tempo

Sonia Giovannetti, Dalla parte del tempo

 

Sonia Giovannetti, Dalla parte del tempo, Genesi Editrice, Torino 2018

Dalla parte del tempo di Sonia Giovannetti è un libro animato da “poesia e verità” nel senso goethiano dell’abbinamento, ché stare dalla parte del tempo è innanzitutto riconoscersi umani, precari e limitati per definizione.
I perennemente assetati di bello e vero, tuttavia, sono i poeti – e il riferimento al celebre passaggio da L’idiota di Dostoevskij è armoniosamente inserito nel libro – e sulla natura e sull’anelito di chi cura la poesia, la nutre e se ne nutre, l’io lirico ritorna a più riprese.
Stare dalla parte del tempo, tuttavia, significa nel tuo libro sia comprendere e accettare Chronos sia cercare e saper intercettare Kairos. I tre capitoli che compongono la raccolta – Il tempo dell’io, Il tempo del noi, Il tempo dei luoghi – ampliano lo spettro delle possibilità di ricerca.
Si tratta di una ricerca che manifesta ri-conoscenza sotto forma di attenzione, talvolta perfino vero e proprio tributo – a stili, tecniche e metri della tradizione poetica italiana. Dal Novecento di Luzi – L’uomo del faro – si risale al sonetto petrarchesco, reso in più di una composizione, a partire dalla poesia iniziale e introduttiva, Il tempo, anche con rigorosa osservanza della rima, tanto da far pensare che l’intento di Sonia Giovannetti non sia, accanto al tributo di riconoscenza, anche quello di una garbata provocazione ai falsi iconoclasti e veri forzati della moda del momento.
L’omaggio alla poesia-pane non può non passare per Shakespeare della Tempesta e per Omero dell’Odissea; è un omaggio schietto, vissuto, cantato. (altro…)

Gianfranco Fabbri, Il tempo del consistere

Gianfranco Fabbri, Il tempo del consistere, L’arcolaio, 2016, € 12,00

 

I testi che compongono Il tempo del consistere risalgono agli ultimi quattro anni del Novecento, secolo amatissimo da Fabbri. L’autore ci regala una scrittura capace di attraversarlo per intero, questo secolo. Una vena, capace di dirci quanto questo periodo abbia fatto soffrire, certo, e sperare; un tempo che si è fatto sentire, con un suo spessore, nel sangue e sottopelle; un’età dove tutto ha avuto un peso straordinario.
È un libro pieno di neve, soprattutto all’inizio; un libro di quadri, d’intimità, di confidenzialità.
Ovunque tra queste pagine troviamo eleganza e raffinatezza: intendo la leggerezza di un soffio, qualcosa di aereo e forte allo stesso tempo. E poi c’è pudore, raccoglimento, c’è la tenerezza della scoperta, una tenerezza costante, e una sensualità evidente ma delicatissima.
Cambiano le stagioni, passano in rassegna, disegnano tutto l’arco della vita. Consideriamo che secolo, nella sua radice etimologica, significa proprio questo, l’arco della vita, la generazione, l’età di un uomo.
Ci troviamo allora di fronte a cartoline, istantanee del Novecento: oltre a pagine di guerra e di strage (Bologna, agosto 1980), si rievocano nella voce di Fabbri nomi e titoli della musica e della letteratura, brani che hanno accompagnato l’anima dell’autore, hanno costruito il suo animo gentile.
Via via, leggendo, si comprende bene il puzzle in composizione. Bastano già i titoli delle sezioni a rendere evidente il disegno: Echi del passato, L’occulto sguardo del presente, La suggestione della cultura, Il rovello della scrittura, Frammenti e aforismi.
Il tema, poi, è tutto nel titolo. Cos’è la consistenza? Oltre l’aver peso e la robustezza viene in mente qualcosa d’altro: non so, l’essere insieme, come se la vena fosse il privato e il corpo il collettivo. È di questa consistenza che mi sembra si parli, di una solidità necessaria – e probabilmente perduta – per ricondurci insieme al mondo, non evaporare, non perderci.
Questo avviene nel libro soprattutto quando scatta il meccanismo dell’immedesimazione. Come in questa pagina, dove c’è forse l’eco di Proust, e dove c’è senz’altro – come sempre in Fabbri – una speciale perizia nella punteggiatura:

Anno di grazia 1958:

La solitudine di questi giorni cresce fino a un livello insopportabile.
Ma è inutile crucciarsi, non conta nulla inveire al cielo le ingiustizie patite.
È vero: sono ormai una donna vecchia, non posso guardarmi allo specchio.
Ma c’è il tavolo, davanti a me, grande come un lago. Sopra ci faccio navigare la tazza del caffelatte e i savoiardi. Isole felici, mi dico, quelle molliche più in là. Atolli di un oceano piatto.
Fosti molto urbano, il giorno in cui mi lasciasti. Eri sposato: che te ne saresti fatto di una come me? Una non affascinante, già verso i quaranta e con la vocazione, fortissima, ad essere zitella.
Le ultime volte mi prendevi all’impiedi, di fianco al divano. Dovevi fare in fretta, non avevi più tempo da dedicarmi. Del resto, dovevo capirlo: tua moglie ti dava un figlio dopo l’altro. Tra noi non rimaneva molto da dire.

Consistere, dunque, a partire da un nucleo di memorie – non può che essere così – da un cantuccio, lì dove l’autore “si ripesca”. E non manca il velo dell’ironia. Spunta qua e là, levigata, appena accennata, leggera, figlia forse (anche) della lezione dell’amatissima Szymborska: «All’improvviso mi sono ricordato di me»; e più avanti, a pagina 49: «Sono ancora io, nonostante me stesso. / Vorrei che mi chiamassi, questa notte». O ancora: «Poi sempre mi dimentico della ragione per cui volevo scrivere» (pagina 83).
Scrive dunque dalla nicchia del sé, Fabbri. E la dedica in questo senso dice molto: Ai miei genitori, che in quel tempo furono la mia ombra. Quell’ombra amata e restituita in prosa, un’ombra in cui noi, ringraziando l’autore, possiamo riconoscerci.

Cristiano Poletti

 

Sopravvissuti nel tempo

 Caduto-fuori-dal-tempo-Grossman

David Grossman, Caduto fuori dal tempo, Mondadori, 2012  

Non ci si può avvicinare al libro di David Grossman senza bruciarsi. E non solo perché il suo ultimo libro Caduto fuori dal tempo – una scrittura polimorfica, una mescolanza di poesia, racconto, testimonianza – parla del già terribile tema della morte di un figlio, perdita declinata man mano dai vari personaggi incontrati durante la lettura. È il senso rappreso di un lutto che si traduce in un cammino inestinguibile, il cui dolore evocato diventa un labirinto senza tempo. Cadere fuori dal tempo significa morire. Una profonda riflessione si disvela nell’intreccio delle storie: quando un figlio o una figlia viene a mancare, si muore con loro, si cade con loro, si entra in quel ‘fuori dal tempo’ insieme a loro. Può allora dirsi vita ricordare ogni giorno della notizia ricevuta, proprio quando ci si poteva aspettare di tutto tranne quella notizia? Esiste una sorta di agrapha della vita quotidiana, una logica cruda, non scritta ed è la logica del dolore naturale per cui se a mancare è un genitore, nonostante la sofferenza, la morte rientra in una sfera umanamente accettabile: un padre e una madre hanno percorso e concluso un ciclo di vita, sentiamo dire. È un sentimento forte, pur se rassegnato, che procede dal figlio verso il genitore amato. Lo dice il Vecchio Maestro di Aritmetica, il quale come tutti credeva nel biologico passaggio di testimone padre-figlio:

 “Un padre non sopravvivrà al figlio”,
questa è una regola la cui lucida
razionalità è radicata
non solo nella vita degli uomini ma,
com’è risaputo, anche nella scienza
dell’ottica, dove
(nello spirito dell’insigne
Spinoza, lustratore di lenti),
rinveniamo un’idea
estremamente audace: “All’oggetto
(la vita del figlio)
non sarà mai
concesso di trovarsi nell’universo
a una distanza
tale che il padre (il soggetto
spettatore)
non sia in grado di coglierlo interamente,
con un unico sguardo,
dal principio alla fine.”

È invece innaturale e insopportabile il contrario, il dolore qui procede dal genitore sopravvissuto verso il giovane. L’esistenza di una famiglia intera si ferma, si blocca l’orologio vitale, le lancette rimangono fisse, da quel momento in poi tutto è cambiato, la mente diventerà un disco dove la puntina del grammofono ricadrà sempre sulla stessa traccia senza mai uscirne, inceppando così il suo meccanismo. Elena Loewenthal, recensendo il libro di Grossman circa un anno fa, ha scritto che la lingua ebraica possiede «un ricco lessico del dolore, possiede diverse parole per dirlo, ognuna ricca di sfumature» e infatti «l’ebraico ha una parola per indicare il genitore che ha perso il figlio. È un participio passato che si applica tanto agli uomini quanto agli animali, ha un significato inequivocabile ed assoluto, un suono dolente». Nella nostra lingua italiana, come nelle altre lingue europee, non esiste un termine unico per indicare un ‘genitore orfano di figlio’. La lingua ebraica, per esprimerne la morte collegandola a un tragico accaduto, ne possiede finanche quarantanove. Ma prescindendo dalla terminologia, s’intende comunque il senso della privazione, del genitore ‘senza’, incompleto per il figlio o la figlia che «più non è» e non esiste più nel tempo. Diverse sono le figure coinvolte in questo lutto generale, troviamo l’Uomo che cammina, la Levatrice, la Donna nella rete, il Ciabattino, tutti hanno attraversato lo stesso dramma. Nello scorrerle da vicino, c’è un Duca. Chi è il Duca? È colui che ha imposto allo Scriba (pure lui orfano di sua figlia Hanna) di «camminare giorno e notte per le strade e di annotare le storie degli abitanti della città a proposito dei loro figli». Perché il Duca vuole conoscere le loro storie? Lo incontriamo dopo le prime quaranta pagine, pare lontano dal soffrire dei cittadini, lo rincontriamo poco dopo la metà del libro e lo scopriamo vivere la condizione che lo affratella ai cittadini. Il libro, poetico e toccante, è abitato da queste voci che convivono senza resa nel tentativo di superare la sofferenza. In esse si fonde o si confonde la voce di Grossman e nulla vieta di rivedere nell’opera un canto d’amore per suo figlio Uri, caduto durante il conflitto israelo-libanese nel 2006. Forse il suo alter ego potrebbe essere, come suggerito dalla Lowenthal, il Centauro, un personaggio metà uomo metà scrivania che nel riferire allo Scriba con accanimento rabbioso e disperato l’accaduto dice «Ma se non scriverò non capirò». Scrivere diventa il mezzo necessario per comprendere e affrontare un tormento onnipresente.

Un libro sul dolore possiede nella fattispecie una marcata soggettività, tale soggettività rischia di essere valutata soltanto per il taglio documentario (o peggio ancora cronistico) desuntovi, adombrando di conseguenza la sostanza poetica. Non accade così per il nostro scrittore, Grossman esprime l’universale sofferenza dei personaggi, universale a quanti come lui vi sono passati sopra.

Ad un tratto nel meccanismo inceppato, nel dolore irrisolto, accade qualcosa ai genitori, un desiderio li spinge a muoversi verso una direzione, una meta. Tutti escono di casa. Non si limitano più a vivere ostinatamente fuori dal tempo, vogliono raggiungere il non-luogo situato fuori dal tempo, quel laggiù, una terra di mezzo dove ognuno spera di incontrarsi col proprio figlio. Camminano, non sono svegli, ma non dormono, vivono una condizione di cosciente dormiveglia. Il monologo di ciascuno – così prolungato, così silenzioso, pronunciato solo a se stessi o all’orecchio del compagno – affianca il tentativo di esodo verso l’ignoto confine, contrassegnato da una lacerazione acuta, vibrante ad ogni parola.

È una ferita forse senza rimarginazione. Genitori o no, nel leggerlo sentiamo un dolore salato come il Mar Morto. L’impressione è di un’isola di sopravvissuti catturati nella rete del tempo, in attesa, mi correggo, in cerca di quel luogo inafferrabile, lo «spazio-mondo» spirituale dove, ricongiungendosi pur se per un momento con il figlio, potrà finalmente cessare il dolore.

E laggiù, amore mio,
tra le ombre,
nell’aldilà,
tra figlio e padre,
troverai
riposo,
per lui
e anche per te

Davide Zizza ©

Articolo precedentemente apparso su Patria Letteratura

le parole… maturano al sole?

sono    l e    a l i le    parole?

e crescono    sole ?

le scompagina il tempo?

le indirizza il vento?

Sono canoniche le parole

prestigiose cattedre del vuoto

pesano quanto un mattone e     galleggiano

nel sogno   dentro la realtà.

Non hanno età      le parole    si ridipingono la faccia

razzolano per terra e aspirano al cielo.

S’intrufolano s’inerpicano singhiozzano e strimpellano

s’inchiostrano s’incancreniscono

mettono zavorra alla chiatta del discorso

allentano il contatto tra

la pelle del dio e tutto ciò che    il demone

inventa      a loro insaputa.

.

Da Nel lusso e nell’incuria- inedito- f.f.