Thomas Stearns Eliot

L’osceno

osceno

Per i Greci, osceno era ciò che non si doveva mettere in scena, perché truculento, eccessivo agli occhi e quindi per la mente: stupri, ammazzamenti, violenze. In teatro poteva occuparsene tutt’al più il Coro, che sapeva riferire al pubblico con parole adeguate, volte a simbolizzare la ferocia di quanto avvenuto, appunto, fuori scena. La proiezione dell’antico è dunque questa, se riconduciamo il termine “osceno” alla skené greca, la scaena latina, forma principale di obscaenus; una proiezione che sempre e una volta di più oggi torna a insegnarci, interrogandoci.
Nei tempi che viviamo mettersi al riparo dall’oscenità pare non sia più possibile. Le leggi dell’audience televisiva, in una tendenza al delirio che è giornalistica in genere, impongono volentieri ai teleutenti e ai lettori dei quotidiani online l’esibizione di un bambino nell’atto di giustiziare un prigioniero inginocchiato, o un killer incappucciato in quello di tagliare la testa a una persona terrorizzata in tunica arancione, o ancora un uomo barbaramente consumato dal rogo… Sono soltanto esempi recenti. Si dirà: dovere della cronaca. Si dirà: è la verità. Non è così, invece. Certo, di fronte a fatti di entità tale, eclatanti, sconvolgenti, questo “dovere” sembra avere ragion d’essere nel mostrare le cose così come sono, nude e crude. Altrimenti la nostra mente chissà – qualcuno potrebbe aggiungere – immaginerebbe di più o di meno, in ogni caso diversamente, e la realtà ne risulterebbe deformata.
Ma appunto, non è così, soprattutto se ricolleghiamo lo stesso meccanismo a qualcosa certamente di peggiore rispetto ai casi citati, perché meno necessario e urgente da riferire al pubblico, cioè l’ingorgo di speculazione che si sprigiona dalla cronaca spicciola dell’efferatezza, come ne fossimo tutti affamati, sempre ansiosi di ingoiarla e ingoiandola di restarvi imprigionati.
Rinati come sempre dall’antico, oggi in maschere a tinte spesso tristi, corriamo il rischio di restare imbrigliati nelle cose, di per sé inconsistenti. Cose, che possono essere oggetti, vicende, “eventi”: tutta un’ordinaria, piccola histoire événementielle sembra imprigionarci nella clausura asfittica dei fatti, quando oggettivare se stessi nelle cose si fa una tentazione irresistibile, e diciamo pure una tendenza in voga tra le “poetiche” odierne.
Se per alcuni quindi deve dominare “il dovere di informare”, senz’altro a noi tocca il dovere di mandar giù tutto (e torna in mente Zanzotto: «… in questo progresso scorsoio / non so se vengo ingoiato / o se ingoio»). Ed è così che tutto si nutre – è il caso di dirlo – di un’intenzionalità particolarmente velenosa, quella di replicare all’infinito una specie di gara in cui vince chi mostra più orrori in diretta, ben consapevoli che, scomodando Proust, nel meccanismo delle nostre emozioni l’immagine è l’unico elemento essenziale.
È vero, le immagini passeggiano nei nostri occhi, dritte verso la mente, ma il problema è l’assenza di analogia, se siamo solamente nella condizione di subirle. Pensiamo a Auden ne La Mano del Tintore, 1961: «l’uomo è un animale che procede per analogia». E allarghiamo di qui il pensiero, riportiamolo a Eliot, in The Rock, 1934: «Dov’è la saggezza che abbiamo / Perso nella conoscenza? / Dov’è la conoscenza che abbiamo / Perso nell’informazione?». Possiamo conoscere solo costruendole noi le immagini, rendendo visibile ciò che è invisibile – dando così vita, per paradosso e diciamo quasi per errore, proprio all’osceno, portato finalmente in scena – ma solo, questo è il punto, rielaborato dall’intuito della nostra mente, soltanto se la nostra memoria si rende capace di collegarlo coi giusti nessi al semplice accadere dei fatti.
Tornando ora per un attimo all’etimo, se consideriamo che “osceno” si fa anche e principalmente derivare dal latino “obscēnus”, cioè “di malaugurio”, e scavando sempre sul fondo delle parole troviamo che “augurio” contiene in sé non soltanto il senso di un presagio, ma anche il significato di “far crescere”, “aumentare”, si capisce bene – seguendo la direzione di quanto qui s’intende affermare – come a crescere sia, angoscia per angoscia, un cumulo inerte di cose subite per immagini.
Analogia, allegoria e trasfigurazione occorrono sempre, per simbolizzare. Indotti a privarci di questa vera necessità, la nostra visione si sfascia, anzi forse nemmeno è tale, perché senza forma, composizione, e allora non può che essere un mero sovraccarico, un’orgia di immagini insopportabile.
Dovremmo finalmente ammettere che lo vogliamo, il silenzio, il silenzio degli occhi, e che vorremmo tornasse a consegnarci enigmi, cari alla nostra immaginazione. Silenzio, il filtro dei nostri occhi, per osservare, probabilmente, più che guardare. E forse finalmente capire, conoscere.

Cristiano Poletti

Nota: ringrazio l’amico Beppe Bettani, cui devo lo spunto per questa riflessione e al quale soprattutto le parole iniziali di questo articolo appartengono.

El Desdichado: l’eredità di Nerval

 

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Je suis le Ténébreux, – le Veuf, – l’Inconsolé,
Le Prince d’Aquitaine à la Tour abolie :
Ma seule Étoile est morte, – et mon luth constellé
Porte le Soleil noir de la Mélancolie.

Dans la nuit du Tombeau, Toi qui m’as consolé,
Rends-moi le Pausilippe et la mer d’Italie,
La fleur qui plaisait tant à mon cœur désolé,
Et la treille où le Pampre à la Rose s’allie.

Suis-je Amour ou Phébus ?… Lusignan ou Biron ?
Mon front est rouge encor du baiser de la Reine ;
J’ai rêvé dans la Grotte où nage la Syrène…

Et j’ai deux fois vainqueur traversé l’Achéron :
Modulant tour à tour sur la lyre d’Orphée
Les soupirs de la Sainte et les cris de la Fée.

***

Io sono il Tenebroso, – il Vedovo, – lo Sconsolato,
Il Principe d’Aquitania dalla torre abolita:
La mia unica Stella è morta, – e il mio liuto costellato
Porta il Sole nero della Malinconia

Nella notte del Sepolcro, Tu che mi hai consolato,
Restituiscimi Posillipo e il mare d’Italia,
Il fiore che piaceva tanto al mio cuore desolato,
E la spalliera dove la vite si intreccia alla rosa.

Sono Amore o Febo?… Lusignano o Biron?
La mia fronte è ancora rossa per il bacio della Regina;
Ho sognato nella Grotta dove nuota la Sirena…

E per due volte vincitore ho attraversato l’Acheronte:
Modulando di volta in volta sulla lira di Orfeo
I sospiri della Santa e le grida della Fata.

 

Si tratta del sonetto più famoso tra i dodici che compongono la raccolta Les Chimères (1854) di Gérard de Nerval: una successione di immagini eterogenee, in realtà unificate dal titolo. El Desdichado, Il Diseredato, cioè qualcuno che è stato tagliato fuori da un’eredità. Va da sé che il concetto di eredità assume da subito proporzioni cupe e vertiginose. “Il Principe di Aquitania dalla torre abolita” sembra alludere alla perdita di un casato, mentre la seconda strofa evoca la separazione da un passato felice (di ambientazione italiana, napoletana). Tutto è buio e senza stelle (Baudelaire se ne ricorderà per i suoi Spleen), ma il finale riesce in qualche modo consolatorio. Come Orfeo per due volte ha potuto attraversare il fiume dei morti con la sua lira, così il poetà col canto può ridare vita a ciò che gli è stato tolto per sempre. Un risarcimento fragile e a volte non sufficiente: Nerval morirà suicida il 26 gennaio 1855.
Il sonetto contiene alcuni riferimenti culturali (per lo più alla tradizione classica). Tra questi ce ne sono di meno immediati, come quelli a Lusignano e a Biron (rispettivamente,  re di Cipro, e personaggio delle canzoni popolari vallesi). E però sapere chi sono Lusignano e Biron ci aiuta poco e niente nella comprensione della poesia. Quello che voglio dire è che qui non ci troviamo tanto di fronte a quella che Franco Fortini definisce la difficoltà di un testo poetico (cioè la sua enigmaticità momentanea, dovuta a presupposti e competenze da recuperare). No, la difficoltà è piuttosto al servizio di una più generale oscurità, cioè la deformazione soggettiva del linguaggio ad opera di un io lirico che può permettersi anche di associare in libertà personaggi fra loro molto lontani. Per dirla con Guido Mazzoni (rimando al suo straordinario Sulla poesia moderna, Il Mulino, 2005), all’individualismo sul piano dei contenuti che caratterizza la prima poesia romantica (ovvero la coincidenza tra l’io poetico e l’io empirico) si è aggiunto un individualismo sul piano delle forme, “lo stile come espressione anarchica di sé” (G. Mazzoni, cit., p. 144). Cominciamo insomma a inoltrarci nella notte dell’io, dove la logica diurna perderà gran parte del suo potere. Mazzoni segnala questa svolta formale all’altezza di Rimbaud, e però innegabilmente qualcosa è già avvenuta con Nerval. Per questo dobbiamo considerare l’autore delle Chimères come un pre-simbolista, anticipatore di quell’universo analogico e soggettivo che troverà in Mallarmé la sua resa più impressionante.
Ma questa poesia è famosa anche per un’altra ragione, per così dire esterna. Ha avuto per ben due volte l’onore di essere citata da uno dei più grandi poeti del Novecento, Thomas Stearns Eliot. Nel primo caso si tratta di un riferimento intertestuale ancora vago. Siamo alla fine di The love song of J. Alfred Prufrock, e leggiamo: “Ci siamo attardati nelle camere del mare/ con le figlie del mare incoronate di alghe rosse e brune”. Queste camere del mare discendono dalla “Grotte où nage la Syrène”? Prima di Nerval ci sarebbero Omero, Shakespeare… La conferma che si tratta di un’immagine nervaliana arriva però retrospettivamente. Il secondo riferimento, infatti, non lascia dubbi: alla fine del poema The Waste Land Eliot cita alla lettera il verso “Le Prince d’Aquitaine à la Tour abolie”. Non è casuale che una poesia del genere sia ripresa in un’opera che ha cantato l’aridità e la sterilità del mondo. E dunque l’impossibilità di lasciare una qualche eredità.

@Andrea Accardi

 

 

Video – poesia, poeti

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Poeta dell’immaginazione, Keats. Per eccellenza, in grado com’è di offrirci l’abbraccio dell’indefinito. «Voglio volare verso di te… / …sulle ali invisibili della Poesia»: risuonano ancora questi versi di Ode a un usignolo. Non chiusa tra i confini dell’ordinario, non limitata a quanto si lascia captare con facile sguardo, la sua poesia risuona appunto con un volume teso a superare la soglia del visibile e porta a svincolarsi dal tempo, conducendo nel territorio dell’ignoto.
Il poeta, certo, «la più impoetica di tutte le creature»; senza “io”, intento in vita ad animarsi in altri corpi, sa che di sé resterà solo il Canto. Già, non contano tanto il corpo, la vita, e certamente più del giorno la notte gli è compagna. In Bright Star, bel film del 2009 diretto da Jane Campion, “al termine della sua notte”, ben oltre lo sfondo della sua caducità (Roma, fine febbraio 1821), eccolo là in alto, Keats, a brillare sul mondo, testimoniando il respiro della sua luce, come la Stella “così vivere sempre – o altrimenti venir meno alla morte”.
L’io in scomparsa: potremmo chiamarlo così il segreto espresso anche dal Je est un autre rimbaudiano o ribadito nel Novecento da queste splendide parole di Eliot: «What happens is a continual surrender of himself… The progress of an artist is a continual self-sacrifice, a continual extinction of personality».
Ecco, ci si chiede come sia possibile raccontare davvero tale segreto in un film. Non l’ha saputo fare Total Eclipse di Agnieszka Holland, pellicola del 1995, con le pagine della complicata relazione sentimentale tra Verlaine e Rimbaud che nulla restituiscono del veggente, in termini di poesia. Cosa aspettarci ora da Il giovane favoloso, film di Mario Martone in corso di realizzazione, con Elio Germano protagonista nei panni di Giacomo Leopardi?
Certo è che si immortala più facilmente la vita breve, di chi è caro agli dei, chi ha saputo “superarsi”. Biografie anche intriganti, ma nelle quali vi è insita una connaturata insufficienza.
Verrebbe da chiedersi, in questo senso, quale reazione avrebbe scatenato in Baudelaire l’ingresso in società del cinema (figuriamoci poi un film su poesia e poeti), se a proposito della fotografia scriveva, nel Salon de 1859: «È sorta in questi deplorevoli giorni una nuova industria che ha contribuito non poco a distruggere ciò che di divino forse restava nello spirito francese. … La folla idolatra richiedeva un ideale degno di sé e conforme alla propria natura… Un Dio vindice ha esaudito i voti di questa moltitudine. Daguerre fu il suo Messia. E allora essa disse tra sé: “Giacché la fotografia ci dà tutte le garanzie d’esattezza che si possono desiderare (credono questo, gli insensati!) l’arte è la fotografia”. Da quel momento, l’immonda compagnia si precipitò, come un solo Narciso, a contemplare la propria triviale immagine sul metallo. Una follia, uno straordinario fanatismo s’impadronì di tutti questi nuovi adoratori del sole. Strane abominazioni si manifestarono… ».
E ancora: «…Se si concede alla fotografia di sostituire l’arte in qualcuna delle sue funzioni, essa presto la soppianterà o la corromperà del tutto, grazie alla alleanza naturale che troverà nell’idiozia della moltitudine».
Basterebbe del resto l’ironia di Szymborska a evidenziare il problema. Ecco alcune sue parole tratte dal discorso per il Nobel ricevuto nel 1996: «I film sui pittori riescono a essere spettacolari nel loro ricreare ogni fase dell’evoluzione di un dipinto famoso, dal primo tratto a matita alla pennellata finale. Nei film sui compositori, la musica aumenta gradualmente di volume: le prime battute della melodia che risuona nelle orecchie del compositore finiscono per emergere nella forma sinfonica dell’opera compiuta. Certo, tutto questo è piuttosto ingenuo e non spiega lo strano stato mentale universalmente noto come ispirazione, ma se non altro c’è qualcosa da guardare e da ascoltare. Ma i poeti sono i peggiori. Il loro lavoro è disperatamente poco fotogenico. Un individuo siede alla scrivania o giace su un divano e fissa immobile una parete o il soffitto. Di tanto in tanto, questa persona butta giù sette righe, per poi cancellarne una quindici minuti più tardi, poi passa un’altra ora, durante la quale non accade nulla… Chi avrebbe il coraggio di guardare uno spettacolo del genere?»
Come fare incontrare dunque pagina e schermo, evitando la riduzione a biografia e il genericamente “poetico”? Forse accostando davvero poesia e video, restando tuttavia fedeli all’essenziale, cioè la pagina scritta, dove risiede il cuore di ogni possibile immaginazione.
Videopoesia quindi: videoarte che sa muoversi a partire dal testo poetico e del testo, affrontandolo profondamente, esibisce traccia visiva o acustica.
A lungo in questa direzione si è lavorato nell’ambito del festival TreviglioPoesia (trevigliopoesia.it). Sei anni del premio “La parola immaginata”, vinto nella sua prima edizione da uno tra i migliori interpreti di oggi, Stefano Massari.
Molta strada è ancora da fare nel campo aperto della videopoesia, per scrutarne più a fondo i confini, scoprirne la frontiera.

Cristiano Poletti

Storia, storie, riflessi

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Autore è chi fa lievitare il pensiero per fissarlo in parole, in immagini. Dare forma a una visione è il tentativo che gli compete, sempre che in questo compito sia confortato da un autentico amore per il linguaggio, un amore ribadito fino all’ossessione.
Il lettore, nell’affrontare l’opera, vive un effetto a metà fra rifrazione e riverbero finché, sentendosi sollevato, alleggerito da questa forza luminosa sprigionata dall’autore, possa innalzarsi sopra quel “debito di sé” da cui sente di dover prendere distacco. E qui nasce un paradosso: proprio distanziandosi da quella parte diciamo “inferiore” di sé, lasciandosela alle spalle, il lettore (così come del resto per l’autore) potrà riconoscere se stesso. Occorre autentica concentrazione e una buona dose di fatica (in misura forse pari a quella spesa dall’autore nello scrivere) perché il lettore si trovi finalmente a dire: ecco, eccomi qua, allo specchio. E i due, a quel punto, sapranno dividersi l’aria, prendendo lo stesso respiro per parlare, e se proprio devono farlo, parleranno all’unisono. Una vera adorazione la loro, per qualcosa di esaltato nella sua bellezza. Forse davvero a questo mira la scrittura, a toccare un senso del paradisiaco,[1] sorprendente e vivo ma solo se sostenuto da una memoria sintonizzata sul qui e ora, tesa ogni volta a incontrare e a riconoscere le cose e gli esseri del mondo.[2] Questo è pensare, annodare i fili di una storia al presente. E si è detto “visione”, forse la forma privilegiata del pensiero, per quanto oggi sarebbe sufficiente il dettato derivante dall’acume di un’osservazione che sappia essere presente e attuale ovvero in grado di comprendere quanto del presente è in atto nel solco della storia.
Sarà pure magistra / di niente che ci riguardi, la Storia,[3] eppure dentro (o dietro) la Storia – lo sappiamo – troviamo le nostre, più piccole, storie. Noi, il nostro Esserci, nella sua (nostra) costitutiva mancanza, quel povero amore[4] che ci rende custodi del “non-ancora” e proprio per questo capaci, incessantemente, di desiderio e attesa; s’césene – noi – de calcossa / descompagnà    sparpagnà / inte la lópa de un posterno eterno (schegge – noi – di qualcosa / scompaginato     sparpagliato / nel muschio di un a-nord eterno).[5] In questa scompaginazione dell’Esserci, in questo perdersi del nostro “noi” in un infinito e immaginifico Settentrione, il “sentimento del tempo” starebbe tutto nel fermare quel pendolo che oscilla ugualmente nel passato come nel futuro. Fermarlo lì, nel mezzo, nel presente. Vale ancora, in tal senso, una preziosa considerazione di Eliot: “La differenza tra il presente e il passato è che un presente consapevole ha una consapevolezza del passato in un modo e con un’estensione che la consapevolezza del passato non può mostrare a se stessa”.[6]
L’idea di fermarsi al presente potrebbe suggerire, tuttavia, la dimensione dell’angoscia. Di questa spesso si circonda la nostra storia. Eppure da questa, riflettendo, si apre ogni possibile libertà.[7] Nella consapevolezza di vivere sostando nel presente, di fatto, l’uomo si lega al suo essere misurazione del tempo, orologio e storia, quando invece sfondare il tempo, superare la Storia, oltrepassare la vita,[8] sarebbero le forze che si muovono nella consapevolezza dello scrivere e del leggere.
L’ossessione per il linguaggio, in questo che si profila anch’esso come paradosso (nella propria storia oltrepassare tempo e Storia), è davvero determinante per un qui e ora cui chiediamo di partecipare. La pagina poetica, in particolare, ne è prova, quel “foglio-mondo”[9] su cui maggiormente si misura, fino a essere depos(ita)to, il linguaggio.
E se il significato di alcune poesie risulta spesso oscuro, il perché è l’esistenza stessa del linguaggio, la sua necessaria obscuritas. È il nostro impasto, in fondo, ed è per questo che si rende necessario di tanto in tanto un taglio nel telo nero davanti alla nostra mente, perché un poco di luce entri e faccia il suo gioco. È il compito dell’artista, dello scrittore, del poeta.
Italo Calvino prefigurava, auspicandone il risalto in questo nuovo Millennio, un’immagine: l’agile salto improvviso del poeta-filosofo che si solleva sulla pesantezza del mondo.[10] Un’idea religiosa, quel salto. Un distacco, ma davvero solo apparente, se si torna al paradosso dell’inizio: avvicinare quello che sembra lontano, riconoscerlo come riconoscere se stessi prendendo distacco da sé, è ciò cui conducono la scrittura e la lettura, ed è una dimensione semplicemente religiosa. Tanto più considerando che il termine religione da re-légere significa “scegliere”, “guardare con attenzione”, “aver cura”, e da re-ligàre significa “unire insieme”. Per questo motivo ci si potrebbe spingere a definire la scrittura sacra, trovandone la sacralità in quel pensiero lievitato fino a unire scrittore e lettore, in quell’amore per il linguaggio che unisce alla sua oscurità l’apertura al mondo, in un presente che vede unite storie individuali, piccole, alla Storia, quella grande, quella generale. Superandola.

Cristiano Poletti

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[1] Spunti di riflessione mutuati da A. Zanzotto – M. Breda, In questo progresso scorsoio.

[2] Y. Bonnefoy, Poesia e Università, discorso tenuto all’Università di Siena nel 2004.

[3] E. Montale, Satura, Satura I.

[4] Amore, figlio di Penìa ossia della povertà, della mancanza.

[5] Nel finale del Filò di A. Zanzotto.

[6] T. S. Eliot, The Sacred Wood: Essays on Poetry and Criticism; e si pensi inoltre al gorgo temporale posto in incipit al Burnt Norton dei Four Quartets: “Time present and time past / Are both perhaps present in time future / And time future contained in time past. / If all time is eternally present / All time is unredeemable”.

[7] Si fa riferimento qui al pensiero di S. Kierkegaard.

[8] M. I. Cvetaeva – R. M. Rilke, Lettere.

[9] Nella definizione del filosofo C. Sini.

[10] I. Calvino, Lezioni americane.

POESIE DI GIANVITTORIO SCAVINO

IL POETA* …………………………………….. 

 .

Il poeta, pidocchio

delle leggende d’altrove, che lascia i solai

per giungere alle nostre case editrici

alle nostre stampatrici, al pubblico

che stuzzica nel profondo, sotto le grida avverse,

di pagina in pagina e poi

di versicolo in versicolo, limati,

sempre più pungenti, sempre più nel macigno

che è il cuore, filtrando

fra gorielli di birra finché un giorno

una luce scoccata da uno sguardo

ne ispira il guizzo da pensieri d’acqua smarcia,

nella perdizione che declina

da deliri d’assentio alla vinaccia;

il poeta, torturato, frustato,

freccia d’amore nei paesi in guerra

che solo la disperazione o disseccate

vene contratte riconducono

a paradisi di pubblicazione;

l’anima cieca che cerca

vita là dove solo

urla il dolore e la decomposizione,

l’allucinazione che dice

la parola comincia quando tutto pare

ingrovigliarsi, inchiostro pasticciato;

specchio gemello, rovesciato

da quello che credono gli uomini

incastonato in mezzo ai cigli,

sempre più nel contrario, nel fango lasciato

dai figli

di un dio, puoi tu non crederlo profeta?

.

DANZICA E UN TAMBURO*

.

Se per l’Elsenstrasse volgi il tuo passo

rasente i muri un giorno che piove,

non prestare attenzione

all’autobus numero nove

coi vetri appannati e (ci giurerei) l’intenzione

di bagnare i passanti infreddati.

Se verso Marienstrasse ti porta il tuo passo

in un giorno che piove fitto

volgi il pensiero al piccolo Oskar

che durante lo stesso tragitto

interruppe di scatto

il suo cinque quarti sincopato

e restò impazzito del nulla sparso

aspettandosi l’applauso del pubblico

(o almeno un segno d’apprezzamento)

convinto che stiamo tutti recitando

senza saperlo.

Se verso le vetrate del Sacro Cuore

volgerai il tuo sguardo,

non giudicare il piccolo Oskar

per la sua sconfitta

(ahi la sua voce, una fitta

sottile, spigolo al cuore)

e in te ritieni senza riguardo

le voci che lo dicono matto;

lui che batté la sua pazzia

su un tamburo di latta

e nelle cicatrici dello scaricatore

toccò la carne degli angeli,

si burlò dell’Inferno vestito a festa

nei giorni indecenti di un nero delirio.

Demone insaziabile di vetri infranti

segreto figlio di padre presunto

segreto padre di figlio negato,

conobbe la forza della disperazione

nell’impotenza delle sue mani,

ma tutto potrebbe accadere

se solo ricordasse il silenzio

che apre a infernali tentazioni

in incisioni di coltelli sonori,

gli amanti risorgerebbero

e i monti toccherebbero il fondo del mare.

.

LA SEPOLTURA DEL SABATO*

.

Sabato è il giorno più crudele, destando

bramosie ormonali dalla carne frolla, mischiando

routine e desiderio, fondendo

il vizio ed il vanto

il blasfemo ed il santo

il sospiro ed il rantolo.

Venerdì ci tenne caldi, coprendo

la pelle di abiti neri feroci di sole, offrendo

un Varietà quasi familiare

nella vastità del naufragare.

Domenica arriverà già con le strade

impozzate di neve sporca

e di residui di sangue feriale.

Città invernale,

la notte nella solitudine ormai rara

una nebbia da ciminiere mi lascia

voglie di zolfatara.

Siamo gente vuota

nel senso e nel corpo

nei gesti del torpore

usati

dal riflusso dal flusso

dal flusso d’ore.

Siamo gente di nota,

sapranno

che siamo vissuti (almeno quella sera)

per le lettere che intonano la lastra

dove ci scioglieremo come cera.

.

NESSUNO

.

Era una vita piena di onde

e tempesta

nemmeno sdegnosa alla festa

all’ubriachezza alla donna

lasciva,

una vita che non si fermava

incrostata al salino di un porto

bagnata da un odore di pioggia e di terra

pestata.

Tu pensa la ricchezza

e la donna,

e l’avventura che pensi

di aver già tutta sfidata.

Tu pensa poterti fermare,

esser lontano di vaghezza infinita.

Tu pensa i servi e gli ori

e un’isola per cui

il tuo viso è il viso

perfetto di un re.

Ma trovarti poi a guardare

altre onde, un altro mare.

E pensare

dove dorme il tuo cane,

se ancora gli arriva la sbobba

e sotto i tavolacci

il pane raffermo e gli ossi,

se ancora ingarbuglia l’aria

a stanare il selvatico

se lo aizza la traccia

del cinghiale ferito

se la primavera ancora lo attizza

come brace nella sterpaglia.

Tu pensa allora partire,

anche solo per vederlo

sbatter la coda e morire.

.

In memory of Abebe Bikila

 .

Chiamatemi grido

correrò come la fiamma

in un cielo di cherosene,

non veloce come il lampo

ma più a lungo del tempo

e della morte.

Chiamatemi urlo

getterò

via le mie scarpe e correrò

contro chi crede che questo

non sia sognare,

contro la vostra abitudine glaciale

contro la vostra tangenziale,

correrò

finché dai miei polmoni

non nasceranno i monsoni,

finché la strada non chiederà

pietà.

Chiamatemi grido

correrò

contro la sete

contro l’inconscio

contro la mente,

contro chi mi riporterà le scarpe

e allora saprò

che avrò corso per niente.

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*Tratte da Occhi di pirata, Blu di Prussia editrice, 2006.

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Sono nato a Savigliano (CN) il 24/12/84, ho conseguito la Laurea triennale in Lettere presso l’Università di Torino nel 2007 e in questo momento sono laureando in Medicina Veterinaria presso la stessa Università.

Nel 2006 è uscita la mia prima e unica pubblicazione, “Occhi di pirata”, Blu di Prussia editrice, con cui ho ricevuto una segnalazione al Premio Internazionale “Mario Luzi” nel 2007.

Altri premi e segnalazioni: vincitore nel 2002 della Biennale di Alessandria, nel 2005 decimo classificato al Premio di poesia “Club 3”, nel 2006 vincitore del Premio “Giacomo Leopardi” Città di Savigliano e terzo classificato al Premio di poesia “Alba Beccaria” Città di Roddi, nel 2007 vincitore del Premio Selezione al Premio Internazionale di Poesia Archè, Anguillara Sabazia Città d’Arte.

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