tradurre poesia

proSabato: Yves Bonnefoy, La comunità dei traduttori

[…] E il compito del traduttore? Ebbene, se questo non è un semplice storico, se non vuole soltanto farci sapere quali erano nella Divina Commedia il nome e i maneggi degli interlocutori di Dante all’inferno o al purgatorio, se vuole tradurre la poesia come tale, anche a lui occorre riconoscere che il primo oggetto della sua attenzione non devono essere gli intrichi semantici della materia testuale, ma quel ritmo, quella musica dei versi, quell’entusiasmo della materia sonora che hanno permesso al poeta di trasgredire nella frase il piano in cui la parola è innanzitutto concetto. E per essere così attento, che gli abbisogna se non lasciarsi prendere egli stesso, ingenuamente, immediatamente, da quella musica, perché essa susciti in lui – lui, che ridirà il senso – lo stesso stato poetico, lo stesso «stato cantante» che pervade l’autore della poesia? Che sappia ascoltare così, rispondere così, reagire così: e poi una musica, ormai la sua, nascerà in lui, stavolta dal grembo della sua lingua, s’impadronirà delle parole della traduzione che progetta, e un sentiero si aprirà, verso l’esperienza della Presenza, verso il sapere della vita, che quella musica delle parole era la sola a rendere possibile. Dopodiché poco importa che i nuovi ritmi siano differenti per via della prosodia dei timbri, della ritmica propria dell’opera originale: poiché l’essenziale è che un vero rapporto si sia stabilito nel traduttore divenuto poeta con la materia sonora, e ben vani mi sembrano i tentativi che si sforzano di imitare in francese la metrica di Keats o quella di Yeats. Certo la forma dell’opera è parte della sua intuizione d’insieme, e bisogna viverne il senso. Ma le rese di piedi con piedi e rime con rime reprimono sgradevolmente la spontaneità del traduttore; e in ogni caso nessuna lingua è capace in materia di prosodia di passare per le vie di un’altra. Quel che occorre è che l’accesso alla musica dei versi susciti uno stato per la grazia del quale la coscienza del traduttore approfondendosi, semplificandosi, faccia sì che il dire della poesia gli divenga chiaro, evidente, e si proponga pertanto, si proponga nuovamente, come del vissuto in potenza: un vissuto, se il traduttore lo fa suo, che certamente non sarà, negli anni che seguiranno, un ostacolo per il suo lavoro! Perché è con le parole che sappiamo impiegare nella nostra vita che scriviamo meglio le poesie. E traduciamo bene solo se possiamo partecipare pienamente a quanto cerchiamo di tradurre. (altro…)

Lutz Seiler, La domenica pensavo a Dio

Lutz Seiler 
LA DOMENICA PENSAVO A DIO
Traduzioni di
Gio Batta Bucciol
Anna Maria Curci
Milo De Angelis
Paola Del Zoppo
Federico Italiano
Theresia Prammer
Silvia Ulrich

Il mio primo incontro con Lutz Seiler è avvenuto a distanza, attraverso un suo componimento poetico che ha immediatamente attratto la mia attenzione, Nel latino dei campi. Poi sono arrivati i racconti de Il peso del tempo, letti nell’originale e nella bella traduzione di Paola Del Zoppo e, finalmente, l’incontro reale a Roma, il 16 novembre 2011, in occasione della presentazione del volume di racconti presso l’associazione “Villaggio Cultura – Pentatonic”.  I primi mesi del 2012 sono trascorsi nella familiarità quasi quotidiana con la sua scrittura. In ordine di tempo, sono venuti prima l’elaborazione di un percorso di geocritica dedicato, tra l’altro, al “paesaggio accidioso” della Turingia mineraria di Seiler, poi la collaborazione alla sua prima antologia poetica in traduzione italiana.

Il volume di Lutz Seiler LA DOMENICA PENSAVO A DIO/SONNTAGS DACHTE ICH AN GOTT, molto ben curato da Paola Del Zoppo, sarà presentato da Paola Del Zoppo e da chi scrive oggi, 7 ottobre 2012, alle ore 17 presso ll’associazione “Villaggio Cultura – Pentatonic”.  Alle poesie di Lutz Seiler in traduzione italiana presterà voce Filippo Nicosia. (a.m.c.)

prima della demolizione

prima della demolizione arriva l’arresto
di tutto, la piazza pulita, il
parlato si allontana &
ammutolisce, un piccolo
secco sentore umano
affiora, staccato dalla casa
batte il bastone sulle frasche.
carta di baro truccata dal riso
è il suo abbeveratoio, leggermente
infiammabili sono le circo–
stanze oculari – il
tremito delle mani
al di sopra del terreno, il loro rintoccare
nell’aria: un andare andare
nel maldestro

(Trad. di Anna Maria Curci)

vor dem abriß

vor dem abriß kommt die rast
von allem, die bereinigung. das
gesprochene entfernt sich &
verstummt. ein kleiner
trocken mensch geruch
taucht auf, gelöst vom haus
schlägt er den stock ins laub.
vom lachen gezinkt
ist seine tränke, leicht
entzündlich sind die augen–
umstände – das
anzucken der hände
über dem boden, ihr läuten
in der luft; ein gehen gehen
ins ungelenke

(208 – 209)

stai attento

da bambini volevamo sempre
marciare in altri
paesi, ma
ai confini del bosco eravamo vecchi
& dovevamo tornare indietro.
una pupilla la madre, una
pupilla il padre;
& se di sera dovevamo essere per tempo
a casa, con le loro
capriole ci indicavano la strada

(Trad. di Milo De Angelis e Theresia Prammer)

hüte dich

als kinder wollten wir immer
in andere länder
marschieren, aber
am waldrand waren wir alt
& mußten zurück.
ein augapfel die mutter, ein
augapfel der vater;
& mußten wir abends zur zeit
nach haus, so
rollten uns beide voraus

(230-231)

all’est dei länder

il vento si alzava
al confine sui cani che salivano
gli scheletri ramificati
fischiava un’assordante sciocca
canzone di montagna. venne la neve
& strappò la tenda
di ferro dai loro occhi quello
sguardo spento nell’hinterland
era il nostro accontentarci. sì
saremmo se avessimo potuto
andare via sempre
rimasti da noi

(Trad. di Paola Del Zoppo)

im osten der länder

wind kam auf die grenzland
hunde stiegen an
ihren zart verästelten gerippen
pfiff ein betörend töricht
wanderlied. schnee kam auf
& riss der eisen
vorhang ihrer augen jener
stumpfe blick ins hinterland
zeigte dass wir uns beschieden. ja
wir wären wenn wir hätten
gehen können immer fort
bei uns geblieben

(72-73)


prima dell’era volgare

buca delle lettere notturna, colpo d’ombra
della portiera nell’ingresso di casa
battibecco, dal–
l’acqua sollevato & ammutolito
nelle cerchie annuali. All’improvviso
vecchi gli appunti
tra respiri &
ciò che segue, alle spalle, a tavola, ciò
che di notte le vertebre
sfalda nella tua flessione – come
intende la scia lasciata dalla lumaca tutto tempo
tu respiri piano, battendo attraverso
le branchie di questa oscurità

(Trad. di Silvia Ulrich)
vor der zeitrechnung

nachtbriefkasten, schattenschlag
der fahrertür im hauseingang;
wortwechsel, aus
dem wasser gehoben & verstummt
in jahresringen. plötzlich
alt die notizen
zwischen atemzügen &
was nachkommt, im rücken, am tisch, was
nachts die wirbel aus–
einanderzieht in deiner beuge – wie
die verlassne spur es meint der schnecke alles zeit
atmest du langsam, schlagend durch
die kiemen dieser dunkelheit

(116-117)
alla ferrovia

passo a passo, per rallentare
negli occhi: questa
era la tua via di casa. vedevo
lanterne affondare, disseminate
consuete come tombe, brevi
treni, la sera alla ferrovia quando
lente le solette di questo marciapiede
si rizzano & la luce
nei vagoni è
come luce da bei soggiorni, buona gente che
in posizione seduta passa; io
percepii pelle: i colori
di lampade da tavolo, più belle, nel vagone–ristorante &
un bicchiere tra due tali divenne
lento, in alto
agitato a sangue. fermo & appesovi,
fino a che il tempo mi dislocò, rimasi

per Nadja

(Trad. di Federico Italiano)

an der bahn

schritt für schritt, um nachzulassen
in den augen: das
war dein nach–hause–weg. ich sah
laternen untergehn, verstreut
vertraut wie gräber, kurze
züge, abends an der bahn wenn
platten dieses gehsteigs locker
hochstehn & das licht
in den waggonen ist
wie licht aus guten stuben, guten menschen die
in sitzhaltung vorüberfahrn; ich
spürte haut: die farben
schöner tischlampen im speisewagen &
ein glas zwischen zwei beiden wurde
langsam, hoch
aufs blut geschwenkt. ich stand & war
bis mich die zeit verschob: daran gehängt

für Nadja

(136-137)

Lutz Seiler, La domenica pensavo a Dio. A cura di Paola Del Zoppo. Del Vecchio editore, 2012
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« Di Lutz Seiler si racconta molto spesso innanzitutto la biografia: nato a Gera, in Turingia, in un Paese cancellato dalla cartina geografica, ha vissuto l’infanzia e la giovinezza nella profonda DDR, è stato falegname e muratore e “a un certo punto” ha cominciato a scrivere.
Si è affermato come poeta, poi ha sviluppato alcune immagini del suo passato anche in una raccolta di racconti (Die Zeitwaage) per poi tornare di nuovo alla lirica con la raccolta im felderlatein. Vive a Wilhelmshorst, nei pressi di Berlino, dove cura la casa/ museo del poeta Peter Huchel. È importante, la biografia di Lutz Seiler, perché nei due decenni trascorsi, si era affacciato sulla scena poetica tedesca in particolare come cronista del passato più recente che, con mirabile sintesi espressiva, rielabora in tutte le sue raccolte poetiche e in prosa finora pubblicate». (da: Paola Del Zoppo, Odore di poesia, in: La domenica pensavo a Dio, p. 261)

Lutz Seiler, Nel latino dei campi

“Coltivare una lingua”: mai il senso pieno di questa espressione mi è apparso così familiare come nel leggere e nel tradurre im felderlateinnel latino dei campi, di Lutz Seiler.
La poesia di Lutz Seiler, che dà il titolo alla raccolta di versi pubblicata nel 2010 dalla casa editrice Suhrkamp, suggerisce – “leise”, a voce bassa – percorsi nei campi coltivati delle lingue e, allo stesso tempo, rivendica diritto di parola, lungo “strade radiali”, fuori dalle città, oltre i giardini pre-ordinati, alla ruvidezza della corteccia, al rollio sommesso, alla sete di ponti d’acqua, all’atto creativo, figlio-bimbo seduto sulla collina, che annusa, contempla, percorre con tutti i sensi il “latino dei campi”.

im felderlatein
einmal begründet sind wir ein bast
auf der borke
zu gast in der rinde & inneres kind
der ausfall strassen. diese

strassen sind eine leise gesprochene
sprache noch über das einmal
gesagte hinweg an den gärten
ins felderlatein. dort

sitzt das kind auf einem hügel die
welt ist aus sand gemurmelte sprachen
rollen nach innen wollen
auch wasser brücken

& strassen
benötigen leise
rollende sprachen das
eigene kind im felderlatein

Qui si può ascoltare Lutz Seiler che legge im felderlatein

nel latino dei campi

una volta fondati siamo un filo di rafia
sulla scorza
ospiti nella corteccia & figlio interno
delle strade radiali. queste

strade sono una lingua parlata
a voce bassa oltre ciò che è stato detto
un tempo passa per i giardini
fino al latino dei campi. lì

siede il bimbo sopra un colle il
mondo è lingue mormorate di sabbia
rotolano all’interno vogliono
anche acqua ponti

& strade
hanno bisogno di lingue
che rotolano a voce bassa il
proprio figlio nel latino dei campi

Lutz Seiler
(traduzione di Anna Maria Curci)

Dalla raccolta di racconti Il peso del tempo (traduzione di Paola del Zoppo, titolo originale Die Zeitwaage, letteralmente “la bilancia del tempo”), appena pubblicata dall’editore Del vecchio, riporto le notizie biografiche relative a Lutz Seiler:
“Lutz Seiler (Gera, 1963) è uno dei più importanti scrittori contemporanei di lingua tedesca. Le sue poesie e i suoi racconti gli sono valsi numerosi riconoscimenti, tra i quali il PREMIO ANNA SEGHERS (2002), il PREMIO LETTERARIO DELLA CITTÀ DI BREMA (2004) e il PREMIO INGEBORG BACHMANN (2007). Con Il peso del tempo si è aggiudicato il prestigioso PREMIO FONTANE (2010) e il DEUTSCHER ERZÄHLERPREIS (2010), premio nazionale per la narrativa. Dal 1997 vive a Wilhelmshorst (Potsdam) nella casa/museo in cui abitò fino al 1971 il poeta dissidente Peter Huchel (1903–1981), divenuta, grazie all’attivo impegno di Seiler, un’importante istituzione nel panorama culturale della Germania contemporanea”.
Lutz Seiler è borsista all’Accademia Tedesca di Villa Massimo. Questa è la pagina che lo presenta sul sito di Villa Massimo.

Pedro Salinas, La voce a te dovuta (post di Natàlia Castaldi)

Pedro Salinas

Pedro Salinas (Madrid 1891 – Boston 1951)

La voce a te dovuta è un “canzoniere di poesie di tema amoroso che si intrecciano in continua ricerca ed indagine sul senso stesso dell’amore, esplorandone i diversi momenti e stati d’animo attraverso l’osservazione dei più piccoli dettagli della quotidianità che viene interiorizzata e passata al setaccio dei sensi della logica sentimentale.
Dire che Salinas cerchi di definire l’essenza stessa dell’amore sembrerebbe avvolgere in un’aura d’astrattismo la sua ricerca poetica, sebbene alla fine sia proprio questo lo scopo ultimo della sua opera.
In questa raccolta della maturità, il poeta non si separa dalla propria esperienza d’amore, ma da essa parte incamminandosi in un viaggio attraverso le domande e le risposte che la ricerca stessa via via gli rivelerà attraverso l’esplorazione delle sensazioni e dei sentimenti incisi sulla carta, ed anche quando sembra allontanarsi dal reale rapporto con una donna concreta, per andare ad esplorare la sublimazione del sentimento, quasi distaccandosi dalla realtà carnale e terrena della “compagna”, la forma stessa della sua poetica appare ritrascinarlo in terra con l’originale ironia che congegna la sua opera di ricerca ed indagine sulla realtà amorosa, versificata sotto forma di descrizione aneddotica dei momenti della relazione d’amore.
Il “tu” concettualizzato cui egli rivolge attenzione d’amante, anche quando potrebbe sembrare dissolversi nelle labbra, negli occhi e nei gesti della donna amata per quanto “ideale”, non avrà mai nulla di vagamente etereo o astratto femminile, ma al contrario conserverà, seppure nella sua “irraggiungibile perfezione”, tutta l’umanità terrena e carnale della donna concretamente amata e desiderata.
La voz a ti debida (1939) segue alla pubblicazione di Razòn de amor (1936) e Poesia Junta (1937) ed è l’ultima raccolta scritta da Salinas prima degli eventi dell’esilio e della guerra, ed in essa si racchiude quindi un sentimento maturo di malinconica consapevolezza e rassegnazione non disgiunto da un tocco di logica e disincantata ironia, che ne fanno la summa della poetica sì sentimentale ma anche di grande ingegno creativo del poeta, in cui si esplica oltre alla ricerca degli aspetti tutti della vicenda amorosa, quel senso ineluttabile della fragilità dell’esistenza e del crollo degli ideali che avrebbe di lì a poco stravolto l’ordine del suo mondo.

Natalia Castaldi

 

versi 1385-1407, da la voz a ti debida:

La forma de querer tú
es dejarme que te quiera.
El sí con que te me rindes
es el silencio. Tus besos
son ofrecerme los labios
para que los bese yo.
Jamás palabras, abrazos,
me dirán que tú existías,
que me quisiste: jamás.
Me lo dicen hojas blancas,
mapas, augurios, teléfonos;
tú, no.
Y estoy abrazado a ti
sin preguntarte, de miedo
a que no sea verdad
que tú vives y me quieres.
Y estoy abrazado a ti
sin mirar y sin tocarte.
No vaya a ser que descubra
con preguntas, con caricias,
esa soledad inmensa
de quererte sólo yo.

Il modo tuo d’amare
è lasciare che io ti ami.
Il sì con cui ti abbandoni
è il silenzio. I tuoi baci
sono offrirmi le labbra
perché sia io a baciarle.
Mai parole, abbracci
mi diranno che esistevi,
che mi amavi: mai.
Me lo dicono fogli bianchi,
mappe, telefoni, presagi:
ma tu, tu, no.
E sto abbracciato a te
senza chiederti nulla, per timore
che non sia vero
che tu vivi e mi ami.
E sto abbracciato a te
senza guardarti, senza toccarti:
non debba mai scoprire
con domande o carezze
l’immensa solitudine d’amarti solo io.

 

Versi 857-891

Yo no puedo darte más.
No soy más que lo que soy.
¡Ay, cómo quisiera ser
arena, sol, en estío!
Que te tendieses
descansada a descansar.
Que me dejaras
tu cuerpo al marcharte, huella
tierna, tibia, inolvidable.
Y que contigo se fuese
sobre ti, mi beso lento:
color,
desde la nuca al talón,
moreno.
¡Ay, cómo quisiera ser
vidrio, o estofa o madera
que conserva su color
aquí, su perfume aquí,
y nació a tres mil kilómetros!
Ser
la materia que te gusta,
que tocas todos los días
y que ves ya sin mirar
a tu alrededor, las cosas
-collar, frasco, seda antigua-
que cuando tú echas de menos
preguntas: “¡Ay!, ¿dónde está?”
¡Y, ay, cómo quisiera ser
una alegría entre todas,
una sola, la alegría
con que te alegraras tú!
Un amor, un amor solo:
el amor del que tú te enamorases.
Pero
no soy más que lo que soy.

Io non posso darti di più
Non sono più di quello che sono.
Vorrei essere sabbia,
sole,
in estate!
Vorrei che ti stendessi su me
riposata a riposare.
Che lasciassi il tuo corpo andandotene,
impronta morbida, tiepida, incancellabile.
E che con te, su te,
se ne andasse il mio bacio lento:
colore,
dalla nuca al tallone,
bruno.
Ah, come vorrei essere
vetro, seta, legno,
che conserva il suo colore
qui, il suo profumo
qui,
nato tremila chilometri lontano!
Essere
la materia che ti piace,
che tocchi ogni giorno,
che vedi senza guardare
intorno a te,
essere le cose
– collana, profumo, seta antica –
che quando ti mancano
ti chiedi: “Ah, ma dov’è?”
Ah come vorrei essere
un’allegria fra tutte,
una sola,
l’allegria che ti fa allegra!
Un amore, un solo amore:
l’amore di cui ti innamori

Ma
non sono più di quello che sono.

 

Trad. Natàlia Castaldi, 2009

Un dono di musica, poesia e pittura- Hugo Alfvén & Sten Selander (post di natàlia castaldi)

Hugo Alfvén – View at lake Siljan from Tällberg – 1925
L'alba dirada in piccoli arcobaleni di luce
ed è un nuovo giorno ...
.
buon ascolto.
.
- Hugo Alfvén - Summer rain -
.
*
Hugo Alfvén - Alba sul mare
.

 

Gryning vid havet - Sten Selander (Svezia, 1891-1957) 

Per una biografia dell'autore (in inglese) vedi:
http://sv.wikipedia.org/wiki/Sten_Selander 

Alba sul mare
(traduzione di Piero Pollesello)
.
La superficie del mare è lucida
come uno scudo di rame e acciaio,
ma sotto, nel profondo, la corrente è forte.
Tutto è silenzio,
come se la vita stessa fosse sepolta
sotto campi neri come la notte.
.
Sorgerà presto il sole dietro alla montagna?
Il cielo è rosso,
c’è una minaccia in quel colore.
La tempesta arriverà,
la tempesta di mare.
Quella che ruggisce, quella che ride,
che batte, così virile e forte!

*

Gryning vid havet - di Sten Selander
.
Blankt som en sköld av koppar och stål ligger havet,
men djupt under ytan går strömmen stark
Allt är så tyst, som om livet själv låg begravet
under de nattsvarta åsarnas mark.
.
Stiger ei morgonen snart över bergen?
Himlen är röd, det är hot i den vredesrodnande färgen.
Stormen skall komma, stormen från havet
Stormen som skratta, stormen, som slår,
manligt, härlig och stark. 

*

Lirica musicata da Hugo Alfvén (1872-1960) per coro maschile

*

Per conoscere la pittura di Hugo Alfvén cliccare QUI

*

Mark Strand: la metafisica dell’assenza – due poesie (post di natàlia castaldi)

Mark Strand
Mark Strand

Moon,  Mark Strand

Open the book of evening to the page
where the moon, always the moon appears

between two clouds, moving so slowly that hours
will seem to have passed before you reach the next page

where the moon, now brighter, lowers a path
to lead you away from what you have known

into those places where what you had wished for happens,
its lone syllable like a sentence poised

at the edge of sense, waiting for you to say its name
once more as you lift your eyes from the page

close the book, still feeling what it was like
to dwell in that light, that sudden paradise of sound.

*

Luna

Apri il libro della sera alla pagina
in cui la luna, sempre la luna, ancora appare

lì tra due nuvole, muovendosi piano, così piano che sembrerà
siano trascorse ore prima che possa voltare alla pagina seguente

lì dove la luna, più luminosa ora, fa approdare un sentiero
che ti conduca via da ciò che hai appreso

dentro i luoghi in cui tutto quello che avevi sperato si avvera,
la sua sillaba solitaria come un bisbiglio penzoloni

al margine del senso, ad aspettare che sia tu a pronunziarne il nome
ancora una volta staccando lo sguardo dalla pagina

chiudendo il libro, ancora sentendolo così com’era
quel sospendersi nella sua luce, quell’inatteso paradiso del suono.

*

Eating Poetry, Mark Strand

Ink runs from the corners of my mouth.
There is no happiness like mine.
I have been eating poetry.

The librarian does not believe what she sees.
Her eyes are sad
and she walks with her hands in her dress.

The poems are gone.
The light is dim.
The dogs are on the basement stairs and coming up.

Their eyeballs roll,
their blond legs burn like brush.
The poor librarian begins to stamp her feet and weep.

She does not understand.
When I get on my knees and lick her hand,
she screams.

I am a new man.
I snarl at her and bark.
I romp with joy in the bookish dark.

*

Mangiare poesia

Cola inchiostro dagli angoli della mia bocca.
Non c’è felicità pari alla mia.
Ho mangiato poesia.

La bibliotecaria non crede ai suoi occhi.
Ha gli occhi tristi
e cammina con le mani chiuse nel vestito.

Le poesie sono scomparse.
La luce è fioca.
I cani sono sulle scale dello scantinato, stanno salendo.

Gli occhi ruotano le orbite,
le zampe chiare bruciano come stoppia.
La povera bibliotecaria comincia a battere i piedi e a piangere.

Non capisce.
Quando mi inginocchio e le lecco la mano,
urla.

Sono un uomo nuovo.
Le ringhio, abbaio.
Scodinzolo di gioia nel buio libresco.

*

Trad. natàlia castaldi, 2009

________________________

 Mark Strand e la metafisica dell’assenza

Mark Strand nasce nel 1934 a Summerside, nella Prince Edward Island in Canada, ma cresce negli Stati Uniti ed attualmente vive a New York. Il suo modo di fare poesia è abbattimento di regole e catene della tradizione lirica, la sua poesia si fonde alla prosa senza perdere il piacere della pausa, del respiro, del ritmo intrinseco alla narrazione stessa. La poetica di Strand penetra il pensiero tuffandolo e vestendolo di sogno e realtà, come un entrare ed uscire da un tunnel, come un meditare aprendo e chiudendo gli occhi …: verità e fantasia si fanno esperienza sensibile che si fonde al vissuto, cui egli dà le sue risposte attraverso i versi che assumono forme nuove, quasi un elenco di “pensierini” a volte, apparentemente semplici come innocue gocce d’acqua, che alla fine dell’intera lettura lasciano il segno sulle labbra come il tocco dell’acqua sulla nuda pietra.

Della semplicità si può fare arte complessa, quasi irraggiungibile: la perfezione della linea retta che si ricurva inseguendo dolcemente il suo percorso per poi puntualmente tornare diritta al punto di partenza. Una poetica delle domande, mi verrebbe da dire, in cui Strand si risponde scrutandosi, sempre interrogandosi sull’idea delle cose reali. Ne risultano risposte a volte apparentemente spezzate che racchiudono in sé il senso di un pensiero vasto e profondo che sembra non raggiungere mai se stesso, mai, fino a divenire anch’esso nuovo interrogativo, nuova ricerca, nuova meditazione, altra/alta poesia. Il senso dell’assenza come presenza piena, quasi metafisica, la descrizione della quotidianità che scorre nel tempo, nei giorni, uguale a se stessa, permea di un senso di tristezza versi che si arricchiscono di immagini potenti ed evocative senza risultarne appesantiti nella loro logica fluidità.

 “fissare il nulla è imparare a memoria
quello in cui noi tutti verremo spazzati”

Un’attesa graffiante della morte, descritta con la nudità e la crudezza dell’esorcizzazione di chi la fissa dritta negli occhi con atteggiamento coraggioso e disilluso, aspettando senza fretta, gelidamente quasi, la propria fine. Di sé Strand dice di raccontare sempre la stessa «vecchia storia», quella «sui minuti che muoiono e le ore, e gli anni», la storia «di me stesso, di te, di tutti».

 natàlia castaldi

Charles Simic – due poesie (post di natàlia castaldi)

 

La meraviglia della quotidianità che si fa arte, bagliore di conoscenza e comprensione come per un bambino la fantasia che nasce dalla pura osservazione del mondo ancora da scoprire.

Charles Simic rende poesia la trivialità dei gesti coniugali, dei rumori più comuni e degli umori vitali.

Osservazione e penetrazione di fatti e gesti che conducono a metafisiche divagazioni che, da una fase empirica e quasi tattile, sfociano in uno stato di attonita meditazione sul significato più “essenziale” dell’effetto e dell’interazione tra le cose, gli oggetti e l’uomo.

Pareti, muri, colori sembrano avere una vita propria che interagisce empaticamente con l’umanità scarna e routinaria che non si sofferma ma che passa avanti a se stessa rincorrendosi in modo “automatico”, più per inerzia che per consapevole ed individuale volontà.

Ingranaggi che si disegnano nella penombra d’un interno in cui si muovono figure di vecchi amanti, spogli degli ardori, appassiti dei loro stessi fiori, eppure ancora vivi negli odori delle proprie carni e nei riflessi delle pelli in un raggio d’alba che penetri la scena da una tapparella a dare un senso arcano ai soliti gesti.

“…. Erano le 7 del mattino. / Aspettavi che un raggio di sole / ti scaldasse un poco i piedi gelati, / o che tua moglie entrasse assonnata / con la vestaglia azzurra consunta, / e si chinasse con i capelli sugli occhi / a raccogliere il giornale che ti era scivolato di mano /
con quel titolo e una grande fotografia, / e restasse così, piegata, a leggere / intenta, con la vestaglia che si schiudeva a poco a poco, / con le mammelle pendenti e il pelo scuro / ancora umido di sonno che si scoprivano del tutto, / mentre continuava a leggere con quel sussurro spettrale.”
(C. Simic “Il titolo”, trad. Damiani Abeni)

Ricordi d’infanzia e scenari d’un realismo velato d’immaginifico onirismo si stendono sulla carta in modo narrativo, fotografico e piano, rivelando solo alla fine dell’intera lettura un senso di sgomento segreto ed intimo, che rievoca paure lontane eppure vive nell’immaginario adulto ed insonne di un bambino che ha sempre stentato a dormire sonni sereni nell’incubo delle guerre e della precarietà dei suoi fragili giorni.

Hotel Insomnia, Charles Simic

I liked my little hole,
Its window facing a brick wall.
Next door there was a piano.
A few evenings a month
a crippled old man came to play
“My Blue Heaven.”

Mostly, though, it was quiet.
Each room with its spider in heavy overcoat
Catching his fly with a web
Of cigarette smoke and revery.
So dark,
I could not see my face in the shaving mirror.

At 5 A.M. the sound of bare feet upstairs.
The “Gypsy” fortuneteller,
Whose storefront is on the corner,
Going to pee after a night of love.
Once, too, the sound of a child sobbing.
So near it was, I thought
For a moment, I was sobbing myself.

***

Hotel Insomnia

Mi piaceva il mio piccolo pertugio
e la sua finestra che guardava un muro di mattoni.
Nella stanza accanto c’era un piano.
Un paio di sere al mese
un vecchio sgangherato ci veniva a suonare
“My Blue Heaven”.

Il più delle volte, però, tutto era tranquillo.
Ogni camera aveva il suo ragno in pastrano pesante
intento a catturare la sua mosca nella rete
tra fumo di sigarette e fantasie.
Era così buio
che non riuscivo a vedermi nello specchio del lavandino.

Alle 5 del mattino il passo dei piedi nudi al piano di sopra.
Lo “Zingaro” che dice la fortuna,
al negozio giù all’angolo,
se ne va a pisciare dopo una notte d’amore.
Una volta, anche il pianto di un bambino singhiozzante.
Era così vicino che per un momento
pensai che a singhiozzare fossi io.

Trad. n.c., 2009

Il disincanto mantiene il suo fascino e la sua aura di mistero nella rispettosa e silenziosa osservazione della natura e dei suoi antichi presagi, inscenati ora dal volo degli uccelli all’orizzonte, ora da un tramonto sanguigno che colora le pietre di un sentiero in un affresco di tinte forti e ricche di contrasti, che delinea i pochi elementi esterni che fanno da sfondo alle vicende degli attori tragici di una quotidiana commedia, che irrimediabilmente si consuma logorandosi entro quattro mura.
Così, mentre il tempo dell’amore inizia, si consuma e finisce nella durata d’un soffio di candela, inscatolato in ritmi e spazi costruiti e fissati per sé dall’uomo stesso, fuori – inspiegabilmente ed incurantemente – tutto scorre nel succedersi di buio e luce.

Clouds Gathering, Charles Simic

It seemed the kind of life we wanted.
Wild strawberries and cream in the morning.
Sunlight in every room.
The two of us walking by the sea naked.

Some evenings, however, we found ourselves
Unsure of what comes next.
Like tragic actors in a theater on fire,
With birds circling over our heads,
The dark pines strangely still,
Each rock we stepped on bloodied by the sunset.

We were back on our terrace sipping wine.
Why always this hint of an unhappy ending?
Clouds of almost human appearance
Gathering on the horizon, but the rest lovely
With the air so mild and the sea untroubled.

The night suddenly upon us, a starless night.
You lighting a candle, carrying it naked
Into our bedroom and blowing it out quickly.
The dark pines and grasses strangely still.

E si ammassavano le nuvole

Sembrava il tipo di vita che volevamo.
Fragole di bosco e panna al mattino.
La luce del sole in ogni stanza.
E noi a camminare nudi sulla riva.

Qualche sera, però, ci siamo trovati
incerti sul domani.
Come attori tragici d’un teatro in fiamme,
con gli uccelli a ruotare in cerchio sulle nostre teste,
ed i pini scuri inspiegabilmente ancora lì fermi,
abbiamo calpestato ogni roccia insanguinata dal tramonto.

E poi di nuovo sul nostro terrazzo a sorseggiare vino.
Perché sempre questo senso di tragico finire?
Nuvole dalle sembianze quasi umane si ammassavano
all’orizzonte, mentre ogni cosa era piacevole
nell’aria mite ed il mare sereno.

Poi la notte ancora ci sorprese, una notte senza stelle.
Mentre tu accendevi una candela, nuda la portavi
in camera da letto ed in fretta la spegnevi,
ancora lì, inspiegabilmente fermi nel buio, i pini e l’erba.

trad. n.c., 2009

Eco di Peretz Markish

Eco

Qui le mie estati trascorrevano un tempo,
Come cicogne che spariscono tra le nuvole.
Mi sembra di sentire le loro voci qui,
o nel vento, o nel frangersi della risacca.
Devo lanciar loro un fischio leggero, come da giovane?
Lì – un uh-uh echeggiante, che ora vola da loro.
Sparite. Questa estate è pure già
in attesa di volar via, come una cicogna.
O dal mare mugghiante o dalle mute montagne,
o dal suono delle mie mani che batto
si può sentire un’eco moltiplicata per sette.
È mia. Non è persa. La riconosco.
Ognuno può riconoscerla. Si moltiplica all’infinito,
Come onde da una pietra, da vento e risacca.
Qui le mie estati trascorrevano un tempo,
come cicogne che spariscono tra le nuvole.

Peretz Markish
(traduzione di Anna Maria Curci)

Viderkol

Do zaynen zumers mayne durkhgegan amol,
vi in volkns geyen durkh farshvindndike bushlen.
Mir dukht: ikh her do zeyer kol,
tsi inem vint, tsi inem khvalyedikn tsushlog.
A fayf gebn tsu zey farshayt, vi yungerheyt?
Ot flit mit pliesk tsu zey a hilkhiker a-u-u shoyn.
Farshvundene. Oykh ot a der o zumer iz in rey,
shoyn greyt tsum opfli, vi a bushl.
Tsi funem royshndikn yam, tsi fun di shvaygndike berg,
tsi af dem plieskndikn klang fun mayne dlonyes,
a viderkol a zibnfakhik zikh derhert.
S’iz mayns. S’iz nit farloyrn. Ikh derken es.
Derkenen vet es yederer. Se mert zikh on a tsol,
vi vaserkrayzn fun a shteyn fun vint in tsushlog.
Do zaynen mayne zumers shoyn adurkhgegan amol,
vi in di volkns geyen durkh farshvindndike bushlen.

Peretz Markish

Nel video, Mendy Cahan propone altri versi yiddish di Peretz  Markisch