Torquato Tasso

Riletti per voi #1 – Manuel Cohen, Winterreise. La traversata occidentale

Riletti per voi è una rubrica con la quale intendiamo richiamare l’attenzione su testi letterari che, a distanza di anni dalla loro prima pubblicazione – che siano pochi o molti anni, pare non interessare, invece, a un mercato editoriale che macina e dimentica – conservano intatte bellezza e verità. La prima puntata si apre con Winterreise di Manuel Cohen, che con questo volume si aggiudicò il Premio Fortini 2011.

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Manuel Cohen, Winterreise. La traversata occidentale. Nota introduttiva di Gianmario Lucini, CFR 2012

Nella bella prefazione a Winterreise di Manuel Cohen, Gianmario Lucini avvertiva che le analogie tra il ciclo di Lieder – che sarebbero stati poi musicati da Schubert – del poeta romantico tedesco Wilhelm Müller, oggi ricordato quasi esclusivamente per aver avuto l’onore di una versione in musica per questo ciclo e per l’altro, Die schöne Müllerin, non erano molte. Del resto, Manuel Cohen manifesta già nel sottotitolo il filo conduttore della raccolta: La traversata occidentale. Di questo interminabile inverno, del quale l’autore ricorda nella nota iniziale alcune tappe – dal Tramonto dell’Occidente alla prima Guerra del Golfo, dalla Shoah alla strage di via D’Amelio, passando per Chernobyl e la caduta del muro di Berlino − si dipanano in questa raccolta le tracce, aguzze, spoglie, piene di considerazioni caparbiamente – e felicemente, aggiungo io, ché per motivi generazionali e scelte non posso che provare riconoscenza e riconoscimento quando leggo testi, ad esempio, come (comitato sofri) – inattuali, di un passaggio per gole impervie (la solitudine, tratto comune a entrambi i “viaggi d’inverno”) e di un incontro beffardo con pingui muri di gomma, untuosi potenti, sazi sgomitanti e puntualmente ignari.
Nelle XI sezioni – tutte declinazioni dell’inverno − che abbracciano le ottave scritte in venti anni, dal 1989 al 2009, la satira assume le forme di una poesia che si esprime con ritmi precisi, in prevalenza endecasillabi («risorsa occidentale che dirupa») o settenari («dove brucia una mina»), con rime dal volo alto («Vola alta, parola») o radente: che siano esse alternate o, di preferenza,  baciate, il suo bersaglio è l’occidente pieno di sé. Come non pensare, allora, a un altro inverno, quello dei versi satirici di Germania, una fiaba d’inverno di Heinrich Heine? Come il Wintermärchen di Heine, anche la Winterreise di Cohen unisce all’invettiva perfettamente calzante e ben mirata una ragguardevole sollecitudine nei confronti della prosa (Arendt di Ebraismo e modernità, Yehoshua de Il signor Mani) e, soprattutto, della poesia di altri autori – Luzi, Pasolini, Fortini, Bellezza, ma, andando indietro, anche Tasso, solo per menzionarne alcuni −, sollecitudine efficace nell’opera di sottrazione alla dimenticanza e alla superficialità. È vero amore che nasce dalla frequentazione quotidiana, dalla scelta di bellezza e pensiero concepiti come ultimi avamposti all’incuria e al disastro perpetrato nel tempo, allo sfacelo, al precipitare e disgregarsi che il verbo “dirupare”, usato sia come transitivo sia come intransitivo, ma sempre alla terza persona singolare dell’indicativo presente, racchiude ed esprime in modo esemplare.
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Traducendo Baudelaire #5

Da un semplice “esercizio”, le prove di traduzione per l’esame di letteratura francese del corso di laurea magistrale in traduzione (Università di Pisa) si sono trasformate in proposte stimolanti. Il corso dell’anno accademico 2013/14 era incentrato sullo studio della poetica della prima grande raccolta lirica francese “moderna”, Les Fleurs du Mal di Baudelaire. Durante il corso, è stato dato particolare risalto all’analisi e al confronto dei testi francesi con le più importanti traduzioni italiane. Gli allievi hanno subito a tal punto la fascinazione della scrittura baudeleriana da volersi cimentare a loro volta nella traduzione. Si tratta quindi di testi che sono nati in un contesto, per così dire, “scolastico” – non pensati in vista di una qualche forma di pubblicazione – e che mostrano, per certi versi, anche le ingenuità dell’esordiente. Ma nell’insieme testimoniano grande sensibilità e rispetto del testo di partenza, sempre con lo sguardo rivolto all’ipotetico lettore. (Helène de Jacquelot, Barbara Sommovigo)

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Sur Le Tasse en prison d’Eugène Delacroix

Le poète au cachot, débraillé, maladif,
Roulant un manuscrit sous son pied convulsif,
Mesure d’un regard que la terreur enflamme
L’escalier de vertige où s’abîme son âme.

Les rires enivrants dont s’emplit la prison
Vers l’étrange et l’absurde invitent sa raison ;
Le Doute l’environne, et la Peur ridicule,
Hideuse et multiforme, autour de lui circule.

Ce génie enfermé dans un taudis malsain,
Ces grimaces, ces cris, ces spectres dont l’essaim
Tourbillonne, ameuté derrière son oreille,

Ce rêveur que l’horreur de son logis réveille,
Voilà bien ton emblème, Ame aux songes obscurs,
Que le Réel étouffe entre ses quatre murs !

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Sul Tasso in prigione di Eugène Delacroix (trad. di Federica Merati)

Il poeta in cella, trasandato, malato,
sgualcendo un manoscritto con il piede agitato,
osserva con lo sguardo infiammato dal terrore,
l’abisso di vertigine dove sprofonda il suo cuore.

Le risa inebrianti di cui risuona la prigione
allo strano e all’assurdo portan la sua ragione ;
il Dubbio lo assedia, e la Paura orrenda,
multiforme e ridicola, lo circonda.

Questo genio rinchiuso in un tugurio infame,
queste smorfie, queste grida, queste ombre il cui sciame
turbina dietro il suo orecchio, tumultuoso,

questo sognatore risvegliato dal suo alloggio spaventoso,
ecco il tuo emblema, Anima dai sogni oscuri,
che il Reale soffoca tra i suoi quattro muri !

 

Questo componimento è liberamente ispirato al quadro di Delacroix, ed è quindi un’ekphrasis infedele: Tasso nel quadro non ha uno sguardo “infiammato dal terrore”, ma piuttosto assonnato e fuori del mondo. Alla dimensione del sogno Baudelaire ne sovrappone un’altra, altrettanto romantica, quella dell’artista ribelle e perseguitato, che in questa nostra rubrica già fu albatro, già fu Gesù. Il tema della follia contrapposta alla sedicente normalità trova dunque in Tasso, rinchiuso nell’Ospedale Sant’Anna per volontà della famiglia d’Este, l’emblema perfetto. Esiste però un’affinità più profonda tra l’autore della Gerusalemme liberata e la grande letteratura ottocentesca, ed è il fascino del male. Nel poema cristiano viene suggerita per la prima volta una possibile complicità con l’Altro, con l’Infedele, con Satana schierato dalla parte dei pagani, ma è ancora una solidarietà inconscia, che riflette il clima spirituale frantumato della Controriforma. In Baudelaire questa complicità viene invece sbandierata apertamente e provocatoriamente, contro quella classe borghese che si crede pura e invece è marchiata dal peccato. Federica Merati è brava a mantenere il sistema di rime del sonetto, e anche a concedersi qualche piccola deviazione. Nell’originale la vertigine è una “scala” che si può ancora misurare, qui diventa un “abisso” che si osserva e basta, accentuando il terrore e la perdita di controllo. Il tugurio non è più soltanto “malsano”, ma addirittura “infame”, segnato dall’errore, dalla vergogna e dall’ingiustizia. La realtà oggettiva del mondo è ormai irrimediabilmente confusa con la vita morale del soggetto, con lo “sciame” delle sue ombre. Come Dio e Satana sono sempre meno ontologicamente dati, sempre più psicologicamente dirompenti. (A.A.)