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Sciocchezze da cazzeggio | di Toni Caredda

Anselm Kiefer, Everyone Stands Under His Own Dome of Heaven (1970)

E’ difficile parlare di poesia. 

Perché lei sta in ogni luogo e da nessuna parte, mentre noi siamo in qualche posto in una parte precisa della vita, della storia, del mondo. A parlarne, si corre il rischio di ridurla a quel feticcio che è la nostra individualità oggettiva. Infatti i poeti, quelli veri, ne parlano a malavoglia perché sono sempre troppo impegnati a inseguirla e, considerata la sua volatilità, a trovare il modo di comprimerne almeno una piccola parte in quello spazietto bianco, cartaceo, elettronico o mnemonico, che funge da detonatore per la bomba: il lettore o l’ascoltatore.

Anticamente erano più precisi nel definirla perché esisteva un metro, fuori dal quale non eravamo più in presenza della stessa. Era comunque un metodo riduttivo. Noi, che di quel metro abbiamo perso quasi tutto in nome della libertà, siamo riusciti a ridurne ulteriormente la capacità espressiva. Ma, notate bene, qui sto cadendo nel burrone che vi ho indicato all’inizio: la soggettività del giudizio. Poiché la poesia è il pensiero che non ha principio, quando noi parliamo di una poesia o di una poetica, stiamo parlando di una parte infinitamente piccola di quel pensiero. Questo non significa che non abbiamo il diritto di provare disgusto per quella piccola porzione, piuttosto, il diritto che non abbiamo è quello di confinare il giudizio nella gabbia del nostro gusto personale. Chi riesce in questa impresa, ha fatto il primo passo per diventare un critico letterario. Tutti gli altri sono poeti mancati(perché, ripeto, i poeti preferiscono scrivere poesie piuttosto che leggere cazzate).

Ma anche un critico letterario, ovviamente, esercita poco potere nei confronti della poesia. Il suo è sostanzialmente un sacerdozio, serve una religione che non gli ha dato tempo, che gli ha chiuso lo spazio, che gli ha tolto i riferimenti lasciando giusto, qui e là, qualche frammento di verità senza una connessione logica, perché in realtà, quello che trovi dentro una poesia non è necessariamente quello che il poeta ci ha messo ma quello che la poesia ti ha dato, e la poesia non è imparziale da questo punto di vista.

D’altronde, ogni essere umano è un poeta ma difficilmente lo è per tutta la vita, perché ogni volta che un poeta scrive una poesia, da qualche parte qualcuno muore per mano di un suo simile che ha perso la poesia (e questo, a lungo andare, è un detergente efficace).

Poi ci sono quelli che vogliono una poesia elitaria e quelli che invece vogliono ristabilirne, almeno in parte, il ruolo di mass media. Ovviamente sono fuori strada entrambe le correnti di pensiero, perché la nostra non si può imbrigliare come una cavalla o pubblicizzare come una marca di caffè. Capita, ad esempio, che un qualche cercatore di funghi la stani involontariamente dal suo covo di pernice… e tac! Come d’incanto ne vien fuori un piccolo capolavoro che mette improvvisamente d’accordo le due correnti sopracitate:

– chi fu costui?

Insomma, io credo che piuttosto che stare qui a parlare di poesia, dovremmo lasciare che sia lei a parlare di noi.

A si biri.

@Toni Caredda

Toni Caredda – poesie

Oggi vi propongo in lettura alcune poesie di Toni Caredda. Le sue poesie mi piacciono particolarmente per l’originalità, l’ironia, per lo sguardo attento e profondo. Eccole

***

urbi et orbi

“noi siamo i salvatori”
è scritto sulla fronte dei due sposi,
novelli papà e mamma
“del mondo e forse… dell’universo”
complimenti, sarà stata
un’impresa titanica.

il pupo non sa nulla dei terrestri,
nel passeggino
si gode il suo ciucciotto.
fino al nuovo comando.

l’amore all’arma bianca muove sempre
un brivido soriano, dalle strade
la città lo capisce e si trasforma
nel posto giusto, il senso e l’occasione
aleggiano nell’aria.

e lì ti rendi conto
che dietro le finestre esiste gente
capace addirittura di provare
sentimenti. capisci
che forse c’è qualcuno ad aspettare
con un sorriso adatto alla tua pelle.
cominci a diventare quasi umano,
riproposto alla mensa dei viventi
per volontà divina.
magari un giorno
potrai urlare alle genti
“guardate, ho fatto una cazzo di scopata!”
(standing ovation)
e loro adoreranno il tuo frutto
per almeno sei mesi.

poi ci sarà il ritorno al calcio in culo,
il cartellino, i suoceri, le cene
e tutte queste cose che ti fanno

uomo.

tutto questo in ventuno secondi.
svoltato l’angolo c’è un’altra missione:
parcheggiare
i miei buoni propositi
nel centro più lontano dalle rotte
commerciali, nel mondo messo lì
a casaccio, l’universo
dove l’ho scampata bella.

***

Alberi e gin Tonic

Il mio innesto è il limone con l’arancia.
Tutt’altra specie il tuo.
Siamo stati gli eroi dei nostri tempi
– Abbaye de Bonne Esperance –
Poi, ognuno a modo suo, lungo le stelle
di notti parallele.
Mi dici fortunato(e mi fai ridere).
Guardali, per te quattro sorrisi,
fra le braccia puoi stringere
tutti i sogni più belli che hai vestito,
per me soltanto quelli che ho pisciato
sui muri più corrosi della strada,
i conti, lo sai, tornano sempre:

in primavera, Forse
siamo stati la stessa pianta,
ma l’albero giusto è quello
che ha radici. Il restante
è legna che non sa
bruciare.

Nemmeno per l’inverno.

***

Terra!

Fertile e donna
la mia terra sommersa,
l’attacco e la difesa, il mio rifugio
da obbedire, combattere. L’aratro.
Esilio, ti chiedo
sopra quel luogo, punto che ci offende
in comune, libertà
di perdere e fuggire come l’uomo
che non sa più arrestare la discesa.
Verso il tuo sguardo lungo
cerco il mio naufragio,
sopra questa roccia che non tocca
nemmeno le nuvole più basse,
mi consegno al vento
che mi porti sognato in qualche nido
di lavanda, lenzuola ad asciugare,
un letto grande, un tavolo, il tuo pane,
baciare la tua pelle e coltivare
l’oasi
che mi tieni in grembo.

***

Terrigno

L’Alma latina incendia le sue mute,
le contrazioni e le doglie, la pangea
che avevi offerto, intera da isolare,
si è sommersa sotto una landa nordica.
L’argilla che mi hai dato è creta, un cotto
che si spacca l’ocarina.
Eppure non è suono sepolto.
Mi basta un breve fiato, il tuo traverso,
– da sempre un capogiro sulle punte –
la scaletta di pietra che va al mare
di Torre delle Stelle,
e tutte le maree si fanno terme.
Quali mani quest’ora mi hanno reso,
non lo dico, ne mangio il cibo
e non ignoro la gelosia del vento,
il cozzare del ferro sulla porta.
Le nostre spiagge sono sempre nuove,
i nostri limiti invalicabili
sono le servitù che ci dobbiamo
per aderire meglio a questa terra,
dove leghiamo i piedi al mutuo dissapore.
La libertà che stringe e ci abbandona
è una cavalla bianca da domare,
e se ci riusciremo, tutto di te
diventerà un recinto, tutto su me
quel baio brado che cadde, e fu abbattuto.

***

Sparedda & Alegusta

A Efisio

Fertile dicevi
troveremo Dio sul nostro pozzo,
basta una lenza, il molo
e qualche scampolo di cielo da guardare,
un po’ banale
come quella magia che ti prendeva
il viso, al miracolo del pane
diviso, applausi
senza cercare il picco nelle cose
l’emorragia di un sogno, la sua voce
sul palpito impreciso di ogni dove
e le sue mani sul tuo cuore, come
la fantasia di vivere davvero
per qualcosa
il tuo sorriso acceso fra le rose
come se niente fosse, adesso piove
sul mare, sopra tutto ciò che muove
i nostri passi, al molo
hanno levato l’acqua.
Non vado più a pescare. Adiosu.

@ poesie di Toni Caredda