Terramatta

Reloaded (riproposte estive) #10: Costanza Quatriglio e l’impresa Terramatta

 

costanza_quatriglio

 

Dal 16/7 al 31/08 (il mercoledì e la domenica) abbiamo deciso di riproporre alcuni articoli di qualche tempo fa, sperando di fare ai lettori cosa gradita, buona estate e reloaded (La redazione)

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Accadono fatti importanti la cui narrazione mediatica sempre più spesso lascia il posto all’ironia (anche se spesso ci sarebbe da piangere), davanti alla presa di coscienza dello sfalsamento del punto di vista e un montaggio prevedibile che evidenzia il contrappunto della retorica. E’ diventato allora quasi “inevitabile” (e si svelerà presto il virgolettato) rivedersi “Terramatta” di Costanza Quatriglio, non solo alla luce dei meriti e dei riconoscimenti che il film e l’autrice hanno ricevuto e continuano a ricevere (è di questi giorni la programmazione del film al festival del cinema europeo di Buenos Aires, oltre alla candidatura del recente “Col fiato sospeso” ai Nastri d’Argento), ma soprattutto dopo una chiacchierata con la regista durante il nostro incontro a Latina, in quanto entrambi autori invitati da Satta e Esposito dei Tetes de Bois  per la presentazione di “Munnizza” e dei cento pizzini dedicati a Peppino Impastato . Anche in quel caso, l’inevitabilità di una memoria da tenera viva col linguaggio.

Vincenzo Rabito era uno dei ragazzi del ’99, nato in Sicilia e mandato a combattere a Gorizia, quella terra tanto lontana e “aldilà dei confini”, “inafabeto” si’ ma con occhi e orecchie così lucidi e attenti su una contemporaneità da cui sembra aver succhiato quelle parole per poter narrare attraverso una lingua inventata tutto ciò che la vita sembrava gettargli addosso. Finita la guerra infatti tornerà poi a Chiaramonte Gulfi per iniziare a scrivere le sue storie, quelle che poi saranno raccolte in un diario dattiloscritto di 1027 “pagene” unite in 7 quaderni da uno spago. milioni di parole unite da una punteggiatura estenuante in un italiano arrangiato, adeguato al sentire, un significante che assume significato nella sua complessità vocale, nel suo essere esclusivamente narrazione interiore in relazione vocale col mondo esteriore; necessità di raccontare e presa d’atto consapevole della necessità di svincolarsi da quell’ignoranza, endemica come la fame, che è volutamente l’alibi per una storia (sia essa sociale, politica, economica, geografica) che si lascia subire dall’umanità intera. Vincenzo Rabito condurrà così la sua guerra all’ignoranza, arrivando a prendere la licenza elementare a 35 anni e portando i suoi figli alla laurea; muore nel 1981 e le sue memorie, premiate nel 2000 nel concorso diaristico nazionale di Pieve Santo Stefano sono state poi pubblicate da Einaudi.

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Costanza Quatriglio e l’impresa Terramatta

Accadono fatti importanti la cui narrazione mediatica sempre più spesso lascia il posto all’ironia (anche se spesso ci sarebbe da piangere), davanti alla presa di coscienza dello sfalsamento del punto di vista e un montaggio prevedibile che evidenzia il contrappunto della retorica. E’ diventato allora quasi “inevitabile” (e si svelerà presto il virgolettato) rivedersi “Terramatta” di Costanza Quatriglio, non solo alla luce dei meriti e dei riconoscimenti che il film e l’autrice hanno ricevuto e continuano a ricevere (è di questi giorni la programmazione del film al festival del cinema europeo di Buenos Aires, oltre alla candidatura del recente “Col fiato sospeso” ai Nastri d’Argento), ma soprattutto dopo una chiacchierata con la regista durante il nostro incontro a Latina, in quanto entrambi autori invitati da Satta e Esposito dei Tetes de Bois  per la presentazione di “Munnizza” e dei cento pizzini dedicati a Peppino Impastato . Anche in quel caso, l’inevitabilità di una memoria da tenera viva col linguaggio.

Vincenzo Rabito era uno dei ragazzi del ’99, nato in Sicilia e mandato a combattere a Gorizia, quella terra tanto lontana e “aldilà dei confini”, “inafabeto” si’ ma con occhi e orecchie così lucidi e attenti su una contemporaneità da cui sembra aver succhiato quelle parole per poter narrare attraverso una lingua inventata tutto ciò che la vita sembrava gettargli addosso. Finita la guerra infatti tornerà poi a Chiaramonte Gulfi per iniziare a scrivere le sue storie, quelle che poi saranno raccolte in un diario dattiloscritto di 1027 “pagene” unite in 7 quaderni da uno spago. milioni di parole unite da una punteggiatura estenuante in un italiano arrangiato, adeguato al sentire, un significante che assume significato nella sua complessità vocale, nel suo essere esclusivamente narrazione interiore in relazione vocale col mondo esteriore; necessità di raccontare e presa d’atto consapevole della necessità di svincolarsi da quell’ignoranza, endemica come la fame, che è volutamente l’alibi per una storia (sia essa sociale, politica, economica, geografica) che si lascia subire dall’umanità intera. Vincenzo Rabito condurrà così la sua guerra all’ignoranza, arrivando a prendere la licenza elementare a 35 anni e portando i suoi figli alla laurea; muore nel 1981 e le sue memorie, premiate nel 2000 nel concorso diaristico nazionale di Pieve Santo Stefano sono state poi pubblicate da Einaudi.

Mettere in video un’impresa del genere, risulta a sua volta un atto “eroico”. Non ci troviamo davanti alla “semplice” trasposizione di un testo in video. La sfida della regista non è stata con la definizione di una sceneggiatura, che è poi la Storia, ma con il linguaggio. Il lavoro di Costanza parte da un’accettazione di una complessità che si sviluppa attorno a quell’idea di realtà che Vincenzo Rabito voleva non solo trasmettere, ma soprattutto vedere materializzata attraverso un immaginario di parole che sonoramente, mnemonicamente, onomatopeicamente hanno costruito il suo linguaggio, che è allo stesso tempo il significante di quel mondo, di tutte quelle esperienze in cui il suo linguaggio stesso è cresciuto e attraverso il quale doveva assolutamente, inevitabilmente raccontare e la parola “inevitabile” assume un suo ben preciso significato quando chiedo a Costanza una sua spiegazione sul fatto che il cinema italiano si stia dirigendo con prepotenza sempre di più e con sempre più qualità verso il “documentario”. Inevitabile, dice, perchè ci siamo assopiti nella bugia, inevitabile perchè raccontare il “reale” è l’unica arma che resta contro un apparato “mediatico” che distoglie dalla realtà e spesso ne fa retorica. Terramatta era quindi inevitabilmente la sfida giusta: siamo stati allevati e nutriti con la retorica della storia e ci vuole un “inafabeto” come Rabito a raccontarci con distaccato ma profondamente e dolorosamente critico disincanto l’usualità brutale e tribale di uno stupro verso una “nemica”, la banalità stessa del male che si nasconde dietro la presunta purezza civile di una divisa e l’accettazione quasi rassegnata del senso del ridicolo nel dover affrontare l’esperienza della colonia, del fascismo e del suo linguaggio. Ogni parola scritta da Rabito è una battaglia di linguaggi e l’estenuante punteggiatura, non è che la presa d’atto di un respiro in più. Costanza Quatriglio entra con leggerezza nel fiume di parole di Rabito, la voce narrante è quella epica di un cantastorie di piazza e l’attenzione dello “spettatore” è sempre e solo rivolta alle parole. Le immagini sono quelle di repertorio, ma vengono modificate nel colore, nella messa a fuoco, nella punteggiatura stessa e si adattano alle parole e così, quelle “certezze” storiche (io sono uno di quelli a cui la maestra aveva dato da imparare a memoria il comunicato di Diaz della “vittoria” ), che la documentaristica classica ci ha fatto associare alla Storia da conoscere, ci vengono presentate con un altro accento, ci costringono alla stessa “ironia” con cui si costruisce la narrazione anti eroica di Rabito e che contemporaneamente genera il linguaggio stesso. Le parole scorrono attraverso la durezza dei muretti a secco, delle strade ancore a da asfaltare, lungo i muri dei paesi che diventano via via città, scivolano e si adattano alla trasparenza delle acque. L’intera esperienza filmica nasce come un cammino, che come cita la stessa Costanza: “Terramatta; è quindi un film in soggettiva, che assume il punto di vista di Vincenzo Rabito: lui andava a piedi ovunque e io ho filmato le strade pensando a come le solcava lui. Strade lunghe e polverose, vicoli dolci e silenziosi. Un incedere ostinato e solitario, proprio come il ticchettio della sua macchina da scrivere”.

Jacopo Ninni

Vedi anche http://www.progettoterramatta.it