Tra le righe

Tra le righe n. 13: Georg Trakl

Georg_Trakl

Tra le righe n. 13: Georg Trakl, An den Knaben Elis

la traduzione è nella sua essenza plurale etica dell’ascolto

Antoine Berman*

An den Knaben Elis

Elis, wenn die Amsel im schwarzen Wald ruft,
Dieses ist dein Untergang.
Deine Lippen trinken die Kühle des blauen Felsenquells.

Laß, wenn deine Stirne leise blutet
Uralte Legenden
Und dunkle Deutung des Vogelflugs.

Du aber gehst mit weichen Schritten in die Nacht,
Die voll purpurner Trauben hängt,
Und du regst die Arme schöner im Blau.

Ein Dornenbusch tönt,
Wo deine mondenen Augen sind.
O, wie lange bist, Elis, du verstorben.

Dein Leib ist eine Hyazinthe,
In die ein Mönch die wächsernen Finger taucht.
Eine schwarze Höhle ist unser Schweigen,

Daraus bisweilen ein sanftes Tier tritt
Und langsam die schweren Lider senkt.
Auf deine Schlafen tropft schwarzer Tau,

Das letzte Gold verfallener Sterne.

(Georg Trakl)

Al ragazzo Elis

Elis, se il merlo chiama da nere foreste,
allora è il tuo tramonto.
Bevono le tue labbra il fresco di azzurre sorgenti.

Lascia, se la tua fronte piano sanguina
le remote leggende
e il presagio oscuro del volo.

Tu che vai con passi taciti nella notte
carica di  grappoli purpurei,
levi più belle nell’azzurro le braccia.

Batte un cespo di rovi
dove i tuoi occhi guardano,  lunari.
Elis da quanto tempo tu sei morto.

Il tuo corpo è un giacinto,
in cui fruga con ceree dita un monaco.
il silenzio è una nera grotta; sbuca

di tanto in tanto timida una fiera,
abbassa lenta le palpebre gravi.
Nera rugiada cola alle tue tempie,

ultimo oro di stelle cadute.

(traduzione di Giame Pintor, apparsa per la prima volta in “Campo di Marte” del luglio-agosto 1939; oggi si può leggere in : Rilke, Poesie. Tradotte da Giaime Pintor. Con due prose dai Quaderni di Malte Laurids Brigge e versioni da H. Hesse e G. Trakl, Einaudi, Torino 1942 e 1955, p. 111)

Al fanciullo Elis

Elis, se il merlo chiama nel bosco nero,
Questo è  il tuo tramonto.
Bevono le tue labbra la frescura della sorgente fra le rocce.

Quando la tua fronte versa piano il sangue
Ci siano leggende antiche
E i segni oscuri del volo degli uccelli.

Ma mollemente ti addentri nella notte
Che pende di purpuree viti,
E con maggior bellezza muovi le braccia nell’azzurro.

Risuona un roveto,
In cui si trovano i tuoi occhi lunari.
O da quanto, tu Elis, tu sei morto.

È un giacinto il tuo corpo,
In cui le ceree dita immerge un monaco.
Una caverna nera è il tacer nostro,

Da cui talvolta esce bestia mite
E lenta china le ciglia grevi.
Sulle tue tempie cola rugiada nera,

l’ultimo oro di stelle tramontate.

(traduzione di Enrico De Angelis, in: Georg Trakl, Poesie. A cura di Grazia Pulvirenti. Traduzione di Enrico De Angelis, Marsilio, Venezia 1999, p. 201)

An den Knaben Elis fu composta nell’aprile 1913 e pubblicata sulla rivista “Der Brenner”, nel n. 15 del 1° maggio 1913.

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«Georg Trakl nasce nel 1887 a Salisburgo, dove trascorre gli anni dell’infanzia e della giovinezza fino al trasferimento a Vienna nel 1908. Qui porta a termine gli studi di farmacia e il servizio militare come addetto sanitario. È a Vienna che nonostante una condizione di volontario isolamento dagli ambienti cittadini, si consolida definitivamente una vocazione artistica già manifestata nel periodo di Salisburgo con le prime frequentazioni letterarie e i primi tentativi di scrittura poetica. Esperienza centrale nella vita e nell’opera è una drammatica passione per la sorella Grete, che segna entrambi i fratelli come colpa incancellabile. Dopo un breve ritorno nella città natale, nell’anno cruciale per la cultura dell’espressionismo – il 1912 -, Trakl si trasferisce a Innsbruck, dove lavora nella farmacia dell’ospedale militare e dove il consumo di alcool e di droga diviene irreversibile insieme a sempre più frequenti crisi depressive. Il soggiorno in questa città significa anche l’inizio della collaborazione con il circolo della rivista “Der Brenner”, dove sostanzialmente vengono pubblicate quasi tutte le sue poesie prima della morte. La poesia di Trakl raggiunge forse il massimo della propria intensità e qualità nell’anno 1913, quando l’editore Wolff gli pubblica il primo libro di liriche. Tutto il periodo successivo fino alla morte è segnato dal precipitare delle sue condizioni psichiche e della situazione economica. Il poeta muore probabilmente suicida per una dose eccessiva di cocaina la notte fra il 3 e il 4 novembre 1914 all’ospedale militare di Cracovia». (da: Georg Trakl, Poesie. A cura di Grazia Pulvirenti. Traduzione di Enrico De Angelis, Marsilio, Roma 1999)

Giaime Pintor – “Giaime Pintor era nato a Roma, di famiglia sarda, il 30 ottobre 1919. Aveva frequentato le scuole elementari e il ginnasio a Cagliari, il liceo e l’università a Roma, laureandosi in legge nel giugno 1940. Quindi aveva seguito il corso allievi ufficiali, ma la vita militare non gli aveva impedito di svolgere un’intensa attività letteraria e pubblicistica, tra cui si notano mirabili traduzioni in versi di R.M. Rilke e della Kätchen von Heilbronn di Kleist. […  ]Ma ciò che di lui rimane stampato, pur costituendo una voce importante nella nuova cultura italiana, non dà la piena misura della sua stupefacente versatilità e maturità di giudizio, quali sono note a chi lo ebbe amico e poté godere della sua incantevole conversazione: una molteplicità d’interessi che si ribellava ai limiti d’ogni specializzazione e che gli permetteva di orientarsi con ugual sicurezza nella politica, nella storia, nella letteratura, nella musica e nelle arti, una signorilità innata del tratto, la vivacità dell’esposizione e la gentilezza dei modi, tutte queste doti facevano di lui un mirabile esempio di educazione – nel più alto senso della parola – ereditata e assorbita attraverso la cultura dell’ambiente familiare e perfezionata con l’opera assidua dell’intelligenza. “[…] Ufficiale alla Commissione d’Armistizio, era vissuto per più di un anno a Torino, con frequenti viaggi in Germania; quindi si era fatto trasferire a Vichy, per il desiderio impaziente di conoscere nuovi ambienti, nuove scene, nuovi punti di vista politici e culturali […]. Tornò a Roma dopo il 25 luglio 1943, ed appena Napoli fu liberata attraversò clandestinamente le linee del fronte. […] Incaricato di rientrare a Roma con ordini segreti, incappò in un campo minato mentre riattraversava le linee del fronte e fu ucciso dall’esplosione il 1° dicembre 1943.” (Massimo Mila nell’Introduzione a:  Friedrich Schiller, Wallenstein, UTET, Torino 1971, 27-28)

Enrico De Angelis, germanista all’Università di Pisa, si è occupato di Stifter, Adorno, Musil, George, Handke. Tra le sue pubblicazioni: Arte e ideologia grande borghese. Mann, Musil, Kafka, Torino 1975; Robert Musil, Torino 1982; Simbolismo e decadentismo nella letteratura tedesca, Bologna 1987. Ha curato per Einaudi i Diari 1899-1941 di Musil e per Marsilio Notte, lucente notte. Sonetti di Andreas Gryphius (1993).  Il suo studio L’Ottocento letterario tedesco è apparso nel n. 34-35 (2000) di “Jacques e i suoi quaderni” ed è reperibile in rete qui

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*Berman, linguista francese, traduttore dall’inglese, dallo spagnolo e dal tedesco, saggista e teorico della traduzione, è menzionato da Maria Luisa Vezzali a p. 8 del suo Editoriale al volume di “Materiali” (pubblicazione semestrale della Bottega dell’Elefante), pubblicato nel dicembre 2007 con il titolo La soglia sull’altro. I nuovi compiti del traduttore.

Tra le righe n. 12: Jorge Luis Borges, Ajedrez

Norah Borges, Ajedrez

Tra le righe n. 12: Jorge Luis Borges, Ajedrez

la traduzione è nella sua essenza plurale etica dell’ascolto

Antoine Berman*

Ajedrez

I

En su grave rincón, los jugadores
rigen las lentas piezas. El tablero
los demora hasta el alba en su severo
ámbito en que se odian dos colores.

Adentro irradian mágicos rigores
las formas: torre homérica, ligero
caballo, armada reina, rey postrero,
oblicuo alfil y peones agresores.

Cuando los jugadores se hayan ido,
cuando el tiempo los haya consumido,
ciertamente no habrá cesado el rito.

En el Oriente se encendió esta guerra
cuyo anfiteatro es hoy toda la Tierra.
Como el otro, este juego es infinito.

II

Tenue rey, sesgo alfil, encarnizada
reina, torre directa y peón ladino
sobre lo negro y blanco del camino
buscan y libran su batalla armada.

No saben que la mano señalada
del jugador gobierna su destino,
no saben que un rigor adamantino
sujeta su albedrío y su jornada.

También el jugador es prisionero
(la sentencia es de Omar) de otro tablero
de negras noches y de blancos días.

Dios mueve al jugador, y éste, la pieza.
¿Qué Dios detrás de Dios la trama empieza
de polvo y tiempo y sueño y agonía?

da El hacedor (L’artefice), 1960 

qui per ascoltare i versi recitati dall’autore

Scacchi

I

I giocatori, nel grave cantone,
Guidano i lenti pezzi. La scacchiera
Fino al mattino li incatena all’arduo
Riquadro dove s’odian due colori.

Raggiano in esso magici rigori
Le forme: torre omerica, leggero
Cavallo, armata regina, re estremo,
Alfiere obliquo, aggressive pedine.

I giocatori si separeranno,
Li ridurrà in polvere il tempo, e il rito
Antico troverà nuovi fedeli.

Accesa nell’oriente, questa guerra
Ha oggi il mondo per anfiteatro.
Come l’altro, è infinito questo giuoco.

II

Lieve re, sbieco alfiere, irriducibile
Donna, pedina astuta, torre eretta,
Sparsi sul nero e il bianco del cammino
Cercano e danno la battaglia armata.

Non sanno che la mano destinata
Del giocatore conduce la sorte,
Non sanno che un rigore adamantino
Governa il loro arbitrio di prigioni.

Ma anche il giocatore è prigioniero
(Omar afferma) di un’altra scacchiera
Di nere notti e di bianche giornate.

Dio muove il giocatore, questi il pezzo.
Quale dio dietro Dio la trama ordisce
Di tempo e polvere, sogno e agonia?

(traduzione di Francesco Tentori Montalto)

Scacchi

I

Nell’angolo severo i giocatori
muovono i lenti pezzi. La scacchiera
li avvince fino all’alba al duro campo
dove si stanno odiando due colori.

Su di esso irradiano rigori magici
le forme: torre omerica, regina
armata, estremo re, cavallo lieve,
pedoni battaglieri, obliquo alfiere.

Quando si lasceranno i due rivali,
quando il tempo oramai li avrà finiti,
il rito certo non sarà concluso.

In Oriente si accese questa guerra
che adesso ha il mondo intero per teatro.
Come l’altro, è infinito questo gioco.

II

Debole re, pedone scaltro, indomita
regina, sghembo alfiere, torre eretta
sul bianco e nero del tracciato cercano
e sferrano la loro lotta ramata.

Non sanno che il fortuito giocatore
che li muove ne domina la sorte,
non sanno che un rigore adamantino
ne soggioga l’arbitrio e la fortuna.

Ma il giocatore è anch’esso prigioniero
(Omar lo dice) d’una sua scacchiera
fatta di nere notti e bianchi giorni.

Dio muove il giocatore, e questi il pezzo.
Che dio dietro di Dio la trama inizia
di tempo e sogno e polvere e agonie?

(traduzione di Tommaso Scarano)

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*Berman, linguista francese, traduttore dall’inglese, dallo spagnolo e dal tedesco, saggista e teorico della traduzione, è menzionato da Maria Luisa Vezzali a p. 8 del suo Editoriale al volume di “Materiali” (pubblicazione semestrale della Bottega dell’Elefante), pubblicato nel dicembre 2007 con il titolo La soglia sull’altro. I nuovi compiti del traduttore.

Tra le righe n. 11: Paul Celan, Sprich auch du

Tra le righe n. 11: Paul Celan, Sprich auch du

la traduzione è nella sua essenza plurale etica dell’ascolto

Antoine Berman*

Paul Celan

Sprich auch du

Sprich auch du,
sprich als letzter,
sag deinen Spruch.

Sprich —
Doch scheide das Nein nicht vom Ja.
Gib deinem Spruch auch den Sinn:
gib ihm den Schatten.

Gib ihm Schatten genug,
gib ihm so viel,
als du um dich verteilt weißt zwischen
Mittnacht und Mittag und Mittnacht.

Blicke umher:
sieh, wie’s lebendig wird rings —
Beim Tode! Lebendig!
Wahr spricht, wer Schatten spricht.

Nun aber schrumpft der Ort, wo du stehst:
Wohin jetzt, Schattenentblößter, wohin?
Steige. Taste empor.
Dünner wirst du, unkenntlicher, feiner!
Feiner: ein Faden,
an dem er herabwill, der Stern:
um unten zu schwimmen, unten,
wo er sich schimmern sieht: in der Dünung
wandernder Worte.

Paul Celan, dalla raccolta Von Schwelle zu Schwelle, 1955

Parla anche tu

Parla anche tu,
parla per ultimo,
dai voce alla tua parola.

Parla –
ma non separare il No dal Sì.
Dai alla tua parola anche il senso:
dalle l’ombra.

Dalle ombra a sufficienza,
dagliene tanta,
fino a saperla attorno a te divisa
tra mezzanotte e mezzogiorno e mezzanotte.

Guardati intorno:
vedi come ovunque tutto è vivo –
Vicino alla morte, eppure vivo!
Dice la verità, chi dice ombra.

Ma ora si restringe il luogo dove stai:
in quale posto andrai, spogliato delle ombre, dove?
Sali. Tenditi verso l’alto come puoi.
Più esile diventerai, irriconoscibile, più sottile!
Più sottile: un filamento,
lungo il quale cerca di calarsi nell’abisso, la stella:
per nuotare laggiù, proprio laggiù,
dove si guarda splendere: nella risacca
di parole erranti.

(traduzione di Francesco Marotta, 1984, 2012)

Parla anche tu

Parla anche tu
parla per ultimo,
di’ cosa pensi.
Parla —
ma non dividere il sì dal no
Dà senso anche al tuo pensiero:
dagli ombra.

Dagli ombra che basti, tanta
quanta tu sai
attorno a te divisa fra
mezzanotte e mezzodì e mezzanotte.

Guardati intorno:
vedi come in giro si rivive —
Per la morte! Si rivive!
Dice il vero, chi parla di ombre.

Ma ora si stringe il luogo dove stai:
Adesso dove andrai, spogliato dell’ombre, dove?
Sali. A tasto innàlzati.
Più sottile divieni, quasi altro, più fine!
Più fine: un filo, lungo il quale
Vuole scendere, la stella:
per giù nuotare, giù, dove essa
si vede brillare: nel mareggiare
di errabonde parole.

(traduzione di Giuseppe Bevilacqua, in: Paul Celan, Di soglia in soglia, Einaudi, Torino 1996)

Parla anche tu

Parla anche tu
parla per ultimo,
di’ il tuo pensiero.
Parla — Ma non dividere
il sì dal no
Dà senso anche al tuo pensiero:
dagli ombra.

Dagli ombra che basti, tanta
quanta tu sai
attorno a te divisa fra
mezzanotte e mezzodì e mezzanotte.

Guardati intorno:
vedi come in giro si rivive —
Per la morte! Si rivive!
Dice il vero, chi parla di ombre.

Ma ora si stringe il luogo dove stai:
Adesso dove andrai, spogliato dell’ombre, dove?
Sali. A tasto innàlzati.
Più sottile divieni, quasi altro, più fine!
Più fine: un filo, lungo il quale
Vuole scendere, la stella:
per giù nuotare, giù, dove essa
si vede brillare: nel mareggiare
di errabonde parole.

(traduzione di Giuseppe Bevilacqua, in: Paul Celan, Poesie. Volume primo, Mondadori, Milano 2012, p. 231)

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*Berman, linguista francese, traduttore dall’inglese, dallo spagnolo e dal tedesco, saggista e teorico della traduzione, è menzionato da Maria Luisa Vezzali a p. 8 del suo Editoriale al volume di “Materiali” (pubblicazione semestrale della Bottega dell’Elefante), pubblicato nel dicembre 2007 con il titolo La soglia sull’altro. I nuovi compiti del traduttore.

 

Tra le righe n. 10: Volker Braun

Volker Braun

Tra le righe n. 10: Volker Braun, Das Eigentum

la traduzione è nella sua essenza plurale etica dell’ascolto

Antoine Berman[i]

Das Eigentum

Da bin ich noch: mein Land geht in den Westen.

KRIEG DEN HÜTTEN FRIEDE DEN PALÄSTEN.

Ich selber habe ihm den Tritt versetzt.

Es wirft sich weg und seine magre Zierde.

Dem Winter folgt der Sommer der Begierde.

Und ich kann bleiben wo der Pfeffer wächst.

Und unverständlich wird mein ganzer Text

Was ich niemals besaß wird mir entrissen.

Was ich nicht lebte, werd ich ewig missen.

Die Hoffnung lag im Weg wie eine Falle.

Mein Eigentum, jetzt habt ihrs auf der Kralle.

Wann sag ich wieder mein und meine alle.

La proprietà

Eccomi, ancora qui: va all’Ovest la mia terra.

AI PALAZZI LA PACE ALLE CAPANNE GUERRA.

A rifilarle il calcio ho provveduto io stesso.

Con i suoi magri fregi si lascia buttar via.

E passato l’inverno, avida estate sia!

Andarmene all’inferno è quanto mi è concesso.

E di tutto il mio testo non si capisce il senso.

Quello che mai ho avuto mi viene oggi strappato.

Quel che non ho provato avrò sempre perduto.

Le speranze, un intralcio, furono trabocchetti.

La proprietà, la mia, è tra i vostri profitti.

Quando ridirò mio e intenderò dir: tutti?

(traduzione di Francesco V. Aversa)

La proprietà

 Io sono ancora qui: il mio paese va a Ovest.

GUERRA AI TUGURI PACE AI PALAZZI.

Del resto un calcio gliel’ho dato anch’io.

Si butta via coi suoi modesti vanti.

Dopo l’inverno l’estate della brama.

E allora posso andare in malora dove sono.

E tutto il mio testo diventa oscuro

e quello che non ho mai avuto mi viene tolto.

Di quello che non ho vissuto sentirò sempre la mancanza.

La speranza ingabbiava il cammino.

La mia proprietà ora è nelle vostre grinfie.

Quando tornerò a dire mio e a intendere ognuno?

(traduzione a cura di Anna Chiarloni e Giorgio Luzzi in: Volker Braun, La sponda occidentale, Donzelli 2009)

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Volker Braun, nato a Dresda nel 1939, dopo la maturità e un periodo di occupazione che lo ha visto operario specializzato in una stamperia e tubista, ha studiato filosofia a Lipsia. Nelle sue opere teatrali, nelle sue poesie, nei suoi romanzi e nei racconti ha affrontato le contraddizioni e le speranze nella Repubblica Democratica Tedesca;  pur essendosi iscritto alla SED  nell 1960, ha subito spesso la censura a causa del suo atteggiamento critico.   Dal 1965 al 1987, su invito di Helene Weigel, è stato direttore artistico del Berliner Ensemble. Dopo gli eventi della primavera di Praga, la critica crescente allo Stato socialista gli è costata una sorveglianza sempre più stretta da parte della Stasi. Dal 1972 Braun ha lavorato al Deutsches Theeater di Berlino; nel 1976 ha sottoscritto la petizione contro l’espulsione di Wolf Biermann, che era stato privato della cittadinanza della DDR. Tra il 1989 e il 1990, all’epoca della Wende,  Braun  è stato tra i sostenitori di una “terza via” per la DDR: la poesia Das Eigentum , del 1990, ne  è espressione  e il secondo verso è un intenzionale rovesciamento del motto che Georg Büchner pone all’inizio del suo scritto clandestino di protesta, contro la chiusura e la repressione della Germania anteriore al 1848,  Il messaggero dell’Assia.. Dopo  il 1989 raccoglie il consenso unanime della critica e nel 2000 gli viene assegnato il Premio Büchner. Tra le sue raccolte successive al 1990 vanno menzionate Der Stoff zum Leben (1990), Die Zickzackbrücke (1992), Tumulus (1999), Auf die schönen Possen (2005). La prima antologia di Braun in traduzione italiana, La sponda occidentale (a cura di Anna Chiarloni e Giorgio Luzzi, Donzelli editore)  è stata pubblicata a venti anni dalla caduta del muro di Berlino, nel 2009.

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Di questa lirica, che affianco idealmente a Metà della vita di Hölderlin come “mia poesia“, scelgo idealmente due versi: il secondo e l’ultimo.
Il secondo verso, che Braun ha voluto distinguere dagli altri evidenziandone tutti i caratteri in maiuscolo, è un amaro rovesciamento del motto rivoluzionario attribuito a Nicolas Chamfort «Guerre aux châteaux. Paix aux chaumières.», che Georg Büchner pone immediatamente dopo la premessa del pamphlet Der Hessische Landbote / Il messaggero dell’Assia, fatto stampare e circolare clandestinamente nel 1834; così “Friede den Hütten! Krieg den Palästen!” diventa qui “KRIEG DEN HÜTTEN FRIEDE DEN PALÄSTEN”, “GUERRA AI TUGURI PACE AI PALAZZI”. Negli anni della Wende, Volker Braun sosteneva una terza via, terza via  degna di nota, ancorché ignorata dalla storia,  nella nostra epoca di cannibalismo capitalistico.
Il verso conclusivo della poesia è una domanda che faccio mia ed estendo a tutti gli aspetti del nostro convivere (civile?): “Wann meine ich wieder mein und meine alle”:  “Quando ridirò mio e intenderò dir: tutti”.

Anna Maria Curci, 8 aprile 2012


[i] Berman, linguista francese, traduttore dall’inglese, dallo spagnolo e dal tedesco, saggista e teorico della traduzione, è menzionato da Maria Luisa Vezzali a p. 8 del suo Editoriale al volume di “Materiali” (pubblicazione semestrale della Bottega dell’Elefante), pubblicato nel dicembre 2007 con il titolo La soglia sull’altro. I nuovi compiti del traduttore.

 

Tra le righe n. 9: Eduard Mörike, Nostalgia

Eduard Mörike

Tra le righe n. 9: Eduard Mörike, Nostalgia

la traduzione è nella sua essenza plurale etica dell’ascolto

Antoine Berman[i]

Eduard Mörike

Heimweh

Anders wird die Welt mit jedem Schritt,
Den ich weiter von der Liebsten mache;
Mein Herz, das will nicht weiter mit.
Hier scheint die Sonne kalt ins Land,
Hier deucht mir alles unbekannt,
Sogar die Blumen am Bache!
Hat jede Sache
So fremd eine Miene, so falsch ein Gesicht.
Das Bächlein murmelt wohl und spricht:
Armer Knabe, komm bei mir vorüber,
Siehst auch hier Vergißmeinnicht. –
Ja, die sind schön an jedem Ort,
Aber nicht wie dort.
Fort, nur fort!
Die Augen gehn mir über!

(da: Eduard Mörike, Die schönsten Gedichte. Ausgewählt von Hermann Hesse, Insel Verlag, Frankfurt am Main und Leipzig 1999, 43)

Nostalgia

Si tramuta il mondo ad ogni passo
che dall’amata mi allontana.
Non mi vuole più seguire il cuore.
Freddo brilla il sole alla campagna;
ogni cosa qui mi sembra ignota,
anche i fiori al margine dell’acqua,
tanto estraneo m’appare il mondo,
mi offre tanto mendace un volto.
Pure mormora il ruscello e dice:
Passami accanto, povero fanciullo,
guarda i miei non-ti-scordar-di-me! –
Belli fioriscono in ogni luogo,
belli, ma non come laggiù…
Avanti, dunque, avanti!
Gli occhi m’inonda il pianto.

(traduzione di Cristina Campo, in: Cristina Campo,  La tigre assenza, Adelphi, Milano 1991, 68)

Nostalgia

Diverso si rivela ad ogni passo questo mondo,
che dall’amore mio mi tien lontano;
si rifiuta il mio cuore d’avanzare.
Freddo qui sopra i campi brilla il sole,
tutto qui si rivela essermi estraneo,
perfino i fiorellini sulla sponda!
Ogni cosa ha
un aspetto sconosciuto, un’apparenza falsa.
Il ruscelletto mormora e mi dice:
avvicinati a me, caro fanciullo,
scorgi anche qui non-ti-scordar-di-me!
– È vero sì, son pur belli dovunque,
ma non come laggiù.
Via, voglio andare via!
Di lacrime straripano i miei occhi!

(traduzione di Liliana Cutino, in Eduard Mörike, Poesie, traduzioni di Enrico De Angelis e Liliana Cutino. Con un’appendice di Diego Valeri, “Jacques e i suoi quaderni”, 22, Pisa 1994, 53)


[i] Berman, linguista francese, traduttore dall’inglese, dallo spagnolo e dal tedesco, saggista e teorico della traduzione, è menzionato da Maria Luisa Vezzali a p. 8 del suo Editoriale al volume di “Materiali” (pubblicazione semestrale della Bottega dell’Elefante), pubblicato nel dicembre 2007 con il titolo La soglia sull’altro. I nuovi compiti del traduttore.

Tra le righe n. 8: dai Sonetti a Orfeo di Rainer Maria Rilke

Tra le righe n. 8: dai Sonetti a Orfeo di Rainer Maria Rilke

la traduzione è nella sua essenza etica plurale dell’ascolto
Antoine Berman[i]

Rainer Maria Rilke

Sonette an Orpheus – I, 2

Und fast ein Mädchen wars und ging hervor
aus diesem einigen Glück von Sang und Leier
und glänzte klar durch ihre Frühlingsschleier
und machte sich ein Bett in meinem Ohr.

Und schlief in mir. Und alles war ihr Schlaf.
Die Bäume, die ich je bewundert, diese
fühlbare Ferne, die gefühlte Wiese
und jedes Staunen, das mich selbst betraf.

Sie schlief die Welt. Singender Gott, wie hast
du sie vollendet, daß sie nicht begehrte,
erst wach zu sein? Sieh, sie erstand und schlief.

Wo ist ihr Tod? O, wirst du dies Motiv
erfinden noch, eh sich dein Lied verzehrte? –
Wo sinkt sie hin aus mir?… Ein Mädchen fast ….

Sonetti a Orfeo – I, 2

E quasi una fanciulla era. Da questa
felicità di canto e lira nacque,
rifulse nella trasparente veste
primaverile e nel mio udito giacque.

E in me dormí. Tutto fu il suo dormire:
gli alberi che ammiravo, le distese
sensibili, le grandi praterie
presenti e lo stupor che mi prese..

Dormiva il mondo. O dio del canto, come
l’hai tu compiuta senza ch’ella prima
volesse essere desta? È nata e dorme.

E la sua morte? Non cadrà nel nulla
questo tuo canto, troverà una rima?
Ma da me dove inclina?… Una fanciulla….

Traduzione di Giaime Pintor (da: Rainer Maria Rilke, Poesie. Tradotte da Giaime Pintor, Einaudi, Torino, 1942 e 1955, p. 39)

Sonetti a Orfeo – I, 2

Ed era  quasi una fanciulla che emergeva
dal felice accordo del canto e della lira
e chiara raggiò tra i suoi primaverili veli
e un giaciglio si fece nel mio orecchio.

E in me dormì. E tutto fu il suo sonno:
gli alberi che sempre ammirai, e questa
percepibile distanza e il sentire dei prati
e quello stupore, che tutto m’afferrò.

Dormiva ella il mondo. Dio del canto come
l’hai così compiuta che non desiderò
neppure di destarsi? Vedi, nacque e dormì.

Dov’è la sua morte? Forse troverai questo
motivo prima che il tuo canto si consumi? –
Dove a me remota affonda?… Una fanciulla, quasi.

(Traduzione di Franco Rella, da: Rainer Maria Rilke, I sonetti a Orfeo, Trauzione e cura di Franco Rella,  Feltrinelli, Milano 1991, p. 21)

 

Rainer Maria Rilke – Nasce a Praga nel 1875 da un’antica famiglia originaria della Carinzia. La prima raccolta di poesie è Vita e canti (Leben und Lieder) del 1894, cui seguono Sacrificio ai lari (Larenopfer, 1896), Incoronato di sogno (Traumgekrönt, 1897), Avvento (1897)A Lou Andreas-Salomé dedica un diario composto a Firenze nel 1898 (Florenzer Tagebuch). Il racconto Il canto di amore e di morte dell’alfiere Cristoforo Rilke (Die Weise von Liebe und Tod des Cornets Christoph Rilke) del 1899, pubblicato nel 1906,  lo pone al centro della scena letteraria europea. Negli anni 1899-1900 si collocano il viaggio in Russia e l’incontro con Tolstoj. Al soggiorno russo si ispirano le tre parti del Libro d’ore (Il libro della vita monastica, Il libro del pellegrinaggio, Il libro della povertà e della morte). Le Storie del buon Dio (Geschichten vom lieben Gott) sono scritte fra il 1900 e il 1904; nel 1902 appare anche Il libro delle immagini. Durante il soggiorno nella colonia di artisti di Worpswede, presso Brema, conosce la scultrice Clara Westhoff, che sposa nel 1901 e dalla quale si separa dopo pochi mesi. L’incontro, a Parigi, con Rodin, di cui fu segretario, e con Cézanne segna una svolta. (Nuove Poesie, 1907-08, I quaderni di Malte Laurids Brigge, 1910). Le Elegie Duinesi (1911-23), insieme ai Sonetti a Orfeo (1923) e alle Poesie estreme, postume, segnano il culmine della sua produzione poetica interrotta dalla morte sopravvenuta nel 1926 a Valmont presso Montreux.

Giaime Pintor – “Giaime Pintor era nato a Roma, di famiglia sarda, il 30 ottobre 1919. Aveva frequentato le scuole elementari e il ginnasio a Cagliari, il liceo e l’università a Roma, laureandosi in legge nel giugno 1940. Quindi aveva seguito il corso allievi ufficiali, ma la vita militare non gli aveva impedito di svolgere un’intensa attività letteraria e pubblicistica, tra cui si notano mirabili traduzioni in versi di R.M. Rilke e della Kätchen von Heilbronn di Kleist. […  ]Ma ciò che di lui rimane stampato, pur costituendo una voce importante nella nuova cultura italiana, non dà la piena misura della sua stupefacente versatilità e maturità di giudizio, quali sono note a chi lo ebbe amico e poté godere della sua incantevole conversazione: una molteplicità d’interessi che si ribellava ai limiti d’ogni specializzazione e che gli permetteva di orientarsi con ugual sicurezza nella politica, nella storia, nella letteratura, nella musica e nelle arti, una signorilità innata del tratto, la vivacità dell’esposizione e la gentilezza dei modi, tutte queste doti facevano di lui un mirabile esempio di educazione – nel più alto senso della parola – ereditata e assorbita attraverso la cultura dell’ambiente familiare e perfezionata con l’opera assidua dell’intelligenza. “[…] Ufficiale alla Commissione d’Armistizio, era vissuto per più di un anno a Torino, con frequenti viaggi in Germania; quindi si era fatto trasferire a Vichy, per il desiderio impaziente di conoscere nuovi ambienti, nuove scene, nuovi punti di vista politici e culturali […]. Tornò a Roma dopo il 25 luglio 1943, ed appena Napoli fu liberata attraversò clandestinamente le linee del fronte. […] Incaricato di rientrare a Roma con ordini segreti, incappò in un campo minato mentre riattraversava le linee del fronte e fu ucciso dall’esplosione il 1° dicembre 1943.” (Massimo Mila nell’Introduzione a:  Friedrich Schiller, Wallenstein, UTET, Torino 1971, 27-28)

Franco Rella, nato a Rovereto nel 1944, è ordinario di Estetica presso l’I.U.A.V. di Venezia. Tra gli autori oggetto dei suoi studi: Sofocle, Friedrich Hölderlin, Gustave Flaubert, Charles Baudelaire, Rainer Maria Rilke, Otto Weininger, Louis Aragon, Charles Bataille. Ha pubblicato, tra l’altro, Il silenzio e le parole, 1981; Metamorfosi. Immagini del pensiero, 1984; La battaglia della verità, 1986; Limina. Il pensiero e le cose, 1987; Asterischi, 1989; Bellezza e verità, 1990; L’enigma della bellezza, 1991; La disattenzione, 1992; La tomba di Baudelaire, 2003.


[i] Berman, linguista francese, traduttore dall’inglese, dallo spagnolo e dal tedesco, saggista e teorico della traduzione, è menzionato da Maria Luisa Vezzali a p. 8 del suo Editoriale al volume di “Materiali” (pubblicazione semestrale della Bottega dell’Elefante), pubblicato nel dicembre 2007 con il titolo La soglia sull’altro. I nuovi compiti del traduttore.

Tra le righe n.7: Joyce Mansour

Il pleut dans le coquillage bleu qu’est ma ville
Il pleut et la mer se lamente.
Le morts pleurent sans cesse, sans raison, sans mouchoirs
Les arbres se profilent contre le ciel voyageur
Exhibant leurs membres drus aux anges et aux oiseaux
Car il pleut et le vent s’est tu.
Les gouttes folles plumées de crasse
Chassent le chats dans les rues
Et l’odeur grasse de ton nom se répand sur le ciment
Des trottoirs.
Il pleut mon amour sur l’herbe abattue
Où nos corps allongés ont germé joyeusement
Tout l’été.
Il pleut, ô ma mère, et même toi tu ne peux rien
Car l’hiver marche tout seul sur l’étendue de nos plages
Et Dieu a oublié de fermer le robinet.

Joyce Mansour  ‘Déchirures’, 1955

Piove nella conchiglia blu della città
Piove e il mare si lamenta
I morti piangono senza tregua senza ragione senza fazzoletti
Gli alberi si stagliano contro il cielo viaggiatore
Esibendo i loro membri ispidi agli angeli e agli uccelli
Perché piove e il vento tace
Le gocce folli pennate di sporcizia
Scacciano i gatti nelle strade
E l’odore vischioso del tuo nome si sparge sul cemento dei marciapiedi
Piove mio amore sull’erba spianata
Dove i nostri corpi distesi hanno gioiosamente germogliato
Per tutta l’estate
Piove oh madre mia e anche tu non puoi farci niente
Perché l’inverno avanza solitario sulla distesa delle spiagge
E Dio ha dimenticato di chiudere il rubinetto

Trad. Rita R. Florit 

Piove nel guscio azzurro che è la mia città
Piove e il mare geme.
I morti piangono senza posa, senza motivo, senza riparo
Gli alberi si stagliano contro il cielo che passa
Esibendo i loro membri ispidi agli angeli e agli uccelli
Perché piove e il vento s’è zittito.
Le gocce pazze come piume sporche
Inseguono i gatti per strada
E l’odor di grasso del tuo nome si sparge sul cemento
Dei marciapiedi.
Piove amor mio sull’erba pesta
Dove i nostri corpi stesi son sbocciati con gioia
Tutta l’estate.
Piove, madre mia, e anche tu non puoi nulla
Perché l’inverno incede da solo lungo i nostri lidi
E Dio, diméntico, non ha chiuso il rubinetto.

Trad. Carmine Mangone

Simona Pocorobba, 2011

Il n’y a pas des mots
Seulement des poils
Dans le monde sans verdure
Où mes seins sont rois.
Il n’y a pas de gestes
Seulement ma peau
Et le fourmis qui grouillent entre mes jambes onctueuses
Portent les masques du silence en travaillant.
Viens la nuit et ton extase
Et mon corps profond ce poulpe sans pensée
Avale ton sexe agité
Pendant sa naissance.

Non ci sono parole
Soltanto peli
Nel mondo senza fogliame
Dove i miei seni regnano.
Non ci sono gesti
Soltanto la mia pelle
E le formiche che brulicano tra le mie gambe untuose
Portano le maschere del silenzio lavorando.
Piomba la notte la tua estasi
E il mio corpo profondo questo polipo spensierato
Ingoia il tuo sesso agitato
Durante la sua nascita.

[Traduzione di C.Mangone]

Questo Brano, più il meraviglioso disegno di Simona fanno parte del nuovo e-book della MaldororPress che uscirà nel 2012.
Ho colto l’occasione proprio per la Poetessa da me scelta, di aggiugere queste chicche, che sicuramente invogliano alla lettura della Mansour.

Joyce Mansour
Fiorita come la lussuria

a cura di Carmine Mangone

 

Poesia: sostantivo femminile?

Pur dando semplicemente una scorsa ai titoli più importanti del surrealismo storico (1924-1969), ci si rende subito conto di quanto l’amore, insieme a poesia e rivoluzione, abbia rappresentato per Breton e compagni una sorta di elemento “trinitario” imprescindibile[1].

Tuttavia, se la ricerca zelante dell’amore tra le brutture della vita quotidiana costituisce un’incessante e mirabile tensione nell’attività dei surrealisti, esistono nondimeno dei buchi neri – relativi in particolare al ruolo della donna e delle diversità sessuali – che offuscano alquanto la satinata prosopopea amorosa del gruppo.

E in effetti, nella prassi del surrealismo, la donna finisce talvolta per rivelarsi un mero complemento ispiratore dell’artista: una sorta di objet trouvé da collocare sull’altare di un patetico culto del femminino, quando non addirittura una presenza mitica o stregonica da raffinare nell’athanor del proprio ego letterario.

In altre parole, non ci si distacca poi molto dallo schema dicotomico tipicamente giudaico-cristiano della donna vista o come vergine-madre, o come figura perturbante e demoniaca[2]. La donna, anche per i surrealisti, sembra un essere dotato di una propria identità solo di riflesso.

Se poi si passa alla questione “omosessualità”, allora il violento ostracismo di molti surrealisti, tra i quali spicca lo stesso Breton, è addirittura indifendibile. Per alcuni di loro, la questione di una relazione amorosa tra individui dello stesso sesso non è neanche da porsi, perché finirebbe – ed è sin troppo chiaro – per inquinare la visione romantica e sostanzialmente convenzionale del rapporto tra uomo e donna su cui si fonda gran parte dell’armamentario surrealista[3].

All’interno del quadro sommariamente delineato, ci sono beninteso alcune fulgide eccezioni, e tra queste bisogna annoverare certamente la poetessa Joyce Mansour, che rappresenta, se così si può dire, il versante protofemminista (e bisessuale) del surrealismo.

Joyce Patricia Ades – questo il suo nome da “signorina” – era nata a Bowden, in Inghilterra, nel 1928. I suoi genitori risiedevano però abitualmente al Cairo, dove la famiglia Ades faceva parte da diverse generazioni della numerosa colonia britannica. Dopo gli studi secondari svolti in Svizzera e Inghilterra, Joyce rientra quindi in Egitto. Nel 1947, primo tragico matrimonio: suo marito, colpito da un male incurabile, muore dopo appena sei mesi. Nel ‘49, si risposa con Samir Mansour della comunità francese. La nuova coppia comincia allora a spostarsi tra Parigi e Il Cairo, e Joyce s’inizia alla cultura francese assimilandone la lingua. Nel ‘53 pubblica a Parigi la sua prima raccolta di poesie, Cris, attirando da subito l’attenzione dei surrealisti. Sarà l’inizio di una parabola creativa che si esaurirà soltanto nel 1986, allorquando la scrittrice angloegiziana muore per un tumore al seno.

Per dare un’idea del personaggio, riportiamo qui di seguito una testimonianza di Claude Courtot (membro del gruppo surrealista nel 1964-69): «Avevo fatto la conoscenza di Joyce e di Breton nel 1964. Al caffè La promenade de Venus, lei si sedeva sulla panca in fondo alla sala, sotto il grande specchio, in modo da essere di fronte a Breton (…) chiedeva regolarmente del rum e fumava un sigaro enorme che, per uno strano contrasto, rendeva ancora più femminili i tratti del suo viso di bambola bruna dagli occhi attraenti come pozzi. (…) Rileggo non senza emozione questo breve annuncio apparso su France-soir del 15-16 ottobre 1967: “Cerco sogni da collezionare. Scrivere a Joyce Mansour, 1 avenue du Maréchal-Maunory. Parigi 16°.”»[4].

L’opera letteraria della Mansour[5], tuttora pressoché sconosciuta anche in Francia, ridisegna incessantemente una cartografia dell’amore carnale, cercando, allo stesso tempo, di sottrarlo all’utilitarismo e ai buoni sentimenti; il tutto grazie all’espressione di un’energia vitale ricca di humour e di fervido erotismo.

Siamo comunque ben distanti dalle manie ostentate da un Dalí, come pure dall’accanimento lirico-ossessivo di un Bataille (si pensi qui al simbolismo uovo-occhio-testicolo di Histoire de l’œil); tuttavia, anche nella poesia della Mansour è quanto mai preminente la lotta tra Eros e Thanatos, benché si risolva spesso in un’aggressiva ed ironica civetteria, la quale, d’altronde, si sposa magnificamente alle ruvidità, per niente volgari, di una scrittura risoluta e personale. Inoltre, fin dagli esordi, i testi della Mansour mantengono scarsi legami di parentela con la scrittura automatica adottata dagli altri membri del gruppo.

Secondo Arthur Rimbaud – uno dei numi tutelari del surrealismo –, la “donna poeta”, liberata dalle costrizioni sociali, avrebbe trovato “cose strane, insondabili, ripugnanti, deliziose”[6]. Ebbene, con la poesia di Joyce Mansour, tale premonizione ha trovato certamente una delle sue realizzazioni più belle, imperiose ed emozionanti.

Carmine Mangone

http://carminemangone.com/


[1] L’Amour fou (1937) di Breton, L’Amour la Poésie (1929) di Eluard, La Liberté ou l’amour (1927) di Desnos, Anthologie de l’amour sublime (1956) di Péret, ecc.; la lista delle opere sarebbe piuttosto lunga e basta d’altronde consultare una qualsiasi bibliografia sul surrealismo per rendersene conto.

[2] Si veda ad es. La Noyau de la comète di Péret, testo che fungeva da prefazione all’Anthologie de l’amour sublime, ora in : Benjamin Péret, Oeuvres complètes, tome 7, Librarie José Corti, Paris, 1995, pp. 253-294.

[3] Cfr. Recherches sur la sexualité, in: “La Révolution Surréaliste”, n. 11, 15 mars 1928, pp. 32-40. Traduz. it. in: Archivio del surrealismo, Ricerche sulla sessualità, ES, Milano, 1991, pp. 33-69. Preme qui rilevare la mancata partecipazione di René Crevel (dalle note “simpatie” omosessuali) alle sedute surrealiste sulla sessualità. Sarà stato un caso? José Pierre non ne è affatto convinto (cfr. ibidem, pp. 20-21), e neanche chi scrive.

[4] Claude Courtot, Les Ménines, le cherche midi éditeur, Paris, 2000, pp. 109-110.

[5] Tutti i suoi testi editi sono stati raccolti (insieme a qualche inedito) in: Joyce Mansour, Prose & Poésie – Oeuvre complète, Actes Sud, Arles, 1991.

[6] Arthur Rimbaud, lettera a Paul Demeny, detta “del veggente”, 15 maggio 1871.

[1] Claude Courtot, Les Ménines, le cherche midi éditeur, Paris, 2000, pp. 109-110.

[1] Tutti i suoi testi editi sono stati raccolti (insieme a qualche inedito) in: Joyce Mansour, Prose & Poésie – Oeuvre complète, Actes Sud, Arles, 1991.

[1] Arthur Rimbaud, lettera a Paul Demeny, detta “del veggente”, 15 maggio 1871.

Grida
(Cris, 1953)
estratti

*

Amo le calze che rassodano le tue gambe
Amo il corsetto che regge il tuo corpo tremante
Le tue rughe i tuoi seni che traballano la tua aria affamata
La tua vecchiezza contro il mio corpo teso
La tua vergogna di fronte ai miei occhi che sanno tutto
I tuoi vestiti che hanno l’odore del tuo corpo guasto
Tutto questo mi vendica finalmente
Degli uomini che non mi hanno voluta.

*

Che i miei seni ti provochino
Voglio la tua furia
Voglio vedere i tuoi occhi appesantirsi
Le tue guance sbiancare incavandosi.
Voglio i tuoi brividi.
Devi esplodere tra le mie cosce
I miei desideri vanno esauditi sul terreno fertile
Del tuo corpo senza pudore.

*

Non mangiate i bambini degli altri
Perché la loro carne marcirebbe nelle vostre bocche ben fornite.
Non mangiate i fiori rossi dell’estate
Perché la loro linfa è il sangue dei bambini crocifissi.
Non mangiate il pane nero dei poveri
Perché è fecondato dalle loro lacrime acide
E metterebbe radici nei vostri corpi allungati.
Non mangiate affinché i vostri corpi avvizziscano e muoiano
Creando sulla terra in lutto
L’Autunno.

*

Le cieche macchinazioni delle tue mani
Sui miei seni frementi
I lenti movimenti della tua lingua paralizzata
Nelle mie orecchie patetiche
Tutta la mia bellezza annegata nei tuoi occhi senza pupille
La morte nel tuo ventre che si nutre del mio cervello
Tutto questo fa di me una strana signorina.

*

Chiamami col mio ultimo nome.
Appendi i miei vestiti ai pianeti alle stelle.
Che le mie gambe senza uscita marcino sulla terra
Seminando la mia disperazione nei cuori degli animali
Che le mie ultime risposte suonino come rintocchi
Per invitare gli uomini all’assoluzione.

*

Voglio mostrarmi nuda ai tuoi occhi cantanti.
Voglio che tu mi veda gridare dal piacere.
Che le mie membra piegate sotto un peso troppo greve
Ti spingano ad atti empi.
Che i capelli lisci della mia testa offerta
S’impiglino alle tue unghie incurvate dal furore.
Che tu rimanga in piedi cieco e credente
Guardando dall’alto il mio corpo spiumato.

Biografie:

Joyce Patricia Ades – questo il suo nome autentico – è nata ad Bowden, in Inghilterra, nel 1928. I suoi genitori risiedevano però abitualmente a Il Cairo, dove la famiglia Ades faceva parte da diverse generazioni della numerosa colonia britannica. Dopo gli studi secondari svolti in Svizzera e Inghilterra, Joyce rientra quindi in Egitto. Nel 1947, primo tragico matrimonio:suo marito, colpito da un mare incurabile, muore dopo appena sei mesi. Nel ’49 si risposa con Samir Mansour della comunità francese. La nuova coppia comincia allora a spostarsi tra Parigi e Il Cairo, e Joyce s’inizia alla cultura francese assimilandone la lingua da autodidatta. Nel ’53 pubblica a Parigi la sua prima raccolta di poesie, “Cris” attirando da subito l’attenzione dei surrealisti. Sarà l’inizio di una parabola creativa che si esaurirà soltanto nel 1986, allorquando la scrittrice angloegiziona muore per un tumore al seno.
Scrisse di lei Claude Courtot, membro del gruppo surrealista: “Avevo fatto la conoscenza di Joyce e di Breton nel 1964. Al caffè La promenade de Venus, lei si sedeva sulla panca in fondo alla sala, sotto il grande specchio, in modo da essere di fronte a Breton (…) chiedeva regolarmente del rum e fumava un sigaro enorme che, per uno strano contrasto, rendeva ancora più femminili i tratti del suo viso di bambola bruna dagli occhi attraenti come pozzi…”.[via web]
La poesia di Joyce Mansour è tratta dalla sua seconda raccolta di versi: Déchirures [Lacerazioni], edita a Parigi nel 1955 dalle Éditions de Minuit. Dopo la pubblicazione del suo primo libro (Cris, 1953), la poetessa di origini anglo-egiziane era divenuta un membro ufficiale del gruppo surrealista parigino riunito intorno alla figura di André Breton e si sarebbe affermata, in pochi anni, come maggior voce poetica femminile del movimento.[Carmine Mangone]

Rita Regina Florit  si nutre della poesia della Natura rintracciata nella bellezza nelle emanazioni del Divino nei popoli della terra (umano animale vegetale minerale) traducendola in versi e in videopoesia.
Ha pubblicato  “Lezioni inevitabili” Lietocolle, 2005 e “Passo nel fuoco” edizioni d’if, 2010.
E’ presente in varie antologie,  in rete su siti, lit-blog e in e-book.
Ha  partecipato a Roma-Poesia nel 2005 e 2006 con i video *Lezioni inevitabili* con Giorgio Bevignani e *Varchi del rosso* con Enrico Frattaroli.
E’ stata  autrice per il teatro-danza e installazioni.
Ha curato la sezione letteraria delle mostre “Battiti e altri echi del cuore”  Ostuni 2007, “Fuoco e fuochi”  2006, “Terra e territori”  2007 “Aria e vento” 2008, al Forte di Marina di Bibbona (Li)
Suoi testi sono stati tradotti in francese, inglese, spagnolo e punjabi.
Con “Passo nel fuoco” ha vinto il Premio Nazionale di Letteratura Giancarlo Mazzacurati e Vittorio Russo per la Poesia 2010.

Carmine Mangone nasce a Salerno il 23 dicembre 1967.
La traduzione integrale di Déchirures verrà pubblicata in italiano nel 2012, in formato digitale e gratuito, dalla Maldoror Press [http://maldoror.noblogs.org], con un’introduzione di Carmine Mangone e alcune splendide illustrazioni di Simona Pocorobba.
Bibliografia:
*Così perdutamente umani, Nautilus, Torino, 2010;
*EMILE HENRY, Aforismi di un terrorista, in appendice: Carmine Mangone, La qualità dell’ingovernabile, edizioni Gwynplaine, Camerano (AN), 2010;
*Metti pure una virgola dopo la tua fica, amore, Machine Jockey, Milano, 2010, disco digitale [6-track EP in mp3], testi & voce di C.
Mangone, suoni di Claudio Vittori, Marcela Pavia, Insects Are Sexy, Alessandro Inguglia e Alberto Campi [download su Ibs, iTunes Store, ecc.];
*Anche ieri ho dimenticato di morire, Maldoror Press, 2010 [riedizione illustrata in ebook];
*“La vivo, come si vive un principio”, in: AA.VV., Lunatica, ebook a cura di Paolo Melissi e Francesca Mazzucato, Lulu.com, 2010;
*ANDRÉ BRETON, PAUL ÉLUARD, RENÉ CHAR, Rallentare lavori in corso, a cura di C. Mangone, Edizioni L’Obliquo, Brescia, 2009;
*“Cerchi sull’acqua”, in: Auroralia, a cura di Gaja Cenciarelli, Editrice Zona, Civitella in Val di Chiana, (AR), 2009;
* Mai troppo tardi per le fragole, Edizioni L’orecchio di Van Gogh, Falconara Marittima (AN), 2009;
* Là dove io mi sarò infranto, in: “La clessidra”, n. 1, Anno XV, maggio 2009, Edizioni Joker, Novi Ligure (AL);
* AA.VV., La nuova carne poetica, vol. I, “Della femmina intelligenza”, a cura di C. Mangone, PesaNerviPress, San Nicola la Strada (CE), 2008;
*Al centro esatto dello stupore, libro a 4 mani con Valentina mosca, PesaNerviPress, San Nicola la Strada (CE), 2007;
*ISIDORE DUCASSE/LAUTRÉAMONT, Dieci unghie secche invece di cinque, a cura di C. Mangone, Giunti, Firenze-Milano, 2005;
*MAURICE BLANCHOT, La follia del giorno. Con due poesie di Georges Bataille e René Char, a cura di C. Mangone, Edizioni L’Obliquo, Brescia, 2005;
*[traduz. dei testi di Benjamin Péret e Jehan Mayoux in:] I surrealisti francesi, a cura di Pasquale Di Palmo, Stampa Alternativa, Viterbo, 2004;
*JOYCE MANSOUR, Fiorita come la lussuria, a cura di C. Mangone, Nautilus, Torino, 2003;
* BENJAMIN PÉRET, Io non mangio di quel pane, a cura di C. Mangone, Edizioni Bi-Elle, Firenze, 2002;
* Ab imis, con una foto dell’autore di Enzo Eric Toccaceli, Edizioni PulcinoElefante, Osnago, 2002;
* BENJAMIN PÉRET, Sparate sempre prima di strisciare, con accompagnamento alla lettura di C. Mangone, Nautilus, Torino 2001;
*In piena vita, con 5 fotomontaggi di Luca Tanzini, City Lights Italia, Firenze, 2001;
* BENJAMIN PERET, Les Rouilles Encagées/Les Couilles Enragées, a cura di C. Mangone, City Lights Italia, Firenze, 1998;
* Incastrato tra fuoco e lacrime, City Lights Italia, Firenze, 1998;
* Anche ieri ho dimenticato di morire, TraccEdizioni, Piombino, 1993;
* AA.VV., Fuori dal cerchio magico. Stirner e l’anarchia, a cura di C. Mangone, Centrolibri, Catania, 1993 [contiene estratti della tesi di laurea in Scienze Politiche];
* L’affronto, libro a 4 mani con Monica Andreis, s.l., s.d [Carrara, 1990].

Tra le righe n. 5: Hugo von Hofmannsthal

Tra le righe n. 5:  Hugo von Hofmannsthal

la traduzione è nella sua essenza plurale etica dell’ascolto

Antoine Berman[i]

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Ballade des äußeren Lebens

Und Kinder wachsen auf mit tiefen Augen,
Die von nichts wissen, wachsen auf und sterben,
Und alle Menschen gehen ihre Wege.

Und süße Früchte werden aus den herben
Und fallen nachts wie tote Vögel nieder
Und liegen wenig Tage und verderben.

Und immer weht der Wind, und immer wieder
Vernehmen wir und reden viele Worte
Und spüren Lust und Müdigkeit der Glieder.

Und Straßen laufen durch das Gras, und Orte
Sind da und dort, voll Fackeln, Bäumen, Teichen,
Und drohende und totenhaft verdorrte…

Wozu sind diese aufgebaut? und gleichen
Einander nie? und sind unzählig viele?
Was wechselt Lachen, Weinen und Erbleichen?

Was frommt das alles uns und diese Spiele,
Die wir doch groß und ewig einsam sind
Und wandernd nimmer suchen irgend Ziele?

Was frommts, dergleichen viel gesehen haben?
Und dennoch sagt der viel, der ”Abend” sagt,
Ein Wort, daraus Tiefsinn und Trauer rinnt

Wie schwerer Honig aus den hohlen Waben.

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Hugo von Hofmannsthal, 1903

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Ballata della vita apparente

E fanciulli dai grandi occhi innocenti
Fioriscono e declinano nel buio
E ognuno corre la sua via nel mondo

E d’acerbi maturan dolci frutti,
Cadono a notte come uccelli,
Giacciono al suolo in pochi dì corrotti.

E vaga eterno il vento, eternamente
S’ascoltano e rispondono parole
E gioia e noia piegano le membra.

E strade bianche corrono fra l’erba,
Incontro a piazze lumi alberi stagni,
Fra cupo rombo e squallidi deserti.

Tante pietre perché, tante contrade,
E nome e volto mai non hanno eguali?
Riso e pianto, che muta, e impallidire?

E questo a noi che giova e questi giochi,
Che grandi siamo ed in eterno soli
E non cerchiamo al nostro andare un fine?

Cose tante, che giova aver vedute?
E molto dice chi mai dica «sera»,
Parola da cui tardo un lutto stilla

Come da l’arnie vuote grave miele.

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(Traduzione di Leone Traverso)

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Ballata della vita apparente

E crescono i bambini, con i profondi occhi
Che nulla sanno, crescono e poi muoiono,
ed ogni uomo va per la sua via.

E in dolci frutti mutano gli acerbi
e nella notte cadono come uccelli
e in pochi giorni giacciono corrotti.

E sempre spira il vento e sempre ancora
noi diciamo e ascoltiamo numerose parole
e voluttà e stanchezza tocca le nostre membra.

E strade corrono, traverso l’erba, e luoghi
sono qua e là, con lumi, alberi, stagni,
o minacciosi e mortalmente calvi…

A che furono edificati? E mai
due si uguagliano? e sono innumerevoli?
Che mutano le risa, il pianto ed il pallore?

Che giova il tutto a noi, e questi giuochi,
se siamo grandi ed in eterno soli
e non poniamo segno al nostro andare?

Che vale aver veduto tanto? Pure
Dice molto colui che dice «sera»,
parola da cui goccia lutto e meditazione

come dai vuoti favi il miele greve.

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(Traduzione di Cristina Campo)

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Ballata della vita esteriore

Fanciulli che crescono con occhi profondi.
Di nulla sanno, crescono e muoiono,
E tutti gli uomini vanno per la loro strada.

Dolci frutti che nascono dagli acerbi
E cadono giù di notte come uccelli morti,
Giacciono pochi giorni e marciscono.

Sempre soffia il vento e sempre torniamo
Ad ascoltare e dire molte parole
Ad avvertire il piacere e la stanchezza delle membra.

Strade che corrono attraverso l’erba e luoghi
Qua e là, pieni di fiaccole, alberi, stagni,
Ora minacciosi, ora spettralmente disseccati.

Perché vi sono queste cose? e tanto
L’una all’altra dissimile? E in così grande numero?
Cos’è che alterna il riso, il pianto ed il pallore?

Tutto ciò, e questi giuochi, a noi che giovano?
A noi che pure siamo adulti ed eternamente soli,
Che vagando non cerchiamo mai una meta?

Che giova, di queste cose averne viste tante?
E tuttavia dice molto chi dice «Sera»,
Una parola da cui scorre profondità e tristezza

Come greve miele dagli incavati favi.

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(Traduzione di Elena Croce)

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Hugo von Hofmannsthal (1874-1929). Viennese di nascita, ha antenati paterni di origine boema e di religione ebraica; in lui, come scrisse Hermann Broch, convivono due patrie, l’austriaca e la lombarda: il nonno August Hofmann von Hofmannsthal aveva sposato la nobile milanese Petronilla Rho. Hugo von Hofmannsthal esordisce sulla scena letteraria viennese con lo pseudonimo di Loris, mentre è ancora studente liceale. Nel 1892 pubblica il frammento drammatico Der Tod des Tizians (La morte di Tiziano) su “Blätter für die Kunst”, rivista letteraria diretta a Monaco dal poeta Stefan George. Nel 1897, durante un viaggio in Italia, scrive di getto opere teatrali (tra queste, Il piccolo teatro del mondo, La donna alla finestra, L’imperatore e la strega). Conclusi gli studi, Hofmannsthal si sposa nel 1901 e va a vivere nel castello di Rodaun nei pressi di Vienna, dove conduce una vita ritirata. A quel periodo risale la redazione di Ein Brief (traduzione italiana: Lettera di Lord Chandos), segnale di una crisi poetico-esistenziale e della scoperta di un «significato latitante» (Claudio Magris). Nel 1906 incontra Richard Strauss, del quale diviene consulente e librettista ufficiale. Dal sodalizio nasce, tra l’altro, Der Rosenkavalier (Il Cavaliere della Rosa), 1911.

Leone Traverso. «Reputato a ragione il maggior grecista e germanista nella brillante schiera dei cosiddetti “ermetici” fiorentini, possiede accanto a uno straordinario senso della lingua un talento poetico  che pone al servizio dei poeti che traduce, ma che al dire di amici come Mario Luzi, Tommaso Landolfi, Oreste Macrì gli avrebbe permesso di esprimersi altamente con la sua voce, non avesse tutta piegata quella voce a offrire al lettore italiano i versi assoluti di Pindaro, dei tragici greci, di Hölderlin, di Trakl, di Rilke, di Hofmannsthal.» (dalla nota di Margherita Pieracci Harwell in: Cristina Campo, Caro Bul. Lettere a Leone Traverso (1953-1967), Milano, Adelphi, 2007, pp. 207-208).

Cristina Campo, al secolo Vittoria Guerrini (1923-1977), ha pubblicato in vita la raccolta di poesie Passo d’addio (1956), e le prose di Fiaba e mistero (1962) e Il flauto e il tappeto (1971), oltre a traduzioni e saggi. Tra questi ultimi vanno menzionate le introduzioni alle versioni poetiche, in particolare a quelle da John Donne (introduzione a Poesie amorose e teologiche, a cura di Cristina Campo, Torino, Einaudi, 1971) e William Carlos Williams (Introduzione a Poesie di William Carlos Williams, tradotte e presentate da Cristina Campo e Vittorio Sereni, Torino, Einaudi, 1961). Di Cristina Campo Adelphi ha pubblicato due volumi di saggi, Gli imperdonabili (1987) e Sotto falso nome (1998), il volume di poesie e traduzioni poetiche La Tigre Assenza (1991), le Lettere a Mita (1999) e le Lettere a Leone Traverso (1953-1967) nel volume Caro Bul (2007)

Elena Croce (1915-1994). Figlia primogenita di Benedetto Croce, è stata traduttrice, scrittrice e ambientalista. Con il marito Raimondo Craveri ha condiviso la conduzione del mensile letterario “Lo spettatore italiano”. A lei si deve il riconoscimento del valore del romanzo di Tomasi di Lampedusa Il Gattopardo; nel 1957 ne invia il manoscritto all’amico scrittore Giorgio Bassani. Con Bassani e altri intellettuali fonda nel 1956 l’associazione Italia Nostra. Ha contribuito alla creazione della Fondazione Biblioteca Benedetto Croce e dell’Istituto Italiano per gli Studi Filosofici.


[i] Berman, linguista francese, traduttore dall’inglese, dallo spagnolo e dal tedesco, saggista e teorico della traduzione, è menzionato da Maria Luisa Vezzali a p. 8 del suo Editoriale al volume di “Materiali” (pubblicazione semestrale della Bottega dell’Elefante), pubblicato nel dicembre 2007 con il titolo La soglia sull’altro. I nuovi compiti del traduttore.

Tra le righe n.4: René Char

René Char

Dyne

Passant l’homme extensible et l’homme transpercé, j’arrivai devant la porte de toutes les allégresses, celle du Verbe descellé de ses restes mortels, faisant du neuf, du feu avec la vérité, et fort de ma verte créance je frappai.
Ainsi atteindras-tu au pays lavé et désert de ton défi. Jusque-là, sans calendrier, tu l’édifieras. Sévère vanité! Mais qui eût parié et opté pour toi, des sites immémoriaux à la lyre fugitive du père?

Dine  tradotto da Vittorio Sereni

Superando l’uomo estensibile e l’uomo trafitto,
arrivai alla porta di ogni esultanza,
del Verbo dissigillato dalla sua spoglia mortale, facendo
cosa nuova, un fuoco mediante verità, e forte del mio verde credo, bussai.
Raggiungerai così il paese dilavato e deserto della tua
sfida. Fin là, senza calendario, lo edificherai. Severa
vanità! Ma chi avrebbe scommesso e optato per te, dai luoghi immemoriali alla lira fuggiasca del padre?

tratta da “Due rive ci vogliono”, Donzelli Poesia, ed. 2010

Poema Dyne tradotto da Jorge Riechmann

Dejando atrás al hombre extensible y al hombre traspasado
llegué ante la puerta de todos los júbilos, la del Verbo desellado
de sus restos mortales, formando lo nuevo, creando fuego
a partir de la verdad, y fortalecido por mi verde fe llamé.
Así llegarás tú al país lavado y desierto de tu desafío. Hasta
entonces, sin fechas fijas, lo irás edificando. ¡Severa vanidad!
¿Pero quién hubiera apostado y optado por ti, desde los parajes
inmemoriales hasta la lira fugitiva del padre?

Tra le righe n. 3: Paul Éluard

Tra le righe n. 3: Paul Éluard

la traduzione è nella sua essenza plurale etica dell’ascolto

Antoine Berman[i]

Paul Éluard

Ta chevelure d’oranges dans le vide du monde

Ta chevelure d’oranges  dans le vide du monde
Dans le vide des vitres lourdes de silence
Et d’ombre où mes mains nues cherchent tous tes reflets.

La forme de ton coeur est chimérique
Et ton amour ressemble à mon désir perdu
O soupirs d’ambre, rêves, regards

Mais tu n’as pas toujours été avec moi. Ma mémoire
Est encore obscurcie de t’avoir vu venir
Et partir. Le temps se sert de mots comme l’amour.

 

Arance i tuoi capelli e intorno il vuoto

Arance i tuoi capelli e intorno il vuoto
Del mondo, e intorno il vuoto anche dei vetri
carichi d’ombra e di silenzio dove
Cercano tutti i suoi riflessi queste
Mie mani nude.

Chimerica è la forma del tuo cuore
e il tuo amore assomiglia al mio perduto
Desiderio. O sospiri d’ambra, sogni,
Sguardi.

Ma tu non sei rimasta sempre
con me. La mia memoria è ancora nebbia,
che t’ ha vista venire, andare. Il tempo
Di parole si avvale, come amore.

(traduzione di Luigi De Nardis)

I  tuoi capelli d’arance nel vuoto del mondo

I tuoi capelli d’arance nel vuoto del mondo
Nel vuoto dei vetri carichi di silenzio
E d’ombra dove con mani nude cerco ogni tuo riflesso.

La forma del tuo cuore è disegnata nell’aria
E il tuo amore rassomiglia al mio perduto desiderio.
O sospiri d’ambra, sogni, occhiate.

Ma tu non sei stata con me ogni istante. La mia memoria
Si è oscurata da quando ti ho vista arrivare
E partire. Si serve di parole il tempo, come l’amore.

(traduzione di Gianni Priano)

Paul Éluard (pseudonimo di Eugène-Émile-Paul Grindel), nasce nel 1895 a Saint-Denis. Frequenta il liceo Colbert di Parigi. Nel 1912, gravemente malato, viene ricoverato nel sanatorio di Clavarel, in Svizzera, dove conosce Elena Dimitrovna Diakonova (Gala), che sposa nel 1917 e dalla quale avrà una figlia. Le sue prime poesie risalgono al 1913.  Della sua partecipazione alla Prima guerra mondiale  sono testimonianza i Poèmes pout la paix’(1918). Contribuisce alla nascita e allo sviluppo dei movimento surrealista, collaborando in particolare con Breton e Max Ernst. A questo periodo risalgono le raccolte Capitale de la douleur’(1926) e Dèfense de savoir (1928). Viaggia molto in Europa e nel 1924 compie un lungo vagabondaggio in Asia. Due anni più tardi aderisce al partito comunista francese. Si separa da Gala nel 1930, quando conosce Maria Benz (Nusch), che diviene sua moglie qualche anno dopo. Durante l’occupazione tedesca di Parigi, nella Seconda guerra mondiale, entra nella Resistenza e continua la sua intensa attività poetica con liriche poi raccolte in Poésie et vérité (1942), Dignes de vivre (1944) e Au rendez-vous allemand (1944). Nel 1951, dopo la morte improvvisa di Nusch nel 1946, sposa Dominique Lemor, alla quale sono dedicati i suoi ultimi versi d’amore, in Le Phénix (1951). Muore a Parigi il 18 novembre 1952.

Luigi de Nardis(1928-1999),critico letterario e filologo,  è stato professore ordinario di lingue e letteratura francese,   prima presso la Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università degli Studi di Milano, di cui è stato anche preside (1969-1974), e poi, dal  1974,  presso la Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università degli Studi di Roma “La Sapienza”, di cui ha diretto il dipartimento di francesistica e di cui è stato preside. Ha condotto studi in ambito letterario e filologico   ed è stato considerato uno dei maggiori esperti di Baudelaire e Mallarmé in Italia. Ha pubblicato la traduzione di testi di François Villon (Poesie) e di Baudelaire (Les Fleurs du Mal). È stato membro dell’Accademia dei Lincei, socio onorario della “Société d’histoire littéraire de la France”, vice-presidente del “Comitato nazionale delle opere di  Belli”, presidente dell’Istituto Nazionale di Studi Romani, membro dell’Accademia Letteraria Italiana dell’Arcadia. Nel 1996, alla Sorbonne, gli è stato conferito il titolo di Dottore “Honoris Causa”.

Gianni Priano è nato nel 1962 a Genova e a Genova abita (Voltri). Nel 1985 si è laureato in filosofia. Ha pubblicato volumi di poesie:  L’ombra di un imbarco,  Torino 1991; Città delle Carle infelici, Cuneo 1995;  Nel raggio della catena, Borgomanero – Novara 2001; Turbie ed altri confini,  Il Ponte del Sale, Rovigo, 2004. Ha inoltre pubblicato poesie, racconti, recensioni, brevi saggi su: La Clessidra, Resine, Il Maltese, Atelier, Madrugada, Il Gabellino, Tratti.


[i] Berman, linguista francese, traduttore dall’inglese, dallo spagnolo e dal tedesco, saggista e teorico della traduzione, è menzionato da Maria Luisa Vezzali a p. 8 del suo Editoriale al volume di “Materiali” (pubblicazione semestrale della Bottega dell’Elefante), pubblicato nel dicembre 2007 con il titolo La soglia sull’altro. I nuovi compiti del traduttore.

Tra le righe n. 2: Friedrich Hölderlin

Tra le righe n. 2: Friedrich Hölderlin

la traduzione è nella sua essenza plurale etica dell’ascolto

Antoine Berman[i]

Friedrich Hölderlin, Hälfte des Lebens

Mit gelben Birnen hänget

Und voll mit wilden Rosen

Das Land in den See,

Ihr holden Schwäne,

Und trunken von Küssen

Tunkt ihr das Haupt

Ins heilignüchterne Wasser.

Weh mir, wo nehm ich, wenn

Es Winter ist, die Blumen, und wo

Den Sonnenschein,

Und Schatten der Erde?

Die Mauern stehn

Sprachlos und kalt, im Winde

Klirren die Fahnen.

Metà della vita

Si curva con pere dorate

E folto di rose selvagge

Il paese nel lago;

E voi cigni beati

Ed ebbri di baci

Tuffate voi il capo

Nell’acqua limpida e sacra.

Ma quando viene l’inverno,

Dove trovo i fiori e dove

Il lume del sole

E l’ombre della terra?

Muti e gelidi stanno

I muri, al vento

Stridono banderuole.

(Traduzione di Leone Traverso)

Metà della vita

Con pere gialle pende

e pieno di rose silvestri

il paese nel lago,

voi dolci cigni,

ed ebbri di baci

il capo voi tuffate

nell’acqua sacra serena.

Ahimè, dove prendo quando

è inverno i fiori e dove

il lume del sole

e ombra della terra?

I muri stanno

afoni e freddi, nel vento

le banderuole stridono.

(Traduzione di Remo Fasani)

Friedrich Hölderlin, nato nel 1770 a Lauffen am Neckar, studia teologia allo Stift di Tubinga, dove conosce Schelling e Hegel. Non eserciterà mai l’attività pastorale alla quale si abilita. Divenuto precettore dei figli del banchiere Gontard a Francoforte, si innamora della moglie di questi, Suzette, che diventerà il modello di Diotima, figura ricorrente nella sua poesia. Costretto a separarsene nel 1798, prosegue l’attività di precettore a Haltwyl in Svizzera, dopo un soggiorno a Homburg. Nel 1802, quando già cominciano a manifestarsi segni di disturbi mentali, riceve la notizia della morte di Suzette. Hälfte des Lebens è del 1805. Nel 1806 il poeta, sofferente di una malattia catalogata come schizofrenia catatonica, è affidato a Ernst Zimmer, falegname di Tubinga che si prende cura di lui fino alla morte, avvenuta nel 1843. Nella torre di Tubinga, nella quale vive per 37 anni,  Hölderlin continua a scrivere poesie – alcune delle quali analizzate dal linguista e semiologo Roman Jakobson nel suo saggio Hölderlin. L’arte della parola (trad.it. di Oscar Meo, il melangolo, Genova 1979) – firmandosi dal 1837-1838 con lo pseudonimo di “Scardanelli”.

Leone Traverso. “Reputato a ragione il maggior grecista e germanista nella brillante schiera dei cosiddetti «ermetici» fiorentini, possiede accanto a uno straordinario senso della lingua un talento poetico  che pone al servizio dei poeti che traduce, ma che al dire di amici come Mario Luzi, Tommaso Landolfi, Oreste Macrì gli avrebbe permesso di esprimersi altamente con la sua voce, non avesse tutta piegata quella voce a offrire al lettore italiano i versi assoluti di Pindaro, dei tragici greci, di Hölderlin, di Trakl, di Rilke, di Hofmannsthal.” (dalla nota di Margherita Pieracci Harwell in : Cristina Campo, Caro Bul. Lettere a Leone Traverso (1953-1967), Adelphi, Milano 2007. 207-208).

Remo Fasani, poeta, saggista, critico ed artista di rilevante influenza  per Cristina Campo che ne apprezzava la straordinaria cultura e ne condivideva gli interessi, come è documentabile dall’epistolario intrattenuto dalla stessa  tra il 1951 ed il 1954.  Sono stati uniti inizialmente dall’esperienza comune della “Posta Letteraria del Corriere dell’Adda” fondata da Gianfranco Draghi e da Cristina Campo  che affidò allo scrittore alcuni dei suoi manoscritti. È nato a Mesocco (Canton Grigioni) nel 1922; dal 1962 al 1985 è stato docente di lingua e di letteratura italiana all’Università di Neuchâtel.  Cresce culturalmente alla scuola dei grandi toscani (Dante in primo luogo), quindi dei tedeschi (Hölderlin in particolare), per poi dedicarsi allo studio delle filosofie orientali.  L’opera poetica, dal 1943 fino ai primi anni sessanta, appare contrassegnata da una disposizione idilliaca con tendenza al mistico. La seconda fase segna una svolta nettissima e rientra a pieno titolo in una tradizione di poesia saggistica modellata su esempi classici, Parini in primo luogo, poi Leopardi, Manzoni, Dante e i lirici cinesi.  Remo Fasani ha scritto diversi saggi critici, soprattutto su Dante, ma anche sulla metrica, sui Promessi Sposi, su questioni linguistiche.  (dal sito www.cristinacampo.it )


[i] Berman, linguista francese, traduttore dall’inglese, dallo spagnolo e dal tedesco, saggista e teorico della traduzione, è menzionato da Maria Luisa Vezzali a p. 8 del suo Editoriale al volume di “Materiali” (pubblicazione semestrale della Bottega dell’Elefante), pubblicato nel dicembre 2007 con il titolo La soglia sull’altro. I nuovi compiti del traduttore.

Tra le righe #1: William Carlos Williams

la traduzione è nella sua essenza plurale etica dell’ascolto

Antoine Berman[i]

Tra le righe” si propone di affiancare traduzioni di testi poetici. Presentiamo qui le traduzioni di Cristina Campo e di Luigi Bonaffini di The Widow’s Lament in Springtime di William Carlos Williams.

The Widow’s Lament in Springtime

Sorrow is my own yard
where the new grass
flames as it has flamed
often before but not
with the cold fire
that closes round me this year.
Thirtyfive years
I lived with my husband.
The plumtree is white today
with masses of flowers.
Masses of flowers
load the cherry branches
and color some bushes
yellow and some red
but the grief in my heart
is stronger than they
for though they were my joy
formerly, today I notice them
and turn away forgetting.
Today my son told me
that in the meadows,
at the edge of the heavy woods
in the distance, he saw
trees of white flowers.
I feel that I would like
to go there
and fall into those flowers
and sink into the marsh near them.

(da The Collected Poems of William Carlos Williams, Volume I, 1909-1939, a cura di Christopher MacGowan. Copyright 1938, 1944, 1945 William Carlos Williams).

 

Lamento della vedova a primavera

La pena è il mio recinto.
L’erba nuova fiammeggia
là come ha spesso
fiammeggiato, ma non
del fuoco freddo
che quest’anno mi cinge.
Trentacinque anni
vissi con mio marito.
Oggi il susino è bianco
di fiori a cumuli
e cumuli di fiori
pesano sui rami del ciliegio,
colorano cespugli
di giallo, altri di rosso.
Ma è più forte la pena nel mio cuore:
furono la mia gioia
di un tempo, oggi li noto,
poi mi volto e li scordo.
Oggi mio figlio mi ha detto
che per i prati, agli orli
dei grevi  boschi,
di lontano ha veduto
bianchi alberi in fiore.
Io sento che vorrei
raggiungerli, cadere
in quei fiori, affondare
nella vicina palude.

(traduzione di Cristina Campo, in: La tigre assenza, Adelphi, Milano 1991, p. 127)

 

Il lamento della vedova in primavera

Il dolore è il mio proprio giardino
dove l’erba nuova
fiammeggia come ha fiammeggiato
spesso prima ma non
con il freddo fuoco
che mi circonda quest’anno.
Per trentacinque anni
sono vissuta con mio marito.
Il susino è bianco oggi
con mucchi di fiori.
Mucchi di fiori
caricano i rami del ciliegio
e colorano di giallo alcuni cespugli
e altri di rosso
ma il dolore nel mio cuore
è più forte di loro
perché sebbene fossero la mia gioia
un tempo, oggi li vedo
e mi volto dimentica.
Oggi mio figlio mi ha detto
che nei prati,
al limite dei densi boschi
in lontananza, ha visto alberi
dai fiori bianchi.
Sento che mi piacerebbe
Andare lì
e cadere in quei fiori
e sprofondare nella palude lì vicino.

(traduzione di Luigi Bonaffini, in: Journal of Italian Translation, Volume I, Number I, Spring 2010, p. 239)

 

William Carlos Williams (1883-1963) ha pubblicato molte raccolte di poesia, quattro romanzi, diversi volumi di racconti, alcune opere teatrali, un’autobiografia e moltissimi saggi e recensioni, pur dedicandosi a tempo pieno alla sua professione di medico. Fu un sostenitore convinto di riviste letterarie piccole e indipendenti. Enfasi sui dettagli vividi (il suo motto era: “Non ci sono idee se non nelle cose”) e dedizione completa ai ritmi e ai suoni dell’idioma nordamericano: questi tratti della sua poesia hanno esercitato un’influenza fortissima su parecchie generazioni di poeti. La sua ultima raccolta di poesie, Pictures from Brueghel (Quadri da Brueghel, 1962) ha ottenuto il riconoscimento prestigioso del Premio Pulitzer, poco dopo la sua morte.

Cristina Campo, al secolo Vittoria Guerrini (1923-1977), ha pubblicato in vita Fiaba e mistero (1962) e Il flauto e il tappeto (1971), traduzioni e saggi. Tra questi ultimi vanno menzionate le introduzioni alle versioni poetiche, in particolare a quelle da John Donne (introduzione a Poesie amorose e teologiche, a cura di Cristina Campo, Einaudi, Torino 1971) e William Carlos Williams (Introduzione a Poesie di William Carlos Williams, tradotte e presentate da Cristina Campo e Vittorio Sereni, Einaudi, Torino 1961). Di Cristina Campo Adelphi ha pubblicato due volumi di saggi, Gli imperdonabili (1987) e Sotto falso nome (1998), il volume di poesie e traduzioni poetiche La Tigre Assenza (1991), le Lettere a Mita (1999) e le Lettere a Leone Traverso (1953-1967) nel volume Caro Bul (2007).

Luigi Bonaffini è docente di lingua e letteratura italiana al Brooklyn College di New York. Oltre che di letteratura Italiana contemporanea, si occupa di poesia dialettale, di traduzione e di letteratura della diaspora. Ha tradotto libri di diversi poeti in italiano e in dialetto, tra cui Dino Campana, Mario Luzi, Vittorio Sereni, Giose Rimanelli, Giuseppe Jovine, Achille Serrao, Albino Pierro, Cesare Ruffato, Pier Paolo Pasolini, Attilio Bertolucci. Ha curato cinque antologie trilingue di poesia dialettale. Di prossima pubblicazione è un’antologia bilingue della poesia italiana della diaspora (Fordham University Press). Dirige la rivista Journal of Italian Translation  www.jitonline.org.


[i] Berman, linguista francese, traduttore dall’inglese, dallo spagnolo e dal tedesco, saggista e teorico della traduzione, è menzionato da Maria Luisa Vezzali a p. 8 del suo Editoriale al volume di “Materiali” (pubblicazione semestrale della Bottega dell’Elefante), pubblicato nel dicembre 2007 con il titolo La soglia sull’altro. I nuovi compiti del traduttore.