Torino

Interviste credibili #18: Giusi Marchetta tra lettura e scrittura

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Giusi Marchetta

Interviste credibili #18: Giusi Marchetta tra lettura e scrittura

D: Ciao Giusi, comincio da una delle mie fissazioni: le città. Tu vivi a Torino, come è cambiata negli ultimi anni? Mi racconti la tua Torino?

R: La mia Torino è una città che sei anni fa conoscevo poco e mi spaventava un po’. Poi ho iniziato a conoscerla attraverso i nomi delle scuole: arrivavo alle convocazioni con tutti questi cerchietti disegnati in certi punti della città e una legenda complicatissima per individuare subito quelle che si trovavano a una distanza meno problematica da casa mia. Adesso la scuola è quella in cui insegno da un anno e la città mi sembra più accogliente perché sono aumentate col tempo le persone che mi hanno accolta. La penso come “casa”: è il cambiamento più importante che Torino ha fatto per me negli ultimi anni.

D: Quanto conta, penso ai fiumi, avere tutta quell’acqua a due passi da casa?

R: Molto. Quando vivevo a Napoli sapevo che proseguendo lungo via Roma avrei trovato il mare e qualcosa di bello da guardare. Adesso abito vicino alla Dora, in una curva particolarmente affascinante del fiume. A volte, quando rincaso, mi sembra assurdo che sia così facile vederla.

D: Tu insegni, sei matta? Tu scrivi, sei sicura di star bene? Tu sei una lettrice, dobbiamo rinchiuderti?

R: Penso che ci sia qualcosa di lievemente disturbato in tutti e tre gli ambiti. E sì, la compresenza e l’importanza che do a tutte e tre le cose non mi aiuta a sembrare più sana di mente. Però a esser giusti bisognerebbe dare tutte le colpe alla letteratura. Più che cambiarmi la vita me l’ha impostata e non sono riuscita a fare altro: la insegno, la leggo e quando scrivo il confronto con i libri degli altri mi mantiene lucida sulle mie potenzialità e i miei limiti. Qualche lato positivo c’è: le volte in cui riesco a trasmettere la mia malattia in classe è proprio perché questa follia l’avvertono anche i miei alunni e ne sono travolti. Insomma, non sono sicura di stare bene ma se mi rinchiudessero saprei come passare il tempo.

D: Ho letto da poco il bel libro di Rossella Milone, Il silenzio del lottatore (minimum fax, 2015), ti riporto questo passaggio: «Nella libreria riuscì a scorgere le costole di qualche libro, ma la maggior parte era stata distrutta o rovinata. Aiutandosi con i piedi, cercò i superstiti tra le macerie. Suo padre e sua madre collezionavano La Critica e Il Corriere dei Piccoli da cui lei leggeva le storie di Bilbolbul a sua sorella. In realtà cercava altro (Ventimila leghe sotto i mari, Dottor Jekyll e Mister Hyde, Piccole donne – tutti libri che erano sempre stati lì, nella libreria, dietro le piantine di sua madre), ma in quel momento le sarebbero bastate anche le riviste noiose del padre. Se fosse rimasto anche solo un foglio intatto». Nel racconto ci troviamo negli anni della Seconda Guerra Mondiale, quando ho letto questo passaggio ho pensato alla te bambina in Lettori si cresce (Einaudi, 2015), che legge rapita. Quella bambina fra le macerie che libro avrebbe sperato di trovare?

R: Avrei cercato delle fiabe. (Amavo le fiabe e penso che abbiano davvero contribuito a imbastire un mio primo solido immaginario). E poi avrei sperato di veder comparire il libro arancione dedicato a tutti i misteri del mondo, dallo yeti ai cerchi nel grano; la copertina di “Ascolta il mio cuore” di Bianca Pitzorno sgualcita per le troppe letture. “Pel di carota”. E almeno un Dylan Dog quello de “Il lungo addio”.  Certo, vincere la lotteria sarebbe stato ritrovare qualche vecchia antologia di scuola dello zio o di papà: centinaia di pezzi di storie da leggere subito aspettando il giorno in cui avrei saputo come andavano a finire.

(altro…)

Breaking News – Roulette Poetica (comunicato stampa)

logo Breaking News

Breaking News – Roulette Poetica

La prima roulhttp://roulettepoetica.blogspot.it/ ette poetica!

Autori, occhio alle ultime notizie, portatele in versi!

Per il regolamento di partecipazione, leggere sotto.

Le iscrizioni sono aperte fino alla mezzanotte del 2 agosto, il 3 agosto verranno resi noti, a mezzo mail e web, i partecipanti sorteggiati per la serata del 6 agosto.

Vi aspettiamo, non mancate!

                             Martedì 6 agosto 2013 ore 20
presso K-Hole – Via Sant’Agostino 17
Torino

Regolamento

  1. Non si tratta di una competizione.
  1. Iscrizioni

Da giovedì 25 luglio alla mezzanotte del venerdì 2 agosto.

  1. Partecipazione

Invio richiesta di adesione mediante e-mail ai seguenti indirizzi:

edlangiu@fastwebnet.it

prisco.milena@libero.it

I partecipanti che avranno aderito entro il termine sopra indicato, verranno sorteggiati nel numero massimo di cinque per ciascuna serata. Gli autori non estratti avranno la possibilità di essere nuovamente sorteggiati in via preferenziale in occasione della prossima Roulette Poetica, in programma dopo l’estate. I partecipanti verranno informati via email circa l’esito del sorteggio entro sabato 3 agosto 2013.

Gli autori sorteggiati comunicheranno via email entro il 5 agosto 2013 le notizie che hanno                     scelto per i propri lavori per consentire all’organizzazione la predisposizione della scaletta                      della serata.

4.   Tema

Componimenti in versi su una o più notizie diffuse dai mezzi di comunicazione non più tardi di sette giorni prima della serata, ovvero risalenti come data limite a martedì 30 luglio. Non è necessario inviare anticipatamente i testi che si intendono leggere in occasione della Roulette Poetica. Ciascun autore avrà massimo cinque minuti in totale per leggere i propri  lavori.

5.   La Roulette Poetica

Apre la serata il giro di roulette, che sceglierà la notizia del giorno sulla     quale i             partecipanti dovranno scrivere al momento e leggere a fine         serata.

Quindi, gli autori sorteggiati leggeranno i propri lavori alternandosi, se  il numero dei      partecipanti lo consente, nel corso della serata.

Solo 1500 n. 74 – Vedi alla voce Thyssen

Biennale architettura 2010 - foto Gm

Solo 1500 n. 74 – Vedi alla voce Thyssen

Leggo, su La Stampa di sabato scorso, che, al processo d’appello per il rogo alla Thyssen di Torino, del 6 dicembre 2007, tra le tesi della difesa dei Manager e funzionari imputati (e condannati in primo grado) emerge la seguente: “I sette operai si lanciarono nell’onda del fuoco”. Qui il Giudice ha precisato: “Non è provato che furono gli operai a buttarsi nel fuoco. Accadde il contrario (così l’ha descritta un testimone),  una nube di fiamme e olio incandescente si sparse per 12 metri e avvolse i sette operai”. Mi pare ovvio che gli imputati in un processo d’appello provino a difendersi (ai risarcimenti già erogati hanno rinunciato a prescindere dall’esito dell’appello), anche se li trovo indifendibili. Quello che infastidisce e mi addolora è che non si tenti di difendere più i sistemi di sicurezza, il rispetto delle regole, eccetera; ma che si provi a far passare delle persone morte, mentre facevano il proprio lavoro, per degli inadempienti (nella migliore delle ipotesi), degli irresponsabili o, nel delirio totale della struttura difensiva, dei deficienti. Ma scherziamo? Certe cose danno il voltastomaco. Qualcuno dirà che gli avvocati devono fare il proprio mestiere. Che lo facciano, allora,  nel rispetto della Legge e restino nei limiti dell’umana decenza. Che non si infanghi la memoria di chi non è tornato più a casa. Questa storia fa ancora male. Ho ricordato questa tragedia ogni anno, con commozione. Quest’anno non ci avevo ancora pensato (forse come dice il mio amico Luciano non è bene insistere sulle ricorrenze), poi ho letto quell’articolo e mi sono convinto, nuovamente, che la storia vada sempre ricordata. Giorno dopo giorno. Anno dopo anno.

Avrei voluto

Io poi
avrei voluto scrivere qualcosa
sui ragazzi di Torino
saper descrivere le facce

essere dentro le parole
fra i rumori delle macchine:
(La tredicesima in arrivo
la piccola è cresciuta
il natale è per loro…
fa un caldo boia qui dentro
si schiatta….)

avrei voluto vederli arrivare
alla fine del turno
sporchi e pieni di fatica
trascinarsi alla fermata
sorridere sulla soglia
– faccio la doccia e arrivo –
– ti aspetto amore mio

ti aspetto – .

Gianni Montieri

Torino e la sua “meglio gioventù”: la trilogia al contrario di Giuseppe Culicchia, vol.2 di Alessandra Trevisan

Come se, ogni giorno
fosse uguale al giorno prima
fosse come il giorno prima.
Come se, Subsonica

Nel 2004 Giuseppe Culicchia pubblica per Garzanti un romanzo dal titolo Il paese delle meraviglie, nel quale ritrae i conflitti giovanili dei nati nel baby boom, tra ideali che si stanno formando, paure, violenza e punk music: protagonisti i quattordicenni Attila e Zazzi, due liceali alla scoperta della vita negli ‘anni di piombo’; tutt’altro che meraviglioso, il loro mondo è piuttosto malinconico e si sgretola con facilità. Culicchia scatta la polaroid d’un Paese che sta mutando e, in una sorta d’inversione, scrive il prequel del suo esordio, ossia ancora un romanzo di (pre-)formazione, rito iniziatico verso l’amara età adulta, corale, appassionato, irriverente, com’è il punk. E in questo solco nuovo che Walter – il protagonista di Tutti giù per terra (di cui si parla nell’articolo vol.1)-, vive e ri-vive, ma sempre ‘al singolare’ perché la solitudine è la condizione imprescindibile del presente, e porta a compiere un oltre-passaggio.
Il paese delle meraviglie consacra Culicchia al grande pubblico, e permette il transito ad un terzo volume dell’ideale trilogia ‘la meglio gioventù torinese’, ossia Brucia la città (Mondadori, 2009): il romanzo narra ‘una storia d’asfalto’, quella di Iaio, trentenne giovane dj di buona famiglia, che trascorre le sue serate tra musica, modelle e molta droga, in attesa di una nuova festa, di una ‘notte bianca’ che infiammi la città. All’università preferisce l’ozio, le notti all’interno del Quadrilatero Romano e in molti appartamenti della ‘Torino che conta’, in cui si consuma, a poco a poco, la fiamma di una vita sprecata: il desiderio di sballo è portato all’estremo ogni notte in un montaggio di flashback e ricordi di Allegra, la fidanzata scomparsa. La narrazione e la lingua di Culicchia sono ‘acide’, fatte di ripetizioni meccaniche anche nella scrittura stessa (si leggano le pagine dedicate alle bariste ‘seriali’ che lavorano nei locali del centro); la vita è bucata, e vige l’incapacità di colmare i vuoti di senso – enormi – che la aggravano. Iaio e i suoi amici Zombi e Boh vivono ‘i giorni tutti uguali’ della citazione in calce e sono personaggi di una realtà ‘spostata’ ed analoga a quella de I ragazzi dello zoo di Berlino trasportata nella postmodernità tra sesso, cocaina, alcool e pasticche; la violenza è qui assunta ad ordinarietà. Avrò comunque modo di ritornarci presto, su questo romanzo.
La Torino urbana e post-urbana di Culicchia, che respira un’ansia da prestazione nella sua nuova veste post-industriale, la si sente vibrare appoggiando i piedi sul marciapiedi: in quel grigio rilucente rimbombano i suoni di synth e le particelle elettroniche rimbalzano sull’asfalto e s’infiltrano nel corpo . È una realtà ultramoderna, descritta anche nei testi di uno dei gruppi più significativi del panorama cittadino odierno, i Subsonica. Parlare di letteratura torinese non prescinde da un’incursione nei loro testi, poiché la focalizzazione tematica è molto simile. Coerentemente tramite frammenti, ecco alcune riflessioni sull’essere giovani, il vivere la precarietà, l’immergersi nella quotidianità e nell’alterità, la veemenza e l’intransigenza, e soprattutto un modo di raccontare l’oggi in piccole folgoranti formule che s’incollano addosso a chi le ascolta.

Forse è così, io vivo fuori tempo;
è vero ciò che sento sotto pelle,
è come una costante sensazione di
mancata appartenenza
(Cose che non ho, in Subsonica, 1997)

L’aria è più pesante che mai quando un fantasma ci ruba l’ossigeno […]
Come fare a coniugare un verbo al futuro
Quando il futuro è solo appalto di tenebra
(Piombo, in L’eclissi, 2007)

Presentificare lo status di dispersione del sé, in tutte le sue forme: questo lega i Subsonica a Giuseppe Culicchia. Ma sono soprattutto due le specificità introdotte dal narratore torinese con il romanzo del 2009: la prima è l’incapacità di crescere o la mancanza del raggiungimento di un’adultità, conflitto aggiornato al Duemila e non valicabile; siamo dunque all’opposto di ciò che accade ne Il Paese delle meraviglie, in cui Attila e Zazzi maturano in fretta poiché vivono esperienze ‘formative’. La seconda invece è il ribaltamento del concetto di dolore della generazione anni ’90 quella di Walter: si ricordi il ritornello «Pain, pain, pain» di You know you’re right dei Nirvana, che si può parafrasare in «soffro dunque sono», rielaborazione contemporanea del ‘cogito ergo sum’ cartesiano. In Culicchia la sfocatura della realtà è accelerata: Iaio e gli altri non solo non diventano mai grandi ma non soffrono più perché non ‘sono più’ o sono ‘nessuno’. Il presente li ha fagocitati sino a far perdere loro il volto, uomini senza futuro perché senza identità.

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note:

*A proposito di punk, si veda il saggio di Greil Marcus Tracce di rossetto, Bologna, Odoya, 2010, che rapporta questo genere agli altri fenomeni d’avanguardia del Novecento.

*Si consulti a proposito di Bruci la città C. Taglietti, Culicchia processa Torino: vacua, perversa e drogata, in «Corriere della Sera», 30.01.09, <http://archiviostorico.corriere.it/2009/gennaio/30/Culicchia_processa_Torino_vacua_perversa_co_9_090130082.shtml&gt;. un volume del 2006 per Mondadori del giovane autore Marco Mancassola, Last Love Parade. Storia della cultura dance, della musica elettronica e dei miei anni.

*Per chi vuole uno sfondo uguale e opposto a quello di Bruci la città, eccolo in Novalis di Giorgio Fontana (Marsilio, 2008).

*You know you’re alright è un singolo postumo dei nirvana, del 2002, ma scritto almeno dieci anni prima; si tratta di una canzone-testamento, quasi una chiave di volta per comprendere la filosofia di questo movimento.

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Se lo state cercando, il vol. 1 di questo focus su Culicchia è qui!

Torino e la sua “meglio gioventù”: la trilogia al contrario di Giuseppe Culicchia, vol.1 di Alessandra Trevisan

a Federico M., che m’aiuta a leggere il mondo.

Molto spesso il mio essere sociale
presuntuoso si chiude in bagno,
a pettinare tutte le sue noie
che sono funzionalità.
Rachele, Moewy

Alienazione, mancanza di centro e di senso, insoddisfazione sono i tre focus di Tutti giù per terra. Uscito nel 1994 per Garzanti questo romanzo narra il disincanto e il tentativo di interpretare la realtà di Walter, ventenne studente di filosofia a perditempo nella Torino tra anni ’80 e ’90. Squattrinato e straordinariamente ‘normale’, annoiato e solo, Walter vive in un quartiere popolare, è figlio unico e incompreso in famiglia, e può contare solo sulla progressista zia Carlotta, punto di riferimento per la sua maturazione. Una vera opera cult di fine secolo questa (assieme alla coeva Jack Frusciante è uscito dal gruppo di Enrico Brizzi), che ha segnato l’esordio del giovane Giuseppe Culicchia, e da cui il regista Davide Ferrario nel 1997 ha tratto l’omonimo film con colonna sonora dei C.S.I. Classe 1965 e allievo di Pier Vittorio Tondelli, Culicchia ha sempre perseguito una carriera letteraria autonoma e quasi del tutto Torino-centrica: dal lato opposto rispetto al noto fenomeno dei Cannibali ha proseguito il postmoderno tondelliano, pubblicando alcuni romanzi generazionali molto significativi che inquadrano letterariamente utopie, illusioni, necessità e speranze di almeno due intere generazioni, e che lo avvicinano dunque a opere di autori coetanei o quasi. In Culicchia c’è la frammentarietà dell’esistenza ultramoderna, c’è il nichilismo volgarmente inteso, la complessità dell’incrocio tra vita e ‘comunicazione multipla’ dettata dai mass media, e c’è in particolare in Tutti giù per terra una sfocatura del reale vissuto freneticamente ma senza direzione. Si veda l’incipit, a pag. 13:

Giro giro tondo, casca il mondo…
Verso la fine degli anni Ottanta il mondo pareva proprio sul punto di cascare e io nell’attesa mi limitavo a girare in tondo, giorno dopo giorno. Facevo sempre più o meno lo stesso percorso. Senza una meta. Ogni giorno le stesse vie. […] ero solo libero di non far niente. […]
Via Po piazza Castello via Roma. Piazza San Carlo via Carlo Alberto via Lagrange. Piazza Carignano piazza Carlo Alberto via Po. E poi di nuovo: piazza Castello, via Roma, piazza San Carlo. Tutti i giorni. Giorno dopo giorno. Chilometro dopo chilometro. All’infinito. […] Non volevo un lavoro da commesso. Non volevo fare carriera. Intanto però la mia gabbia era la città. Le sue strade sempre uguali erano il mio labirinto. Senza un filo cui aggrapparmi. Senza più niente da vedere.

 

Walter vaga senza meta alla ricerca di un’identità, si sente senza scopo, è smarrito in se stesso, e la città non è altro che un grande contenitore che lo rinchiude. Torino è decadente e isterica: è una città malata, e Davide Ferrario ne mette in scena l’agonia con un montaggio sperimentale e avveniristico, che segue un ritmo rock ‘n’roll e dà maggior verità ai conflitti di Walter, la cui rabbia è costantemente repressa, la cui quotidianità precaria è accettata passivamente: Walter è la ‘meglio gioventù’ figlia di un tempo in cui vige l’apatia, in cui non ci sono spinte ideali né alternative, se non la noia nei confronti di ogni cosa. Un tempo attuale, dunque. Negli stessi anni ad Aberdeen, nello stato di Washington, USA, Kurt Cobain urla il proprio dolore: la periferia è lenta, grigia, senza futuro (ancora); ha le sembianze ‘al limite’ descritte nel romanzo di Tommaso Pincio Un amore dell’altro mondo (Einaudi, 2002), ha la stesso sapore che lasciano sulla lingua i versi di Morire di noia di Giorgio Canali. Il grunge di Cobain e di quella generazione è ancora oggi la forma di rabbia giovanile a noi più vicina nel tempo, una ‘presa di coscienza immatura della musica e della realtà’, una ‘distorsione della gioia di vivere’ che invade la vita, la segna e resta dentro. Nel suo romanzo d’esordio – primo di una sorta di trilogia inversa di cui parlerò, approfondendo quest’interpretazione, nel vol. 2 e nel vol.3 – Culicchia incrocia non solo l’anima grunge ma anche l’anima d’un altro movimento che non aveva esaurito il suo potenziale violento-ossessivo-macina realtà: è la controcultura punk, che a Torino e Milano continua ad avere discepoli anche nei tardi anni ’80, quando il ‘no future’ affiora nel grunge. Ma c’è dell’altro, perché l’opera prima dell’autore torinese è impregnata anche di elettronica, di suoni sintetici che abbracciano quelli ruvidi, suoni che calano nel corpo alla velocità d’una pasticca: Culicchia non dimenticherà mai queste eclettiche inclinazioni musicali, protagoniste di altre opere mature e molto più che ‘colonne sonore’. E si può dire infine che Walter sopravviva e viva incontrando ben tre subculture, e tuttavia non abbracciandone nemmeno una, ma scegliendo di elaborare una personale visione del mondo, altra, profondamente autentica.

***

Nato a Torino nel 1965 Giuseppe Culicchia è ormai considerato una delle voci più autentiche della narrativa italiana degli ultimi anni. I suoi racconti figurano nelle antologie Papergang Under 25 III pubblicata da Transeuropa Edizioni nel 1990 a cura di P. V. Tondelli (1955-1991), e ispirato da autori come Hemingway, Carver, Bukowski e Bret Easton Ellis, ha esordito nel 1994 per Garzanti con Tutti giù per terra, caso letterario del decennio e vincitore dei Premi Montblanc e Grinzane Cavour; ha pubblicato per la stessa casa editrice Paso doble (1995), Bla bla bla (1997), Ambarabà (2000) e Il paese delle meraviglie (2004), Un’estate al mare (2007). Per Laterza, nella collana Contromano, ha pubblicato Torino è casa mia (2005), Ecce Toro (2006) e per Einaudi ha tradotto American Psycho e Lunar Park di Bret Easton Ellis. Recenti i suoi romanzi per Mondadori Brucia la città (2009) e Ameni inganni (2011) e per Feltrinelli il reportage narrativo Sicilia, o cara. Un viaggio sentimentale (2010). I suoi libri sono stati tradotti in Francia, Germania, Olanda, Grecia, Spagna, Catalogna e Russia. Giuseppe Culicchia collabora con numerose riviste e quotidiani, tra cui «La Stampa».

***

note:

*Rachele è contenuta in L’importante è la salute, autoproduzione, 2009, da ascoltare qui: moewy.bandcamp.com.
**Il ritornello di Tutti giù per terra recita così: «Come non sapere come non farsi fregare/ Come non potere avere niente da imparare/ Come non voler sentire quello che è da dire/ Come non trovare mai la forza d’affiorare.» La soundtrack del film è affidata, tra gli altri, a C.S.I., Marlene Kuntz, CCCP, Üstmamò.
***‘Rovesciamento della violenza espressiva’, frammentaria e assolutamente originale, nuova, unione di ‘ribellismo autodistruttivo e ‘arte “del sangue di platica”’: così definisce il pulp-cannibale italiano Fulvio Panzeri in «Avvenire», 14 gennaio 1997. Gli autori che per primi han dato vita a questo movimento, partecipando anche all’antologia Gioventù cannibale (Torino, Einaudi, 1996) sono almeno sei: Tiziano Scarpa (1961-), Giuseppe Caliceti (1964-), Niccolò Ammaniti (1966-), Aldo Nove (1967-) e Isabella Santacroce (1970-).
****su Pier Vittorio Tondelli (1955-1991) si è detto sempre tanto, ma ricordo qui che è considerato il primo ‘autore giovane’ italiano del Novecento. Pubblica Altri Libertini per Feltrinelli nel 1980, cui seguono opere importanti, anche di teatro, e scritti attorno alla letteratura. Sorta di ‘talent scout ‘ letterario, è stato tra i primi ad integrare nella propria opera il postmodernismo inteso come «millenarismo alla rovescia, in cui le premonizioni del futuro, catastrofiche o redentive, hanno lasciato il posto al senso della fine di questo o di quello (la fine dell’ideologia, dell’arte o delle classi sociali; la “crisi” del leninismo, della socialdemocrazia o del welfare state, ecc.)», definizione di FREDERIC JAMESON, in Postmodernism, or The Cultural Logic of Late Capitalism, «New Left Review» 146 (1984), trad. it. Il postmoderno, o la logica culturale del tardo capitalismo, Garzanti, Milano 1989, p. 7.

Cesare Pavese sessant’anni dopo

Lo steddazzu

L’uomo solo si leva che il mare è ancor buio
e le stelle vacillano. Un tepore di fiato
sale su dalla riva, dov’è il letto del mare,
e addolcisce il respiro. Quest’è l’ora in cui nulla
può accadere. Perfino la pipa tra i denti
pende spenta. Notturno è il sommesso sciacquio.
L’uomo solo ha già acceso un gran fuoco di rami
e lo guarda arrossate il terreno. Anche il mare
tra non molto sarà come il fuoco, avvampante.
Non c’è cosa più amara che l’alba di un giorno
in cui nulla accadrà. Non c’è cosa più amara
che l’inutilità. Pende stanca nel cielo
una stella verdognola, sorpresa dall’alba.
Vede il mare ancor buio e la macchia di fuoco
a cui l’uomo, per fare qualcosa, si scalda;
vede, e cade dal sonno tra le fosche montagne
dov’è un letto di neve. La lentezza dell’ora
è spietata, per chi non aspetta più nulla.
Vai la pena che il sole si levi dal mare
e la lunga giornata cominci? Domani
tornerà l’alba tiepida con la diafana luce
e sarà come ieri e mai nulla accadrà.
L’uomo solo vorrebbe soltanto dormire.
Quando l’ultima stella si spegne nel cielo,
l’uomo adagio prepara la pipa e l’accende.

Cesare Pavese si è tolto la vita a Torino il 27 agosto 1950 a quarantadue anni. Sono passati sessant’anni, ma egli è ancora presente nella cultura italiana. Mi piace ricordare la sua figura con questa poesia; forse Pavese è apprezzato più come narratore che come poeta, ma io credo che il suo modo di verseggiare sia raffinato, anche se lontano dagli stilemi ermetici o simbolisti. Il suo interesse per la letteratura americana (celebre è la sua attività di traduttore, nonché l’interesse per la Spoon River Anthology, poi tradotta per Einaudi da Fernanda Pivano con Pavese come mentore) lo ha reso poeta-narratore, dal verso pieno, cadenzato, quasi privo di metafore, simboli o di oscuri riferimenti poetici.
La poesia è stata scritta nel 1936, durante il confino a Brancaleone, in provincia di Reggio Calabria (il titolo è nel dialetto del luogo). Penso sia un capolavoro come poesia dell’angoscia di esistere e della noia; di certo il confino, costringendo lo scrittore all’inattività, acuiva il senso di incompletezza di se stesso che egli percepiva sempre vivissimo. Ma il poeta qui trasferisce sul pescatore la sua angoscia, quasi a voler dire che l’angoscia esistenziale non abbandona mai l’uomo, sia che egli viva immerso nella brulicante città, sia che viva da intellettuale, sia che viva come povero pescatore.
L’angoscia è resa, nella poesia, creando un’atmosfera di attesa indefinita, vana, e un sentimento del tempo greve, sottolineata dalla esasperante “lentezza dell’ora”, dalla domanda “Vai la pena che il sole si levi dal mare/e la lunga giornata cominci?”, e poi dalla certezza che oggi sarà come ieri, cioè nulla accadrà, come avverte l’incipit della seconda strofa. È l’idea per cui l’attesa vana, l’inerzia dell’esistenza, la vita che non fluisce, l’indifferenza, la mancanza di sentire, è qualcosa di ben peggiore anche del dolore, della sofferenza. Ne Il mestiere di vivere leggiamo, alla data del 30 ottobre 1940: “La forza dell’indifferenza! – è quella che ha permesso alle pietre di durare immutate per milioni di anni”. L’apatia come scelta imposta diventa la vera condanna a morte. Questa poesia è un cammeo, un’altra dimostrazione della sensibilità acuta, forse troppo acuta, di Cesare Pavese.
A proposito della sua poesia, egli afferma il 10 novembre 1935, che “Se una figura c’è nelle mie poesie, è la figura dello scappato di casa, che ritorna con gioia al paesello, dopo averne passate d’ogni colore e tutte pittoresche, pochissima voglia di lavorare, molto godendo di semplicissime cose, sempre largo e bonario e reciso nei suoi giudizi, incapace di soffrire a fondo, contento di seguir la natura e godere una donna, ma anche contento di sentirsi solo e disimpegnato, pronto ogni mattino a ricominciare.”
Pavese si uccide con un colpo di pistola. Forse a causa dell’ultima delusione amorosa? Di certo non solo per quella, ma non lo sapremo mai, né dovrebbe interessarci. Il suicidio è un atto intimo e personale: non conta stabilire se Pavese si sia ucciso per una pena d’amore (l’ennesima) o per altro; è certo che, sia ne Il mestiere di vivere, sia nelle poesie di Lavorare stanca, si colgono riferimenti al suicidio. Soprattutto penso a una poesia del 1940, Il paradiso sui tetti:

Sarà un giorno tranquillo, di luce fredda
come il sole che nasce o che muore, e il vetro
chiuderà l’aria sudicia fuori del cielo.
Ci si sveglia un mattino, una volta per sempre,
nel tepore dell’ultimo sonno: l’ombra
sarà come il tepore. Empirà la stanza
per la grande finestra un cielo più grande.
Dalla scala salita un giorno per sempre
non verranno più voci, né visi morti.
Non sarà necessario lasciare il letto.
Solo l’alba entrerà nella stanza vuota.
Basterà la finestra a vestire ogni cosa
di un chiarore tranquillo, quasi una luce.
Poserà un’ombra scarna sul volto supino.
I ricordi saranno dei grumi d’ombra
appiattati così come vecchia brace
nel camino. Il ricordo sarà la vampa
che ancor ieri mordeva negli occhi spenti.

Chissà se, scrivendo queste righe il 24 aprile 1936, ne Il mestiere di vivere, Pavese fosse del tutto sincero: “Bisogna avere la smania dell’autodistruzione. Non parlo del suicidio: gente come noi innamorata della vita, dell’imprevisto, del piacere di ‘raccontarla’, non può arrivare al suicidio se non per imprudenza. E poi, il suicidio appare ormai come uno di quegli eroismo mitici, di quelle favolose affermazioni di una dignità dell’uomo davanti al destino, che interessano statutariamente, ma ci lasciano a noi.”
Rimane la sua fama, la sua grande capacità di raccontare con uno stile rapido ma meditato, allergico ai verbalismi, alla logorrea oratoria; diretto, incisivo, chiaro, all’americana. E rimane l’immagina di un uomo tormentato, inquieto, deciso a non sopportare il peso della vita. Pavese sapeva di aver dato molto agli uomini, ma non era felice, aveva ricevuto poco oppure non aveva voluto ricevere nulla. Scrive il 16 agosto 1950, undici giorni prima di uccidersi: “La mia parte pubblica l’ho fatta – ciò che potevo. Ho lavorato, ho dato poesia agli uomini, ho condiviso le pene di molti”. E il 18 agosto, le ultime righe scritte nel suo diario recitano: “Tutto questo fa schifo. Non parole. Un gesto. Non scriverò più.”

© Giuseppe Barreca