Tommaso Di Dio

Davide Valecchi, Nei resti del fuoco

Davide Valecchi, Nei resti del fuoco, Osimo, Arcipelago itaca, 2017, pp. 61, € 11,50

Scrivevo, nel 2016, che «Per leggere i testi [allora] inediti di Davide Valecchi, proposti qui, si può osare coraggiosamente citando, all’inizio del breve commento, il nome di un gruppo industrial e noise molto famoso: gli Einstürzende Neubauten. Perché farlo? Non esiste un equivalente italiano in due termini per definire “nuovi edifici che crollano”, dove la parola “edificio” − che nei versi pure compare − è anche iperonimo che accompagna la lettura e la comprensibilità degli stessi. Proviamo a isolare il significato di quel nome proprio e ad applicarlo a questi testi, legati fra loro sin dall’inizio: essi ci portano all’interno di un percorso in cui incontrare “casa”, “spazio”, “soffitto” ma anche “cemento”, “ferro”, “fuoco”, elementi industriali contemporanei e atavici insieme; pare − anzi − che ciascun sostantivo in grado di rimandare a ‘una presenza’ visiva, spaziale e ‘di masse’ (possono essere anche gli stessi corpi dei soggetti che vedono, vivono e guardano) si presenti nei versi per marcare (forse dimostrare) una ‘mancanza-pregnanza’, che trova nel verbo “crollare” un senso. Se la “casa” è già − ad esempio − al centro della poesia di Simone Di Biasio e lo “spazio” in quello di un’altra voce, quella di Carmen Gallo, è forse il “crollo” il fulcro di queste poesie di Valecchi o, per meglio dire, sono i crolli, mutuando il titolo da un saggio di Marco Belpoliti del 2005 edito da Einaudi. Belpoliti conosce approfonditamente i termini entro cui muoversi analogicamente, con la «brevità e la necessaria icasticità di un punto di vista che muta, di giorno in giorno, per adattarsi alla lettura e all’interpretazione del mondo contemporaneo.» Belpoliti sceglie di non attraversare, di non affrontare, tuttavia, la poesia. C’è un po’ del suo saggio nei versi che proponiamo; c’è quella direzione e quello sguardo, così come ci sono sia il limite del “muro” (di Berlino, storicamente, nel saggio einaudiano e simbolico qui di un confine più quotidiano, che rivela un portato più ampio), sia il confine della “banalità” della nostra epoca, cui questi testi resistono grazie alla parola, “anima” della poesia.»

Ho scelto di ricalcare per intero il commento critico del 2016, perché aderisce alla forma e alla sostanza della poesia di Davide Valecchi per come poi si è sviluppata nella raccolta Nei resti del fuoco, edita nel 2017 da Arcipelago itaca, raccolta altresì vincitrice della 2a edizione Premio “Arcipelago itaca” per una raccolta inedita di versi. Ritengo i riferimenti intertestuali citati possano ritenersi gli stessi, amplificati dall’esperienza di Carmen Gallo che prosegue in Appartamenti o stanze (ne abbiamo parlato qui e qui) e anche da certi echi tematici di Tommaso Di Dio (qui); la sua Fine delle favole condivide una forza dei «resti» che ben accorda la contemporaneità alla quotidianità. Forse, andando ancora più indietro, riconosciamo anche la poesia di Marco Scarpa (qui). (altro…)

Tommaso Di Dio, Alla fine delle favole

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Tommaso Di Dio, Alla fine delle favole, Origini edizioni 2016
con Fotografie di Valentino Barachini

per info si rimanda al sito di Origini Edizioni

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Ci siamo svegliati; e poi
abbiamo pulito casa. Abbiamo litigato
e io sono stato solo per un’ora, al bar
pensando alla poesia e alla vita ladra che non ha
parsimonia né pazienza. Siamo usciti
e la città era brutta di pioggia e faceva freddo
non c’era niente nulla nessuna vita
per la strada affollata e superba. Abbiamo
comprato dei vestiti, inutilmente, abbiamo
speso il frutto del nostro lavoro. A casa, infine
infreddoliti, stanchi, sazi, abbiamo guardato
nel centro del cielo, a dismisura la notte
ingigantiva. E lì piegava, stordiva; e premeva
l’enorme e vana necessità
che ci dice adesso, per quanto potete
e come potete; in questo
stupido giorno uguale a tanti e a tanti altri
dissimile; apprendete
il farsi complesso di ciò che è
semplice, oscuro, silenzioso. E poi abbiamo dormito.
Come tutti dormono. Alla fine delle favole.

 

*
Seduti sulle sedie; o in piedi
dietro il banco. Avevano sonno. Avevano
memoria e disastri. L’uomo al bar
voleva togliere
la corona metallica con i denti; mentre una donna
con lo sguardo nel vetro, luminoso
precipitava
dentro una forma di mani rapprese, dentro un
non amore. Fra le cosce. Oppure dentro il bicchiere.
Oppure fuori, sotto il tendone, sotto
il primo sole inerte e cieco di gennaio
quanta sparita vita
attraverso molecole diademi spazi
recingenti gas, calcificazioni, crolli e spasmi
per la materia va, con le braccia tese
come un cieco a toccare.

Nessuno qui
si toglie il cappotto; hanno
freddo questi umani.

 

*
Il giorno si spegne, la luce cala.
L’uomo esce dalla metropolitana
e cerca una pietra, una spalla
un gomito di luce piena; qualcosa che scaldi
e invece parla
con il palo della luce e con le fredde sbarre.
Dall’altra parte della geografia terrestre
c’è qualcuno rinchiuso, albero
sbattuto cacciato ritorto; ricaduto
nella propria corteccia come fa buio
corpo spastico dentro crollo
di roccia e rocce in una caverna. Avamposto
di sangue e brecciolina. Come ciò che non dura.
Così, cerchiamoci. Ognuno
dentro l’altro vasto umano mondo, ami
il labirinto.

 

© Tommaso Di Dio

Il Disegno di Milano

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Il 16 marzo alle ore 18.00 si terrà presso il nhow Milano di via Tortona 35 l’evento letterario “Il disegno di Milano” a cura del giornalista e poeta Mario De Santis. Saranno lette pagine di romanzi e poesie per costruire un mosaico di istantanee sulla città attraverso testi di: Helena Janaczek, Alessandro Bertante, Giorgio Falco, Elisabetta Bucciarelli, Elena Mearini, Fernando Coratelli, Giuseppe Munforte, Marco Balzano, Gianni Montieri, Stefano Raimondi, Luca Vaglio, Tommaso Di Dio.

“Il disegno di Milano” si svilupperà come un reading sinestetico e collettivo per costruire in una sera un mosaico narrativo e poetico, il ritratto di una Milano plurale, come le voci degli autori che parteciperanno e che l’hannodescritta – e la descrivono, la immaginano e svelano, nella sua mutevolezza storica, nei suoi contrasti da metropoli che si sottrae ad esserlo fino in fondo. La lettura sarà accompagnata dalla proiezione
di un flusso immagini che rivelano iconograficamente la città “di ieri e di oggi”, tratte una raccolta fotografica nata da un challenge di #igersmilanoispirato al giallo di Dario Crapanzano (edizioni
Mondadori).

INGRESSO LIBERO E GRATUITO

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Come una lettera #2 (inedito) – L’Etica

di Luciano Mazziotta

a T. Di Dio

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L’etica, l’ethos, scrive Benveniste,
è l’asse, il mos, attorno al quale ruota,
si organizza un sistema di valori.
E l’epos, la parola, la precisa
lo nomina il sistema e riconduce
al centro di quell’asse
il disagio universale
perché non si disgreghi
a macchie ma conosca e riconosca
nella parola una difesa
dall’oblio, dalle paure e il caso.
E noi, Tommaso, dovremmo tutto questo?
Proporre paradigmi,
forzare le strutture, farci padri,
modelli di riferimento?
Non me la sento. È già tanto
se imito il me stesso dei momenti migliori.
E la parola, quella nostra,
fatica a dire il tempo,
questo, con puntualità.
Si sta come ridicoli Pandora
a ricercare il tappo
mentre che il male scappa
e la parola si contagia
sprofonda su se stessa e siamo infetti
io, tu, e quelli per i quali “Bisogna
pagare”, scrivi, e io rispondo:
“Bisogna risarcirci.”

Tommaso Di Dio – Tua e di tutti (in mille metri)

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Tommaso Di Dio – Tua e di tutti – Lietocolle, 2014

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(in mille metri)

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Cento metri

Tutto questo non possiamo mai dimenticare / una volta cominciata questa impresa.

La forza della poesia, eccola qua. Di Dio, in questo, che è l’incipit della prima poesia del libro, ci sta dicendo già tutto, ci scrive subito dove vuole portarci, dove vuole arrivare. L’impresa cominciata è il mondo, è il tempo. Quale sarà lo sforzo? Quale la fatica? Nel primo verso siamo avvertiti, ci sono cose, Tutto questo, c’è molto che non dobbiamo dimenticare, non dobbiamo tralasciare. Guarda un po’, come negli incipit dei grandi racconti, qualcosa è già accaduto, qualcosa è rimasto fuori dalle pagine: Tutto questo. Non “Tutto quello”. L’avvertimento, l’invito a fare attenzione, è una delle chiavi di lettura del libro. Quello che nel primo verso è già accaduto, con ogni probabilità, ci verrà mostrato.

Duecento metri

Con gli anni la vita si complica / si confonde si immischia (pag. 19);  Forse bisogna chiudere gli occhi (pag. 20); Quella parte di silenzio / che ci copre il viso. (pag. 22);  l’ameresti così come ora l’ami / tua e di tutti, questa / vita reale più ricca e sgualcita / dal niente che non l’abbandona. (pag. 27).

Alcuni versi scelti dalla seconda sezione Con gli anni. Il poeta comincia a mettere dentro le cose, intanto chiarisce che il tu, il noi, contano più dell’io. Anzi sono la certificazione dell’esistenza dell’io. Molto tempo è già passato, ma non è solo il tempo degli anni in cui Di Dio è vissuto (vive) a essere convocato, è tutto il Tempo. La somma delle vite e delle cose accadute che ci hanno portato fin qua sono l’origine e la somma delle nostre complicanze, delle confusioni. Quel chiudere gli occhi significa, tra le altre cose, che per registrare, sentire, osservare, prendersi a cuore le cose, lasciarne perdere altre, occorre affidarsi a qualcosa che viene prima dello sguardo, di più forte: l’immedesimazione. E dopo c’è il contatto, c’è l’indispensabile noi, quel tu amplificato che guarda alla vita che è ricca e sgualcita, perché piena di ogni cosa, da starci dentro e amarla così com’è, perché così accade.

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Paesaggi di poesia – Rassegna a cura di Sergio Rotino

Paesaggi di poesia – Sesta edizione
Rassegna di poesia
a cura di Sergio Rotino

 

Giunta al sesto anno, la rassegna Paesaggi di poesia curata da Sergio Rotino si fa nomade per dare modo alla libreria Ibs.it, da sempre sede ospitante, di trasferirsi nei nuovi locali. Quindi disloca gli incontri da marzo a maggio sia presso Ibs.it sia nelle librerie indipendenti bolognesi Trame e Modo infoshop. Non cambia però l’approccio che da sempre la contraddistingue, ovvero il desiderio di scandagliare i molti territori e quindi i molti paesaggi che la scrittura poetica offre ai suoi lettori. Per fare questo Paesaggi di poesia guarda solo in maniera obliqua e laterale a quanto viene prodotto a Bologna, ma sposta ostinatamente e con curiosità il suo sguardo verso l’esterno. Così, anche nell’edizione 2015 sono stati invitati a parlare del proprio lavoro autori che vivono e lavorano in altre città o che nel capoluogo felsineo vivono, lavorano e operano, ma provengono da zone d’Italia a lei più o meno prossime. Ma sono stati invitati anche traduttori, che lavorano su poeti non italiani, e curatori di antologie, vera miniera di scoperte e riscoperte.

5 marzo
ore 18
Presentazione del volume di Maria Pia Quintavalla
“I compianti”, Effigie edizioni
Dialoga con l’autrice Loredana Magazzeni
libreria Ibs.it via Rizzoli 18, Bologna

12 marzo
ore 18
Presentazione del volume di Luca Ariano
“Ero altrove” (Dot.com press edizioni)
Dialoga con l’autore Luciano Mazziotta
libreria Ibs.it via Rizzoli 18, Bologna

13 marzo
ore 18
Presentazione del volume di Andrea Alessandro Di Carlo
“Appunti per un discorso sull’odio” (Bébert edizioni)
Ne parlano con l’autore Matteo Pioppi e Daniele Barbieri
libreria Ibs.it via Rizzoli 18, Bologna

7 aprile
ore 18
Francesco Tomada presenta
“Portarsi avanti con gli addii” (Raffaelli Editore)
L’autore ne parla con Fabio Franzìn
libreria Trame Via Goito, 3/C, Bologna

9 aprile
ore 15
Valerio Magrelli presenta
“La lingua restaurata e una polemica”, Manni Editori
Ne parla con l’autore Alberto Bertoni
Università di Bologna, via Zamboni 33, Bologna

14 aprile
ore 18
Luciano Mazziotta
“Previsioni e lapsus”, Zona editore
Introduce Vito Bonito
libreria Trame Via Goito, 3/C, Bologna

23 aprile
ore 18
Tommaso Di Dio
“Tua e di tutti” (LietoColle-Pordenonelegge)
Ne parla con l’autore Luciano Mazziotta
libreria Modo infoshop via Mascarella 24b, Bologna

28 aprile
ore 18
Mario Corticelli, “aria (comunione)” (IkonaLìber)
Ne parlano con l’autore Marco Giovenale e Stefano Colangelo
libreria Modo infoshop via Mascarella 24b, Bologna

29 aprile
ore 18
Andrea Amerio
“La guerra d’Europa”, Nottetempo editore
Il professor A. de Bernardi dell’Istituto Parri ne parla con l’autore
libreria Trame Via Goito, 3/C, Bologna

6 maggio
ore 18
Gianni Montieri, “Avremo cura”, Zona editore
L’autore ne parla con Luciano Mazziotta
libreria Trame Via Goito, 3/C, Bologna

12 maggio
ore 18
Carol Ann Duffy, “Le api”, Le lettere
I traduttori Giorgia Sensi, Andrea Sirotti ne parlano con Silvia Albertazzi
libreria Trame Via Goito, 3/C, Bologna

LA MAPPA DI PAESAGGI DI POESIA – SESTA EDIZIONE

Ad aprire la rassegna, il 5 marzo, ecco allora la presenza di una autrice di spicco come la parmense e milanese Maria Pia Quintavalla, con il suo ultimo lavoro “Il compianto” ultimo tassello di una trilogia sugli affetti familiari, un romanzo in versi o meglio, un memoir in versi sulla figura del padre. A dialogare con lei Loredana Magazzeni.

Sempre da Parma, dove vive, proviene il pavese Luca Ariano che il 12 marzo presenta in compagnia di Luciano Mazziotta “Ero altrove”. Anche qui ci si trova davanti a un romanzo in versi in perenne formazione, dove l’autore scandaglia con sguardo quasi documentaristico il nostro presente e la società del nostro presente, attraverso una coralità di personaggi, di voci e di registri stilistici.

Ultimo appuntamento di marzo, il 13, quello con Andrea Alessandro Di Carlo, nato ad Atri ma da tempo operante su Bologna. Il suo “Appunti per un discorso sull’odio” viene presentato da Matteo Pioppi e Daniele Barbieri, e apre a un altro paesaggio, quello in cui il testo abbandona la partitura in versi per spingersi lungo la strada di una prosa poetica, tellurica quanto carica di una inesausta tensione lirica.

Gli incontri successivi, previsti per aprile e maggio, offrono la stessa apertura verso territori poetici non strettamente cittadini e non sempre ortodossi. Tutti quindi nell’ottica da sempre perseguita dalla rassegna Paesaggi di poesia.

Accade anche con il nome più noto della rassegna, Valerio Magrelli, che il 9 aprile presenta, ospite dell’università di Bologna, La lingua restaurata e una polemica, piccolo gioiello di ibridizzazione dei generi letterari, edito da Manni Editore.

O con Andrea Amerio, curatore dell’antologia poetica “La guerra d’Europa”, focalizzata sul Primo conflitto mondiale, che ne parlerà il 29 aprile col presidente dell’Istuto Parri professor A. de Bernardi.

O, ancora, il 12 maggio, quando due traduttori quali Giorgia Sensi e Andrea Sirotti parleranno del loro lavoro sui testi che compongono il volume Le api, della poetessa americana Carol Ann Duffy.

Sempre in direzione di altri paesaggi della poesia guardano gli ulteriori appuntamenti in calendario.

Così è per il goriziano Francesco Tomada, che in “Portarsi avanti con gli addii”, 7 aprile, non racconta solo “le titubanze di un uomo che è vissuto e vive in un confine”, come scrive Fabio Franzìn, ma la volontà di superare il confine più estremo, quello della solitudine e del commiato.

Ancora un libro ibrido, con sezioni di prosa e di poesia, è “Previsioni e lapsus” del Palermitano Luciano Mazziotta, 14 aprile. Appartenente con i suoi trent’anni alle ultime generazioni di poeti, Mazziotta organizza una biografia volontaria su se stesso e sul suo tempo, dove il disorientamento si fa onnicomprensivo, supportato da una lingua carica di tic, di sfasature, a tratti cinicamente ironica.

Mazziotta sarà presente ad altri due incontri:  con Tommaso Di Dio, 23 aprile, e con Gianni Montieri, 7 maggio.
Di Dio crea con “Tua e di tutti” un’opera portatrice di tutta la complessità del moderno: dalla crisi del soggetto a una indagine sul concetto di continuità” poste davanti “a una contemporaneità in cui ogni traguardo raggiunto azzera i precedenti” lasciando all’essere umano “la necessità di riepilogare e ricominciare daccapo”.

Montieri, campano ma residente in Lombardia, dedica il suo ultimo “Avremo cura” a Luigi Bernardi, autore ed editore emiliano scomparso di recente. Nel volume però, dietro l’assillo-ossessione della morte, è il futuro a venir dichiarato fin dal titolo, “esplicitato nella sua dimensione più propria, del proiettarsi della vita oltre se stessa, oltre un passato di sofferenza o di sogni infranti”.

Con Mario Corticelli, che il 28 aprile presenta il suo “aria (comunione)”, ci si inoltra nel territorio della ricerca poetica. Uno sperimentalismo che, come dice Marco Giovenale presente con Stefano Colangelo a introdurre l’autore residente in provincia di Reggio Emilia, “lavora entro i margini di un’inquietudine” pronta a portare fuori asse “tanto il tessuto pacifico che le valenze semantiche stabilite dei nostri rilievi e tracciati sociali, storici, quotidiani”.

Poesia e prosa alla prova di nuove ibridazioni

di Tommaso Di DioCarmen Gallo, Luciano Mazziotta

[Questa intervista è stata pubblicata nel numero 75 della rivista Atelier nell’ambito di un’indagine condotta da Tommaso Di Dio e Carmen Gallo sulle interferenze tra poesia e prosa. A proposito dello stesso argomento, inoltre, nella rivista compaiono i testi e le interviste a Simone Burratti, Jacopo Ramonda e Alessandro Broggi. Pubblico qui le mie risposte. lm]

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Note su “Tua e di tutti” di Tommaso Di Dio

di Luciano Mazziotta

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Dopo cinque anni dal suo libro di esordio, Favole (Transeuropa 2009), il 2014 vede la pubblicazione della nuova raccolta di Tommaso Di Dio, Tua e di tutti, opera prima della collana pordenonelegge, edita da Lietocolle.
Credo, innanzitutto, si tratti di un’opera “necessaria” del nuovo decennio. Non tanto perché segni il percorso dell’autore, ma, più che altro, perché l’opera porta con sé tutta la complessità del moderno: dalla crisi del soggetto ad un’indagine sul concetto di continuità; dalla lingua straniata e straniante all’ansia di dover prendere posizione per “rifare tutto”, di fronte ad una contemporaneità in cui ogni traguardo raggiunto azzera tutti gli altri e quindi non lascia al soggetto che la necessità di riepilogare e ricominciare daccapo.

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Pas de deux # 2

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Due poeti contemporanei scelgono un testo di un autore straniero e lo traducono per Poetarum Silva. Un confronto sulla traduzione tra diverse sensibilità. Un’occasione per scoprire poeti che non si conoscono o riscoprirne altri con un vestito nuovo. I post non avranno cadenza regolare, perché soggetti alle tempistiche dei traduttori invitati, ma ci auguriamo che diventino un appuntamento abbastanza regolare. Per il secondo numero della rubrica Carmen Gallo e Tommaso Di Dio hanno tradotto un bellissimo sonetto di John Donne.

La redazione

***

John Donne, Holy Sonnet XIV

BATTER my heart, three person’d God; for, you
As yet but knocke, breathe, shine, and seeke to mend;
That I may rise, and stand, o’erthrow mee,’and bend
Your force, to breake, blowe, burn and make me new.
I, like an usurpt towne, to’another due,                                                        5
Labour to’admit you, but Oh, to no end,
Reason your viceroy in mee, mee should defend,
But is captiv’d, and proves weake or untrue.
Yet dearely’I love you,’and would be loved faine,
But am betroth’d unto your enemie:                                                               10
Divorce mee,’untie, or breake that knot againe;
Take mee to you, imprison mee, for I
Except you’enthrall mee, never shall be free,
Nor ever chast, except you ravish mee.

***

Traduzione di Tommaso Di Dio

Abbatti il mio cuore, Dio tre volte persona; perché tu
fino ad ora soltanto mormori bussi brilli; e cerchi di guarirmi.
Perché io possa risorgere e star saldo, rovesciami e piega
la tua forza e urla spezza brucia: ricostruiscimi nuovamente.

Io, come una città preda d’altri, fatico
per ammettérti, ma, ahimè, infinitamènte;
la ragione tua viceré in me, me dovrebbe difendere
ma è presa rinchiusa; e si mostra debole, falsa.

Eppure io ti amo, amato mio, e da te saprei esser bene amato
ma io sono legato da vincolo al tuo nemico:
divorzia slegami, e rompi quel nodo ancora:
prendimi con te, imprigionami; perché io

se tu non mi incanti, mai sarò libero
mai puro, se non doni a me il tuo stupro.

***

Traduzione di Carmen Gallo

Scuoti questo cuore, Dio che sei trino, e non hai finora
fatto altro che bussare, sussurrare, illuminare e tentare di riparare;
affinché io possa sorgere, e in piedi restare, rovesciami e piega
la tua forza per irrompere, colpire, bruciare e infine me rinnovare.
Io, come città usurpata, ad altri dovuta,
mi affanno perché sia tu ad entrare, ma è tutto vano,
se la ragione che regna in tua vece, invece di difendermi
mi rende schiavo, e debole si rivela, e sleale.
Ancora fervidamente io t’amo, e vorrei essere amato,
ma sono sposo promesso al tuo nemico:
divorziami da lui, sciogli, o rompi di nuovo quel patto;
portami a te, imprigionami, ché
se non mi incanti, non sarò mai libero,
né sarò casto, se tu non mi violenti.

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(un altro lavoro di Carmen Gallo su John Donne, pubblicato tempo fa, sempre su poetarum silva è consultabile qui)

Fuochi sull’acqua. Incontri di poesia

 

Segnaliamo un’altra bella iniziativa di poesia di questo inverno Milanese. Qualcosa si muove in città

Poesie di Tommaso Di Dio

Poesie di Tommaso Di Dio

 

 

 

[Con Tommaso Di Dio prosegue la rubrica di poesia contemporanea di poeti nati negli anni ’80. In ordine sono stati pubblicati Fabio Teti, Greta Rosso, Valentina De Lisi, Chiara Daino, Domenico Ingenito, Simona Menicocci, Carmen Gallo e Francesco Terzago. Per ciò che concerne i testi di Giovanni Catalano, Luigi Bosco e Luciano Mazziotta, in quanto redattori di Poetarum,  si rimanda ai link di altri blog: Stroboscopio per Bosco, La poesia e lo spirito per Catalano e La dimora del tempo sospeso per Mazziotta. Segnalati da G. Montieri e N. Castaldi in più Riccardo Raimondo e Nadia Tamanini.]


 

Restare visibili. Non lasciare mai
le linee del volto confondersi fino a che
catrame sia questo grigio per le strade.
Non meno morte mi apri tu, se dici
il fulcro della doratura se la bocca
di notte apri tu. C’è un albero qui, davanti
alla mia finestra; qualcosa che da su
oggi piove. Non lasciare mai
questa tua carne minima; proteggila, resta
visibile fino a che dura
il mio giorno. Io voglio che tu veda
crescere questo albero.

*

favola

Per miliardi di anni la vita è stata
procariota. Cellula minima
clonabile da sé. Dopo tanto poté solo
aggregarsi in strati, stromatoliti
calcari biocostruiti niente più che
rocce viventi.

*

La luce vibrata, in alto
fra i cantieri, i bidoni. L’impalcatura
rossa si leva
nella notte delle gru; non nasconde
pullula, non vela
il volto che si riposa ora
della cinese migrante sul tram
delle sette di sera. Se la fisso, lei
chiude gli occhi e s’apre
del sonno la sua voragine. Nella curva
nel sobbalzo del motore mobile
che tutti inerzialmente ci ribatte
verso case, luoghi bui e chiari
luoghi di silenzi familiari, lei
adesso, riapre
gli occhi per un attimo e specchia
il volto suo nuovamente
nella città dei chilometri. M’appare
la miseria; questa comune
stanchezza delle carni, il nostro
corpo che insieme scolora
riflesso e non sa
trattenere forma, l’umana
espressione abrasa
dal ronzio del motore. Cadono
le foglie e gli alberi; tramontano
i mari d’industrie e d’amianti; crollano
i paesi, i volti, gli argini, braccia
che furono ghiere luminescenti ora
si sfanno; e la paura
bestia maledetta; la paura del non essere
scorre nel vano corpo di questo tram
e ci deruba la veglia, spacca
gli occhi e tramuta noi
vuoto spazio cavo senza
esser più. E tu ti separi
ti alzi. Ti stacchi per scendere giù.
Ti allontani nella strada e te ne vai. E questo tuo
andare via, mi lascia
la voglia di un abbraccio infinita.

*

favola

Per miliardi di anni la vita è stata
eucariota. Cellula minima
clonabile non da sé. Dopo tanto poté solo
comprendersi in forme
complesse, cercare il proprio nucleo
fuori dal sé.

*

Il giorno che s’avvera; da qualche parte nella mente
l’erba, ogni singolo
mattone che all’alba prende
luce e presenza. Poi
la salita lungo i boschi, la spianata
la casa bassa e le poche finestre
i vetri e l’opaco, la porta che si apre e sei
cielo di sguardi dentro tutto questo
sogno innocente. Ma dopo la notte c’è
l’aria fredda e la scura
discesa nella metropolitana; dopo arriva
la catena regale degli abbracci
degli sputi della cenere da scacciare
a viva forza. E lei è lì; prega
storta e disancorata. Sempre lei
balla cade offende, fa di tutto perché mai tu
l’ameresti così come ora l’ami
tua e di tutti, questa
vita reale più ricca e sgualcita
dal niente che non l’abbandona.

 

 

*Nota biobibliografica

Tommaso Di Dio, nato nel 1982, vive e lavora a Milano. É autore di un libro di poesia, Favole, Transeuropa, 2009, prefato da Mario Benedetti. Nello stesso anno, ha tradotto una silloge del poeta canadese Serge Patrice Thibodeau, apparsa nell’Almanacco dello Specchio, Mondadori. Dal 2005 collabora all’ideazione e alla creazione di eventi culturali con l’associazione Esiba Arte (www.esiba.it); all’interno della quale ha avuto possibilità di sperimentare diversi linguaggi: teatrale (Cianciana, 2009, Anamorfosis, 2010, per la regia di Milena Viscardi), video (Nessuno è solo, 2008, in collaborazione con Sebastiano Di Guardo). Dal 2006, insieme con il fotografo Salvatore Ferrara e i musicisti Anouchka Trocker e Seby Ciurcina, partecipa con propri testi al progetto Mshumaa(www.flickr.com/photos/salvatoreferrara/).