Tracy Chevalier

Festivaletteratura2019 #1: Best Of

«Pure», dico dopo una scorsa rapida al programma.
Per “pure” intendo: pure quest’anno. Pure quest’anno il Festivaletteratura è riuscito a leggermi nel pensiero. È che ho da poco comprato Opera struggente di un formidabile genio, e anche se non sono pazza di Eggers (sono più un tipo da Foer), Eggers a questo Festival ci sarà. (E pure Foer.)
La prima volta che il Festival mi ha letto nel pensiero è stata la prima volta che ho messo piede a Mantova; credo di avervi raccontato fino allo stremo delle (vostre) forze come ho passato la prima settimana di settembre del 2014, all’inseguimento di un sempre più perplesso Michael Cunningham nello strenuo tentativo che i nostri incontri apparissero casuali. E il primo FestLet fu anche quello dell’intervista combo a Michela Murgia e Chiara Valerio. Parlavano di eroine. Murgia si concentrò sulla Morgana di Le nebbie di Avalon, che tanto avrebbe lasciato ramificare in seguito. A quel tempo Murgia era per me l’autore di Il mondo deve sapere e di tutta una serie di libri che volevo leggere; con l’andare dei FestLet, perché è lì che compro i suoi libri, sarebbe diventata l’autrice di quasi tutto quello che ha scritto e di quell’oggetto luminoso e pensante che si chiama Ave Mary. Valerio parlò di Lady Oscar, con un piglio che mi lasciò incantata, e con un paio di frasi che ancora porto impresse come una scottatura mi insegnò il bisogno di guardare chi amo come “la cosa più bella del mondo”. L’ho sempre fatto, da quel momento. Checché talora qualcuno protesti, non avendo colto del tutto lo spirito (“quindi per te sono una cosa”).
Ho il ricordo di due anni fa, del ghiaccio nel mio campari che si scioglieva a palazzo Tè, quando seduta su una sdraio sotto la stellata mi domandavo se non fosse iniquo chiamare tutto ciò al telefono con mia madre “lavorare”. E anche se sapevo cosa stava per accadere, Mariangela Gualtieri fu precisa come uno stiletto. Mi alzai in piedi mentre lei scandiva: giorno d’Aspromonte dove salgo / caricata con un peso un peso / che non si appoggia.
Tanto più intimo l’anno scorso ritrovare in un luogo caro l’amicizia calda di una Biancamaria Frabotta entusiasta, curiosa come lei è sempre quando c’è della bellezza in cui frugare. La nostra passeggiata serale, quasi notturna, il giorno prima della sua presentazione a Tutte le poesie, cadenzata dal click della catena della mia fedele bici, portata a mano per stare tutti al passo di una cupola da indicare, uno scorcio da promettere dietro lo spigolo di muro.
Mantova ha un ponte che taglia due laghi e un nome di velluto. Ha la prospettiva solida di Palazzo Ducale prima che la folla riempia la piazza. Qui sono passati tanti: la Pompei raccontata da Alberto Angela, le storie del Ruggito del Coniglio, la voce magnifica di Lella Costa che legge la Posta del Cuore della Aspesi. A Mantova ho visto cose che speravo con tutto il cuore di vedere, come Charlotte Rampling prendere un caffè, e cose che davvero non mi aspettavo, come Tracy Chevalier prendere la porta con un patchwork in braccio. Non credo di essere mai mancata a una lavagna di Bietti né all’appuntamento con il primo dolcetto alla ricotta all’arrivo.
Per il ventennale, i ragazzi dell’Orchestra da Camera di Mantova suonarono al Duomo la Settima di Beethoven.
Oggi comincia il ventitreesimo Festlet, il sesto che ho l’orgoglio di raccontarvi. Appuntamento qui ogni giorno alle sei, e come sempre fate un applauso ai volontari, loro lo meritano fin da adesso.

© Giovanna Amato

Festivaletteratura: Allegro #FestLet

Tracy Chevalier

Tracy Chevalier

Funziona per scintille, dice Tracy Chevalier, che sulla curiosità e l’osservazione di quello che già esiste ha costruito le sue storie. Un innamoramento improvviso per un dato che può sviluppare in narrazione. La scintilla cova, diventa propulsore per l’autore, si riconosce in mezzo al resto del tessuto e fa sì che chi legge resti impigliato, di punto in punto, come in una coperta. Oggi Tracy Chevalier ha iniziato un laboratorio tutto manuale, sta insegnando a tante donne e tanti uomini i rudimenti di un’arte strana: il patchwork. Ma ieri ha parlato di scrittura, e l’ha fatto con la maestria del tessitore. Una storia, in fondo, si cuce, come fa la ragazza muta di L’ultima fuggitiva (The last runaway, trad. di Massimo Ortelio, Neri Pozza 2013) con la sua coperta. «Come ha trovato la voce del personaggio, in un personaggio muto?», chiede Chicca Gagliardo all’autrice; «Passando del tempo mentale con lei». Ci sono romanzieri, sottolinea la Chevalier, che per quanto bravi donano ai loro personaggi sempre la medesima voce, e questo vuol dire non essere arrivati a conoscerli, non avere ben chiara nella mente ogni minima gestualità, anche quella di cucire una coperta.
Il gesto può essere voce: possono coincidere, fare l’una il gioco dell’altro o viceversa. Su che stretto vincolo ci sia tra gesto e voce è stata anche la lezione Giovanni Bietti, che quest’anno ha inforcato pianoforte e lavagna per svelarci qualche altro segreto del linguaggio della musica. Dal Notturno op.27 n.2 alle Mazurke, quest’anno si è parlato di Chopin: la pratica tutta romantica di affidarsi al pedale per controllare il diffondersi del suono, la tripartizione già Beethoveniana tra basso, accompagnamento e melodia, ma soprattutto l’intuizione di fare della musica non un discorso, in cui armonia e melodia si completano, ma un paesaggio. Tutto accade in quello spazio che è tra basso e melodia, tutto si intreccia e insegue per avvicinare le possibilità della musica a quelle della voce. «Bisogna imparare a cantare con le dita», diceva Chopin ai suoi alunni parigini: ognuna di loro possiede una forza diversa, una diversa angolazione, così come ogni pianoforte ha le sue specifiche potenzialità, tutte fisiche e non sindacabili. L’intenzione della voce si intreccia a quello che la materia offre, come il marmo collabora con la mente dello scultore, o gli è ostile.
Non dipende tutto da noi, e io trovo tutto questo molto allegro, quasi miracoloso.

© Giovanna Amato

Charlotte Brontë, Jane Eyre (Le Grandi Scrittrici; Neri Pozza)

Jane Eyre

Debutta oggi la nuova collana di Neri Pozza “Le Grandi Scrittrici” a cura di Monica Pareschi (che ringrazio per questa anteprima). Il primo romanzo è l’indimenticabile Jane Eyre, in questa nuova edizione, introdotto da Tracy Chevalier e tradotto da Monica Pareschi, presentiamo qui alcune pagine dal primo capitolo. (gianni montieri)

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“Si dicono classici quei libri che costituiscono una ricchezza per chi li ha letti e amati; ma costituiscono una ricchezza non minore per chi si riserba la fortuna di leggerli per la prima volta nelle condizioni migliori per gustarli”, scriveva Calvino. Siamo partiti da qui per inaugurare una nuova collana dedicata ai capolavori della letteratura femminile, senza limiti di spazio e di tempo, con l’intento di creare, appunto, le condizioni ideali per le lettrici e i lettori di oggi: un’operazione editoriale che rende accostabili e godibili alcuni dei libri più amati di sempre, con nuove traduzioni che ne sottolineano tutta l’attualità, per chi si accinge a rileggerli ma anche per chi vi si accosta per la prima volta.” (Monica Pareschi)

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Charlotte Brontë, Jane Eyre, Neri Pozza (€ 12,90)

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Capitolo 1

Impossibile fare una passeggiata quel giorno. In realtà, la mattina avevamo vagato per un’ora tra gli alberi spogli; ma a partire dall’ora di pranzo (la signora Reed, quando non c’erano ospiti, mangiava presto), il freddo vento invernale aveva portato con sé nuvole così fosche, e una pioggia così penetrante, che qualunque altra attività all’aria aperta era ormai fuori discussione.
Ne ero felice; non mi sono mai piaciute le lunghe passeggiate, soprattutto nei pomeriggi gelidi: era orribile tornare a casa nella luce cruda del crepuscolo, con le dita delle mani e dei piedi intirizzite e il cuore triste per i rimbrotti di Bessie, la bambinaia, umiliata dalla consapevolezza della mia inferiorità fisica rispetto a Eliza, John e Georgiana Reed.
I quali Eliza, John e Georgiana erano adesso raccolti intorno alla madre in salotto: lei era adagiata su un divano accanto al caminetto e, circondata dai suoi diletti (che per il momento non si accapigliavano né piangevano), sembrava perfettamente soddisfatta. Quanto a me, mi aveva dispensata dall’unirmi al gruppo, dicendo che «le dispiaceva di esser costretta a tenermi in disparte; ma finché non fosse stata informata da Bessie, e non avesse constatato di persona osservandomi che mi stavo sforzando sul serio di comportarmi come s’addice a una bambina, mostrandomi socievole, affabile, lieta – dovevo essere più vivace, più schietta, più spontanea insomma – le toccava proprio escludermi dai privilegi destinati solo ai bravi bambini che non fanno i capricci».
«Ma Bessie cosa dice che ho fatto?» domandai.
«Jane, non mi piacciono i curiosi o quelli che trovano da ridire su tutto; e poi c’è qualcosa di davvero sgradevole in un bambino che si permette di rimbeccare i grandi in questo modo. Vatti a sedere da qualche parte; e finché non avrai qualcosa di gradevole da dire, taci».
Accanto al salotto c’era una saletta per la colazione, e mi infilai lì. Nella stanza c’era una libreria e ben presto mi impadronii di un volume, dopo essermi assicurata che avesse tante figure. Mi arrampicai sul sedile nel vano della finestra e, sollevando anche i piedi, mi sedetti a gambe incrociate, come un turco; infine, dopo aver tirato quasi del tutto le pesanti tende rosse di tessuto marezzato, mi ritrovai doppiamente protetta, come una reliquia.
Lembi di stoffa scarlatta mi impedivano la vista a destra; a sinistra i tersi riquadri di vetro mi isolavano senza separarmi dalla cupa giornata novembrina. A intervalli, mentre giravo le pagine del libro, studiavo il pomeriggio invernale. In lontananza, nient’altro che un biancore vacuo di nebbia e nuvole; più vicino, uno scenario d’erba bagnata e cespugli flagellati dal vento, lunghe raffiche luttuose che spazzavano via con violenza la pioggia incessante.
Tornai al mio libro, la Storia degli uccelli inglesi di Bewick: del testo non mi importava granché, in generale, eppure c’erano alcune pagine introduttive che, pur essendo una bambina, non riuscii a saltare a piè pari fingendo che non esistessero. Erano quelle che trattavano dei luoghi abitati dagli uccelli marini; degli «scogli e promontori deserti» che essi soli popolano; della costa norvegese, costellata di isole dall’estremità meridionale, il Lindesnes – in inglese Naze – fino a Capo Nord,

Là dove l’oceano nordico, in vasti vortici,
Ribolle tra le nude, malinconiche isole
Dell’ultima Thule; e l’atlantico flutto
Si scaglia tra le Ebridi selvagge.

Né potevo ignorare la menzione delle rive desolate della Lapponia, della Siberia, delle Spitzbergen, della Novaja Zemlja, dell’Islanda, della Groenlandia, con «le sconfinate regioni artiche, e quelle lande dimenticate da Dio di spazio sempre uguale; quella riserva di gelo e neve, dove duri campi di ghiaccio, accumuli secolari di inverni cristallizzati uno strato sopra l’altro fino a raggiungere altezze alpine, circondano il Polo e concentrano, moltiplicandoli, i rigori del freddo estremo». Di questi regni bianchi come la morte mi ero fatta un’idea tutta mia: confusa, come ogni nozione compresa solo a metà che fluttua nel cervello infantile, ma stranamente potente. Le parole di quelle pagine introduttive si collegavano alle illustrazioni seguenti e davano un senso allo scoglio che si ergeva solitario in un mare gonfio e spumeggiante; al vascello spezzato e arenato su una costa desolata, alla luna fredda e spettrale che, attraverso una prigione di nuvole, occhieggiava un relitto sul punto di colare a picco.
Non so dire quale sentimento gravasse sul cimitero solitario con la sua lapide incisa; e il cancello, la coppia d’alberi, il basso orizzonte cinto da un muro diroccato, la falce di luna appena sorta a indicare l’ora serale.
Le due navi immobili su un mare torpido mi parvero fantasmi marini. Girai in fretta la pagina col demonio che sistemava il fagotto sulle spalle del ladro: l’immagine mi terrorizzava.
Come pure quella con la creatura nera e cornuta seduta su un masso in disparte, a guatare di lontano una folla radunata intorno a una forca.
Ogni figura raccontava una storia; spesso misteriosa per la mia mente acerba e la mia sensibilità infantile, e tuttavia profondamente interessante: interessante come le storie che Bessie narrava le sere d’inverno quando capitava che fosse di buon umore; e quando, dopo aver spostato il tavolo da stiro accanto al focolare nella stanza dei bambini, ci lasciava sedere intorno a lei e, mentre rassettava le gale e i pizzi della signora Reed e pieghettava i bordi della sua cuffia da notte, nutriva la nostra avida attenzione con brani romantici e avventurosi tratti da vecchie fiabe e antiche ballate; o (come scoprii in seguito) dalle pagine di Pamela e Henry, conte di Moreland.