teatro

Festivaletteratura2019 #4: Tour

Jonathan Safran Foer a Piazza Castello

Chi è il Conoscente del libro eponimo di Umberto Fiori? Perché il Conoscente ha un archivio: fotografie, una canotta blu, perfino una scatola di unghie e capelli che non ha spiegazione. È l’orrore dell’insensatezza: il Conoscente allude sempre a un segreto, poi te lo toglie. «Qualcuno ha detto che il Conoscente è il Diavolo: quello che ti lusinga e che ride da solo, quello che mette in ridicolo ma non prova allegria, come se avesse ricevuto dalla vita una sofferenza da cui non riesce a liberarsi».
Quanto a noi, la pioggia vorrebbe complicare le cose, ma non può niente contro il nostro buonumore. L’organizzazione resiliente del Festlet sposta qualche ingranaggio nelle ubicazioni degli eventi ed eccomi qui, nella Baghdad piena di gelsomini di Elena Loewenthal (ho scritto il mio libro per guarire dalla nostalgia, e ora ho nostalgia di una Baghdad che non esiste) e nella Gerusalemme immaginata da Wlodek Goldkorn (tutte le Gerusalemme sono inventate, anche quella che esiste). Parlano con Chiara Valerio di identità e memoria, realtà, eredità e politica, catastrofi e speranze per patrie vecchie e diaspore nuove, piene di problemi dove lo stesso evento può essere cataclisma per un padre e l’inizio di un nuovo sogno per un figlio. Si parla di andate e ritorni, di deserti rossi così diversi dai boschi dove si fuggiva, deserti che ricordano la promessa di libertà di una tradizione passata. Si parla di avanti e indietro. Chiarisce Elena Loewenthal: «nella lingua ebraica, il prima è di fronte, il dopo è alle tue spalle; per questo la teshuvah, il pentimento di cuore, può realmente cambiare il passato».
Che sia alle spalle o di fronte, quella che ci troviamo a fronteggiare è la scommessa della sopravvivenza; ce ne parla Jonathan Safran Foer nel suo incontro per presentare il suo nuovo Possiamo salvare il mondo prima di cena (Guanda), che riprende tra gli altri il tema degli allevamenti intensivi già affrontato in Se niente importa (Guanda 2010). Ma se nel primo libro si affrontava la questione da un punto di vista etico, qui la realtà ci riguarda più da vicino. Brutalmente parlando: in che modo il nostro consumo eccessivamente orientato alla carne sta compromettendo tutto il nostro pianeta? (altro…)

Un balletto e Philip Glass (recensione minimalista)

Serata Philip Glass, Teatro dell’Opera, Roma

 

1. Heart and arrows

Le modulazioni sono minime. A ognuna di loro, uno slancio degli arti, una giravolta, un plié. Una manciata di corpi su un palco sgombro che ragionano a battiti, a pulsazioni di fari e di buio. Movimenti di risacca.

Il teatro è enorme, ma quello che si vede – che si sente – è più che minimale. Pochi accordi, vestiti di cotone, il tozzare di una pianta di piede dopo il salto.

Cosa diceva Genet sul tremare?

Volevo chiamare pauca questo articolo. “Perché non parva?”, mi dicono all’orecchio. Per qualche istante non ricordo la differenza. Le poche, le piccole cose: dev’esserci una parola più precisa per tutta questa verità.

Che addestramento dietro quello stare serenamente sulle punte, quanto sforzo. Che mente per una soluzione armonica così naturale. Quanto è ovvia la matematica di un girasole – eppure.

2. Glass pieces

I corpi si sono moltiplicati, come i quadrati di cui è composto il palco. C’è un’orchestra, adesso, nella buca. Ancora più di prima, si ostina, si ostina, si ostina.

A volte i corpi si limitano a camminare. Poi si piegano tutti insieme, sulle ginocchia, puntuali come una cosa di natura.

Viene odore di fresie da qualche parte dei palchi.

Hanno messo i corpi a imitare la ripetizione, la fuga, l’accordo semplice, l’arpeggio. E l’ostinazione.

Su questo tribal erano solo maschi, gli umani-aquiloni. Poi sono arrivate le femmine, gli umani-clessidra. Quale altra specie possiede queste due così differenti, così disarmanti bellezze?

“Con il loro indietreggiare e ripartire hanno disegnato un canone”, mi sussurrano all’orecchio.

3. Nuit blanche

Che sia più narrativo si vede dal nero dei costumi, dai pas de deux. Dal pianoforte che adesso scandisce l’orchestra, contento di sé come il bimbo che ha portato il pallone al campetto.

Mi batto una mano sulla coscia, per reazione. Delicata, per non disturbare chi mi siede accanto. Era solo – non avevo mai sentito prima quella modulazione. In trentatré anni non l’avevo mai esperita, né ero stata mai in grado di pensarla.

Arriva l’unica ballerina bianca, prende il centro della scena. La sua danza, all’inizio, è disarticolata. Ha la strana grazia di un uccello. Poi arriva lui, dal torace nudo e concavo e i muscoli svelti. I loro corpi parlano. Nulla è più bello di una scapola umana.

Posare la penna dallo stupore.

© Giovanna Amato

Anna Carocci, Teatro artigiano, teatro sapiente: il Teatro Tascabile di Bergamo

Un momento dell’ultimo spettacolo del Teatro Tascabile di Bergamo, The Yoricks

 

In un grande spazio aperto, due scheletri vestiti di vesti antiche – una donna e un uomo – ballano scatenatamente rock and roll con una bambina dalla veste rossa. È il finale di Amor mai non s’addorme. Storie di Montecchi e Capuleti del Teatro Tascabile di Bergamo (TTB), e quelli sono gli scheletri di Romeo e Giulietta, che per tutto lo spettacolo hanno guardato la storia dei loro sé stessi in carne e ossa.
Amor mai non s’addorme racconta forse la più famosa storia al mondo – la storia di Romeo e Giulietta – sotto forma di spettacolo di strada, in cui quasi tutti gli attori si muovono sui trampoli: camminano, corrono, ballano e combattono; accanto a loro ci sono pochi personaggi a piedi – che sembrano microscopici rispetto alle alte figure degli attori sui trampoli – tra cui la bambina spettatrice e gli scheletri, che per tutto lo spettacolo osservano quanto accade, e a volte intervengono. Chi li ha visti non li può dimenticare. (altro…)

Alessia D’Errigo, Gestuazione (comunicato stampa)

Alessia D’Errigo (foto di ©Stefano Borsini)

 

Dopo il primo esperimento torna La GESTUAZIONE di Alessia D’Errigo
improvvisazione totale corpo/gesto nel silenzio
sul tema de “LA CASA DI BERNARDA ALBA” di F.G. Lorca

Due serate di ricerca teatrale performativa centrate sul corpo come mezzo estatico e ritualistico di racconto. Due serate differenti, un percorso (poiché si tratta d’improvvisazione totale) di ‘poesia fisica’ sulle tematiche archetipiche del femminile.

2 MARZO ore 21.00

Seconda Gestuazione
BERNARDA NON DANZA

3 MARZO ore 21.00

Terza Gestuazione
VENGANO TUTTI AD AMMAZZARLA

improvvisazione corpo/gesto: Alessia D’Errigo
scenografie: Marco Curatolo
disegno e improvvisazione luci: Ortensia Macioci

Presso CINETEATRO ROMA via Valsolda 177

INGRESSO: 10 euro

PROMO DELLE DUE SERATE: 15 euro (su esibizione del biglietto)

PRENOTAZIONE OBBLIGATORIA: 339.2601057 visionivisioni@gmail.com

DESCRIZIONE:
Un fantasma si aggira in scena. Non ha il dono della parola. Solamente il corpo e il gesto nel silenzio si susseguono nella quotidianità della casa, nella ripetizione disperata dell’azione come unica radice di interazione con la realtà. Una donna in scena, ma è molte donne: la Donna, quella dei mille archetipi resuscitati da Garcia Lorca ne “La casa di Bernarda Alba” ma non c’è riferimento o citazione al testo, si vuole andare oltre, raccontare la tragicità poetica ed evocativa dei personaggi attraverso l’atto muto del gesto/corpo, si vuole raccontare… come se si entrasse in un sogno… (altro…)

Vincenzo Frungillo, Spinalonga (presentazione a Milano)

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Vincenzo Frungillo, Spinalonga, Zona, 2016 

*

La barca per Spinalonga salpa dal porticciolo di Plaka,
un piccolo paesino di pescatori sorto in un’insenatura
dell’isola di Creta. Dopo una breve navigazione,
raggiungiamo il promontorio di terra disteso sul mare.
Una salita mi porta all’ingresso della roccaforte in
pietra. Sono molti i turisti che salgono le stradine della
fortezza, visitano il paesino di roccia che ospitava i
malati, sbirciano nella vecchia farmacia. Ci sono foto in
bianco e nero che immortalano i medici, gli infermieri,
i pazienti, i preti ortodossi; è possibile leggere le loro
vicende, ripercorrerne la vita. Quella più significativa è
la vicenda di Epaminonda, uno dei pazienti dell’isola;
era cieco, aveva il corpo segnato dalle infiammazioni, le
dita erano ridotte a moncherini, vestiva con abiti scuri
e portava occhiali da sole per coprire le pupille vuote,
sapeva cantare con voce da basso tenore, il suo canto
intratteneva tutti durante le cerimonie.

*

Sabato 25 Febbraio alle ore 18.30

Presso la Libreria Popolare di Via Tadino, 18, Milano,

verrà presentato il testo teatrale di Vincenzo Frungillo

Spinalonga. Una drammaturgia sulla corruzione (illustrazioni di Davide Racca, Zona Contemporanea Edizioni, 2016)

Interverranno e dialogheranno con l’autore

Laura Di Corcia (critica teatrale per il Corriere del Ticino, poetessa, giornalista)

Davide Racca (artista, poeta, traduttore)

 

Parti del testo saranno letti dall’attore e regista teatrale Antonio Ballerio

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Anna Pavone, Primo teatro e personaggi di Pirandello

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Anna Pavone, Primo teatro e personaggi di Pirandello

Libri: Trame d’adulterio, Manni 2007
Pirandello in cerca di Personaggi, Cavallotto edizioni, 2014

 

Ci sono storie già raccontate, ci sono momenti vissuti da altri che risiedono sottopelle dal giorno in cui qualcuno li ha letti e non ricorda più cos’era prima, prima di averli incontrati.
Storie che hanno ancora l’urgenza di raccontarsi e di ritrovarsi, ma in modo diverso, assoluto, sciolto.
 Personaggi che si staccano dagli altri, dal contesto, dai dialoghi, e che portano ancora in mano il copione con la loro storia, soltanto la loro, come fosse la più importante, l’unica, da raccontare a un capocomico qualunque, attratti dalla sua figura di incantatore di fantasmi.

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LA DONNA UCCISA (avvicinandosi al capocomico, senza smettere di girare intorno, ridendo): S’è ferito a morte, dopo aver ferito me: qua, guarda. (Si rivolge al pubblico) Oh, guardate anche voi, tanto, ormai! Mi lasciò là, per tutta una mattinata, arrovesciata sul letto. Ah ah ah ah. Ma che imbecille! Credette di farmi male. E anch’io, sì, anch’io ebbi una gran paura che mi facesse male. Voleva prendermi. Gli sfuggivo. Gli ballavo attorno, girando, come una matta. M’avete veduta? Così. A un tratto, ah! un colpo, qua, freddo; caddi; mi sollevò da terra; m’arrovesciò sul letto; mi baciò, mi baciò; poi con la stessa arma si ferì su me; lo sentii scivolare pesante a terra; gemere, gemere ai miei piedi. E mi durò fino all’ultimo su la bocca il caldo del suo bacio. Ma forse era sangue.

CAPOCOMICO: Sì, ne ha ancora un filo sul mento…

LA DONNA UCCISA: Ah, ecco. Era sangue. Lo volevo dire. Perché nessun bacio mai m’ha bruciato. Arrovesciata sul letto, mentre il soffitto bianco della camera mi pareva s’abbassasse su me, e tutto mi s’oscurava, sperai, sperai che quell’ultimo bacio finalmente, oh Dio, mi avesse dato il calore che le mie viscere esasperate hanno sempre, e sempre invano, bramato; e che con quel caldo ora potessi rivivere, guarire. Era il mio sangue. Era questo bruciore inutile del mio sangue, invece.

CAPOCOMICO (al pubblico): La Donna Uccisa si fa strada dalle tenebre dell’atto unico All’uscita. 
Cerca una vita a misura di calore, una vita più intensa di quella che qualunque uomo potrebbe darle.

Si avvicina un bambino con un melograno in mano

LA DONNA UCCISA: Oh guardate, guardate! (Al capocomico) Guarda anche tu. Guarda chi viene di là, correndo leggero sui rosei piedini! Caro! E che regge, che regge tra le manine? Una melagrana? Oh, guardate, una melagrana. Vieni, vieni qua, caro! qua da me, vieni!

CAPOCOMICO (al pubblico): È un bambino morto che non ha fatto in tempo ad assaporare i chicchi del melograno, e ora tiene tra le mani il suo ultimo desiderio. Un desiderio che deve essere placato perché scompaia per sempre. Non c’è vita in quei chicchi di melograno, come non può essercene nel bruciare inutile delle viscere che non hanno generato. 
Il bambino, pago del suo ultimo desiderio, svanisce.

LA DONNA UCCISA: (scoppia a piangere) E io? Il mio desiderio? Ah!

Si avvicina una bambina con i genitori, che ha un fremito quando passa accanto all’Apparenza della Donna uccisa. La Donna si leva in piedi e le corre dietro.

CAPOCOMICO: Forse vagherà per sempre, correndo ancora come una pazza, per realizzare il desiderio che non riuscirà mai ad appagare, cercandolo negli uomini da viva; in una bambina viva, da morta.

Si avvicina Livia Arciani.

Come Livia Arciani, che ne La ragione degli altri, non vuole più il marito se non con la figlia che non le appartiene, la figlia della rivale.

LIVIA (frastornata): Perché non so come fare adesso…

CAPOCOMICO: Elena ti lascia il marito. E lui vuole tornare da te. Puoi riavere la quiete che conoscevi prima, senza pensieri, senza domande, senza passione. Perché lo respingi?

LIVIA: Ma perché non voglio lui, il marito, io! Io ho sofferto per lui, padre qua! Il padre, il padre voi dovete darmi, perché egli ora con me non può più ritornare se non così, padre! Vi sembra una follia questa? Non sono folle, no; e se pure fossi, chi m’avrebbe fatto impazzire? Vorreste fare come se tutto ciò che è accaduto non fosse accaduto? Voi mi volete ridare il marito, ora. Ma non potete più, perché egli non è più soltanto mio marito ora; è padre qua, lo capite? E questo, questo soltanto io voglio; perché possa dargli a mia volta tutto quello che ho, per la sua bambina: tutta me stessa alla sua bambina, per cui ho pianto e mi sono straziata.

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Vittorio Sermonti traduce G. E. Lessing

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Nathan il Saggio
di Gotthold Ephraim Lessing

 

Questa è la traduzione-riduzione di Nathan der Weise, capolavoro teatrale di G. E. Lessing (1729-1781) o, come usa dire, architrave della drammaturgia tedesca. Che la traduzione sia in versi, si vede, ed è probabilmente per questa prerogativa accessoria che le resto affezionato. Per la messinscena (Teatro Stabile di Torino, stagione ’75-’86, regia: Mario Missiroli, Nathan: Roberto Herlitzka, Salah ed-Din: Gigi Angelillo), ho operato una riduzione abbastanza imponente, nel tentativo di recuperare a un italiano di ieri (e magari anche di oggi) un’opera insigne, ma che risulta spesso attardata da una cerimoniosità sentimentale che ha fatto il suo tempo e da un puntiglio raziocinante oramai un po’ risaputo. Così mi sono permesso di ridurre cinque atti ponderosi a undici quadri «da corsa», e 3283 pentapodie tedesche (Fünffüßler, per gli amatori del ramo) a 2400 endecasillabi circa (li ho contati tre volte e mi son venuti tre risultati diversi). Cionondimeno amerei esser riuscito in un modo o nell’altro a restituire il passo logico-analitico e il registro angolosamente colloquiale che caratterizzano la versificazione teatrale di Lessing; e se qualcuno mi obbiettasse a ragion veduta che la caratterizzazione dei personaggi risulta, rispetto all’originale, lievemente accentuata, e qualche volta addirittura inventata (lievemente inventata), gli direi che ha ragione, e che l’ho fatto apposta.

 

NATHAN

[…]

Ma tu, Sultano, mi consentiresti
di raccontarti prima una storiella?

SALAH ED-DIN
Perché no? Le storielle mi son sempre
Piaciute assai, se raccontate bene.

NATHAN
Raccontar bene, ahimé, non è mai stato
il mio forte….

SALAH ED-DIN
Riecco l’arroganza della modestia!
Racconta! Racconta!

NATHAN
Fa mill’anni, in Oriente, un tale aveva
un anello di pregio inestimabile,
dono di mano amica. La pietra era un opale,
che sprigionava mille
colori, e aveva la virtù segreta
di render caro agli uomini e al Signore
chi, credendoci, lo portasse al dito.
Niente di strano, se quel tale non
se lo sfilava mai: provvide invece
a che restasse a casa su per sempre.
Con che sistema? Lasciandolo al figlio
prediletto, e imponendogli lasciarlo
al prediletto fra i suoi figli, in modo
che, trascurando l’ordine di nascita,
traverso le generazioni, capi
di casa, e solo in forza dell’anello,
fossero sempre i figli prediletti,
– Mi segui?

SALAH ED-DIN
Certo, che ti seguo. Avanti!

NATHAN
Così di figlio in figlio questo anello
giunse un bel giorno al padre di tre figli;
gli eran devoti tutti e tre del pari,
tanto che il padre non poteva esimersi
dall’amarli del pari tutti e tre.
Salvo che, capitandogli di tempo
in tempo di trovarsi ora con questo,
ora con quello, ora col terzo, soli
– di volta in volta o questo o quello o il terzo
gli era sembrato meritorio più
degli altri, ed era incorso nella pia
sciocchezza di promettergli l’anello.
– Finché durò, durò. Ma viene il giorno
di morire, e il buon padre è nelle peste.
Di tre che contan sulla sua parola,
umiliare due figli, lo amareggia
troppo. – Che fare? Convoca in segreto
un orefice, e gli ordina due anelli
sul modello del suo, raccomandandogli
di non badar né a spese né a fatica,
purché vengano identici. Il brav’uomo
fa del suo meglio – del suo meglio a segno
che, quando si presenta con gli anelli,
il padre stesso non distingue il primo
dagli altri. In gran letizia chiama a sé
i figli, uno per uno – uno per uno
li benedice – gratifica uno
per uno dell’anello che si merita,
e muore. – Ascolti? (altro…)

Dario Fo, Coro da Aveva due pistole con gli occhi bianchi e neri

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Dario Fo, Coro da Aveva due pistole con gli occhi bianchi e neri

 

Oh, che il mondo è tanto tanto bello
se lo guardi appeso per i piedi!
Capovolto, agli occhi piú non credi
se lo guardi con la testa in giú.

Su nel ciel vedrai volar cavalli
ed i pesci nuotar fra i rami in fiore:
ecco un fiore succhiare le farfalle
e posarsi sopra un calabron.

Vedi un ladro che ti confessa un prete
l’orfanello accoglie suore in fasce,
i ministri riuniti in un comizio
e gli agenti li picchian col baston.

da: Aveva due pistole con gli occhi bianchi e neri, in Le commedie di Dario Fo, Einaudi 1966, p. 102

Rosario Palazzolo – Cartoline dall’orlo

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Cartolina numero uno
La Paura (di Luca Mannino)

Marta ha paura. Una paura fottuta. È chiusa in camera, la sua camera da letto. Marta mette tutto ciò che può davanti alla porta, affinché nessuno entri. Mobili, sedie, tutto. Marta piange, perché sa che è inutile. Marta chiede perdono, a chi continua a sbattere sulla porta. E Marta urla. Marta impazzisce dalla paura. E urla. Urla sempre più forte. Marta trema. E Marta ha un’idea, una speranza, a un certo punto. Fingersi morta. Le sembra una buona idea. Dovrà solo renderla credibile, la sua morte. Adesso si organizza. Prova. Simula un infarto. Chiunque entrerà la vedrà morta e la lascerà perdere. Pensa, Marta. Forse. O forse no. Basterà toccarle il polso, per accorgersi della fregatura. Impiccarsi. Simulare un’impiccagione è difficile, ma non impossibile. Quel chiunque s’impressionerà, e non approfondirà. Sicuro. Marta si organizza. Adesso è lì, su una sedia. Pronta a saltare.

CARTOLINE DALL’ORLO (è un laboratorio di Progetto Santiago)

Laboratorio itinerante di scrittura e creazione teatrale
a cura di Rosario Palazzolo

— A Salerno, Reggio Emilia, Milano, Genova, Piacenza, Savona, Figline Valdarno, Palermo, Pavia, Torino

— Una produzione
Progetto Santiago e Teatrino Controverso >>>>>

Dieci città, dieci cartoline, uno spettacolo, un libro
Il laboratorio si svolgerà in due fasi, nella prima i partecipanti analizzeranno la struttura di un testo, e approfondiranno le caratterizzazioni di ambienti e personaggi, le figure retoriche, il tema, le variazioni sul tema, l’analisi dei motivi, l’etica di un testo, l’estetica di un testo, il metodo empirico, le utopie, le antiutopie, le metamorfosi, lo skaz, la trasposizione dei motivi, l’alterazione della lingua italiana, l’utilizzo provocatorio dei verbi, la sintassi eversiva, i dialoghi, i titoli, gli incipit, le scritture funzionali, le didascalie, le revisioni, e gli esercizi saranno pratici, perlopiù, e deduttivi, e analitici, e ci si confronterà col gruppo sviscerando i testi e predisponendo il lavoro futuro e per futuro s’intende la seconda fase, ché il resto del percorso consterà di approfondimenti via mail e via skype – solo per gli iscritti non di Palermo – due in tutto, nei quali i partecipanti svilupperanno e limeranno e definiranno il testo e infine i più maturi – dieci in tutto – verranno raccolti in un piccolo libro, che potrebbe essere anche un grande libro per quanto piccolo di dimensioni, un piccolo grande libro, diciamo, quindi, pubblicato da Progetto Santiago, e poi altri dieci verranno messi in scena in uno spettacolo, un piccolo grande spettacolo col medesimo titolo del libro e col medesimo titolo del laboratorio, e cioè Cartoline dall’orlo, per l’appunto, e lo spettacolo debutterà a Palermo a giugno 2016.

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X Festival del CINETEATRO a Roma

Cineteatro_2015

La decima edizione del FESTIVAL del CINETEATRO, festival multidisciplinare, si terrà a Roma dal 9 all’11 ottobre, alle ore 21.00, presso il CineTeatro di Roma, via Valsolda 177.

Il Festival è volto soprattutto alla ricerca e all’interazione delle arti: cinema, teatro, pittura, danza, poesia, musica. Tre serate all’insegna dell’Arte e della Bellezza.

Tra gli ospiti: Biancamaria Frabotta, Luigia Sorrentino, Giovanni Greco, Mariarita Renatti, Andrea Camerini, Antonio Bilo Canella, Alessia D’Errigo, Federico Greco, Roberto Bellatalla, Maria Borgese.

Questo il programma completo del Festival

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9 OTTOBRE ore 21.00

mostra personale dell’artista Mariarita Renatti

21.00 | Presentazione Festival

21.10 | Teaser della webserie “Cloni” produzione CineTeatro,

presentazione a cura del regista Federico Greco

21.20 | video clip del film “Sonderkommando “ regia di Nicola Ragone

21.30 I Ilaria Palomba presenta “Homo homini virus”,

con lettura di Antonio Bilo Canella

21.40 | ENEIDE ROOM 1 – Spettacolo di Performazione (totale improvvisazione)

con Antonio Bilo Canella (performer), Alessia D’Errigo (performer),

Andrea Camerini (musicista, cantante, performer)

22.00 | “Anatema” spettacolo teatrale con Giulia Pomarici,

Mimosa Maniaci, Giacomo di Biasio, Francesco Sisto,

Gloria Iaia, Lorenzo Continenza, Giacomo Colavito

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10 OTTOBRE ore 21.00

mostra personale dell’artista Mariarita Renatti

21.00 | Presentazione Festival

21.15 | primo episodio della webserie “Spread Zero” produzione CineTeatro, presentazione a cura del regista Federico Greco.

21.30 | trailer del film documentario “Fatti Corsari”, regia di Stefano Petti e Alberto Testone

21.45 | lettura poetica di e con Luigia Sorrentino + Performazione

(totale improvvisazione) con Antonio Bilo Canella (performer),

Alessia D’Errigo (performer), Roberto Bellatalla (contrabbasso)

22.15 | lettura de “l’Elogio del fuoco” di Biancamaria Frabotta

dal libro “Quartetto per masse e voce sola” + Performazione

(totale improvvisazione) con Antonio Bilo Canella (performer),

Alessia D’Errigo (performer), Giulia Pomarici (music improvisation),

Roberto Bellatalla (contrabbasso)

22.40 | “Dido on my mind” spettacolo di danza contemporanea

a cura di Tessa Gibran

23.00 | ENEIDE ROOM 2 Spettacolo di Performazione (totale improvvisazione)

con Antonio Bilo Canella (performer) e Marta Æmeth (musicista e compositrice elettronica)

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11 OTTOBRE ore 21.00

mostra personale dell’artista Mariarita Renatti

21.00 | Presentazione Festival

21.10 | trailer di “E.N.D. the movie” co-produzione CineTeatro,

presentazione a cura del regista Federico Greco.

21.20 | “Non pervenuta” con l’attrice Stella Novari

21.30 | ENEIDE ROOM 3 Spettacolo di Performazione (improvvisazione totale)

con Antonio Bilo Canella (performer) Maria Borgese (danzatrice e performer),

Giovanni Greco (performer), Giulia Pomarici (music improvvisation)

22.00 | “Canto per un Dio bambina” spettacolo di teatro,

regia Alessia D’Errigo con Angela Botta, Emanuela Bianchi,

Vidi Kadiu, Silvia Saccomanno, Andrea Sciorio

22.45 | ENEIDE ROOM 4 Spettacolo di Performazione (improvvisazione totale)

con Antonio Bilo Canella (performer), Alessia D’Errigo (performer),

Andrea Camerini (musicista, cantante, performer)

via Valsolda 177 (Montesacro RM)

INFO: 339-2601057  06-8175275

visionivisioni@gmail.com

www.cineteatro.it

Un sogno senza filtro

Locandina

Arteterapia: ricerca del benessere psicofisico attraverso l’elaborazione artistica, l’uso libero o guidato delle dinamiche creative per aiutare l’espressione di sé. E c’è un bel gradino, nella ripetizione di quella piccola sillaba “te”: c’è la necessità, per l’arte, di dimenticare le sue esigenze, modellarsi addosso a un bisogno che è salute, e provare, per una volta, a stare dall’altro lato, essere lei strumento di un risultato da ottenere.
Poi succede che l’arte è signora difficile da incatenare, e proprio grazie alla necessità di trattarla come puro mezzo di espressione ritrova la sua forma più vera, ed è in grado di restituire perle che altrimenti sarebbe stato difficile scoprire.
Va detto che ha avuto un ottimo alleato, nel caso che stiamo per raccontare: Shakespeare. Non c’è lavoro del Bardo, non c’è riga che, lo sappiamo da secoli, non si possa schiudere e ribaltare e guardare di sbieco ritrovando ogni volta un nuovo significato. Se ne sono accorti i ragazzi dell’associazione “Il Fiore del Deserto”, ed Enoch Marrella, responsabile del laboratorio di teatro (di lui su Poetarum Silva si è parlato anche qui), e ce ne siamo accorti noi, dal pubblico, quando al Teatro Vascello di Roma è andato in scena ’Na specie de musical, rivisitazione in chiave pop del Sogno di una notte di mezza estate per la conduzione scenica di Marrella (drammaturgia e regia) e Stefania Carvisiglia (movimenti e coreografia).
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LA DEVOZIONE DI MAŠA. Il bisogno del femminile cura il femminile? (di Nina Maroccolo)

Il gabbiano, regia di Mario Ferrero. Debutto al “Teatro della Cometa” di Roma, 14 gennaio 1960.  Valeria Moriconi interpreta Maša.

Il gabbiano, regia di Mario Ferrero. Debutto al “Teatro della Cometa” di Roma, 14 gennaio 1960.
Valeria Moriconi interpreta Maša. Fonte: Centro Studi e Attività Teatrali Valeria Moriconi, qui.

LA DEVOZIONE DI MAŠA
Il bisogno del femminile cura il femminile?

di Nina Maroccolo

 

[da Il Gabbiano di Anton Čechov. Rivisitazione drammaterapica a cura del “Creative Drama & In-Out Theatre”, diretto da Ermanno Gioacchini]

Studio sul personaggio: Maša.

 

MEDVEDENKO: Perché va sempre vestita di nero?
MAŠA: È il lutto per la mia vita. Sono infelice.

 

Cara Maša, canterei per te affinché un rovo di tenebra scordasse il suo pasto.

Maša rappresenta la Devozione e la Dedizione assolute. L’amore per Kostja, che ama Nina, che ama Trigorin – inespressiva struggente passione. Nero reticolato che inganna qualunque solitudine.
Sconosciuto, il suo involucro di carne e sangue si fa principio nullo, mentre il diniego materno verso il figlio, “anonimo di senso”, risulta addirittura insopportabile. Anche in questo caso, sin dall’inizio dell’opera, un altro protagonista del dramma affronta la Devozione amorosa in frantumi. Ed è tale da elargire una colpa.
L’aspetto che Maša realmente teme è la propria forza; quel sentimento di indipendenza che vorrebbe impegnare l’acqua alla terra per renderla fertile e feconda. Maša realizza di sé un triste ex-voto che le rammemora ossessivamente il mancato avvento del miracolo-desiderio: intimo copyright di una desublimata bellezza d’arte, opera incompiuta e tantomeno riconosciuta: quella dell’oggetto amato, lontanissimo da lei quanto Kostja lo è da se stesso.
E credo infatti che Maša, quando potrebbe alleggerirsi dalla morsa del dolore, preferisca invece restarne ingabbiata. La mistura esplosiva tra sogno annichilito e l’immaginarsi donna libera da ogni culto, dalla bramosia folle che l’accompagna e lo custodisce, prolunga all’infinito il rito silente del suo fallimento.
Lei, l’amata Maša, potrebbe ritrarsi così: «Io – non riesco ad appartenere / eppure ogni gesto m’appartiene.»¹ Anche il peggiore, mi sento di aggiungere.
In Maša albergano colpa ed espiazione, assunti “negativi” che lei, Madre, impronterà alla figlia. E come amante, amata dall’uomo giusto che lei invece offende come sbagliato (Medvedenko) – ciononostante portato all’altare – è cardine-colpa, forma-dolore consapevolmente inflitti ad un uomo mai bastante affettivamente.
Tornando alla sua sfortunata passione per Kostja, ella non riuscirà a scardinarne gli avvitamenti morali, a ridurre – citando Roland Barthes – «l’ingombro esagerato della devozione» verso quell’anelito, o smania  d’amore perduto.
Sono anche convinta, pensando a Nietzsche, che la sofferenza nell’amore raccolga in sé un’innocenza disvelata, un biancore di cui s’avvolge per atto difensivo: ed è nuovamente, sentenzierebbe Barthes, la “ripulsa della Colpa”.
Maša, dall’inizio alla fine del dramma, tenta affannosamente di padroneggiare infelicità e destino. Ma fallisce sempre, e questa è la sua doppia pena.

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