traduzione

Rose Ausländer, Insieme

 

Insieme

Non dimenticate
amici
noi viaggiamo insieme

Scaliamo montagne
cogliamo lamponi
ci lasciamo trasportare
dai quattro venti

Non dimenticate
è il nostro
mondo in comune
quello indiviso
ahi quello diviso

Che ci fa fiorire
che ci annienta
questa dilaniata
terra indivisa
sulla quale noi
viaggiamo insieme

 

Rose Ausländer

(traduzione di Anna Maria Curci)

 

Gemeinsam

Vergesset nicht
Freunde
wir reisen gemeinsam

Besteigen Berge
pflücken Himbeeren
lassen uns tragen
von den vier Winden

Vergesset nicht
es ist unsere
gemeinsame Welt
die ungeteilte
ach die geteilte

Die uns aufblühen lässt
die uns vernichtet
diese zerrissene
ungeteilte Erde
auf der wir
gemeinsam reisen

 

Rose Ausländer

(altro…)

I poeti della domenica #293: Garcia Lorca, Se tu

 

El cielo se perderá:
muchacha campesina,
bajo el cerezo,
lleno de rojos gritos,
te deseo.

El cielo se borrará…
Si intiendes esto,
al pasar por el árbol
me darias tus besos.

Il cielo scomparirà:
ragazza contadina,
sotto il ciliegio,
pieno di gridi rossi,
ti desidero.

Il cielo si cancellerà…
Se tu lo capissi,
passando sotto gli alberi
mi baceresti.

 

Poesie sparse, Garzanti 1987; traduzione di Carlo Bo

PoEstate Silva #25: Arundhathi Subramaniam, da “A una poesia non ancora nata”

 

For a Poem, Still Unborn

Over tea we wonder why we write poetry.
Ten people read it, anyway.
Three are committed in advance
to disliking it.
Three feel a vague pang
but have leaking taps and traffic jams
to think about.
Two like it
and wouldn’t mind telling you so,
but don’t know how.
Another is busy preparing questions
about pat ironies
and identity politics.
The tenth is wondering
whether you wear contact lenses.
And we,
as soiled as anyone else
in a world addicted
to carbohydrates
and words,

still groping
among sunsets and line lengths and
slivers of hope
for a moment
unstained
by the wild contagion
of habit.

A una poesia non ancora nata

Davanti a un tè ci domandiamo perché scriviamo poesie.
Le leggono dieci persone, in ogni caso.
A tre non piacciono
per partito preso.
Tre provano un vago struggimento
ma devono pensare ai rubinetti che perdono
e al traffico cittadino.
A due piacciono
e non avrebbero problemi a dirtelo,
ma non sanno come.
Un’altra è tutta presa a preparare domande
sulle facili ironie
e sulla politica dell’identità.
La decima si chiede
se porti le lenti a contatto.

E noi
corrotti come chiunque altro
da un mondo assuefatto
ai carboidrati
e alle parole,

brancoliamo ancora
fra tramonti, metrica e
schegge di speranza
per un istante
immuni
dal terribile contagio
dell’abitudine. (altro…)

proSabato: Joaquín Pasos, L’angelo povero

Joaquín Pasos
L’ANGELO POVERO

Traduzione di Emilio Capaccio

 

I

Aveva un’espressione serena sul viso sporco. Uno sguardo invece assai tormentato nei suoi occhi chiari. La barba di molti giorni. I capelli ravvivati solo con le dita.
Quando camminava con il suo passo stanco, le punte delle ali si trascinavano per terra. Jaime voleva spuntargliele, perché non si sporcassero alle estremità che erano già pietosamente sfrangiate. Ma temeva come chi teme di toccare un angelo. Lavarlo, pettinarlo, sistemargli le piume, vestirlo con una bella camicia da notte di seta bianca, invece del vecchio camice che lo copriva, questo desiderava il bambino. Infilargli, al posto dei grossi e sporchi scarponi neri, dei sandali di raso lucente.
Un giorno trovò il coraggio di proporglielo.
Il povero angelo non disse nulla, fissò Jaime e se ne andò in giardino ad annaffiare i suoi piccoli roseti giapponesi.
Tutte le volte che si preparava a svolgere questo compito tirava su le ali e le intrecciava alle punte. C’era in quel gesto qualcosa del rimboccarsi le maniche dell’educata sguattera.
In realtà, poco gli servivano le ali nella vita domestica. Qualche volta le adoperava per attizzare il fuoco della cucina. Altre volte, le agitava con straordinaria velocità per rinfrescare la casa durante i giorni di caldo. Quando lo faceva accennava un sorriso in un modo strano. Quasi tristemente.
È chiaro che gli angeli dimostrino la loro età dalle ali, come gli alberi dalle loro cortecce. Ciò nonostante, nessuno sapeva che età avesse quell’angelo. Da quando era arrivato nella casa di Don José Ortiz Esmondeo, più o meno due anni prima, aveva lo stesso viso, lo stesso vestito, la stessa età indefinibile.
Non usciva mai, neanche per andare a messa la domenica. La gente del paese si era abituata a considerarlo come uno strano uccello celeste che viveva nella casa di Ortiz Esmondeo, rinchiuso come in una nicchia di una chiesa.
I ragazzi che giocavano sul ponte furono i primi a vederlo quando arrivò. Al principio gli lanciarono delle pietre, poi si spinsero fino a tirargli le ali. L’angelo sorrise e i ragazzi compresero dal suo sorriso che era realmente un angelo. Muti e timorosi, seguirono il suo passo posato, triste, quasi claudicante.
Entrò nel paese, con lo stesso camice, le stesse scarpe e con un berretto sulla testa. Con lo stesso aspetto di angelo umile e povero, con lo stesso sorriso misterioso.
Salutò con un gesto delle mani sporche, calzolai, sarti, falegnami, tutti gli artigiani che increduli interrompevano il lavoro nel vederlo passare.
E arrivò così alla fastosa casa di Don José Ortiz Esmondeo, circondato dalla gente curiosa del vicinato.
Donna Alba, la signora, aprì la porta.
— Sono un angelo povero – disse l’angelo. (altro…)

Tre poesie da “Princesse Amande” di Lucie Delarue-Mardrus

Lucie Delarue Princesse Amande copertinapiatta

Lucie Delarue-Mardrus (1874-1945), Princesse Amande
Traduzione di Emilio Capaccio, LietoColle 2017

 

Cheveux coupés

J’ai coupé mes cheveux afin que mon visage,
sous sa coiffure d’autrefois,
ne puisse me montrer la déchirante image
du temps aux implacables doigts.

En changeant de coiffure on croit changer de tête.
Il me semblera vieillir moins
sous la courte toison rejetée en tempête
où je puis enfoncer mes poings.

J’ai, de même qu’au temps où les belles prêtresses
sacrifiaient aux morts élus,
comme sur un tombeau consacré mes deux tresses
a ma jeunesse qui n’est plus.

 

Capelli tagliati

Ho tagliato i capelli perché il mio viso,
sotto la piega di una volta,
non possa mostrarmi la straziante immagine
del tempo dalle implacabili dita.

Cambiando piega sembra di cambiare testa.
Crederò di invecchiare meno
sotto il corto tosone rigettato in tempesta
dove posso conficcare i miei pugni.

Così come un tempo le belle sacerdotesse
sacrificavano le morti elette,
ho come su un sepolcro consacrato le due trecce
alla mia giovinezza che non c’è più.

 

Tempête

Toi si douce, si bleue au bout de tout chemin,
mer, tu n’es plus ce soir qu’une ombre qui déferle
dans l’orage couleur de perle.

J’entends au loin crier, la bouche à leurs deux mains,
les millions surgis de sirènes mêlées
de tes vagues échevelées.

Veux-tu de moi? j’irai jusqu’à toi, cette nuit.
Tes passions avec leurs dégâts et leur bruit
ne grondent pas plus que les miennes.

J’irai! Ce souffle rauque est celui qu’il me faut,
et vous vous souviendrez des râles de Sapho,
fureurs méditerranéennes! (altro…)

Glen Sorestad, poesie tradotte da Angela D’Ambra

 

Poesie da Acqua e roccia – traduzione di Angela D’Ambra

Interludio: Poesie di Glen Sorestad

 

Primo mattino

anticipazione
ci accelera sull’acqua.

Fervore fanciullesco scisso
tra mondano e mistero,

gli scenari così familiari, pure rinnovati
ogni anno proprio come primavera.

Gli occhi confermano di nuovo
quelle immagini depositate

nella memoria del cuore,
cercano d’abbracciare tutto

ancora e ancora, come se
cose così fossero davvero

troppo preziose per durare –
forse il conoscere, sì,

sempre il conoscere
questo è vero.

First Morning

anticipation
speeding us across the water.

Boyish eagerness torn
between mundane and mystery,

the sights so familiar, yet renewed
each year like spring itself.

The eyes confirm anew
those images lodged

in the heart’s memory,
seek to encompass everything

again and again, as if
such things must surely be

too precious to last –
perhaps the knowing, yes,

always the knowing
this is true.

(altro…)

Juan Villoro, El puño en alto

opera di Ettore Sottsass, foto di Gianni Montieri

 

Eres del lugar donde recoges
la basura.
Donde dos rayos caen
en el mismo sitio.
Porque viste el primero,
esperas el segundo.
Y aquí sigues.
Donde la tierra se abre
y la gente se junta.

Otra vez llegaste tarde:
estás vivo por impuntual,
por no asistir a la cita que
a las 13:14 te había
dado la muerte,
treinta y dos años después
de la otra cita, a la que
tampoco llegaste
a tiempo.
Eres la víctima omitida.
El edificio se cimbró y no
viste pasar la vida ante
tus ojos, como sucede
en las películas.
Te dolió una parte del cuerpo
que no sabías que existía:
La piel de la memoria,
que no traía escenas
de tu vida, sino del
animal que oye crujir
a la materia.
También el agua recordó
lo que fue cuando
era dueña de este sitio.
Tembló en los ríos.
Tembló en las casas
que inventamos en los ríos.
Recogiste los libros de otro
tiempo, el que fuiste
hace mucho ante
esas páginas.
Llovió sobre mojado
después de las fiestas
de la patria,
Más cercanas al jolgorio
que a la grandeza.
¿Queda cupo para los héroes
en septiembre?
Tienes miedo.
Tienes el valor de tener miedo.
No sabes qué hacer,
pero haces algo.
No fundaste la ciudad
ni la defendiste de invasores.

Eres, si acaso, un pordiosero
de la historia.
El que recoge desperdicios
después de la tragedia.
El que acomoda ladrillos,
junta piedras,
encuentra un peine,
dos zapatos que no hacen juego,
una cartera con fotografías.
El que ordena partes sueltas,
trozos de trozos,
restos, sólo restos.
Lo que cabe en las manos.

El que no tiene guantes.
El que reparte agua.
El que regala sus medicinas
porque ya se curó de espanto.
El que vio la luna y soñó
cosas raras, pero no
supo interpretarlas.
El que oyó maullar a su gato
media hora antes y sólo
lo entendió con la primera
sacudida, cuando el agua
salía del excusado.
El que rezó en una lengua
extraña porque olvidó
cómo se reza.
El que recordó quién estaba
en qué lugar.
El que fue por sus hijos
a la escuela.
El que pensó en los que
tenían hijos en la escuela.
El que se quedó sin pila.
El que salió a la calle a ofrecer
su celular.
El que entró a robar a un
comercio abandonado
y se arrepintió en
un centro de acopio.
El que supo que salía sobrando.
El que estuvo despierto para
que los demás durmieran.

El que es de aquí.
El que acaba de llegar
y ya es de aquí.
El que dice “ciudad” por decir
tú y yo y Pedro y Marta
y Francisco y Guadalupe.
El que lleva dos días sin luz
ni agua.
El que todavía respira.
El que levantó un puño
para pedir silencio.
Los que le hicieron caso.
Los que levantaron el puño.
Los que levantaron el puño
para escuchar
si alguien vivía.
Los que levantaron el puño para
escuchar si alguien
vivía y oyeron
un murmullo.
Los que no dejan de escuchar.

 

Sei del luogo dove raccogli
l’immondizia.
Dove due fulmini cadono
nello stesso punto.
Hai visto il primo, perciò
aspetti il secondo.
E qui resti.
Dove la terra si apre
e la gente si unisce.

Sei arrivato in ritardo, di nuovo:
per grazia di impuntualità sei
vivo, per mancare all’appuntamento
che alle ore 13:14 ti avrebbe
dato la morte,
trentadue anni dopo l’altro
appuntamento, al quale pure
non arrivasti
in tempo.
Sei la vittima omessa.
L’edificio oscillò e tu non
hai visto passare la vita
davanti ai tuoi occhi, come
accade nei film.
Ti fece male una parte del corpo
che non sapevi esistesse:
la pelle della memoria
che non evocò scene
della tua vita, ma
dell’animale che sente
scricchiolare
la materia.
Anche l’acqua si ricordò
ciò che fu quando
era padrona di questo luogo.
Tremò nei fiumi.
Tremò nelle case
che inventammo nei fiumi.
Hai raccolto i libri di un altro
tempo, quel che eri
molto prima di queste
pagine.
Piovve sul bagnato
dopo le feste
della patria,
più vicine alla baldoria
che alla grandezza.
C’è spazio per gli eroi
in settembre?
Hai paura.
Hai il coraggio di avere paura.
Non sai che fare,
ma fai qualcosa.
Non hai fondato la città
né l’hai difesa dagli invasori.

Semmai, sei un mendicante
della storia.
Sei chi raccoglie rifiuti
dopo la tragedia,
chi sistema mattoni,
unisce pietre,
trova un pettine,
due scarpe spaiate,
un portafogli con delle fotografie.
Chi ordina parti sciolte,
pezzi di pezzi,
resti, solo resti,
quel che ci sta tra le mani.

Sei chi non ha guanti,
chi distribuisce acqua,
chi regala le sue medicine
perché è già guarito dall’orrore.
Chi vide la luna e sognò
cose strane, ma non
seppe interpretarle,
chi sentì miagolare
il suo gatto mezz’ora
in anticipo e lo comprese
solo alla prima
scossa, quando l’acqua
salì dal water.
Chi pregò in una lingua
straniera perché aveva dimenticato
come si prega.
Chi ricordò chi stava
dove.
Chi corse dai suoi figli
a scuola.
Chi pensò a coloro che
avevano figli a scuola.
Chi rimase senza batteria.
Chi scese in strada per offrire
il proprio cellulare.
Chi entrò a rubare in un
negozio abbandonato
e se ne pentì in
un centro di raccolta.
Sei chi sapeva di essere di troppo.
Chi stette sveglio affinché
gli altri dormissero.

Chi è di qui.
Chi è appena arrivato
e già è di qui.
Chi dice “città” per dire
tu, e io, e Pedro, e Marta,
e Francisco, e Guadalupe.
Chi resta due giorni senza luce
né acqua.
Chi ancora respira.
Chi alzò il pugno
per chiedere il silenzio.
Coloro che se ne accorsero.
Coloro che alzarono il pugno.
Coloro che alzarono il pugno
per sentire
se qualcuno fosse vivo.
Coloro che alzarono il pugno per
sentire se qualcuno
fosse vivo e udirono
un mormorio.
Coloro che non smettono di ascoltare.

© Juan Villoro 

traduzione di Chiara Caradonna  
un grazie a Carmen Gallo

 

 

Juan Villoro

Nato a Città del Messico nel 1956, è autore di saggi, racconti e romanzi, e una delle figure più importanti nel panorama letterario messicano contemporaneo. Il 22 settembre 2017, tre giorni dopo il violento sisma (7.1 della scala Richter) che ha colpito la zona centrale del Messico mietendo numerose vittime anche nella capitale, Villoro pubblica sul quotidiano Reforma, al posto del suo regolare contributo, la poesia El puño en alto. Il testo viene condiviso, diventa un fenomeno virale. “A dire il vero non mi considero poeta”, dice Villoro in un’intervista. Il suo poema, una “litania del dolore”, nasce perché vengono meno le parole. È – aggiunge – un’omaggio immediato e istintivo alla solidarietà dimostrata dalla popolazione subito dopo il terremoto. Di questa solidarietà il pugno in alto è – come dimostrano le immagini scattate in quei giorni – a tal punto espressione concreta da trasformarsi a sua volta in simbolo di unità e perseveranza dal basso, che agisce indipendentemente dalle autorità. Nel suo contesto specifico il pugno in alto significa, come osserva Villoro: “restiamo in silenzio per dedicarci all’altro”, a chi ancora è seppellito sotto le macerie. Assume però anche un senso sociale e umano più ampio: “mettersi in ascolto di ciò che deve essere sentito”. Per Villoro il pugno in alto non è un gesto di potere, ma di ascolto.
Il sisma del 19 settembre scorso ha riportato alla memoria il terremoto che nello stesso giorno del 1985 distrusse Città del Messico. È questo l’appuntamento mancato cui fa riferimento la seconda strofa.

*

Chiara Caradonna è nata a Brescia nel 1986. Vive e lavora a Gerusalemme, dove è ricercatrice in letterature comparate presso la Hebrew University.

 

Seth Pennington, Gin Caldo (trad. A. Brusa)

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GIN CALDO

1
Mio nonno ha avuto un piccolo infarto, forse
nella notte, ma lo vengo a sapere solo il mattino dopo
al lavoro. È da un po’ che non lo vedo:
da dicembre, al matrimonio, quello a cui lo sposo-diciottenne
dimenticò di invitare la sua famiglia. Sono
anni che non passiamo davvero del tempo
assieme – lascio così sia questa mancanza a giustificarmi
per non averlo ancora chiamato.

2
Devo risponderti quando chiami, Bryan, e
mi dici: “Ho fatto una roba. Ho prenotato un hotel
e allungato la permanenza di una notte. Una piccola vacanza.
Scoperemo quanto ci pare, senza preoccuparci di nulla.”

3
Mio nonno mi aveva stretto la mano, “È bello vederti”
aveva detto, dopo che gli sposi ebbero intrecciato
i loro destini con quelli
di Dio e che la sposa era caduta ed era stata portata fuori
rossa di vergogna perché il suo abito aveva avuto la meglio
su di lei; gli astanti avevano cercato di coprire le risate
tossendo o tenendo le mani davanti alla bocca.

4
Ti sembra impossibile che non ci sia un secchiello
del ghiaccio e che il ghiaccio sia finito;
“Il gin caldo dovrebbe essere illegale”. Ma no,
è in questa serata che non riesci a credere,
e a come nonostante i programmi fatti
le cose siano andate così storte. Vado
in cerca della macchina del ghiaccio, pensando
che troverò sacchetti certamente e non secchielli. E invece
finisco nella lavanderia e trovo una madre che
cambia il pannolino al figlio su di una asciugatrice. (altro…)

Ingeborg Bachmann, Réclame

Ingeborg Bachmann, Réclame [1956]

Ma dove andiamo
senza pensieri sii senza pensieri
quando si fa buio e freddo
sii senza pensieri
ma
con musica
cosa dobbiamo fare
lietamente e con musica
e pensare
lietamente
al cospetto di una fine
con musica
e dove portiamo
al meglio 
le nostre domande e il fremito di tutti gli anni
nella lavanderia di sogni senza pensieri sii senza pensieri
ma cosa accade
al meglio 
quando silenzio di tomba

sopraggiunge

 

Ingeborg Bachmann
(traduzione di Anna Maria Curci)

(altro…)

I poeti della domenica #171: Peter Härtling, Tentativo di parlare con mio figlio

Peter Härtling in occasione di una lettura di poesie di Hölderlin a Nürtingen. Foto di Jüptner

 

Tentativo di parlare con mio figlio

Volevo raccontarti,
figlio mio,
nella rabbia
per la tua apparente
indifferenza,
per l‘estraneità
tra di noi,
di cui ti riempi la bocca,
volevo raccontarti,
ad esempio,
della mia guerra,
della mia fame,
della mia povertà,
di come sono stato strapazzato,
di come non sapessi più che fare,
volevo
rimproverarti
la tua ignoranza,
la tua pace,
la tua sazietà,
il tuo benessere,
che sono
anche i miei,
e mentre stavo
già lì
a parlare,
a tempestarti di colpi
di ricordo,
compresi che
null’altro ti stavo insegnando
se non odio e paura,
invidia e ottusità,
viltà e assassinio.
Il mio ricordo non è
Il tuo.
Come spiegarti
l‘incomprensibile?
Così parliamo
di cose
che conosciamo. (altro…)

Susan McMaster, A Vibora Gosta do Vento Calor

 

A Vibora Gosta do Vento Calor¹

(The viper savours the desert wind)

Portugal 1984

The old woman in black leans against the wall
podding fava beans from a red net bag
that nudges her feet ― snap-pull-slide ―
her hands flick in and out like tongues,
an arid wind gusts against the stone.

What joy is left
for an old woman here
at the end of her life?

Her hooded eyes close; she mutters and dreams
as her hands flick and snap.

What joy, what joy?
Both sons dead in the useless war,
the girls in the city,
the old man drowned four winters ago.

Through the bag by her feet, something moves ―
a thin brown line ―

What joy is left
but a bag of beans,
a whispering wind?

snouts closer ―
rears ―

She reaches, dreaming, down ―

What joy is given
to a thin brown snake . . .

. . . the viper flicks away.
Her hand begins to tremble.
She watches it shake,
then starts to laugh,
quivering, chortling, wheezing in the wind ―

at last leans back ―
wraps her shawl around her burning hand ―

When the wind has dried up
all your blood
there is nothing left to love
but the wind itself.

In the desert he is heat
In the wind I am song

A thin brown viper
slips down the chair
noses through the beans

is gone ―

 

[1] Testo pubblicato in Dark Galaxies,1987 (copyright Susan McMaster; tutti i diritti sono di esclusiva proprietà dell’autrice)

A Vibora Gosta do Vento Calor¹

(La vipera si gode il vento del deserto)

Portogallo 1984

La vecchia in nero s’appoggia al muro
mentre sguscia fave pescando da una sporta a rete rossa
che le sfiora i piedi ― spezza-tira via-rilascia ―
le mani guizzano dentro e fuori come lingue,
arido un vento sviscera la pietra.

Che gioia resta
qui a una vecchia
alla fine della sua vita?

Gli occhi socchiusi si serrano; mormora e sogna
mentre le mani spezzano d’un guizzo.

Che gioia, che gioia?
I figli entrambi morti nell’inutile guerra,
le figlie in città,
il vecchio annegato quattro inverni fa.

Nella sporta ai suoi piedi, qualcosa si muove –
un’esile linea bruna ―

Che gioia resta
se non una sporta di fave,
il sussurro del vento?

il muso più vicino ―
si ritrae ―

Lei, sognante, si china ―

Che gioia è data
a un’esile serpe bruna . . .

. . . la vipera guizza via.
La mano le inizia a tremare.
Ne osserva il tremito,
poi scoppia a ridere,
tremando, ridacchiando, ansimando nel vento ―

infine appoggia la schiena―
avvolge lo scialle intorno alla mano che brucia ―

Quando il vento t’ha prosciugato
tutto il sangue
non c’è più niente da amare
se non il vento in sé.

Nel deserto egli è il calore
Nel vento io sono canto

Un’esile vipera bruna
scivola lungo la sedia
tra le fave s’insinua, muso avanti

è andata ―

 

[1] Traduzione Angela D’Ambra, revisione della traduzione Anna Maria Curci

_______________________
Susan Mc Master è poetessa, redattrice letteraria, poeta performativo canadese.
Vive a Ottawa, Ontario, dove si è trasferita con la famiglia nel 1955 e dove ha frequentato la First Avenue Public School, Elmdale, Connaught, Lisgar Collegiate (1966), la Carleton University (B.A., inglese; studi universitari in giornalismo 1970), e l’Ottawa Teacher’s College (Elementary Certificate 1971). Susan ha insegnato alcuni anni, ma gran parte della sua carriera di lavoro retribuito è stata spesa come redattrice, in specie presso la National Gallery of Canada, per cui ha redatto qualcosa come quaranta cataloghi d’arte (1989-2008), e come fondatrice di Vernissage, la rivista della Galleria.
Con suo marito Ian trascorre parte di ogni estate nel loro cottage in Nova Scotia sulla baia di Fundy. Hanno due figlie adulte: Morel e Aven, sposata con Mark Sundaram, genitori dei loro nipoti: Eric, nato 2006, e Edmund, nato 2010.
Nel 2011-12 è stata Presidente della League of Canadian Poets
I suoi libri di poesia più recenti sono

  • Paper Affair: Selected Poems e New (Black Moss 2010)
  • Pith and Wry: Canadian Poetry (Scrivener Press 2010)
  • Crossing Arcs: Alzheimer’s, My Mother, and Me (Black Moss 2010), finalista per l’Acorn-Plantos People’s Poetry Prize (2010),  l’Ottawa Book Awards (2010) e l’ Archibald Lampman Poetry Prize (2010)

 
È autrice di varie raccolte di parole e musica, registrazioni di poesia per performance, copioni; ha  curato antologie e collane di poesia; è stata fondatrice ed editore della rivista nazionale femminista e d’arte Branching Out (1973-).
La McMaster è stata membro fondatore del gruppo intermediale First Draft (1981-) tra i cui membri segnaliamo: Andrew McClure, Colin Morton, Alrick Huebener, Roberta Huebener, Claude Dupuis, Peter Thomas e David Parsons. Insieme, hanno registrato, pubblicato e realizzato qualcosa come 40 esibizioni in tutto il Canada nel 1980.
Dal 1996, è stata paroliere in Geode Music & Poetry (ex-SugarBeat), dando vita a quattro registrazioni di parole e musica con Jennifer Giles alle tastiere, Alrick Huebener al basso, Gavin McLintock al sax, e altri, tra cui Dave Broscoe, Jamie Gullikson,  Mike Essoudry, Petr Cancura, Mark Molnar, John Higney, Linsey Wellman, Penn Kemp, Colin Morton, e Max Middle. Ha realizzato spettacoli e registrato con SugarBeat e Geode in oltre 50 sedi, tra cui il Banff Centre, la Nazional Library, il Kingston Fringe Jazz Festival, il Rasputin, il Blue Skies Music Festival, l’Ottawa Folk Festival, l’Elora Music Festival, l’Artscape, il WordBeat, il Morningside, Go, il National Arts Center Fourth Stage, l’International Writers Festival di Ottawa.
Susan ha dato letture di poesia e si è esibita in festival ed eventi in Francia e in Italia.
Il suo libro di mezz’età, i ricordi contenuti in The Gargoyle’s Ear: Writing in Ottawa (Black Moss, 2007) racconta storie di progetti, contatti e interessi che formano la sua vita di poeta.
Il libro millenaristico, Waging Peace, raccoglie poesia, arte e testi da Convergence: Poems for Peace, che nel 2001 ha presentato in tutto il Canada, a deputati e senatori, poesie in forma d’arte.
La sua raccolta di poesie Until the Light Bends (Black Moss Press) è entrata nella rosa dei finalisti dell’Archibald Lampman Award per la poesia (2005) e dell’Ottawa Book Award (2005) quale miglior libro dell’anno. Allegato al libro, il CD audio-parole Until the Light Bends, con Geode Music & Poetry, Pendas Productions.
Susan è membro della League of Canadian Poets, del Writers’ Union of Canada, della Nova Scotia Writers’ Federation, PEN (Canada), del Writers’ Trust, SOCAN, Access copyright, e della Religious Society of Friends (Quakers).

Collegamenti
http://www.library.utoronto.ca/canpoetry

(nota biografica a cura di Angela D’Ambra)

Festlet! #5: Incroci

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Girando per il Festival appena concluso ho notato, per un anno ancora, quanto la parola “letteratura” contenuta nel suo nome sia iridescente e dotata di profondissima accoglienza. Quello che commuove, in questo Festival, è l’offerta di un bagaglio di conoscenza che va dalla ludica più leggera a ogni tipo di competenza settoriale. Ho già avuto la possibilità di raccontare eventi sull’astrofisica, sulla musica, sull’antropologia (non ho avuto il cuore, invece, di partecipare a quelli sull’entomologia) ma non ho avuto mai modo ancora di dirvi che nelle cantine del Palazzo Ducale era stata allestita una sala giochi con videogame dagli anni ’80 a oggi a disposizione del pubblico; che Dino Baldi (autore del delizioso Vite efferate di papi, Quodlibet 2015)  ha tenuto per noi una lezione di storia sulle vite – e le morti – degli eredi di Pietro da farsi rimangiare l’augurio di “stare come un papa”; o che Michela Murgia ci ha raccontato una conversazione avuta con Luca Molinari che aveva alla base l’architettura mantovana e una domanda: perché tanta bellezza deriva spesso da società ingiuste, mentre la nostra democrazia produce sostanzialmente villette a schiera?; che Leonardo Ortolani, celebre fumettista e creatore di RatMan, ha ricordato ancora una volta al suo pubblico dell’Aula Magna dell’Università che il suo personaggio è in via di chiusura: «Senza la fine non si definisce tutto quello che c’è stato prima; penso di aver detto abbastanza, di aver toccato tutti i temi, e quanto all’essermi sentito schiavo del successo dico ma magari.»
Gli incroci tra le discipline sono stati la vera anima di questo FestLet. Mi piacerebbe raccontarne tre in particolare cui ho assistito negli ultimi giorni. (altro…)