Terre d’acqua

Donatella Nardin, Terre d’acqua

Donatella Nardin
Terra d’acque
FaraEditore, 2017

 

Nessun senso di spaesamento assalirà mai chi si accingerà a leggere queste poesie di Donatella Nardin: le parole disegnano i contorni dei luoghi e del paesaggio che si apre innanzi a chiunque abbia, anche solo per pochi istanti nella propria vita, avuto il dono di osservare la laguna veneziana verso nord, ossia la parte dove più ampio è il dedalo di canali tra isole, isolotti, secche, barene e ghebi. Luoghi, colori e anche odori qui conducono alla calma, se solo ci si potesse ogni tanto lasciare alle spalle la frenesia di questi tempi, e ci si abbandonasse al ritmo delle maree, ritmo che tutto domina nella striscia di terra sorta dall’ac­que come un Venere melmosa dove vive la poeta.
Donatella Nardin non è nuova a chi frequenta la poesia: il suo nome si è affacciato più volte in varie edizioni del Segreto delle fragole di LietoColle, come in altre pubblicazioni collettive; si è vista assegnare negli anni un numero non indifferente di premi e attestati in vari concorsi, ma non si è mai fatta preda all’ur­genza di pubblicare raccolte dopo raccolte. Anzi, la prova del libro è arrivata non molti anni fa, nel 2014, con In attesa di cielo, seguita l’anno seguente da Le ragioni dell’oro, sillogi pubblicate coi tipi delle Edizioni Il Fiorino.
Ma è con questo nuovo libro, Terre d’acqua (FaraEditore, 2017), che si rafforza la vocazione elegiaca di Donatella Nardin. È un’unica elegia Terre d’acqua, malgrado siano quattro le sezioni chiamate a scandire il ritmo interno della raccolta; sezioni che seguono forse una sorta di stagionalità, o rincorrono gli elementi, o semplicemente assecondano il bisogno di ordinare una materia vasta che abbraccia la vita e il suo dive­nire (Radici, Cieli di voli e di assenze, Nutrimenti, Le parole per dirsi).
I colori e gli orizzonti che si aprono davanti al lettore di questi versi sono quelli a me familiari e cari: quelli di casa. Donatella come me vive nel piccolo comune di Cavallino-Treporti: una striscia di terra schiacciata tra l’Adriatico e la Laguna nord-veneziana. Un luogo tanto immerso nella silenziosa natura lagunare, quanto ricco di contraddizioni e para­dossi, non ultimo quello di passare da rifugio di poche migliaia di anime per buona parte dell’anno ad affollata meta estiva per centinaia di migliaia di turisti.
Una sorta di “specola” geograficamente privilegiata che permette al poeta l’auscultare la vita propria e quella altrui. E con la sua penna, la poeta attraversa fisicamente i simboli di questo territorio e li canta: canta i suoi due fari, le fortificazioni militari, la sua pineta, e così via. E attraversati questi si salpa per Venezia, si solcano i suoi canali, si calpestano le sue calli, si soffrono le sue violenze subite (il Mo.Se.), per ritornare, per via d’acqua, al territorio natio nel punto in cui più si immerge nella Laguna: quel piccolo borgo che tutti dovrebbero poter vedere un giorno, Lio Piccolo.
E in quest’immensa tela, in quest’unica elegia, ogni tanto a spezzare il ritmo, a ridare il fiato, entra un haiku, frutto esotico, a ricordarci come la poesia sia anche il luogo delle appropriazioni e delle contami­nazioni. Contaminazioni che toccano pure la sintassi lirica, che non è mai monocorde e che non fa segreto di un debito con l’alta tradizione novecentesca. Sono sicuramente riconducibili alla koiné novecentesca – per altro dichiarata in apertura dalla citazione montaliana – gli attacchi con il presente indicativo singolare, spesso di terza persona, al quale fa da variazione un imperativo vagamente parenetico che apostrofa forse il lettore o un destinatario delle liriche: «Considera di questo luogo isolato/ la macchia viva del cielo…»; «Fa l’anima il mare…»; «Guarda laggiù…»; «Acceca le rive una fascio giallo di luce…»; «Galleggia nella bellezza…»; e così a seguire, mantenendosi fedele a un tono confidenziale, che non rifiuta certo esiti alti, ma non tenta nemmeno funamboliche arrampicate che poco avrebbero da spartire con il paesaggio pressoché piano cantato da questi versi. Quando la lingua di Donatella Nardin si innalza è per cantare il cielo, ciò che sta oltre esso, e ciò che immensamente di bello risiede sotto.

© Fabio Michieli

Tutta luce

Considera di questo luogo isolato
la macchia viva del cielo:
un talento mite ma autorevole
inonda i campi e le case
di cose buone, lucenti.
Nel liquido riflesso raggiunge
il suo limite il fiore – si modella
la grazia sulle imperfezioni –.
Considera l’esemplarità della storia:
qui, vicino all’amore,
anche prima di essere pensato
è tutta luce il respiro desiderante
della mia terra
creatura.

 

E poi il mare

E poi il mare.
Così silenzioso, così contrito
nel calice muto del petto
come se al mondo più nulla
esistesse.
E poi l’onda notturna, così stretta,
vibrata, come un lampo
d’imbiancate memorie sul piazzale
assonnato.
Accoglie la notte e le sue moltitudini
grate lo smeraldo splendente,
indistinto qua e là fino a graffiare
la bocca, ogni volta di più
esposti noi nell’urgenza dell’essere
o nel mancarsi pacato
noi figli di un acquoreo disegno
all’infinito.

 

Il cielo sopra Venezia

Oh sì, ogni giorno di più c’invera
il cielo sopra Venezia e c’è sempre
una parte di noi che nell’ineluttabile
suo s’immerge per farsi vertigine
vasta e silente.
Come l’amore paziente, confidente
cerca per lui un fuoco di primavera
una qualsiasi forma, fosse pure
la ventosa malinconia di un dolce
tracollo nel diventare a sera
un tutt’uno con il mare, fosse pure
il desiderio profondo di stelle
o di noi la nostalgia che nell’universo
delle umane cose lo renda possibile
e ne alimenti l’impenetrabilità.