Tonino Guerra

Manuel Cohen, A mezza selva #6: Tolmino Baldassari

Il gabbiano oltre il vetro. La poesia di Tolmino Baldassari

L’esordio in volume di Tolmino Baldassari (1927-2010), uno tra i massimi poeti lirici degli ultimi decenni, avviene in età avanzata con la raccolta Al progni sérbi (Le prugne secche, 1975), scritta, come i successivi volumi di versi, nella lingua madre dell’area ravegnana, precisamente nella varietà di Castiglione di Cervia, dove l’autore era nato. Baldassari approda alla poesia edita tardivamente, alla soglia dei cinquant’anni, dopo aver maturato esperienze in vari ambiti culturali e lavorativi. Da autodidatta si era infatti nutrito di ampie letture di poesia europea, e aveva lavorato come meccanico, bracciante e sindacalista. Della sua formazione letteraria e delle implicazioni sociopolitiche, si avvertono echi, più segnatamente nelle prime raccolte, almeno fino a La néva, poesie 1974-1981 (1982), un’opera in parte antologica e riassuntiva della prima fase poetica, in cui l’autore sperimenta i vari registri del frammento lirico, dell’epigramma, del poemetto, o della filastrocca popolare per la quale la critica lo ha inizialmente accostato a Neruda, e in cui si segnalano i legami con la linea romagnola di Pascoli, con le due polarità della tradizione dialettale marcata dai paradigmi di Aldo Spallicci e di Olindo Guerrini, oltre alle molteplici, fruttuose ascendenze con la maggiore poesia italiana del Novecento: in particolar modo Montale e Sereni, con la modernità dolente di Leopardi, ma anche con la lirica risentita e sociale di Espriu, con la poesia civile di Lorca (con ogni probabilità l’autore più amato e più vicino ai neo-dialettali del Secondo Novecento), e con la lirica tragica di dimensione europea di Rilke e Trakl.
Le esperienze lavorative e di vita di Baldassari affiorano nei ritratti di personaggi del primo libro, una sorta di Antologia di Spoon River romagnola, con una particolare attenzione alla condizione degli ultimi, o degli umili. Esistenze che si rivelano nella loro natura di ombre, in transito o di passaggio, come quelle fulmineamente tratteggiate con le scarne parole di In fila (La campâna, 1979) che rialludono sapientemente ai versi di La colonna, e alla «tratta d’anime e di spoglie» del poeta Mario Luzi. Una attenzione ai deboli, agli indifesi, che potremmo dirla una costante, una discreta presenza disseminata in tutta l’opera a cui non sono estranee le origini, modeste e rurali, dello stesso Baldassari, che tradiscono la ‘soggezione’ di entrare in punta di piedi in casa di ‘signori’, come ci racconta in Int una ca d’sgnur (in I vìdar, I vetri, 1995). Esperienze che si ritrovano inoltre nella «tonalità gnomico-sentenziosa (specie negli epigrammi, n.d.r.) sostenuta da una appassionata carica morale e civile» (Brevini). Istanza che nelle opere successive verrà smussata nei modi e nei toni, fino al punto da risultare accantonata quasi per intera la originaria valenza ideologico-politica, per connotarsi vieppiù di una irredimibile e più connaturata pronuncia esistenziale e filosofica: di autentica pietas rerum, di comunanza di condizione, di condivisione di pene o sofferenza, umana e creaturale, estesa com’è infatti, nel pensiero dell’autore, a ogni forma di vita animale e vegetale del pianeta, e del cosmo. (altro…)

Manuel Cohen, A mezza selva #2: Annalisa Teodorani

Teodorani_Sota_la_guazaPalinsesti di poesia
a cura di Manuel Cohen

A mezza selva #2: Annalisa Teodorani
Nella poesia di Annalisa Teodorani

Erede, nei primi anni zero, della scuola di Santarcangelo (T. Guerra, A. Baldini, N. Pedretti, G. Fucci, G. Rocchi), Annalisa Teodorani appare in controtendenza con la dismissione delle lingue dell’oralità, con l’archiviazione del paesaggio e del genere lirico tout court; genere che nei suoi versi si presenta connotato dalla dimessa veste lessicale, una lingua basica, e dall’understatement di formularità informali, variamente tendenti alla prosa o alla spezzatura prosodico ritmica e sintattica, ora mitigata da un fondo di sana ironia ora dalla attenzione ai contesti, cionondimeno rispondenti a istanze proprie della lirica. Rinunciando ad affrontare grandi temi e “grande stile”, la sua osservazione predilige e si sofferma su dettagli secondari, periferici, quasi fissati a un dato di inermità, indagando così un microcosmo feriale, sia domestico, minimale, sia afferente alla sfera faunistica. Le due sfere, umana o vegetale, pullulanti tutte di minuscole entità: arbusti, animaletti, piccoli volatili, tartarughe, bambini, anziane zie, esistenze in exitu di vecchi, giovani spose fragili come falene; dove gli epifenomeni della couche di residenza ci dicono «la grèzia d’un zèt / sòta la bròina» («la grazia di un germoglio/ sotto la brina»), dove tuttavia registriamo la traccia di una Stimmung contemporanea, quasi generazionale, nella percezione fisica di un allarme. Accade infatti frequentemente che a una dimensione sospesa segua la tensione di una minaccia di precarietà: il buio della vita, l’inverno che gela, la montagna che frana, il cadere in una buca, il fiorire in un fosso, il sentirsi disperso: «Dal vólti ta t sint sparguiéd/ e t fiuréss t’un fòs» («A volte ti senti sperso,/ e fiorisci in un fosso»). Un disorientamento che investe di sé per intero un ecosistema: «Énca i giraséul insa piò duvò guardè/ e i gazòt da nóid/ i t’òintra ad chèsa» («Anche i girasoli/ non sanno dove guardare/ e uccelli di nido/ entrano in casa»). Un dato di esilità confermato dal lessico essenziale, in testi che si risolvono nel volgere di brevissime inarcature versali, in distici, in singoli versi, o frasi monorematiche. In una sintassi segnata da ellissi e contratture, slogature e slittamenti logici e figurali, cortocircuiti di senso, scarti pregrammaticali propri dell’oralità spesso attingente a una popolare cultura sacro-scritturale: da cui le molte similitudini, i parallelismi, le metafore. La lingua della Teodorani afferisce alla parlata rurale nelle contrade santarcangiolesi, dove la campagna e la natura sostituiscono le strade e il cemento, e l’asprezza si evidenzia nelle dittongazioni della phoné. Di un millimetrico continuare “a levare”, d’altro canto, come di una ultima, estenuata Dämmerung occidentale, ci dicono testi come Paróli (Parole), che ricorda, per l’esercizio di pazienza, la laboriosità della civiltà contadina: «A campémm sparagnénd./ I dói che al tartaréughi/ a l chémpa una màsa perché li n zcòr» («Viviamo risparmiando./ Dicono che le tartarughe/ campano molto perché non parlano»). Dell’inquietudine, udito e vista, attraverso gli organi della bocca e degli occhi, si fanno testimoni o scribi: la bocca, bòca, organo attraverso cui la phoné, intima e collettiva, articola suoni, in bilico tra paróli nóvi (nuove parole) e paróli antóighi (parole antiche), avverte la minaccia di un inverno, metaforico nella sua carica visionaria, metafisico nella sua polisemia, che serra la bocca: «t’à srè la bòca». Occhi, correlativi del campo semantico della vista: vedere e esser visti, ma soprattutto, l’ansia destabilizzante del non poter vedere: «ócc dè par dè i n vòid piò dalòng», occhi che giorno per giorno non vedono più lontano; occhi come rispecchiamento, di alterità e purezza, levità e vicissitudine sospesa, come in Nuvèmbri (Novembre): Teodorani incontra l’altro da sé creaturale, condivide freddo e pena terrena: «a péunt i mi ócc/ ti ócc d’un petròs» («punto i miei occhi/ negli occhi di un pettirosso»).

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da Par sénza gnént

I zchéurs dla zènta

Dal vólti a m mètt ma la finèstra
e a stagh da sintói i zchéurs dla zènta:
da spèss i è acsè strach
che la s putrébb sparagnè
la fadóiga d’arvói la bòcca.
Mo se la zcòrr in dialètt
alòura i zchéurs i arciàpa vigòur,
énca al patachèdi,
e u m vén vòia d’andè ad ciòtta
a dói la mi.

I discorsi della gente: A volte mi metto alla finestra/ e sto a sentire/ i discorsi della gente:/ spesso sono così stanchi/ che si potrebbe risparmiare/ la fatica di aprire la bocca./ Ma se parla in dialetto/ allora i discorsi riprendono vigore,/ anche le sciocchezze,/ e mi viene voglia di scendere/ in strada a dire la mia.

 

da La chèrta da zugh

L’udòur de sàbdi

A n l’arcórd l’udòur de sàbdi
scapènd da scóla arcórd
snò ch’a séra lizìra
e l’aria datòunda
l’éra tótta da bòi.

L’odore del sabato: Non ricordo/ l’odore del sabato uscendo da scuola/ ricordo soltanto che ero leggera/ e l’aria intorno/ era tutta da bere.

 

da Sòta la guàza

Sparguiéd

Dal vólti ta t sint sparguiéd
e t fiuréss t’un fòss.

Sparso: A volte ti senti sparso/ e fiorisci in un fosso.

 

Una zèsta

Lasém a lè
do ch’ a m’avói vést
cumè cla zèsta
s’i ghéffal ad lèna
s’i férr instécch.

Una cesta: Lasciatemi lì/ dove mi avete vista/ come quella cesta/ coi gomitoli di lana/ coi ferri infilzati.

 

Annalisa Teodorani è nata a Rimini nel 1978 e risiede a Santarcangelo di Romagna (RN). Autrice in lingua italiana e nel dialetto santarcangiolese, ha esordito giovanissima ed è considerata l’erede della poetessa Giuliana Rocchi e, in generale, della grande Scuola di Santarcangelo: Tonino Guerra, Gianni Fucci, Antonello Baldini e Nino Pedretti. Ha pubblicato quattro libri di poesia in dialetto santarcangiolese: Par sénza gnént (pref. di G. Fucci, Rimini, Luisè 1999); La chèrta da zugh. La carta da gioco (Pref. di A. Brigliadori; Postfaz. Di N. Fattori, Il Ponte Vecchio, Cesena 2004); Sòta la guaza. Sotto la rugiada (Pref. di M. Cohen, Il Ponte Vecchio, Cesena 2010, 2013) e La stazòun degli amòuri biénchi (Bandella di copertina di D. Rondoni, CartaCanta, Forlì 2014); in lingua ha pubblicato in versione digitale: Nient’altro che parole (Feltrinelli, Milano 2016). È compresa nel saggio di Pietro Civitareale Poeti in romagnolo del secondo Novecento (La Mandragora, Imola 2005), e nell’antologia omonima uscita del 2006 per le Edizioni Cofine di Roma. È inserita nel Dizionario dei poeti romagnoli del Novecento (a cura di G. Fucci, Pazzini, Villa Verucchio 2006) e nelle antologie Poets from Romagna (a cura di G. Bellosi, traduzioni in inglese di A. Bianchi, J. Fortune e S. Siviero, Cinnamon Press, Blenaug Fflestiniog -U.K.- 2013) e Di un sangue più vivo. Poeti romagnoli del novecento (a c. di G. Lauretano e N. Spadoni, Il Vicolo, Cesena 2013), ha partecipato a numerose manifestazioni e rassegne letterarie ed è stata invitata ai più prestigiosi festival di poesia.

(il profilo critico è apparso, con il titolo Annalisa Teodorani, in: AA.VV., L’Italia a pezzi. Antologia dei poeti italiani in dialetto e in altre lingue minoritarie tra Novecento e Duemila, Gwynplaine, Camerano 2014)

 

A mezza selva #1: prima parte
A mezza selva #1: seconda parte

Manuel Cohen, A mezza selva #1: Per una mappatura della poesia in atto, seconda parte

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Carta portolanica di Diego Homem, XVI secolo

A MEZZA SELVA

1. Per una mappatura della poesia in atto, seconda parte

III. Bussole, mappe, atlanti nello spazio della dispersione

Ora che più distintamente si applicano le teorie della più avanzata Geocritica, elaborate secondo nuove e aggiornate categorie di pensiero e strumentazioni, principalmente a opera di Westphal, tese allo studio dello spazio geografico della letteratura e alle sue implicazioni con la realtà e le realtà linguistico-territoriali, sociali e politiche, storiche e antropologiche, appare evidente la lezione e l’eredità di Dionisotti, tesa a valorizzare la peculiare natura policentrica della storia letteraria nazionale e sovranazionale. Su un’analoga via, d’altro canto, si era mosso il Pasolini, giovane studioso delle lingue minori: in prima linea nello sdoganamento e nell’affrancamento della poesia neo-dialettale elevata a un piano paritetico con la matrice toscana e fiorentina della poesia “in lingua” italiana. Al contempo, Pasolini non poteva esimersi dal rimarcare come la storia della penisola, con le signorie e i principati prima, e con i liberi comuni e le repubbliche marinare poi, era contraddistinta da una dinamica e mai definitiva disposizione a registrare l’eccentricità e il policentrismo compresenti su un unico territorio chiamato Stato o Nazione: di “100 centri e 100 periferie”, da cui provenivano input di civiltà e cultura, unitamente a una composita, stratificata ed eccezionale, quando non babelica, varietà linguistica. In anni più recenti, non mancano esempi di mappature attente e ragionate che aiutano a orientare e a fornire materiali a lettori, critici e autori: Lanuzza, infaticabile cartografo e viaggiatore peninsulare e insulare; De Santi, riconnettendo a uno Spazio della dispersione il presente della poesia nella sua “Modernità della crisi” e nella “crisi del Moderno”, indagando territori e mescidazioni di saperi tra scrittura e cinema, poesia e filosofia, arti figurative e autori di versi d’Occidente, come dei “paesi in via di sviluppo”; o Merlin (2005, 2009), Ritrovato (2006, 2011), Piccini (2005, 2008): attenti al rapporto e alle dinamiche che si instaurano tra autore e territorio, atto poetico e paesaggio; tesi a ricostruire legami e nessi geocritici, coordinate tematiche e storiografiche possibili tra autori e autori, autori e territorio, autori e contesto (storico, storico letterario, politico-sociale). Non mancano poi i casi di critici indistintamente operativi nei campi e cartaceo e nel web: Linguaglossa arguto polemista e instancabile sobillatore dello status quo dell’editoria di establishment; Aglieco e Guglielmin recensori e capillari intercettatori dei segnali nuovi e dei linguaggi mutanti della poesia captata in rete (Web, Litblog, siti letterari) e nell’editoria cartacea di settore.

IV. Spazio-tempo (poesia come semi-prosa degli anni Zero, e poesia al tempo del web come spazio ipertestuale, di virtualità e possibilità)

Il riferimento ai critici più recenti, quasi tutti operanti ‘nella rete’, consente di spostare altrove i piani della questione. Occorre, a questo punto, fare una digressione a guisa di premessa tardiva, puntando per un istante l’attenzione, e per analogia, in altro campo di indagine: ovverossia, un po’ sconfinando. In un recente saggio che affronta la questione dello spazio, e implicitamente, del tempo tra segno grafico e scrittura, scrittura e arti figurative, linguaggi pubblicitari e design, Perondi annota:

Lo spazio entra a far parte in maniera coerente e strutturale del sistema scrittura. Per chi si occupa di grafica, sarebbe interessante riuscire a trattare grafica e scrittura nella maniera sfumata e continua in cui appaiono. È sterile cercare di costringere la scrittura entro determinati confini. […] Perché non precisare che la non meglio precisata “scrittura” abbia una componente non lineare, dotata di una struttura coerente al punto tale da permettere di comunicare in maniera efficiente e poco ambigua e di generare unità di senso a piacere? Non è sensato dire che tra questa scrittura e quella comunemente intesa potrebbe stabilirsi un legame biunivoco di perfetta traducibilità, né che possano essere messe sullo stesso piano funzionale; al contrario, le due (?) entità sembrano integrarsi in un insieme indistinto e flessibile: la disposizione spaziale degli elementi non ha solo una funzione evocativa, può generare effetti di senso ben definiti e può denotare significati precisi. Lo spazio può essere significativo quanto le parole. Le relazioni spaziali tra elementi possono servire per “scrivere” con grande economia quello che altrimenti richiederebbe complicati giri di parole (e viceversa). [Perondi (2012), 14]

Se non fossimo avvertiti di trovarci di fronte a uno studio sull’uso della grafica pubblicitaria, potremmo facilmente accostare considerazioni analoghe per la poesia. Basti solo il riferimento a quegli autori che attuano rientranze nel verso, lasciando ampio margine agli spazi bianchi: a partire da Mallarmé, quindi, Valéry, tutta la poesia “informale” del Novecento e del primo decennio del nuovo secolo, affrancatasi dalla metrica tradizionale, sembra aver affidato alla dialettica e al legame biunivoco, spazio bianco-testo, silenzio parola, gran parte della propria esperienza: un nome, su tutti: Mario Luzi. E basti il riferimento a tanta poesia visiva, performativa, ‘orale’, di origine Dada e Futurista, e che successivamente, a partire dagli anni Sessanta, ha animato le piazze occidentali e che è tornata in campo in questo primo decennio del nuovo secolo. Ancora più interessante, anche nell’economia del discorso che va qui delineandosi, e nelle premesse del solco dantesco, apparirà la lettura del passo successivo: (altro…)

Manuel Cohen, A mezza selva #1: Per una mappatura della poesia in atto, prima parte

A MEZZA SELVA

1. Per una mappatura della poesia in atto, prima parte

PALINSESTI DI POESIA
a cura di Manuel Cohen

(Dopo alcuni anni di assenza dal web, o di presenza rapsodica sui litblog «I poeti del parco», «Lapoesiaelospirito», «Marchecultura», «Perigeion», «Poesia2.0», «Puntocritico» e «Versanteripido», torno con una rubrica fissa, in continuità ideale con il ‘Repertorio delle voci’ (luglio 2009-agosto 2014), a suo tempo apparsa e ancora visionabile su «La dimora del tempo sospeso». Vengono qui riproposti, a volte variati o rivisti, scritti critici di proteiforme natura, siano essi interventi e saggi, mappature e appunti di geocritica, brevi profili, recensioni o prefazioni, interviste ed editoriali militanti, precedentemente apparsi in volume e su rivista negli ultimi anni e, sia pure, vi troveranno collocazione eventuali nuovi scritti per la rete. Ringrazio sin da ora la Direzione di Poetarum Silva per l’invito, per la cura e per l’ospitalità. Sperando nella pazienza del lettore del web, inizio la rubrica con un intervento forse poco adatto a questo luogo virtuale. Tuttavia vuole essere in qualche modo introduttivo alla rassegna e allo specifico della poesia in atto. Qui ho eliminato gli apparati di note, ho lasciato la bibliografia orientativa e ho apportato lievi modifiche al testo. Si tratta di una relazione presentata a un convegno di Studi svoltosi all’Università di Urbino nel 2012. Poi pubblicato in Germania: M. Cohen, Appunti per una mappatura della poesia italiana, in: AA.VV., Spazio/Tempo un progetto culturale, AVM-Akademische Verlagsgemeinschaft, München 2013, pp. 94-110)

 

Appunti per una mappatura della Poesia Italiana Contemporanea; mapping, ricognizioni su movimenti in progress di geopoetica

“La descrizione della confusione è qualcosa di diverso da una descrizione confusa.”
(W. Benjamin, Parco Centrale, in, Angelus Novus)

“Non occorre sottolineare la strettezza dei limiti di tale inchiesta. Né aggiungere che condizione prima della ricerca è la pazienza dei limiti.”
(C. Dionisotti, Premessa e dedica, in Id., Geografia e storia della letteratura italiana)

“Nel dopoguerra, le due coordinate su cui si fondava il piano dell’esistenza attraversarono una fase critica. Il tempo era ormai privato della sua principale metafora strutturante, mentre lo spazio unitario […] si era smarrito.”
(B. Westphal, Geocritica. Reale Finzione Spazio)

I. Alle origini della Geocritica

Allo stato attuale dei lavori, sembra che sia trascorso un tempo di gran lunga maggiore rispetto al quasi cinquantennio che separa dalla stagione in cui si realizzavano una decisiva virata e un nuovo impulso allo studio della Storia della letteratura italiana, grazie all’opera di Carlo Dionisotti, al fondamentale contributo Geografia e storia della letteratura italiana. Si deve a quella raccolta di saggi, scritti nell’immediato dopoguerra e negli anni Cinquanta, il tentativo, tra critica e polemica culturale, politica e sociale, tra filologia e engagement, di superamento della concezione storicista unitaria e post-unitaria che trovava la massima chiarificazione nella Storia della letteratura italiana di Francesco De Sanctis. Opponendo a essa una lettura da cui emergeva il carattere marcatamente policentrico dell’Italia e, va da sé, della cultura del paese, Dionisotti forniva nuove ascisse e coordinate spaziotemporali che avrebbero riverberato con nuova luce le linee e i solchi, prossimi e remoti della storiografia letteraria. Tra i passi illuminanti, il capitolo Varia fortuna di Dante, un rapido excursus che attraversa i secoli e giunge al primo Novecento, e che oltre a restituire autorevolezza a un autore fondamentale e paradigmatico, getta le basi per una lettura geocritica sinottica e panottica, translinguistica, europeista e comparata, che presenta tratti di similarità, fatte le debite distanze e proporzioni, con la situazione attuale:

[…] il rapporto fra scuola e letteratura, tra tradizione e innovazione non poteva più essere, nell’età dannunziana, quello d’un tempo. I due rami della famiglia erano ormai divisi: il ramo vecchio non aveva più né autorità né controllo sugli arbitri del nuovo. Passata la tempesta della guerra, apparve chiaro che la scuola era ormai tagliata fuori anche dalla critica militante, nonché dalla letteratura. […] Frattanto la letteratura nuova si allontanava sempre più in altra direzione e si isolava a sua volta, disinteressandosi d’una tradizione domestica che, così com’era conservata e illustrata dalla scuola e dalla critica ufficiale, non la toccava più davvicino. Nel 1922 si concludeva con la vita la ricerca di Proust e usciva l’Ulisse di Joyce. Stanca, nonché sazia, di poesia, e stretta alla gola, in patria, dalla imperante retorica nazionalistica, la letteratura italiana cercava salvezza nella prosa, e per sopravvivere cercava di respirare, quanto più fosse possibile, l’aria che di fuori le veniva dall’Europa. Poté così anche scoprire che altrove una nuova poesia era sorta ad opera di uomini, Pound, Eliot, che avevano fatto propria la lezione di Dante in modo alquanto diverso da quello praticato e raccomandato in Italia. Ma non era scoperta che allora importasse. La via della salvezza passò in quegli anni, nel primo decennio dell’era fascista, da Pirandello a Svevo, e fu tutta, così in prosa come nelle brevi evasioni poetiche, coerentemente estranea alla tradizione storicoletteraria italiana e alle proposte della scuola e della critica ufficiale. Più tardi, nel secondo decennio dell’era fascista, il frazionamento della cultura italiana si venne attenuando, in parte spontaneamente, in parte per imposizione o seduzione politica; ma era durato abbastanza perché ogni settore nel suo isolamento avesse avuto agio di riflettere sui casi propri. Certo il ritorno in più angusto spazio della scuola universitaria alle sue origini postrisorgimentali e postromantiche, all’esercizio di una filologia detersa da ogni mitologia retorica, non si spiega se non tenendo conto di una previa, ormai inconsapevole incapacità della scuola a intervenire efficacemente da un lato della vita politica, dall’altro nella letteratura contemporanea. Se anche sia difficile pronunziare giudizio su eventi che nella memoria dei superstiti si affollano ancora segnati e involti dalla passione di parte, probabile sembra la conclusione che il mito nazionalistico, rivoluzionario prima e risorgimentale poi, di Dante, precipitosamente decadde e si spense in Italia nella prima metà di questo secolo, fra l’una e l’altra guerra europea e mondiale. Restò naturalmente Dante, e riapparve isolato, diverso e in parte nuovo, nei tempi grossi. Riapparve nel 1939, quando un editore torinese, Giulio Einaudi, noto per pubblicazioni di tutt’altro genere, e per aver raccolto intorno a sé il nerbo di un’opposizione politica giovanile, aggiuntasi a quella tradizionalmente schierata fra Napoli e Bari sotto la guida del Croce, pubblicò l’edizione delle Rime curata da Gianfranco Contini. In questa edizione, monda di ogni compromesso col passato, per la prima volta si ristabilì un punto d’incontro fra la più esperta filologia universitaria e la corrente ermetica che era in quel momento stesso all’avanguardia della letteratura militante in Italia. A distanza, e ripensando all’antefatto, l’incontro appare decisivo. Finita appena la guerra, in altro libro pubblicato a Torino da Einaudi, Cesare Pavese, riesaminando in appendice a Lavorare stanca la sua esperienza di poeta e di scrittore, concludeva che era venuto il tempo di ritornare a Dante. Certo non pensava alle Rime: pensava proprio alla Commedia. Né si vede a quale altro testo dell’antica poesia italiana fosse ancora possibile richiamarsi. Non perché la lezione, che si era rivelata fondamentale, del Petrarca e del Leopardi, e in parte anche del Manzoni prosatore, avesse perso alcunché della sua validità. Né perché la guerra e il dopoguerra, avendo rimesso in questione l’unità e l’indipendenza dell’Italia, avessero anche rimesso in onore l’idolo risorgimentale di dante, poeta della nazione. Vero è che in questione e a nudo erano stati rimessi i limiti provvisori, angusti, inaccettabili della nuova Italia, di quella unità e indipendenza, e che lo sforzo da ultimo concorde di scrittori e studiosi impegnati insieme nel loro mestiere e nella lotta politica avesse portato a riconoscere nel linguaggio preumanistico di Dante le premesse di una lingua e letteratura più libera e animosa, più aperta alla realtà e all’invenzione, più atta insomma a diventare strumento di progresso civile per la maggioranza degli Italiani.  [Dionisotti (1999), 241-242] (altro…)