transeuropa

Su “Alla luce della luce” di F. Davoli (di L. Cenacchi)

Davoli_Alla luce della luceFilippo Davoli
Alla luce della Luce

di Luca Cenacchi

 

Sin dalla compagine linguistica Alla luce della luce (1996) di Filippo Davoli si rivela una raccolta compatta ma allo stesso tempo estremamente sfaccettata.
Difatti, quasi in ogni lirica, abbiamo la compresenza di regionalismi che vanno ad affiancare reminiscenze letterarie anche trecentesche[1] senza paura di sconfinare in rari innesti di terminologia teologica e una più vasta azione sul tessuto della parola di stampo latineggiante.[2]
Questo, unito ad alcune reminiscenze della grammatica ermetica, permette di inserire Davoli in una genealogia precisa che vede in Luzi[3] forse l’interlocutore più presente, anche se non sono da adombrare le influenze del Sereni più gnomico.[4]
In perfetta concordanza con alcuni principi della retorica cristiana, Davoli non teme la commistione di generi a livello linguistico. Anche a livello figurativo le liriche sono depositarie di questa compresenza e si registra un moto agogico, come del resto detto già da Morasso nella prefazione all’auto-antologia Poesie (1986-2016), uscita per Transeuropa (2018), che si concretizza come andamento ascendente e trasfigurativo; questo espediente riesce ad aprire il dato reale al mistero:

CARPI

Lo gridano pure le grondaie
a forza tra le chincaglierie
e le fabbriche

                               piazza

che raccogli le piogge
della Liberazione.

Torna al rione, nevica
solo cenere
da quella volta.

Nella seconda strofa si può notare come Davoli utilizzi la metafora come tropo prediletto e riesca a ottenere questa trasfigurazione facendo perno su innesti tematologici di biblica eredità.
Altra formula interessante, che ci porterà a considerare il ritmo particolare utilizzato dall’autore, è il richiamo ad alcune figure classiche della compositio che conferiscono ad alcune liriche una struttura simmetrica; espediente che darebbe al testo quella salmodia propria delle consecutio dei canti gregoriani, o quei poliptoti nelle prose dei clerici medievali. Dico darebbero perché Davoli infrange la progressione altrimenti armoniosa di questa strategia ponendo il termine richiamato a fine verso senza inarcatura.

DUE ZIE

3.

È stata una donna magra
come un macigno, secca come
le battute infelici. Una donna
di pietra come il suo nome
che si sbucciava poco. Soffriva?

La mancanza dell’inarcatura nel secondo verso, istoriato in un chiasmo, figura che viene ripresa poi nel primo emistichio del 4° verso, tende a rompere la contiguità della struttura da cui deriverebbe il ritmo salmodiante, anche a causa del fatto che il verso successivo tende a venire legato al 6° appoggiandosi alla cesura dopo la 5° sede, facendo sì quadrare il verso, ma allo stesso tempo ‘danneggiando’ il flusso logico.
Per questo credo che si possa parlare di una salmodia infranta, se non per tutta, sicuramente per questo frangente della poesia di Davoli. (altro…)

Una frase lunga un libro #48: Domenico Cipriano, Il centro del mondo

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Una frase lunga un libro #48: Domenico Cipriano, Il centro del mondo, Transeuropa, 2014, € 9,90

*

Ci è stato donato un mondo
inverosimile, tra vetrate innalzate
e seminterrati, distanza paradossali
astrali prove di esistenza. Si alzano
stratificazioni della roccia, cedono
le foglie sulle pietre: uno scambio
teso alla resistenza, a perdonare
agli occhi la pelle nuda delle stelle.

È un libro questo di vita e morte, di questa materia è composto il mondo di Domenico Cipriano, ma non è questa, soltanto questa, la storia che il poeta ci vuole raccontare. Vita e morte stanno in ogni verso e non c’è bisogno di nominarle, perché a trascinarle verso di noi è la forza della poesia e perché la poesia stessa è tutto. Il centro del mondo è un libro fatto di fango e luce, ecco. Il fango che è cuore pulsante, che è terra in movimento, che è terra e acqua, che è il sottoterra, il cuore fondo del territorio, il posto da calpestare con i piedi, quello in cui sporcarsi le mani e non pulirle mai più del tutto. La luce che illumina e si nasconde, la luce che ci prende di sorpresa all’alba, la luce di un abbraccio, di una stretta di mano. Tutta la luce che fa il ricordo di un affetto. La luce che rischiara la memoria. La luce che decide l’ombra che fa un oggetto spostato, di un orologio dimenticato. La luce di un sorriso sfumato, di una carezza, la luce che vedi in fondo a un buco scavato. Fango e luce e dietro un cuore, il cuore delle cose, della gente, del mondo. Il centro.

Vestiamo panni d’entroterra
quelli di chi non conosce il mare
che ha la faccia sporca di fango
e le dita nere, senza i lampioni
a darci la luce e solo mezze voci.
Ma io ricordo che i lampioni
erano accesi sopra al paese
e respirando nel freddo riuscivo
a dare vista alla mia voce.

*

(a mia moglie)

Siamo miniere da scavare, distribuite
dalla lottizzazione dei pensieri, roccia
sgretolata dalla dinamite nella mente
riconvertiamo le nostre destinazioni
all’uso della passione. Tu che scavi
incessantemente cosa cerchi da queste
pareti multistrato, sotto la canicola
che si stampa superata la fessura aspra?
Un nome, un volto modellato che muta
al tuo fiato regolare, linee della fisionomia
creata dal tuo starmi accanto.

(altro…)

Anna Maria Carpi – due inediti (con una nota di Gianni Montieri)

milano foto di gianni berengo gardin

milano foto di gianni berengo gardin

 

NON LO SENTI ANCHE TU che non c’è più?
Il tempo non c’è più.
Tu sorridi: in che senso?
non stiamo forse andando…?
Sì, uno a uno,
ma finora il tempo era anche altro,
era anche un padre.
L’avevamo in comune.
Viaggiavamo attraverso i continenti
nel suo carico immane giorno e notte,
e il generoso non perdeva nulla,
teneva strette a sé
le feste le sciagure il come fu e il sarà.

È stato cancellato.
Now life is now. Tu, noi,
gli altri, altri
figli del nulla,
tutti passanti,
e folli come pesci nella rete
e in ogni sguardo in fuga
un “non ho tempo”.

(altro…)

“Ho questa carne scomposta in molte vite.” Per Francesca Matteoni

di Cristina Babino

© Ashley Maselli  I knew who i was this morning but I've changed a few times since then, 2014.

© Ashley Maselli
I knew who i was this morning but I’ve changed a few times since then, 2014.

I bambini non buttano mai nulla. Si affezionano agli oggetti come a parti di sé, non ne percepiscono il deteriorarsi, la perdita di utilità, li accumulano in modo caotico, apparentemente indiscriminato. La scrittura di Francesca Matteoni, che di infanzia vive e si alimenta, è piena di oggetti, di richiami e associazioni, di immagini conseguenti e sovrapposte, di suoni inseguiti, ricercati: io la ascolto come il tonfo profondo e cupo del sasso lanciato in uno specchio mosso d’acqua, la leggo come il rincorrersi concentrico dei cerchi che quella caduta eccita, produce.
(altro…)

Note su “Tua e di tutti” di Tommaso Di Dio

di Luciano Mazziotta

tua e di tutti

Dopo cinque anni dal suo libro di esordio, Favole (Transeuropa 2009), il 2014 vede la pubblicazione della nuova raccolta di Tommaso Di Dio, Tua e di tutti, opera prima della collana pordenonelegge, edita da Lietocolle.
Credo, innanzitutto, si tratti di un’opera “necessaria” del nuovo decennio. Non tanto perché segni il percorso dell’autore, ma, più che altro, perché l’opera porta con sé tutta la complessità del moderno: dalla crisi del soggetto ad un’indagine sul concetto di continuità; dalla lingua straniata e straniante all’ansia di dover prendere posizione per “rifare tutto”, di fronte ad una contemporaneità in cui ogni traguardo raggiunto azzera tutti gli altri e quindi non lascia al soggetto che la necessità di riepilogare e ricominciare daccapo.

(altro…)

La deriva del continente

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Paterson, Love Speech, 1 giugno 1998

Queste luride puttane laureate
non lasciano mai nulla al caso.
Prima ti spiegano. Poi ti perdonano
e quando te ne vai
ti fanno sanguinare il naso.
Era così che mi dicevi al parco
e che avevi una figlia addosso
e che era un fatto, era così che eri,
e ti lasciavi scorrere, fermo,
educavi le rose a intrecciarsi
per imparare l’arco
e quelle si intrecciavano, sì,
ma intorno all’osso…
Progettavamo pace perpetua
oltre che fondi comuni di investimento.
Valevano più delle nostre vite
–Te lo ricordi Paterson?
O del fatto che il capo, anzi la capa
chiedesse a noi di perquisire i fiori
per vedere se c’erano insetti dentro
per capire se erano belli fuori…
L’Europa era sparita nelle corolle
separata da Paterson e dai suoi eredi.
L’Europa aveva assunto le forme
di un monumento ai caduti in piedi.

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Paterson, 23 anni, studia
e nel week-end vola low-cost in Europa…

Paterson ha finito l’università
fa uno stage alla Lehmann Brothers
e per un po’ se ne va.
Mario invece rimane dov’è
con la giacca stirata.
La ragazza olandese
viene a Corfù per fine mese…
C’era l’ingresso. Senza le porte, bianco.
La prima cosa che s’illuminava
era la S di Sesso. Sulla barra degli strumenti
comparivano l’icona. E la spina nel fianco
assieme a tutti quei nomi falsi.

(di Marco Mantello)

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Module Construction Yard
Paterson, ne fai 40 lunedi prossimo

Module Costruction Yard: ai limiti
del viale, dietro la muraglia di cemento
prefabbricato, s’innalzano verso i cieli,
verso possibili lontane biosfere,
questi metalli lucidi,
fragili speranze riflesse negli occhi di chi
s’infila davanti all’ufficio Risorse Umane
e frettolosamente espia.
Ho guardato lo scintillio del sole d’agosto
sui tubi verticali, sulle giunture
dei moduli sovrapposti lungo il viale vuoto
alle 13: la profezia, il contrasto
coi vecchi capannoni attorno,
e i piazzali semivuoti. Ho visto lo sporco
depositato negli anni
e nelle vie di scolo, polveri di marmo
e altre polveri.
Subappalti. Avvicinarsi al natale

(di Gabriel Del Sarto)

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A Londra, a quarant’anni e un mese
Over the garden (Over the Counter)

La luce verso cosa la riflette. Per esempio, le piante.
Il resto passa attraverso.
La prima cosa che Paterson ha fotografato sono state le
macchie. Le fumaggini sopra le foglie. Sulla finestra il vaso
diventava sempre più piccolo, la pianta più grande.
L’umidità sul muro, il trucco lavato dal pianto.
“Vorrei portarti al Parco Keukenhof„
Distese di tulipani. Al mattino, molto presto, prima che lei
ricominciasse.
L’ingresso. Lo stabilimento. Il piano da raggiungere, la porta,
l’ordine dei gabinetti e dei poster che annunciano la ripresa
dei lavori per migliorare se stessi.
“Oppure al Castello di Sofiero„
Ci sono le più belle piante d’Europa. Varietà di rododendri
e di rose.
Da ragazzo. Con Mario, qualcuno che era morto.

Pensare a chi insegna alle rose a intrecciarsi, per imparare
l’arco.

(di Elisa Davoglio)

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La folla con un Paterson a quota 35

– uscirà nudo una mattina a fendere
la folla alla fermata di una qualunque metropolitana
– in fila le formiche invadono il terreno,
la zappa si conficca, le scompiglia
avanzano i più forti
tutto un presidio – io rimpiangevo i deboli
– ho occluso i circuiti, bruciati i ponti
strappati i by-pass, intorno c’è il deserto
nessun nemico – mi chino
– sta per i fatti suoi, quasi ringhioso,
il gatto nato bianco, quasi albino,
le zampe dietro sbilenche
si rifugia tra i pini, i peli irrigiditi
di resina la crosta, non sorride
rifugge – mio fratello ha paura
– bere di notte acqua alle pozze
incontrare allegri porcospini
spedire i minatori nel ventre delle madri,
le sciocche, povere talpe – un rospo deciduo
328
verde squillante tra i ciclamini la mattina
l’involucro, di suo, già corpo vivo
– l’istante che gli frullano
le ali, d’un colpo la tortora che
plana e la farfalla enorme
candeggia questa luce, squaglia
crema, intanto che si scollano
etichette, si arrestano i pensieri
frullano insieme tutti – senti
i respiri
– ora che il giglio più non segna i giorni
e l’ombra dello sguardo dentro il buio
è come quel portone chiuso alle spalle,
ora frantuma la linea del crinale,
la piazza vuota, la notte dei cristalli.

(di Viola Amarelli)

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Paterson, 45 anni, Tolosa
la pellicola della vita ha preso luce…

3
Un tempo amavo usando lunghe frasi quasi magiche
un tempo ragliavo come un asino
per dare lezioni al mondo
e giravo con in tasca teoremi
Un tempo non aspettavo risposte su di me
da telegiornali scemi
ma mi lasciavo alle spalle i paesi
di cui non sopportavo i programmi e le leggi
4
Hanno diramato l’identikit
barba tatuaggio capelli crespi occhi neri
un primo piano come tanti che ti ho scattato
un ritratto che profuma di Oriente
e puzza di sudore fritto
Tu non hai quell’odore
mai avuto neanche a letto
Ma adesso di sicuro
ti attribuiranno anche questo difetto
5
Il rumore del crollo
il silenzio dello stallo

(di Simone Consorti)

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Infanzia Paterson: 2 giorni, dall’analista
dopo un week-end a Granada

Sono nato come tutti gli altri:
in sala parto di anonimo ospedale
– sturato l’utero con una ventosa –
non mi hanno conservato il cordone ombelicale.
Perché costava un pacco e mamma e babbo,
pur volendo per il loro figlio il meglio,
pagavano due mutui trentennali
di bilocali ai confini dell’Impero:
niente da fare per le staminali,
ma un giorno sarei stato il re del caseggiato
e avrei affittato a caro prezzo a sei cinesi
e ad una banda di senegalesi che mi hanno,
col sudore della fronte, di fatto finanziato
viaggi, studi, il master di sei mesi alla Bocconi
e il fumo che compravo a Capodanno.
Allattato da mamma-biberon
– nei Settanta era il boom del latte artificiale –
non me la sono poi passata tanto male,
anche se la mancata suzione della tetta
è stata causa della mia disfatta
con Carla e con le donne in generale
di questi amori liquidi che vivo
(l’ho letto venerdì sull’Internazionale
sulla rubrica psico-comportamentale
che sfogliavo sul volo di Easy Jet
per raggiungere a Granada Hyun-Shik
dolce orientale conosciuta in chat).
La mia infanzia l’ho trascorsa nell’ovatta
della doppietta Ciocorì più Atari,
che mi hanno reso un riformato a vita
impreparato al collasso dello Stato
e delle istituzioni, al crack globale
che nelle notti insonni sogno di sanare
mandando Space Invaders sopra il Quirinale
o l’uomo tigre a Bruxelles, parlamentare,
io, Imperatore della “Dinastia del Poi”,
io, Paterson, come tutti voi.

(di Francesca Genti)

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Paterson, 17 anni in piazza
a Castellammare di Stabia
cera persa

Lo sussurravo tra me e me quando poi mi accucciavo sul selciato la sera, quanto eri stronza, quanto eri capace di rovesciare tutto facendo finta di fare un giorno l’infermiera, l’altro l’insegnante, l’altro la pioggerellina, non so, buona a nulla / capace di tutto. Pregavo comunque tutto continuasse così, indefinita la norma, in questo paese senza senso, in questa direzione qui, random, sottraendo, facendo mancare, rubando, allontanandosi, facendo così la più grossa delle presunte stronzate, il fottersene, anzi, di più, non solo fottersene, ma fare l’esatto contrario, fingere, perdere ogni morale. Voglia di rubare.

(di Albert Samson)

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Paterson viaggia in un’Europa che non fa altro che commemorare se stessa, le sue radici illuministe, le sue tragedie e le sue guerre otto-novecentesche, la sua civiltà esportata nel mondo. Sul piano lavorativo è stato per tutta la vita un funzionario del Regno dei Mezzi. Ha trascorso il suo tempo in uffici
e vacanze a Corfù, e targhe della Lehmann Brothers vendute all’asta. Ha avuto un uomo a Tolosa, ha scopato con un’olandese a Corfù, e ha trascorso un’infanzia serena a ciocorì e latte in polvere in qualche anfratto di Italia. Oggi Paterson è un ultracentenario che ama viaggiare per un continente alla deriva.

(dalla Postfazione del curatore Marco Mantello)

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La deriva
del continente
Viola Amarelli, Simone Consorti,
Elisa Davoglio, Gabriel Del Sarto,
Francesca Genti, Marco Mantello,
Albert Samson

Transeuropa – Nuova poetica – 2014

Anna Maria Carpi – Quando avrò tempo (recensione)

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Anna Maria Carpi – Quando avrò tempo – Transeuropa  2013

 

“QUANDO AVRÒ TEMPO dico / e so che non l’avrò: / mai l’afferro o lo fermo, / non mi sta in mano il tempo, / palpita stride becca vola via.” I cinque versi che aprono la nuova raccolta di poesie di Anna Maria Carpi, testi scritti tra il 2010 e il 2012, dichiarano da subito chi sarà il compagno e l’antagonista di questo viaggio poetico: il tempo. Le ore, le giornate, segnate nella loro indispensabilità e nella loro pochezza. Timer di gioia e malinconia. Ore strizzate e sgocciolate a tirar fuori tutto quel che resta. Ciò che occorre a far vita di quello che della vita è stato e di quello che ne rimane. Questo libro è il proseguimento temporale, poetico e logico de “L’asso nella neve” (Transeuropa 2010), in particolare delle poesie della prima parte di quella raccolta (le inedite di allora). La poetica di Anna Maria Carpi si potrebbe definire con: L’urgenza della domanda e della comprensione. Domande che i versi scandiscono (anche con i molti punti interrogativi materialmente presenti) tra l’Io della poeta e il mondo che osserva con sguardo tenace, curioso, bisognoso di scambio. Il mondo sono i fatti ma sono – soprattutto – gli altri. “I cari altri” invocati dalla Carpi fin da “Compagni Corpi” (Scheiwiller 2004) e ben presenti qui: “[…]ma le case scintillano, / tutte abitate, / sento gente che va fra ciarle e risa, / i cari altri. // A due passi da me e non mi vedono, / non sanno che ci sono, / che sogno e in sogno parlo con loro, / e che non c’è la morte / se non ci viene tolto di parlarci.” (pag. 57). Citiamo questi versi per la loro oggettiva bellezza e perché ben collegano i temi del tempo e degli altri con l’altra grande domanda di questo libro: La morte. Domanda destinata (come tutte quelle che la Poesia pone) a rimanere senza risposta, ma grazie al talento della Carpi ad aprire a molte riflessioni e ad altre domande, circondandoci di stupore. C’è una consapevolezza della morte, una curiosità, a tratti, un’ansia della morte. L’attesa guardando al tempo che si consuma e l’allontanamento attraverso la rielaborazione di tutto quello che è stato e che non è stato, di quello che ancora potrà accadere. Anna Maria Carpi è un’adulta che ancora conserva una curiosa ingenuità. Quell’ingenuità che in poesia vale quanto (se non di più) della saggezza. Ed è onesta. Vediamo la morte come entra nei versi: “è questo debole / scintillìo di essere me, me sola, / e non voler la fine.” (pag. 36). “Questo mediocre morire ad ogni istante / è la sorda tortura / di ciò che avremmo / dovuto essere per non dover morire.” (pag. 37).  “Così a me tramonta / ogni vita: distinguo ancora forme / e colori, ma già sotto di me / il mondo è nebbia.” (pag. 38). “Non c’è gioco per noi, noi giù nel tempo / per le vie del quartiere. / Foglie, una cosa sola, solo qualche fruscio, / un giacere comune, ultimi battiti, / poi una terra quiete.” (pag. 39). L’elemento di novità di questi testi rispetto a quelli de “L’asso nella neve” è che le domande sulla, e della, morte non rimandano più, se non marginalmente, a quella sull’esistenza di Dio, quasi come se la poeta avesse esaurito quella spinta di curiosa attesa verso il dopo. Come se fosse più importante il prima, il momento stesso del trapasso, rispetto al fatto che dopo ci sia o meno un continuo, un altrove. Quello che verrà sarà quiete ma che non venga troppo presto, che si possa restare ancora in questo trambusto di volti, di cose, di treni, di case, di incontri. La comprensione nella poetica della Carpi non è tanto riferita al “farsi comprendere” (pure molto radicato) ma al “comprendere”. L’autrice ha una brama di capire, di comprendere, fortissima e su quel desiderio costruisce la sua scrittura. Comprendere è anche contenere: la sintesi fulminante della poesia della Carpi racchiude una vita, un disagio in pochi perfetti versi. Questo è un dono. “Quando avrò tempo” è un libro molto bello, arguto e consapevole. Un testo che mentre attraversa i grandi temi citati in precedenza non dimentica di usare l’ironia, di concedere grazia, di aprire gli occhi sulla speranza. Si può ondeggiare tra malinconia presente e qualche rimpianto senza vivere di ricordi, senza paura di mettersi a nudo. Di essere poeta. “In verità sono una clandestina, / sono una sans papiers / e mi fa tremare / quanto di me dichiaro.”

© Gianni Montieri

Nota: recensione scritta per il Premio Castello di Villalta

per leggere alcuni testi del libro potete andare Qui

Stefano Raimondi – Per restare fedeli

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STEFANO RAIMONDI – PER RESTARE FEDELI – TRANSEUROPA 2013

Lo scrittore americano Philip Roth, in un’intervista, parlando del proprio dolore, fisico e morale, patito in un periodo abbastanza lungo, disse di aver preso quella sofferenza e riversata per intero su uno dei protagonisti del suo romanzo Everyman: una donna. In poesia è difficile che esistano dei personaggi inventati, ma esistono il dolore e l’abbandono. La poesia è lo strumento, addirittura il personaggio su cui riversare (e con cui raccontare) il disagio. Per restare fedeli di Stefano Raimondi è una raccolta che mette in versi due dolori e due abbandoni: quello affettivo (e personale) e quello della guerra (o universale) o di altri fatti tragici, rendendoli un momento unico. «[…] Quando sento il bollettino di guerra non capisco se \ stiano parlando anche di me da quando sei andata, o di \ entrambi, dal nostro luogo d’abbraccio, perso per sempre. \ Qui i bombardamenti mi avvengono con le stesse \ scadenze di Baghdad: tra un allarme e l’altro si corre a \ vivere, a fare scorte provviste. […]». In questo testo Raimondi lo dice chiaramente. Chiarezza che attraversa tutta la raccolta. Le parole scelte non sono casuali e mai superflue. Spesso sono ripetute, perché è così negli abbandoni, le cose si ripetono. Così come i gesti e gli stati d’animo. La percezione della sofferenza si assomiglia: dal teatro di guerra alle mura domestiche. Il poeta, naturalmente, si guarda bene dall’affermare che il dolore di una guerra, dei morti, delle bombe, possa essere uguale a quello di una mancanza personale, affettiva. Quello che fanno queste poesie è  mettere insieme, come su un binario, due situazioni lontane, ma che per forza di cose si toccano, si mischiano e segnano, nell’esperienza del poeta. Raimondi si guarda allo specchio ma nel riflesso non vede solo se stesso, l’angoscia personale non lo esclude dal mondo, lo rende maggiormente partecipe al dolore collettivo. «La guerra e l’abbandono stanno facendo opere. \ Quali riconoscere? \ Si tengono lontani i bambini dai confini: \ fanno paura ai sogni, alle trincee bruciate \ ai sì. Ci sono vicende umane che partono \ da qui, storie che sanno cosa prevedere. \ Fanno trincee i bambini: le fanno con gli stracci \ e le tengono, le lavano come ci fossero \ solo madri da coprire.»  I micro testi posti in esergo alla maggior parte delle poesie (caratteristica di Raimondi) sono tratti da quotidiani e periodici di informazione, quasi come se contestualizzare, anteporre la cronaca all’attacco dei versi, garantisse al poeta il distacco necessario per gestire il dolore e l’abbandono, senza cedere alla retorica. Stefano Raimondi cerca l’ordine (tanto caro a Giudici), di mettere le cose a posto, laddove farlo è più difficile (se non impossibile) – tra il caos delle bombe e della solitudine. La scrittura è animata da musicalità e ottimo controllo metrico. Rigore metrico di cui il poeta non è schiavo, per fortuna, troviamo anche poesie che vanno decisamente verso la prosa, conservandone la sintesi necessaria. La poesia di Raimondi è attenta al mondo ed è figlia dei suoi maestri: Sereni, Porta, De Angelis, ma è soprattutto sua, bella e riconoscibile. Poesia che non fa sconti. La lettura di questo libro è intensa ed emotivamente faticosa, non è una passeggiata ma l’arricchimento intellettuale e d’animo è garantito. «È il mattino che fa incoscienti e sani. \\ C’è una dolcezza sotto questo tetto \ che non sa dell’abbandono, neppure \ tra la spellatura, i disastri. \ Si sentono i rumori, fuori \ che circondano, che continuano a cadere \ e il nostro buio vicino continua a costruire. \ Chi abiterà per primo la stanza, tu o io? \ È la paura e la grazia di una tenda \ − spostata vicino alle macerie, vicino \ a chi cerca qualcosa, qualcuno con le mani \ tagliate, bendate – a scavare.»

(c) Gianni Montieri

Qui puoi scaricare il pdf dell’articolo

 

Anna Maria Carpi, Quando avrò tempo

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QUANDO AVRÒ TEMPO dico
e so che non l’avrò:
mai l’afferro o lo fermo,
non mi sta in mano il tempo,
palpita stride becca vola via.

E io che intanto
ingombro questa casa come un bimbo
che sparge intorno i giochi
e di far ordine non è mai il momento
e nemmeno è capace, se non viene sua madre.

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NARRAZIONI,
bivacchi,
indugi
che non tollero più,
droga da bimbi che rifiuto,
voglio una droga più forte,
voglio la muta bevanda
di uno sguardo che intende chi sono –
un nido sconosciuto
introvabile dalla morte.

:::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::

SCROSCIA L’ACQUA sincera
fredda calda obbediente
e schizza per il bagno fino agli allegri led.
Care mensole colme di sciocchezze,
asciugamani bianchi
dove mi nascondo
a occhi chiusi
e non vedo più niente.

Sono io quel volto nello specchio?
Un sembiante il caso lo dà a ognuno,
ma se lo fissi e pensi “sono io”
ti fa impazzire.

::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::

UN MADIDO ABISSO ci ha tra le mani,
che venga notte che venga giorno
tundra o tajgà,
nei vetri bianchi di ghiaccio
nei vetri imperlati di pioggia
il treno è in fuga.
Si gioca a carte,
fissi volti rosee mani
fisse nel gesto, come frutti sepolti.
L’artico nulla, un brusio senza sonno
il tutto umano,
Oh! lasciali tutti parlare,
sono bolle che scoppiano
in superficie, gorgogliano,
tu taci, taci, se ti lasci andare
lo sai, parli una lingua insopportabile.

:::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::

SCENDE LA SERA, volo 48, volo in ritardo,
nessuno ancora alla registrazione,
là fuori al gelo
come cerini accesi due casacche
indaffarate intorno a un camioncino.
Poi non ci sono più, fine del turno.

Qui nel salone
una macchina del caffè che va in pressione,
un’immensa reclame – mele rosse giganti,
e di gioia scintilla e di orologi e whisky
il grande slargo, il duty free,
e da Relay i giornali di tutto il mondo:
“A Fukushima la radioattività
sta scendendo a livelli Centro Europa”.
Un piccolo trifoglio nero in campo giallo.
Dio sia lodato.

A me piace la parola earthquake,
è un gracidio innocente,
magnitudo è un po’ oscuro, è per gli addetti,
e tzunami lo usiamo ogni momento
quando c’è confusione.
Noi qui seduti.
Come fatti
di neon e di linoleum:
ticket, posto assegnato,
solo mille chilometri
lassù nel buio a ottocento all’ora
e siamo a casa con un buon bicchiere,
cena, TV e divano.

Il dottor Sparr della Multicamp –
fresco, rasato,
camicia immacolata,
gemelli d’oro, spillo alla cravatta,
ventiquattrore, tutto il mondo sul tablet,
ogni istante guarda l’orologio:
ma che fa questo volo 48?
Deve partire lui, perché domani torna,
non qui, altrove, poi di nuovo qui,
va da Tokyo a Pechino, da Pechino a Mumbai.
Niente paura. Perché mai dovrebbe?

O piccolo trifoglio nero in campo giallo.
(Berlino 15.3.11)

:::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::

POESIA. Serata di poeti,
fuori nel parco è buio, non c’è un’anima,
già le dieci passate.
In sala luci rade, poca gente –
e non poter capire
ciò che vogliono dire questi giovani
o solo mezzi giovani nati ormai nei 70.
È come in una chiesa sconsacrata,
è un rosario
di non credenti, recitano cose proprie e arcane.
Chiedere cos’intendono?
A occhi bassi ascolti
e ti guardi le mani.

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A ME, PERCHÉ? Ho un nome come tanti,
ma alla cieca mi mandano da leggere
editi, inediti. Non sanno
che tormento è per me il giudicare
e in umiltà mi chiedono un parere.
In umiltà? Se obbietto gentilmente
questo verso non va, forse sbaglio, non badi,
i brontosauri levano la cresta
verde rossa celeste,
mormorano un primordiale “io non vengo capito”.

Ma questi due di oggi fanno pena,
sono anziani insegnanti,
vive l’uno in Liguria, l’altro nel milanese.
Si fanno avanti:
opera prima l’uno, l’altro
è una vita
che scrive e stampa e non gli danno retta.
“Quanto ci ho lavorato,
mi legga, dica:
non sono meglio io di tanti altri?
Sono o no un poeta?
Già da ragazzo ho scritto,
e sempre poesie.”

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NOTTE PRESAGA l’ultima dell’anno,
la tavolata inneggia al suo futuro
fra giubilo e paura,
e in qualche testa guizza uno sbadato
“Dio, se ci sei…liberaci dal male”.
Un risibile resto d’infanzia e di Natale,
perché male è tutto.

Dove sei Magnificat di Bach,
pura bellezza, fede illimitata
che in te l’umano o qualche umano è salvo?

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STORNI nell’aria,
migrano questi figli dell’autunno,
una mano gigante li ha lanciati
su in cielo. Sbandano, ritornano,
nel loro giubilo d’essere nessuno,
i bimbi del creato.
Tutti via, poi il gioco ricomincia,
il gioco in alto, al freddo, senza tempo.

Non c’è gioco per noi, noi giù nel tempo
per le vie del quartiere.
Foglie, una cosa sola, solo qualche fruscio,
un giacere comune, ultimi battiti,
poi una terrea quiete.

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IO CON TUTTI mi sono confrontata,
tutti ho invidiato,
ma a quali estremi non sono poi andata
con le raffiche di me stessa
col mio no?
Che farò quando sulla memoria
mi scenderà la nebbia,
non troverò più i nomi delle cose,
non avrò che il desiderio di un abbraccio?
Mi ridurrà la natura
al più povero degli impulsi?

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“QUANDO AVRÒ TEMPO
e so che non l’avrò”,
dicevo, e quanto tempo ho perso
in compagnia,
poco o niente importava come fosse:
ha il suo bello non essere se stessi,
passare ogni momento a un’altra cosa,
dire in coro con gli altri non ho tempo.
È la salvezza.

È ora che mi perdo, che mi danno
su quel che scrivo
e non mi piace mai, ma è con questo che anelo
fra mille altri d’essere vista udita
essere amata,
e non andrà così:
sono le scritte incise
da un recluso nel muro della cella,
e non c’è finepena.

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* * *

Poesie tratte da: Anna Maria Carpi, Quando avrò tempo, Transeuropa, 2013
(per gentile concessione dell’autrice)

Anna Maria Carpi – L’asso nella neve

L’ASSO NELLA NEVE – ANNA MARIA CARPI – TRANSEUROPA 2011

Mi è capitato spesso di sentire parlare Anna Maria Carpi di “Etica della comprensibilità” riferita al testo poetico. Ebbene, cosa vuol dire essere comprensibili quando si parla di poesia? Faccio un passo indietro. La comprensione è un doppio atto compiuto dal poeta. Nel primo, significa: tentare di capire ciò che avviene dentro e fuori dal sé. Il secondo aspetto può essere riferito al comprendere come contenitore, gli sforzi (a volte vani) di raccogliere con lo sguardo quello che accade, che si muove. Se il poeta è una specie di antenna che tutto capta (Andrea Inglese), cosa registra il ricevitore? Domande, in primis, e dettagli da non perdere. Forse è per questo che si scrive (più o meno consciamente); questo sono le poesie di Anna Maria Carpi. Le comprendiamo, non perché conosciamo le motivazioni che hanno spinto l’autrice  a comporle, ma perché hanno compreso e poi restituito aspetti della nostra esistenza. L’asso nella neve è il titolo di questa splendida raccolta, uscita per Transeuropa lo scorso anno. Include poesie del ventennio che va dal 1990 al 2010. Nella prima parte troviamo testi mai pubblicati prima e nelle restanti due, una selezione delle due precedenti raccolte della Carpi (Compagni corpi e E tu fra i due chi sei, entrambi editi da Scheiwiller). Il libro apre con questo testo: “Il mio cuore ha l’accesso stretto / il sangue non ci passa facilmente / o rigurgita o rimane dentro, / così gli altri non sanno / che passione ho per loro / che potrei / fermare anche gli ignoti per la strada / e dirgli / tutto quello che ho dentro e non mi passa – / e sarebbe la grazia.” Aprire un libro con un testo di questo calibro è molto più di un incipit. È una vera e propria ammissione d’intenti. Questo gioco tra constatazione della solitudine (anche interno alla coppia) e bisogno degli altri (il contatto), rappresenta uno dei grandi temi di questa raccolta ma di tutta la poetica di Anna Maria Carpi. Riscontriamo un continuo perdersi nel “quotidiano” ma allo stesso tempo lo troviamo ben presente, maneggiato con sapienza dall’autrice. Una delle lezioni che dobbiamo apprendere da questi testi è quella di poter usare in poesia le parole di ogni giorno. Il segreto, ad esempio, non sta nell’elencare degli oggetti su un tavolo, ma in quello che gli oggetti rappresentano, che stati d’animo raccontano pur stando fermi. “QUI SUL MIO TAVOLO: / ho la luce accesa, / una tazza tedesca di Bayreuth, / la biro e nella scatola / che ho foderato io di carta a fiori / la gomma il temperino / il rotolo di scotch la cucitrice / Rapid One, è svedese. // Guardali, uno ad uno / non pensare, non muoverti. / Solo un metro più sotto / c’è la disperazione. // Ancora un’ora, poi berrai qualcosa / poi guarderai le mail,  il telegiornale / poi qualcuno telefona.” I luoghi di Carpi sono quasi sempre interni: treni, stazioni, metropolitane, case, bar. Oppure sono lontani, immaginari. I luoghi del “dopo”. Tra le poesie, l’autrice, avanza una domanda, si chiede di Dio (a volte lo trascina in campo con ironia), lo fa da non credente che, però, non può fare a meno di porsi dei quesiti. Le case sono i luoghi della malinconia: “Al di là della strada è casa mia. Mia, / com’è strano. / Quelle finestre buie al terzo piano, / le mie cose, pazienti zitte sole.” (pg. 61); sono i luoghi dei disastri: “MATTINE DISASTRATE, / sola in casa, / avanti e indietro scalza dal computer al frigo / per trovare una frase / nel rhum nel whisky, e non so mai quanto.” (pg. 13); dello sgomento: “Viene sera e mi siedo, tavola apparecchiata, / il tovagliolo bianco, il piatto caldo. / Chi immagina a quest’ora / che non ho dove, / che non so chi sono / che non so cosa voglio – / tutto così infantile  e sciagurato?” (pg. 14); dell’amore: “Tu non capisci: / non mi devi parlare come a un comune umano, / amore è dire all’altro non hai fine. / O io sono immortale oppure niente.” (pg. 15). Cos’è questo libro se non un’analisi sentita e risentita del quotidiano e del male del vivere? Il tessuto sociale si fonde con l’io e ne ridisegna, a volte minandolo a volte salvandolo, l’equilibrio. L’ironia, la capacità di osservare, la curiosità per l’estraneo, l’altro, il guardarsi dentro, sono gli elementi cardine della scrittura potente e diretta di Anna Maria Carpi. L’asso nella neve è uscito a gennaio 2011 ma potrebbe essere uscito oggi o pubblicato tra tre anni, non farebbe alcuna differenza. Aprirlo tra un decennio sarà come farlo per la prima volta.

(c) Gianni Montieri

Anna Maria Carpi – L’asso nella neve – ed. Transeuropa (alcuni estratti)

Pubblichiamo alcuni estratti da “L’asso nella neve” di Anna Maria Carpi, ed. Transeuropa 2011 

***

il mio cuore ha l’accesso stretto

il sangue non ci passa facilmente

o rigurgita o rimane dentro,

così gli altri non sanno

che passione ho per loro

che potrei

fermare anche gli ignoti per la strada

e dirgli

tutto quello che ho dentro e non mi passa –

e sarebbe la grazia.

***

UNA MADRE io l’ho avuta,

viva ardente

sempre via con la mente

inetta a vivere.

Sarà stata poi lei? Mai le ho dormito in grembo.

Era un uccello

che migrava

con le ali tarpate.

.

Così io non ho misericordia di me stessa,

e non ho niente che mi abbracci dentro.

***

MATTINE DISASTRATE,

sola in casa,

avanti e indietro scalza dal computer al frigo

per trovare una frase

nel rhum nel whisky, e non so mai quanto,

scrivo anche mail, confondo

i destinatari

e dico ciò che non dovrei mai dire

perché il mondo ha i suoi usi

e una decenza. Io non l’ho appresa.

Non mi contengo

come fanno gli altri,

io cerco di spiegargli

la mia rovina e so che non si spiega,

e quando è mezzogiorno trasalisco,

devo tornare all’ordine,

vestirmi, mascherare

il caos in cui mi è parso di danzare – ma se è l’unica

felicità che ormai conosco!

Sei…sei in te? osserva gentilmente

il mio compagno a tavola.

Non è severo, solo non capisce. Lui non si chiede

che senso abbiano i giorni –

ovvero sì: nessuno.

Ma io non posso crederci.

***

(A Macerata)

ANNI FELICI quando tutto ami

e in leggerezza lasci

perché nulla è perduto e tornerà.

Anche la vecchia cittadina ho amato,

l’animata provincia in Centro Italia,

amato il corridoio dove dava il mio ufficio,

il portiere che non c’era mai,

il vicolo in discesa all’albergo Centrale,

la luce del mattino sulla piazza,

sotto la torre il venerdì il mercato,

le cene con gli amici,

la campagna coi grilli,

e il mio treno notturno e l’andar via.

Dopo l’ultimo colle il cimitero,

tanit lumini che pareva una festa,

io mi dicevo: là,

là voglio essere sepolta.

Il treno entrava nella galleria,

un lungo buio, poi andava al nord.

E io con lui, e prendevo il giornale.

.

Amore, amore.

E poi non lo sopporti.

***

Qui sul mio tavolo:
ho la luce accesa,
una tazza tedesca di Bayreuth,
la biro e nella scatola
che ho foderato io di carta a fiori
la gomma e il temperino
il rotolo di scotch la cucitrice,
Rapid One, è svedese.
Guardali, ad uno ad uno,
non pensare, non muoverti.
Solo un metro più sotto
c’è la disperazione.
Ancora un’ora, poi berrai qualcosa,
poi guarderai le mail, il telegiornale,
poi qualcuno telefona.

@ Anna Maria Carpi

Demetrio Paolin – Il mio nome è legione

IL MIO NOME E’ LEGIONE – DEMETRIO PAOLIN – TRANSEUROPA – 2009

“questo è un oggetto narrativo urgente” Giuseppe Genna

***

C’è un certo gusto nello scrivere qualcosa su un libro che non ti è stato mandato dall’autore, o dalla casa editrice, o regalato. Scrivere di un libro che hai comprato tu. Visto perché una piccola libreria lo teneva in evidenza. Un libro che ti sei portato a casa senza averne mai sentito parlare e che hai letto in poche ore. Un libro che a distanza di mesi ancora ricordi perfettamente, senza bisogno di aprirlo a tale pagina, a tale capitolo.

Questo libro: “il mio nome è legione” di Demetrio Paolin. Una storia e una maniera di raccontarla che credo rappresenti qualcosa di nuovo, diverso, nel panorama della narrativa italiana. Qualcosa di necessario, come scrive Giuseppe Genna nella quarta di copertina.

Il protagonista del romanzo, Demetrio, è un giornalista. Attraverso la sua storia, in un percorso fra memorie pubbliche e private, fra persone e personaggi che ne segnano l’esistenza , viaggiamo avanti e indietro nel tempo, in un tempo che non è quello usuale, segnato dalle ore e dalle date, ma quello che unisce i fatti, e le persone che li vivono, in base a un scala folle ed estremamente reale. In virtù del loro rapporto con il male. Passando dalle spoglie di Cesare Pavese, il Cristo di Quattordio, la  veggente che comunica con Vittorio Alfieri , le apparizioni di Renato Curcio e, soprattutto, l’infanzia difficile del fratello, la morte del  padre, il rapporto sadico, impossibile con Giulia, si compone un puzzle che convince il protagonista di essere stato toccato dal male.

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