Tommaso Landolfi

Sonia Caporossi, Da che verso stai?

Sonia Caporossi, Da che verso stai? Indagine sulle scritture che vanno e non vanno a capo in Italia, oggi. Postfazione di Enzo Campi, Marco Saya Edizioni 2017

Di che cosa si occupa la critica? Quale è la sua funzione, quali sono gli ambiti di ‘esercizio’? I saggi di Sonia Caporossi qui raccolti entrano subito in medias res e sgombrano il campo – prendendoli di petto con le armi, da altri buttate al macero o lasciate ad arrugginire, del «principio di ragione» – da qualsiasi tentazione a indugiare sia in lamentazioni di prefiche (al grido di “La critica letteraria è morta!”), sia da procedimenti che poco o nulla hanno a che fare con la critica. L’intento comune a tutti i contributi è chiarito fin dall’introduzione: l’approccio al testo letterario, il metodo ermeneutico che possa dirsi veramente tale, la critica vera e propria, ancorché – come vedremo più avanti – programmaticamente impura, si avvalgono di strumenti che vanno costantemente posti al vaglio del procedere delle opere e dei giorni, vale a dire dei testi e dei contesti: «abbisognano ugualmente di un approfondimento e di un aggiornamento continuo, di una verifica fortiniana dei poteri, dei saperi e dei doveri ad essi sottesi.»
Alla disamina e alla messa al vaglio degli strumenti si accompagna l’analisi, oltremodo interessante, di fenomeni e fenotipi, che fornisce a chi legge una ulteriore bussola per orientarsi in selve, fumi, radure e chiarità dei campi dell’indagine annunciata e affrontata con polso fermo, conoscenza ampia e brio felice nel coniare immagini e comparazioni. Se ci imbattiamo in formule effervescenti come dissipatio Auctoris, sindrome di Rimbaud, insieme di Cantor, principio di Heisenberg, avremo tuttavia l’accortezza di non considerarle meramente come accattivanti ganci dell’attenzione. Il loro pregio sta nella loro natura (viene da pensare a una riuscita fusione tra genesi e finalità dell’enunciato), giacché si tratta di pregnanti sintesi di un discorso ben articolato e ben argomentato. Insomma, signore e signori, dietro il titolo sul cartellone non si corre il pericolo di imbattersi in un fondale vuoto, ma, per ogni contributo, c’è una pièce densa di pensiero e azione, con tanto di plot e sub-plot, galleria di personaggi, smascheramenti (di miti in voga, di dicerie e, soprattutto, di false polemiche), agnizioni, riconoscimenti, ripartenze e una robusta colonna sonora. D’altro canto, ciascuna di queste pièce aspira a pieno diritto a essere considerata come parte di un opus metachronicum (i livelli meta-, metalinguistico, metastorico, meta culturale sono parte fondamentale del pensiero critico di Caporossi), per prendere in prestito il nome di una ricca e originale opera narrativa dell’autrice, in continuo progresso e con personaggi-punti di vista in vicendevole richiamo. (altro…)

Marco Onofrio, Energie

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Marco Onofrio, Energie – Frammenti e racconti, Roma, EdiLet, 2016, pp. 211

di Dante Maffia

Marco Onofrio è una sorpresa continua, ma non ci si deve meravigliare, perché la scrittura nasce dalla vita e dalla scrittura stessa e si amplia, si moltiplica, si apre a trecentosessanta gradi avida di tutto, desiderosa di entrare in ogni mistero, di svelare il senso della vita, della morte e dell’amore. Cari lettori, diffidate di quegli scrittori stitici, come diceva Aldo Palazzeschi, che stanno tutto il giorno, e alcuni anche la notte, ad aspettare l’ispirazione portata da una falena, l’input suggerito da un refolo di vento o dal fiato guasto del lavandino… Chi è scrittore è onnivoro, sempre teso alla luce e alle ombre, sempre pronto ad acciuffare ciò che arriva dalla profondità del buio per vedere se è possibile dipanare la matassa del mistero in agguato nei posti più impensabili. Chi è scrittore, e Marco Onofrio lo ha già dimostrato con opere di critica, di saggistica, di narrativa e di poesia, è in eterno combattimento con se stesso e con il mondo non per il gusto di essere in guerra, ma perché il movimento ha fauci ingorde… E questo libro, Energie, nasce a Marco proprio dal movimento, inteso nella sua più specifica e bizzarra efficacia. Non è poesia, non è narrativa, non è saggistica, non è elzeviro, non è annotazione storiografica, non è commento… Dunque? Evidente, è vita, nel suo ingorgarsi ed evolversi, nel suo farsi e disfarsi, nel suo cercare adesione e nel suo rigettare i luoghi comuni, le abrasioni di sempre, quelle malattie ormai endemiche del letterato italiano che, nonostante scrittori come Pirandello, Zavattini, Flaiano, Mastronardi, Celati, Ceronetti, Landolfi, Bonaviri, Consolo, Ripellino, Emilio Villa, sono rimaste a trionfare. Ecco dunque delle Energie, cioè rigurgiti, ribellioni, viaggi sterminati nel quotidiano, coincidenze col vuoto e col nulla, dimostrazioni simboliche della realtà colte nel loro farsi e nel loro disfarsi, nel cammino violento per appropriarsi di una direttiva che, ahimè, non esiste in realtà, perché tutto è energia che si forma e si spande e solo la finzione (Borges) rende visibile. (altro…)

proSabato: Tommaso Landolfi, Il babbo di Kafka

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Il babbo di Kafka

Arrendendomi alle insistenze di molti amici, racconterò brevemente l’episodio che tanta influenza doveva avere sulla vita del Maestro (ed anche sulla mia).
– E se ora fra i battenti di quella porta (che era appena accostata) s’insinuassero due, anzi alcune, zampe, lunghissime sottili e pelose; e, la porta stessa cedendo alla pressione ed aprendosi pian piano, comparisse un enorme ragno, grosso quanto un cesto da bucato?…
– Ebbene?
– Aspetta, non t’ho detto tutto. Se questo ragno avesse al posto del corpo una testa d’uomo che ti guardasse fissamente da terra? Tu che faresti? T’ammazzeresti, no?
– Io? Io non ci penserei neppure. Perché diamine dovrei ammazzarmi! Piuttosto ammazzerei lui.
– Io sì, io m’ammazzerei. Perbacco, vivere in un mondo dove sono possibili cose di questo genere!
– E io ti so dire che tutto farei, tranne che ammazzarmi; neanche per sogno.
Non aveva finito Kafka di pronunciare queste parole e guardava ancora in aria di sfida la porta accostata, quando il battente girò lentamente sui cardini e si produsse punto per punto la scena da me immaginata. Nella sala remota dove stavamo cenando, balzammo in piedi esterrefatti. Il ragno, o la testa d’uomo, molleggiando sulle sue lunghe zampe, avanzava verso la tavola e ci guardava con una certa espressione cattiva.
– Ebbene – gridavo io, lo confesso, quasi piangendo – ebbene, perché ora non l’ammazzi? (altro…)

I poeti della domenica #83: Tommaso Landolfi, Morire senza aver vissuto

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Morire senza aver vissuto

Morire senza aver vissuto:
Sentenza che la logica rifiuta.
Ma pure, prima o poi,
Questo è quanto faremo tutti noi.
(O, volendo alla logica obbedire,
Tanto e non più di vita
Ci fu quel dì largito,
Che ci basti a morire).

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© Tommaso Landolfi, Morire senza aver vissuto, in Viola di morte, Vallecchi, Firenze, 1972; Milano, Adelphi, 2004².

Giuseppe Ceddia, Soli nell’autunno che ci uccide

Parigi 2015, foto GM

Parigi 2015, foto GM

 

Soli nell’autunno che ci uccide

 

                                                                                                                                                   a Tommaso Landolfi

 

Il giorno in cui fu licenziato dal lavoro Guido Stuparich si svegliò con un grosso bubbone sulla tempia sinistra.
Il licenziamento non avvenne per malsane cause legittimate dall’assenteismo o da comportamenti equivoci, bensì per mera mancanza di fondi adusi a pagare il personale in sovrannumero.
E Guido Stuparich era in sovrannumero.
Il bubbone, invece, lungi dall’essere conseguenza psicosomatica di un evento tragico, aveva dignità a sé, era semplicemente e improrogabilmente frutto di un bisogno primario che lo Stuparich non esercitava da tempo, quello del sesso; dei sudori bollenti nelle fredde notti autunnali, mentre le coperte urlano vendetta per essere strizzate sul balcone interno di uno scarno edificio di periferia, Guido aveva nostalgia, una nostalgia intrisa di sensi di colpa e di peccati primigeni.
Vita mia, per piccina che tu sia, pensava Guido, meno tedio e più armonia… solo questo vorrei.
Guido Stuparich, uomo medio, cordone ombelicale tagliato regolarmente, latte bevuto dal seno materno senza problemi, pannolini che mai han provocato allergie, era il bambino perfetto, senza traumi fallici da pagare né tantomeno ingordigie anali da placare.
Fu convocato una mattina ombrosa, di quelle bigie come i topi schiacciati sull’asfalto, dal suo capo (grande capo Testa Pelata veniva chiamato tra i colleghi) il quale- senza se e senza ma – fu molto secco nell’annodare gli intestini di Guido nel momento in cui lo gettava elegantemente per strada. Sovrannumero Guido mio, la matematica non è un’opinione e tu sei qui da meno tempo di altri, che faccio butto per strada gli anziani, quelli che lavorano qui da sempre, da ancora prima che l’azienda esistesse, come spiriti conciliatori del tempo che fu? Non si può, non si deve.
Tu sei giovane Guido mio, hai tutto il tempo per cercare altro, magari qualcosa che ti renda anche più soddisfatto e moralmente arricchito, ma… a proposito cos’hai sulla tempia sinistra? Un grosso foruncolo schifoso ti è spuntato stamattina? Hai ancora l’acne Guido bello, sei giovanissimo. Rise il grande capo Testa Pelata, rise molto.
Guido storse il labbro inferiore in un ghigno bestiale da salivazione azzerata, della serie o taccio o l’ammazzo a mani nude; fu allora che il bubbone iniziò a pulsare e poco dopo esplose in un vortice purulento di giallognola materia e sangue, colpì in pieno volto il grande capo, sporcò i fogli sulla scrivania e il tappeto persiano ai piedi di questa, disegnò ghirigori arabescati nell’aria, coriandoli impazziti di materia organica.
La tempia di Guido si sgonfiò, restò un bel buco però. Il grande capo si avvicinò, dopo essersi ripulito, e disse a Guido che voleva dare un’occhiata alla ferita, si avvicinò al cratere sulla tempia di Guido, si avvicino sempre più, sempre più… poi entrò.
Fu allora che un senso di sbandamento colse Guido, il grande capo era sparito, gli pulsava la testa e gli ronzavano paroloni sconnessi nelle orecchie, fu preda di forti vertigini, cadde a terra.
Morì dopo un’ora e diciassette minuti.
La ferita si rimarginò e il grande capo non poté più uscire da Guido. Morì di solitudine anch’esso, nel buio tetro del corridoio di sangue grumoso nella tempia di Guido, morì solo come Guido.
Furono sepolti insieme. Fu il primo caso in cui un’unica bara riuscì a contenere comodamente due persone.

© Giuseppe Ceddia

Giuseppe Ceddia (Bari, 1977), attualmente dottorando in Italianistica e Cultore della Materia in Letteratura Italiana presso l’Università di Bari; si occupa delle influenze del gotico anglosassone sulla letteratura italiana dell’Ottocento. In precedenza si è occupato del romanzo poliziesco italiano (in particolare dell’opera di Carlo Lucarelli) e di Igino Ugo Tarchetti all’interno del movimento scapigliato (due saggi su quest’ultimo si trovano in “Finzioni” e “Sul Romanzo”, on-line). Alcuni suoi racconti sono apparsi su “L’Immaginazione” (Manni editore); assieme a Emanuele Tonon e altri, è uno degli autori del volume “Racconti fuori dal fango” (Caratterimobili). Collabora col semestrale di critica militante “Incroci”, Adda editore (ultimo intervento è un saggio sulla letteratura sudamericana) e saltuariamente con www.puglialibre.it
Scrive di cinema www.peerformer.com/it/blog.html.
Gestisce il blog letterario “Tropico dell’Ansia”: www.giuseppeceddia.wordpress.com.
Nel 1999, nella sezione recensioni, ha vinto il Premio Letterario città di Bari.

Il demone o l’angelo verde di Landolfi. Nota di lettura a “Racconto d’autunno”, di Renzo Favaron

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Il demone o l’angelo verde di Landolfi.
(Racconto d’autunno: storia di una breve felicità)
Nota di lettura di Renzo Favaron

Vivere a caso fu già affermato unico verso per vivere: perché dunque, del pari ed anzi a maggior ragione (il meno essendo contenuto nel più), non scrivere a caso? Con lacrime di commozione, si pensa a quei poeti del primo ottocento che in un poemetto raccontavano sì una storia, ma tratto tratto intermettendovi considerazioni, fatterelli personali e via discorrendo, sì che alla fine non si capiva più di cosa poetassero… Be’, a qualcuno potrebbe venir voglia di imitarli, o meglio di riconoscere, nel loro, il solo modo accettabile o meno falso di scrittura.

T. Landolfi, A caso

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Reale e fantastico, visionarietà e fisicità dell’esistenza, considerati e spesso trattati come categorie inavvicinabili, in Tommaso Landolfi coesistono: addirittura, contrariamente a quanto si potrebbe dire per un E. T. A. Hoffmann, simili piani o livelli sono in lui talmente interscambiabili e complementari l’uno all’altro, che è difficile ascrivere al puro immaginario anche uno solo dei suoi racconti. Le presenze sensibili e inanimate, frammenti di identità ed esistenze determinate, esperite realisticamente o in forma fantastica, ne incalzano la coscienza, ossessionandola e condannandola a sopportare la quotidiana onnipotenza della loro natura irriducibile. Privato del sostegno delle “misere” entità del mondo sensibile, anzi afflitto dall’universo convenzionale, ma spaventoso, delle bagatelle e cose insignificanti di tutti i giorni, Landolfi dà voce al suo desideri di evadere in fantasie liberate della loro concretezza e viceversa sembra soffrirne per il disagio di doverle rappresentare con le immagini delle forme empiriche. D’altra parte, se egli è autore che ha costruito la sua arte su un retroterra nutrito di molteplici categorie letterarie, altrettanto evidente ci pare il suo totale distacco da una concezione della letteratura in cui era possibile credere a una sua funzione di dare pienezza alla vita e di riuscire, mediante essa, a raggiungere la coscienza.
Gran parte dell’opera di Landolfi è caratterizzata da una certa eccentricità, entro la quale si intuisce il chiaro sentimento di perdita di ogni certezza, di ogni valore morale capace di guidare la totalità del mondo: nel dare vita a racconti dove regna la libera proliferazione delle pulsioni e degli istinti, dove è di scena l’abolizione di ogni decalogo, Landolfi elabora delle storie nelle quali non si cogli più la pienezza e l’integrità della rappresentazione dell’esistenza, nelle quali l’intreccio si dipana in maniera da far risaltare il destino di degradazione che investe la specie umana, laddove i suoi atti si collocano al di fuori di gerarchie di valore. In questo quadro di delinea altresì un punto di vista consapevole del fatto che non si può più abbracciare nel suo insieme una realtà ampiamente frantumata, e che in ogni caso allo scrittore non restano che le parole di un superstite soliloquio, come ebbe a dire Walter Benjamin, una volta messo di fronte alla dissoluzione di una tradizione non più integrabile nel nuovo mondo.
Senza fare di Landolfi un avanguardista, il discorso ora pronunciato possiamo riallacciarlo a un altro nodo cruciale, peraltro non estraneo ad altri autori che hanno sviluppato un modulo narrativo moderno già durante i primi trent’anni del nostro secolo (per esempio: Svevo e Pirandello). Messi in soffitta gli stereotipi della stagione naturalistica, i temi collaudati del romanzo sociale ed epico di cui è piena di esempi la letteratura dell’Ottocento, il nostro autore, da un lato, reca in sé la crisi del pensiero razionale e positivista, e, dall’altro, è teso a seguire le vibrazioni di un diapason interiore, senza obbligarle a nessun principio di oscillazione. Landolfi è da considerare un moderno in quanto ha sperimentato i limiti dell’uomo a capire il mondo, in quanto ha rinunciato al diritto di giudicare e condannare, smaliziato al punto da sapere che la vita non si lascia plasmare e ridurre nell’onda del proprio narrare. I suoi personaggi e le sue storie non si subordinano a trame lineari, non seguono un filo che si sbroglia secondo una progressione e direzione rettilinea. Imprevedibile e mai scontato, Landolfi lavora senza ridurre la narrazione al semplice calco di una strategia precostruita, così come recede dall’operare sintesi in cui sia abbracciata una visione unitaria e organica della realtà. Gettate entro un sentiero interrotto da deviazioni improvvise, le creature rappresentate sono esposte a ogni imprevedibile caso che si affaccia sulla strada della loro sorte, quasi l’autore denunciasse la scomparsa dello scrittore onnisciente e desse spazio a un punto di vista che definisce la letteratura, uniformemente a quanto Claudio Magris descrisse per Joseph Roth, “quale incerta e parziale approssimazione”. Dobbiamo osservare, tuttavia, che persino nei momenti in cui l’autore sembra fabbricare abbandono, o tace di rivelare dove e a chi mira, procede poi secondo il calcolo di un disegno che sa dosare con estrema precisione i colpi di scena.
Maestro d’acrobazie, Landolfi è pur anco capace di strabiliarci per l’uso disinvolto che riesce a fare dell’inverosimile, per la sua abilità nel ridurre argomentazioni d’ardua soluzione a dimostrazioni per tutte le persone dotate di buon senso.

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