Teresa d’Avila

Pietra lavica di Francesco Iannone (nota di Enzo Rega)

pietra lavica

Nella sua postfazione, Giovanna Rosadini colloca la poesia di Francesco Iannone (Pietra lavica, Nino Aragno Editore, Torino 2016, pp. 107, € 10,00), pur con una sua specificità, nella reazione euforica che dagli anni Settanta va a contrapporsi a una reazione disforica: la prima (Alda Merini, Patrizia Cavalli ecc.) si caratterizza per la propria emergenza emotiva scegliendo forme vicine alla lingua parlata.
Esempi del genere infatti non mancano in questo volume, come anche il richiamarsi a una sorta di grado zero della scrittura: «Devi fare/ voce piccola/ se vuoi davvero/ che il bambino/ impari/ a schioccare/ la prima sillaba dalle labbra» (p. 94). Il lemma “bambino” compare più volte, e proprio in questo testo – come in altri – la versificazione si articola in tre, due o addirittura una parola per linea, come a riprodurre lo stesso linguaggio olofrastico e telegrafico infantile. Il poeta si fa sempre all’origine del linguaggio: «Chi sono io?/ Il bambino balbuziente […]» (p. 84) si è chiesto poche pagine prima. Ma anche in questo caso la metafora del bambino alla scoperta del mondo si attaglia alla funzione del poeta che scopre-riscopre.
Questa ‘originarietà’ si riverbera anche nello spazio che la natura ha nel libro: «Tu impara dai pesci, impara/ dagli uccelli. Impara» (p. 87). (altro…)

Vincenzo Mascolo, Q. e l’allodola

Vincenzo Mascolo, Q. e l’allodola, Ugo Mursia Editore 2018

Che cosa mi ha portato alla formulazione della parola “entusiasmo”, immediata, non mediata reazione alla prima lettura di Q. e l’allodola di Vincenzo Mascolo? Rivolgo a me stessa – e qui anche pubblicamente – il quesito, ora che ho letto, ascoltato, percorso più e più volte un poemetto che si snoda lucido e ispirato, dalla “notte dell’impresa” (ricorro intenzionalmente alle parole di un poeta e ‘cercatore’ a me molto caro, il compianto Roberto Rossi Testa) all’anelito alla luce. Tutta la ricchezza di origine e significato del termine “entusiasmo” mi viene in aiuto per spiegare e dispiegare innanzi a chi legge, esplora e ascolta i moti dell’animo suscitati da questa opera: non solo gioia e partecipazione, non solo infervorata adesione, bensì anche, oltre a ciò, slancio a fare, a condividere ciò che viene percepita, distintamente, come dedizione operosa. Non un “astratto furore”, dunque, ma un prodigioso contagio.
Quel contagio prodigioso si tramuta in questa sede in un impegno ermeneutico, nell’additare un possibile percorso di lettura di un lavoro notevole e articolato in maniera tutt’altro che banale. Q. e l’allodola unisce infatti la limpidezza del dettato alla complessità dei temi e dei richiami. I testi studiati, amati, chiamati in causa abbracciano epoche e ambiti disparati, senza tuttavia mai sfilacciare l’unità e l’unicità dello stile. Procediamo dunque in questo viaggio.
Questa ‘sinfonia dell’interrogazione’ – e della ricerca sulla perenne ‘cerca’ poetica – si apre, con accenti esplicitamente epici, con un’invocazione alla divinità ispiratrice; ma l’esortazione «Cantami, o diva» ha per oggetto una tenzone e una tensione che si perpetuano nel tempo e che sono singolarmente cruente, sebbene si manifestino nelle fogge e nelle forme apparentemente più distanti tra loro. È di «fatica che trasuda poesia che si parla», è di «eterna lotta tra il significante e il significato». Ecco che il poema, come già additato dall’invocazione in apertura, può e deve essere letto in più modi: poesia, e vera poesia, sulle ragioni e sui moti della poesia e sul quesito permanente dell’esistenza circa il durevole e l’effimero, il canto “oltre la polvere” e il transitorio.
L’invocazione, I parte, anticipa d’altro canto il riferimento al destinatario delle parti II, III, IV e V del poemetto, Queneau degli Esercizi di stile. Notti insonni, conflitti e tormenti dell’anima (animula vagula blandula) duellano e duettano a suon di rigorose rime insieme a distese di sconforto non prive di autoironia. Ed è allora che quel Q. puntato non può che richiamare, oltre Queneau a metà strada tra nume tutelare e antagonista, anche il libro del Qoelet, dell’Ecclesiaste (come avveniva qualche anno fa con il noto romanzo Q). Si fa dunque strada un’ulteriore pista interpretativa di Q. e l’allodola: il poema come indagine sulla vanitas.
E poi, dopo il guado fruttifero, che scorre senza interruzioni, della poesia in prosa della parte V, si avverte il canto della messaggera dell’alba, l’allodola, e il varco verso la luce si delinea in terzine dantesche che un ossimoro mi aiuterà a definire: nette, impeccabili, eppure grondanti «versi come sangue che fluisce». Dopo la “notte oscura dell’anima” di Juan de la Cruz si passano le sette stanze di Teresa d’Avila e sembra che con Edith Stein  l’anima aneli alla “settima stanza”. Il buio-barriera cede il passo al valico-vita, il raschiare sul fondo del barile agli accordi sulle corde di viella e gli Inni alla notte di Novalis mettono la sordina per far percepire il confortante scorrere delle “sacre sobrie acque” di Hölderlin. Le note, riportate proprio sotto forma di spartiti, dei musicisti Max Richter (On the nature of daylight) e Silvia Colasanti (Lamento), suggeriscono non solo la colonna sonora, ma anche l’alternanza, mai conclusa, degli opposti princìpi.
Mai conclusa, mai pacificata, dinamica e feconda questa alternanza, in un ricorrere che ad ogni ritorno si arricchisce di nuovi toni. L’ultima parola, «richiamo» anela a ricongiungersi, forse, all’invocazione iniziale, l’io e il noi si affacciano entrambi e ripropongono l’antico e sempre nuovo dilemma: «nella penombra dove consumiamo/ l’attesa che l’allodola ritorni/ risponda finalmente al mio richiamo.». E un richiamo forte giunge anche dai versi di David Maria Turoldo: alla animula vagula blandula risponde, pare di leggere tra le righe, l’esortazione di Turoldo: «Anima mia, canta e cammina».

© Anna Maria Curci

 

Cantami, o diva, l’eterna lotta
tra i significanti e i significati
narrami l’attesa tra gli eserciti schierati
del segnale che arrosserà quel campo
i riti per propiziare la vittoria
cantami la furia di quella battaglia
che non ha avuto vincitori e vinti
raccontami la torsione dei corpi
il sudore che impregna anche il terreno
la tensione dei muscoli allungarsi
quando sferrano colpi, nel ritrarsi
fammi sentire gli zoccoli che battono
i nitriti, il clangore delle armi
il cozzo delle spade sugli scudi
le grida per gli squarci delle lance
narrami le ferite, la paura
la polvere che copre chi è caduto.

Cantami, o diva, l’ira del poeta
la sua fatica che trasuda versi:
portami il sangue della sua poesia.

 

Oh, Queneau Queneau
non basta adesso, credi, non mi basta
stringere, costringere, forgiare la parola
per disegnare le ombre sopra i muri
figure che volteggiano nell’aria
vagule, blandule, leggere
forme senza mai sostanza
nemmeno la volatile dei sogni
corpuscoli di polveri sottili
che arrochiscono la voce dei poeti. (altro…)

La parola che sta nel fiato. Riflessioni sulla poesia di Duška Vrhovac. Di Monica Martinelli.

Cover-Duska Vhrovac

La parola che sta nel fiato. Riflessioni sulla poesia di Duška Vrhovac.

Di Monica Martinelli.

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La raccolta di poesie Quanto non sta nel fiato di Duška Vrhovac, prima e unica edizione italiana pubblicata nel 2014 dalla casa editrice Fusibilia, tradotta dal serbo da Isabella Meloncelli, con l’interessante prefazione di Ennio Cavalli e un’accurata postfazione di Ugo Magnanti che ne è anche il curatore, corredata inoltre da una completa sezione biobibliografica, rappresenta le diverse stanze del corpus poetico della poetessa, giornalista e traduttrice serba che ha al suo attivo almeno una ventina di libri di poesia pubblicati e tradotti in varie lingue. Suddivisa in quattro sezioni – Il diavolo ha da tempo compiuto il suo lavoro, Né dell’eterno né del provvisorio, Lingua di piante e vento, Persone – che prendono i titoli dai versi di alcune poesie (come del resto il titolo stesso del libro), raccoglie testi di differenti periodi. L’ultima sezione, straordinaria nella sua icastica ironia, è quella dedicata ai poeti e alle persone che più hanno influenzato l’autrice o che comunque hanno avuto un significato particolare nella sua vita, ed è anche un omaggio ad alcuni grandi poeti come Szymborska, Neruda, Isidora Sekulić.
La poesia di Duška Vrhovac va oltre la poesia stessa, supera i confini, le barriere linguistiche ed etniche e pur avendo assorbito tutta la tradizione letteraria e la cultura balcanica, non ne resta confinata ma si espande come lava di vulcano perché i suoi versi fanno parte di una cosmologia pervasa di misticismo dove Dio è presente e immanente nelle cose e nella natura, e anche se ci sono il male e il dolore la nostra vita è indirizzata al bene, un bene che i poeti, più delle altre persone, riescono a percepire e a comunicare. Infatti, la poesia Poeti esprime con ironia e con forte determinazione, unite a un’ampia conoscenza filosofica da parte dell’autrice, l’immagine salvifica della poesia e il ruolo fondamentale del poeta come delatore della verità: “I poeti sono ladri di visioni… I poeti sono custodi incoronati / dell’essenza riposta nella lingua… I poeti sono invisibili interlocutori / nel silenzio sul senso e sul non senso / di tutto ciò che si vede e non si vede. / I poeti sono i miei soli veri fratelli.”
(altro…)