Toni Servillo

Chatterton e Gambardella – di Andrea Accardi

 

Gambardella

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Guardando La Grande bellezza ho avuto la sensazione che Jep Gambardella fosse l’estrema propaggine di un personaggio ricorrente nella letteratura moderna, l’artista diverso dal resto della società, lo scrittore «destinato alla sensibilità», come lo stesso Gambardella dice di se stesso. E però il paradigma dello scrittore sensibile oggi sembra essere cambiato drasticamente rispetto alla tradizione, al punto da capovolgere il suo rapporto col mondo.

Mi spiego. Gambardella è un sessantacinquenne disincantato, con molti rimpianti e una certa dose di malinconia, se pure stemperata nell’ilarità. Eppure sembra in fin dei conti uno che al mondo ci sa stare. Ha scritto un solo libro in giovinezza, rimasto però un cult. Gli amici lo trattano come un punto di riferimento culturale. Ha ancora molto successo con le donne. Insomma, Gambardella si tiene comunque a galla, mentre sono gli altri personaggi che affondano. Altri intellettuali meno autoironici e molto più velleitari di lui, come Romano (interpretato da Carlo Verdone). E in generale tutta una costellazione di umanità squallida e mediamente disperata, con qualche caso sopra la media. La sensazione è sempre la stessa: là in mezzo Gambardella è l’unico che potrebbe farcela, in qualche modo, nonostante tutto.

Ma non è stato sempre così, anzi. Per almeno due secoli (che grossomodo facciamo coincidere con l’esistenza della società borghese) l’artista è stato spesso raffigurato come un individuo schiacciato dal mondo, vittima degli altri. Baudelaire renderà memorabile questo topos con l’immagine del poeta-albatros, deriso e umiliato sulla nave degli uomini. Prima di lui, fra gli altri, Vigny scrisse nel 1834 il Chatterton, un dramma sull’«uomo spiritualista soffocato da una società materialista» (cito da Dernière nuit de travail, sorta di introduzione dell’autore all’opera). Il giovane protagonista, un poeta di diciott’anni realmente esistito, sceglierà il suicidio piuttosto che scendere a compromessi con la volgarità del mondo, rifiutando peraltro anche un lavoro che gli avrebbe consentito una dignitosa sussistenza:

Libero da tutti! Uguale a tutti, adesso! – Benvenuta, prima ora di riposo che io abbia mai gustato! Ultima ora della mia vita, aurora del giorno eterno, benvenuta! – Addio, umiliazione, odi, sarcasmi, lavori degradanti, incertezze, angosce, miserie, torture del cuore, addio! O che felicità, io vi dico addio! Se si sapesse! Se si sapesse come sono felice…, non si esiterebbe così a lungo! (Chatterton, atto III, scena VII)

Chatterton oggi può apparirci assoluto, eccessivo, melodrammatico. Forse un adolescente può identificarsi più facilmente con la protesta autodistruttiva del poeta, in quella che è spesso un’età cupa e velleitaria (e che per alcuni continua anche dopo). E tuttavia qualunque lettore, per leggere il testo nella maniera corretta, dovrà accettare questa scelta individualistica di rifiuto del mondo, pur sapendo che essa «non è qualcosa di propugnato, cioè non solleva nessuna rivendicazione» volta a modificare l’ordine costituito (Francesco Orlando, Per una teoria freudiana delle letteratura, Einaudi, p. 82). Altrimenti detto, quando leggiamo un dramma di questo tipo dobbiamo restaurare in noi quell’ottica romantica che ammira la rivolta solitaria e inutile dell’individuo contro la società.

Con Jep Gambardella vediamo però come si modifica il topos dell’artista diverso, che ha perso questo ruolo vittimista per diventare meglio degli altri, o comunque simile agli altri. L’ho già detto, Gambardella tutto sommato sa stare al mondo, è il mondo che è vuoto, che è nulla. L’epoca borghese ha risolto il problema dei bisogni materiali, scatenando però la tragedia del desiderio. In una società di uguali, si desidera come gli altri, che sembrano portatori di una pienezza che ci è negata: è il desiderio mimetico secondo René Girard. La cultura diventa quindi un modo come un altro per imitarsi a vicenda, ma questo produce dilettantismo, chiacchiericcio da salotto, altra infelicità.

Chatterton era un individuo disintegrato dentro una società che si voleva ancora integra, che ancora confondeva il desiderio con il bisogno. L’artista, che reclama la superiorità del primo, soccombe. Gambardella è invece un individuo integrato dentro una società disintegrata, tenuta insieme solo dalla speranza che dopo i bisogni anche i desideri vengano esauditi. Una grande promessa non mantenuta di bellezza.

 

Le cronache della Leda #5 – Roma non c’entra niente

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Le cronache della Leda #5 – Roma non c’entra niente

Mi è toccato rispiegare alla Luisa, ma soprattutto all’Adriana che l’anno scorso al cinema non c’era venuta, che non è un film su Roma. L’Adriana, come se fosse una che non può uscire di casa si è ridotta a guardare La grande bellezza in televisione, su Canale 5, non oso pensare al tributo patito in spot pubblicitari. Mi immagino uno yogurt bio appena dopo uno stacco sul Colosseo, mi piglia quasi uno spavento, dove dovrebbe esserci lo sgomento, lo stupore, oppure l’indifferenza, ma solo verso il film, e invece lo yogurt, invece l’Adriana.

Il giorno dopo la trasmissione televisiva mi telefona con il tono di chi abbia appena assistito a un’anteprima riservata alla stampa o alle autorità, e quindi con il tono che ancora nessuna recensione, nessun premio conferito, non ancora applausi, non ancora stroncature, e dice cose del tipo Ma un film sulla bellezza di Roma, una cosa come Fellini, una specie di  copia di Fellini, ma poi anche la decadenza, ma un film fatto apposta per gli americani, ecc. Ho dovuto sedermi, ripensare al film e dirle la mia, premettendo che il fatto che il film a me fosse piaciuto e a lei no c’entrava fino a un certo punto, c’entrava, piuttosto, il fatto che lei fosse fuori strada. Le ho detto delle giacche gialle e rosse di Servillo, le ho chiesto se le avesse viste, le aveva viste, e allora le ho detto se quelle giacche così sgargianti ma elegantissime non fossero l’abito perfetto per un uomo solo. Se i colori non servissero a contrastare la solitudine del grigio. Lei, invece, si era focalizzata solo sul Dandy, che pure contava, si capisce, ma mica era l’unica cosa, che cavolo. E poi le ho domandato se per caso le risultasse che ci fosse un altro regista italiano capace di lavorare così con la macchina da presa in esterna, di far parlare le immagini prima ancora delle persone, perché è un film, e al cinema contano pure i silenzi. Basta con questi film italiani pieni di interni, di tavole imbandite, di salotti, bar se va bene, autobus quando si cerca di essere grandiosi.

Lei mi ha detto che è un film vuoto (sono certa che questa l’abbia letta da qualche parte) e io le ho risposto che è un film che rappresenta un certo vuoto ma che quel vuoto non è slegato dalla solitudine dei protagonisti, tutti soli e tutti sconfitti e perduti.  Roma? Fellini? Ma se lo ricorda che nemmeno La dolce vita è un film su Roma? La grandezza di Fellini stava nel fatto che Roma avesse copiato lui, mica il contrario. E comunque se volesse trovare qualche somiglianza o omaggio la andasse a cercare in 8½. Poi le ho chiesto come stavano i suoi nipoti per stemperare e per non sembrare un’esperta di cinema. Dopo, però, le ho detto degli americani, ho usato la teoria di mio figlio che vive lì, in Connecticut e no non ci sono mai stata, le ho detto che esistono due tipi di americani quelli che amano vedere rappresentata l’Italia in una certa maniera, ma quelli sono la minoranza, e poi tutti gli altri, quelli senza passaporto, quelli che l’Italia non la vedranno mai, quelli che si sono consolati guardando Roma come se fosse un sogno e come se quel sogno, pur decadente, si potesse toccare con mano, e lì, mentre pensavo che si stava facendo tardi e che dovevo sbrigarmi per andare in posta, le ho detto: «Ma quando eravamo ragazzine e andavamo al cinema non era quel sogno lì che inseguivamo? Non era quello il cinema?» Della Luisa nemmeno sto a dirvi, che di queste cose con lei abbiamo già discusso più volte, che pesantezza. Ora vi lascio, devo fare un salto in posta a pagare una bolletta, poi tornare indietro e preparare da mangiare che per pranzo viene l’avvocato. È un vecchio amico di mio figlio, una volta a settimana pranziamo insieme, diciamo che adesso è anche amico mio.

Leda

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© Gianni Montieri

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