Tommaso Pincio

Nuovi Argomenti n. 74: Amelia Rosselli

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Tommaso Pincio “Sfere celesti” 2015, materie varie su tavole (foto di Alessandro Vasari)

Amelia Rosselli, «Nuovi Argomenti», n. 74, 2016

Introduzione
di Maria Borio

«Nel pulsare di tutte le moltitudini». Forse è questo uno dei versi attraverso cui oggi si può lanciare lo sguardo alla scrittura di Amelia Rosselli e ritrovarne la presenza almeno in almeno due fenomeni: una tonalità emotiva centrata su una pronuncia individuale e interiore, che si sgancia dalle poetiche del Novecento e cerca con fatica la propria autenticità espressiva; e la capacità di tenere insieme più linguaggi, musica, parola, diverse lingue. Questo verso, tratto dalla raccolta Sleep-Sonno, descrive in controluce l’assemblaggio che lavora le inserzioni semantiche e il ritmo come andamento tonale, ma anche come forma grafica, elaborando la poetica musicale e visiva descritta in Spazi metrici e dando vita a quello che potrebbe essere chiamato uno ‘sperimentalismo esistenziale’. Nanni Balestrini, con una dedica in versi, ci consegna il suo «attimo in fuga»; Antonella Anedda, con una inedita poesia-saggio, restituisce un’interpretazione dell’incastro ibrido che lo sguardo a più livelli e a più voci della Rosselli può suggestionare; Roberto Deidier disegna uno scatto-documento emerso da un originale inventario privato.  La vocazione di questa poesia ricrea, forse prima di tutto, l’affollamento dell’inconscio di un’interiorità contemporanea che pulsa come un sismografo in uno scambio tra l’esperienza e la storia, tra l’io e un essere – o ritrovarsi – personaggio. E il poeta, come Amelia Rosselli amava definirsi abolendo le distinzioni di sesso o scale d’appartenenza, è un universo che si compone e solidifica nei legami sonori, semantici e grafici, un universo che Stefano Giovannuzzi porta alla luce nei nodi tra la scrittura e la biografia, Alberto Casadei attraverso le possibili funzioni dell’inconscio biologico-cognitivo, Caterina Venturini nel rapporto tra la figura della madre e la psicoanalisi, Alessandro Baldacci nella ricostruzione di un simbolico mondo di presenze animali. Caso unico nella poesia italiana del Novecento, la Rosselli fluttua in una solitudine eccentrica e «quadrata», che le permette di strizzare l’occhiolino a Sanguineti e alla Neoavanguardia, come ben ricorda Gian Maria Annovi, o ai palinsesti dei cosiddetti Novecento e Antinovecento, di cui parla Gandolfo Cascio scrivendo sul poemetto La Libellula. Nella sua unicità, tra la «variazione», che lavora musicalmente, e il «documento», che usa l’individualità come filtro della storia, la Rosselli tende a spossessare l’intenso inconscio lirico per farlo rifluire in una sorta di inconscio collettivo, in una sola moltitudine, incontro di tutte le moltitudini, con uno «sforzo per essere autentici», come diceva Amelia di Boris Pasternak, come scrive Laura Barile commentando i Nonnulli, e come si legge nei ricordi di Daniela Attanasio e Gabriella Sica. Essenziale l’incastro tra le lingue, forse naturale antesignano di certe recenti tendenze al genere ibrido, che si riverbera nei lavori sulla traduzione: nei contributi di Jennifer Scappettone e di Daniela Matronola per l’inglese, e di Jean-Charles Vegliante per il francese. Infine, Laura Pugno, con un delicato ritratto lirico, e Ulderico Pesce, in una conversazione sulla rappresentazione teatrale di alcune opere di Amelia e del suo rapporto con Rocco Scotellaro, lasciano due fotografie in scrittura da conservare.

 

(La sezione dedicata ad Amelia Rosselli, per il ventennale della scomparsa, a cura di Maria Borio, propone contributi di Nanni Balestrini, Antonella Anedda, Roberto Deidier, Stefano Giovannuzzi, Alberto Casadei, Caterina Venturini, Alessandro Baldacci, Gian Maria Annovi, Gandolfo Cascio, Laura Barile, Daniela Attanasio, Gabriella Sica, Laura Pugno, Ulderico Pesce.)

 

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Tommaso Pincio “Sfere celesti” 2015, materie varie su tavole (foto di Alessandro Vasari)

#Unafraselungaunlibro: i primi 50 numeri

Amsterdam - foto di Anna Toscano

Amsterdam – foto di Anna Toscano

Una frase lunga un libro è arrivata alla cinquantesima puntata, questo post che riepiloga tutti i numeri è per festeggiare e ringraziare i lettori, gli scrittori, i traduttori e gli editori. Grazie, vi aspetto per il numero 51, tra una settimana.
Gianni Montieri

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n. 1  Silvina Ocampo, La promessa

n. 2 John Williams, Stoner

n. 3 Bernard Malamud, L’uomo di Kiev

n. 4 Iosif Brodskij, Fondamenta degli incurabili

n. 5 Joyce Carol Oates, Sulla boxe

n. 6 Robert McLiam Wilson, Eureka Street

n. 7 Robert Seethaler, Una vita intera

n. 8 Massimo Zamboni, L’eco di uno sparo

n. 9 Josephine W. Johnson, Il viaggiatore oscuro

n. 10 Mario Benedetti, Grazie per il fuoco

n. 11 Emma Reyes, Non sapevamo giocare a niente

(altro…)

Una frase lunga un libro #26: Tommaso Pincio, Panorama

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Una frase lunga un libro #26: Tommaso Pincio, Panorama, NNeditore, 2015, € 13,00

Ti dirò di più, mia cara, trovo perfino giusto o quantomeno naturale che i vivi facciano scempio dell’intimità degli antenati. Che c’è di tanto strano o disdicevole nel cibarsi dei loro segreti? Un tempo gli uomini mangiavano il cervello del morto per assimilarne lo spirito, o ci accontentiamo di divorarne il privato, l’inconfessato. Il principio resta il medesimo.

Panorama di Tommaso Pincio è il libro più interessante tra quelli che ho letto quest’anno. Interessante per la letteratura e per quello che con la letteratura questo romanzo fa. La letteratura: i libri sembrano l’origine e la fine della storia, condurranno il gioco fino a sparire, ma questo è soltanto un livello della finzione architettata dallo scrittore romano. Leggiamo molti romanzi, quasi tutti riguardano (o dovrebbero riguardare) storie inventate, ma raramente la parola finzione mi è parsa più appropriata, ma proviamo ad andare per ordine. Un’altra parola mi è venuta in mente molte volte durante la lettura, è spazio. Pensiamo allo spazio e vediamo prima qualcosa che si allarga, che si amplia, diciamo cose come «Spazio! Finalmente», ma spazio è anche il contrario, il campo che si restringe, la luce che scompare, la visibilità che si riduce, il respiro che manca. Lo spazio sembra una speranza, ma è più spesso qualcosa che finisce.

Il protagonista del romanzo è Ottavio Tondi. Ottavio fa il lettore di professione, legge manoscritti per una casa editrice molto nota, la sua fama cresce perché la sua passione gli fa scovare un libro che venderà moltissime copie; leggerà libri in pubblico, spettacoli che si svolgeranno in silenzio. Ottavio non legge ad alta voce, si siede e legge, facendo esattamente quello che fa a casa sua, ma è Ottavio Tondi, l’uomo che scova i libri, al pubblico interessa vederlo mentre lo fa. Pincio ci sta dicendo che il peso dei media (il tempo in cui si svolge il romanzo sembra un futuro vicinissimo) e quello della fama sono, inevitabilmente, superiori alla letteratura, che nel caso di Ottavio Tondi è prima di tutto un’azione. Ottavio legge, è la cosa che fa più spesso, quella cosa ha a che fare con la letteratura, ma per il pubblico è uno show, perché chi la fa è famoso. Eppure leggere è l’azione più riservata che esista, per Tondi è la ragione di vita, una vita solitaria. Quando vi entrerà una donna, il sesso (prima) e forse l’amore (dopo) non potranno essere scissi dall’azione del leggere. I libri ampliano l’orizzonte (spazio che si allarga), leggere è un’azione solitaria (spazio che restringe).

Ottavio dopo un’aggressione non riuscirà più a leggere, aprire un libro lo farà star male, lo spazio diventerà una stanza, un computer,  una videocamera e un social network: Panorama. La regola del network vuole che ognuno tenga una camera fissa accesa sempre in una stanza, i tuoi contatti devono poter guardare lì dentro sempre, tu potrai farlo con loro. Nasce un rapporto con Ligea Tissot, Ottavio scriverà (cosa che non aveva mai desiderato di fare) ma solo all’interno di Panorama. Pincio mette nero su bianco quello che spesso si dice dei social network, ovvero che facilitino la solitudine. Panorama è un social dove l’azione e lo scambio sono ridotti al minimo, è quasi un ossimoro.

La finzione, dicevamo. Roma, quindi, che è la città dove il romanzo si svolge ed è simbolo di quello che accadrà, i libri spariranno, le librerie chiuderanno, la letteratura non esisterà più. Tommaso Pincio gioca e mette nomi di scrittori amici, quindi persone reali, dentro la finzione, sarà proprio uno di questi a pronunciare una frase emblematica e definitiva (leggendola mi è venuto in mente Luigi Bernardi, sarebbe stato un tono suo, ma questo è un altro discorso): Troppo è durata. La frase la pronuncia Francesco Pecoraro davanti a una libreria che chiude, l’ultima. Tondi all’inizio finge di non capire la frase, ma dopo gli è chiaro tutto: “La commedia si era replicata. Era passato da un libro all’altro, da una lettura all’altra, soltanto per poter passare da un giorno all’altro.”

C’è un narratore che scrive questa storia, a storia conclusa, ma se qualcuno scrive ancora una storia la letteratura è morta o no? La finzione viene prima e dopo della realtà, e vince, sembra dire Tommaso Pincio, ma questa (come la faccenda dello spazio e quell’altra della solitudine e quell’altra in cui il privato viene divorato) è soltanto una teoria, Panorama è un romanzo che mi lascia ancora da pensare, mi è chiara, invece, la sua bellezza.

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©Gianni Montieri  su Twitter @giannimontieri