The Vision

Tutta colpa di Don Chisciotte, o Chi ha incastrato Amélie Poulain? (di Edoardo Camassa)

Inutile girarci intorno: questo articolo, che da un po’ di tempo a questa parte ho visto circolare su molte bacheche di Facebook, è un ottimo esempio di come non si deve parlare di un film, di un testo letterario, di un’opera d’arte e più in generale di un prodotto di finzione.
Cominciamo dal titolo: Perché Amélie è stata la rovina di una generazione di ragazze. A me sembra già di per sé ridicolo. Lo diventa però ancora di più se lo trattiamo alla stregua di una funzione proposizionale a due entrate, se cioè consideriamo «Amélie» e la «generazione di ragazze» come fossero due variabili e vi sostituiamo altri termini. Quello che propongo è chiaramente un esercizio ludico, ma può comunque aiutarci a cogliere meglio l’assurdità di certe affermazioni. «Perché Madame Bovary è stata la rovina di tanti matrimoni», o «Perché don Pietro è stato la rovina di una schiera di Napoletani» (dove in entrambi i casi viene rispettato il rapporto espresso dal titolo originale dell’articolo: finzione artistica → realtà). «Perché Grand Theft Auto è stato la rovina di svariati ragazzi» (spostandoci sul terreno dei videogiochi, e impostando il nesso più generale finzione → realtà). Si potrebbe addirittura tentare un «Perché Amadigi di Gaula è stato la rovina di Don Chisciotte» (se mettiamo tutto sul piano della finzione specificatamente letteraria e stabiliamo la relazione letteratura di primo grado → letteratura di secondo grado).
Il titolo, che è a ben vedere una tesi, nell’articolo viene a suo modo dimostrato. Peccato che si abbia a che fare con una dimostrazione del tutto inconsistente. Per mostrarlo, parto da un esempio testuale:

Tuffare la mano in sacchi di legumi che non le appartengono sembra la sua [= di Amélie] principale occupazione. Memori e motivate da questo insegnamento sulle gioie del tatto, le mie compagne di scuola accarezzavano moquette luride come fossero gattini e poi andavano al bar a infilare le dita nelle ciotole dei salatini, irritando me e i germofobici di tutto il mondo.

Lieto che l’autrice, certa Sofia Torre, sia all’oscuro di quel che accade nelle cucine, dato che le mani possono toccare cose ben peggiori delle moquettes e non essere poi lavate (con buona pace dell’HACCP). Ma comprendiamola: è germofobica, e vale sempre il detto per cui se l’occhio non vede il cuore – e qui direi anche il sistema immunitario – non duole. Ma questa è una considerazione marginale. Come pure è marginale osservare che la sua doveva essere una scuola di emerite cretine.
Passi come quello sopra riportato inducono a pensare che l’articolo sia stato scritto nell’intento di delectando monere (intendendo il motto nella sua forma peggiore e più degradata). Ormai va di moda: scherzare e spararle grosse mentre si lasciano passare surrettiziamente, e oserei dire slealmente, idee insostenibili; perché tanto poi si può sempre dire che era tutto un gioco. Va di moda innanzitutto negli articoli che compaiono su riviste elettroniche, su e-zines del genere di «Vice» e appunto «The Vision». L’aspetto più irritante di questi articoli è che i loro autori tengono a far vedere di non prendere nulla sul serio, neanche loro stessi. Siamo più che mai dalle parti del postmodernismo di maniera, dove tutto è travolto dall’ironia e dall’autoironia. Ironia e autoironia, occorre aggiungere subito, che sono solo di facciata e servono unicamente allo scopo di prevenire obiezioni. Si tratta dunque di una strategia complessiva per sottrarsi alle responsabilità del discorso apofantico, assertivo: il continuo slittamento dal tono serio (o semi-serio) al tono faceto vuole impedire al lettore di confermare o smentire quanto legge. Per non cadere in questa trappola si può fare solo così: prendere questi articoli seriamente e valutarne l’efficacia logica e argomentativa. Proviamoci.
A me pare un pochino discutibile e difficilmente dimostrabile, statistiche alla mano, che le misure igieniche abbiano subìto un drastico cambiamento in peggio dopo la comparsa del film di Jeunet. Come mi sembra perlomeno dubbio (sì, è un eufemismo anche questo), per fare un altro esempio, che da quando è uscito Psycho le imbalsamazioni delle madri abbiano subìto un’impennata.
Con questo non voglio dire che non ci sia nessuna relazione tra finzione e realtà, attenzione. Prima mi rifacevo all’esempio di don Pietro, e il caso della camorra può far luce su parecchie cose. In effetti, in molti hanno notato che i camorristi spesso si atteggiano come personaggi finzionali, alla don Pietro per intenderci. In Gomorra Saviano lo spiega molto bene. Siamo nella seconda parte, al quarto capitolo: Hollywood. Il nome del capitolo è programmatico. La voce narrante si serve del «si» impersonale per esprimere proprio un’idea del genere, che i camorristi reali in una certa misura imitano quelli del grande schermo:

Si racconta a Casal di Principe che il boss aveva chiesto al suo architetto di costruirgli una villa identica a quella del gangster cubano di Miami, Tony Montana, in Scarface. Il film l’aveva visto e rivisto. L’aveva colpito sin nel profondo, al punto tale da identificarsi nel personaggio interpretato da Al Pacino. E effettivamente il suo volto scavato poteva sovrapporsi, con qualche fantasia, al viso dell’attore (cito dall’edizione Mondadori 2006, p. 267). (altro…)