Traslochi

Franca Alaimo, Traslochi. Nota di Narda Fattori

Franca Alaimo, Traslochi (LietoColle)Conosciamo Franca per le sue predilezioni nei confronti di una poesia che solleva lo sguardo dal proprio ombelico e spazia fra le interazioni emozionali ed esistenziali, un io (e un voi) che non segnala le differenze, al contrario, è inclusivo, pervasivo e che acquieta.
L’Alaimo predilige senza dubbio la poesia colta, articolata, centrata sulla pervasività degli eventi minuscoli che decidono la mano di vita che si va a giocare.
Pur essendo una poesia che rimbalza sul lastricato della memoria, non segue un filo di tipo mnestico, sincronico o diacronico: l’opera inizia con una poesia che ha per titolo lo stesso del libro, quasi a predire un nuovo diverso cominciamento; se tale cominciamento esiste, convive coll’esperito, si allaccia al già vissuto con tonalità diverse, forse, ma la parola conserva lo stesso spessore di splendida quotidianità lungo tutta l’opera e anche la liricità, molto sommessa e contenuta, abbraccia questa fedeltà e non alza mai i toni, non si appropria del sentimento e neppure si abbandona alla descrittività e alla narrazione.

Mi chiedo dove comincia il luogo,
lo zero della morte; mi sembra
di gridare senza suono di voce,
ma uno stridio di gomme sul selciato
mette in moto l’ardore del giorno,
ma ridona al tormento del corpo
ed alle trafitture addominali…

Così in questi versi cogliamo l’atteggiamento della poetessa davanti alla morte, che sicura s’affaccerà, ma ora la sarabanda quotidiana della metropoli abbandona l’individuo solo con i tormenti fisici che non affrancano quelli dell’anima.
Le poesie colgono piccoli quotidiani eventi perché noi siamo “dentro”: anche la gatta, in uno dei traslochi, non ama la nuova collocazione casalinga, ha perso le sue prospettive, il fascino dei tetti noti, dei terreni di campagna forieri di scorribande; il condominio è una centralina di casalinghe, di parole che sono state sedotte e non hanno più l’intatta dignità di chi le ha usate; si sta sgretolando un universo intero e non abbiamo nessun strumento per fermare la distruzione. Siamo dentro, appunto. (altro…)

Solo 1500 n. 65: Quello che gli scatoloni ti dicono

Solo 1500 n. 65: Quello che gli scatoloni ti dicono

C’è poco da fare, ogni volta che si svuotano i ripiani delle librerie per traslochi, imbiancature, cambi di arredamento:  gli scatoloni ti parlano. Ti dicono le meraviglie di libri che avevi scordato di possedere e ti mostrano delle cagate pazzesche che ti erano ignote. Vuoi perché avevi rimosso l’acquisto sbagliato o il terribile regalo, vuoi perché proprio non sapevi di avere tal libro. Scopro, ad esempio di possedere un libro dal titolo “Crocodilia” di tal Ridley che credo non aver  letto e se non l’ho fatto o non lo ricordo ci sarà un perché. Mi ricordano, sempre parlando, mentre cerco l’incastro giusto per la distribuzione peso/spazio che ho due libri della Capriolo mai letti, vabbè. Mi fanno segno che “Groppi d’amore nella scuraglia” era solo infilato dietro un Dickens ma non sparito. Mi dimostrano, scientificamente, che certe edizioni economiche fanno talmente schifo da non essere adoperabili neanche per fare da base sul fondo. Saltano fuori un Flaiano perduto, un De Luca di troppo, uno splendido Richard Ford. Un paio di Pulitzer non meritati e quattro o cinque mancati. Sullo scaffale Roth, gli scatoloni fanno segno di sì.  Si litigano lo scaffale equamente diviso tra Foster Wallace e Carver, sorridono alla Kristof. “I canti del caos” di Moresco mi sbilancia il peso di qualsiasi scatola, Antò pure tu però. I Perdisa li metto con Bernardi: al sicuro. Poi gli scatoloni litigano perché si arriva alla poesia, tutti vogliono il Novecento, insisto perché si becchino un nutrito numero di contemporanei validi, tra sconosciuti e amici. E il resto? E il resto, niente.

Gianni Montieri