gianni montieriSOLO 1500 n. 5 – l’uomo delle figurine

Il ragazzo seduto di fronte a me, in treno, indossa una brutta camicia a righe e strani occhiali da vista, modello anni ottanta. Parla al telefono con voce da adolescente, ripetendo, più volte, a chi l’ascolta all’altro capo, che arriverà a Padova in anticipo, essendo riuscito a cambiare treno. Il ragazzo avrà quarant’anni, la mia età, ma mi ricorda ragazzini in pantaloni corti sempre attaccati alla sottana della mamma e almeno un paio di compagni di classe. Io sto leggendo Andrea Inglese, il libro è quello su Kubrick e la sua Odissea nello spazio, leggo e ogni tanto sorrido. Il ragazzo, poco prima di Verona, fa qualcosa di inaspettato: tira fuori dallo zaino l’Album dei calciatori Panini (2010/2011), e un mazzetto di almeno cento figurine, già in ordine di numero. Apre l’album e inizia a incollare. A questo punto mi scuso con Kubrick, le scimmie e Inglese, ma il ragazzo ha tutta la mia attenzione. Prende a incollare le figurine in maniera perfetta, geometrica, senza sbavature. Attacca Corvia del Lecce, Mutu della Fiorentina (chissà se lo sa che è stato ceduto al Cesena proprio oggi), Borriello (che io salterei) e va avanti. Nessun doppione. A me vengono in mente due cose: la prima è che io non sono mai riuscito ad attaccare una figurina diritta. La seconda riguarda i trenini giocattolo  di cui parla Andrea Inglese nel suo libro, quelli tedeschi “precisi fino alla morte”. E mentre sto collegando i due pensieri, il ragazzo, con un colpo da maestro, chiude l’album e tira fuori Topolino.

Gianni Montieri

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