Tacito

Historiae, di Antonella Anedda

Antonella Anedda, Historiae, Einaudi, 2018; 11 €

“Polvere” è forse la parola-chiave di quest’opera, la pelle di questo libro. Polvere: povria nella lingua utilizzata da Anedda, di origine sarda. È una pelle, un rivestimento anche l’uso che di questa lingua lei fa, in entrata e in uscita di libro: è il necessario sostegno, per lei, per arrivare a dire qualcosa, per poterci dire qualcosa.
C’è una nota costante che lega tutto, una verità ricorrente: la morte, che è pronta per noi fin dalla nascita; presente da sempre, dicono i fisici, in uno spazio esatto. C’è lo sfiorarsi o l’intrecciarsi di mani dentro questa consapevolezza; c’è la figura della madre, soprattutto, che scompare, ritorna, e vaga: è una presenza, dentro la polvere del tempo («Lo sai la polvere non cade, ma si alza»). Particolarmente alta è qui l’attenzione della poesia, alto il grado di coscienza che scorre e si fa sentire tra le pagine.
Nel computo dei giorni, delle ore, troviamo di continuo il motivo tacitiano che rimanda al titolo: da notare è la ripetuta presenza del televisore, dello schermo, con l’incursione delle notizie nelle stanze della mente («La storia moltiplica i suoi spettri, li affolla»); notizie che entrano in casa, ci affiancano. E così, nel quotidiano si tengono storia personale e storia collettiva (con il patrocinio di Dante – altro elemento da notare – richiamato più volte in epigrafe).
Anedda risolve rapidamente, in poesia, l’annosa questione dell’io. Con un guizzo: «Vorrei disfarmi dell’io è la moda che prescrive la critica / ma la povertà è tale che possiedo solo un pronome […] Io con l’io mi nascondo / chiamando a raccolta quel che sappiamo:».
E cosa sappiamo? Che tutto ciò che è antenato c’insegue, da sempre, e ha la stessa essenza di ciò che oltre noi, marcati dalla finitudine, proseguirà. Eppure, ecco, ciascuno di noi, singolarmente, è chiamato a indicare di questo sapere la pronuncia esatta, secondo il filtro personale.
Mirabili sono, quindi nella sua scrittura, le vaste forze del sempre: la “geometria” («l’ala dei numeri che svetta su ciò che è smisurato») e la “letizia” («una pace inspiegabile»… «distante dalle stelle»… «che non chiede niente»). Forze che sono già qui attorno o sono solo intanto auspicate, ma in ogni caso presenti, sempre.
Letizia, in fondo – ci dice Anedda – è la forza della rinuncia. Restano all’orizzonte una calma livida, la fisica, l’osservazione, la contemplazione. Entro un’aria di vastità, come detto («L’incontro dei vivi con i morti è il nostro affresco. / Serve a rinunciare»: così in Contrasto, poesia della sezione finale, significativamente intitolata Futuro anteriore).
È una vastità, va detto, che si nutre felicemente della plasticità di molti suoi versi. Tanto che mi sembra in certi casi avvicinarsi alla poesia di Mario Benedetti. Leggiamo ad esempio Perlustrazione I, a pagina 43 (che fa il paio con l’altra, bellissima, Perlustrazione II). Lo splendore si concentra negli ultimi due versi, e l’ultimo in particolare, così forte, così perfetto:

Entro con mia madre nella morte. Lei ha paura.
Cerco nella mia filosofia qualcosa che ci aiuti,
parlo della cicuta e degli stoici,
dico la solita frase che quando noi ci siamo, lei,
la morte, scompare, ma non funziona
anzi cresce dentro di me il terrore.
Aspetta, le dico mentre dorme ora vado a guardare.
Perlustro la zona (sarà quella?)
solo per constatare che non c’è difesa,
che il suo spazio, quello che la fisica dice
sia presente fin da quando nasciamo,
è sguarnito di ogni compassione
e il tempo è davvero il buco che divora.
Allora mi stendo contro di lei dentro il suo letto.
Aspetto come smette il suo odore mentre muore.

Ricorda Amour, il film magistrale di Haneke, del 2012. Come ci si può stupire ancora della bellezza, di una poesia.

Cristiano Poletti

Gli amanti di Magritte

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Se fosse vivo, oggi, René Magritte come disegnerebbe Gli amanti? Come nelle due versioni del dipinto, sempre con un lenzuolo sulla testa intenti in un bacio o uno accanto all’altro, oppure come Admira e Bosko a Sarajevo, abbracciati e mano nella mano a terra, colpiti da un cecchino dei primi anni novanta?

Admira & Bosko

Ad ascoltare il secondo disco del partenopeo Roberto Giordi, intitolato appunto Gli amanti di Magritte, viene da pensare che li avrebbe dipinti divisi tra l’amore e la guerra, le due tematiche dell’album, le stesse che hanno conosciuto i due amanti della ex Jugoslavia, musulmana lei e serbo lui.

Dopo la buona prova d’esordio di Con il mio nome, Giordi pubblica per l’etichetta MareMosso un disco che continua il percorso tracciato con il primo lavoro e che si arricchisce di collaborazioni di tutto rilievo. Dai testi del fidato Alessandro Hellmann, alle musiche di Fabrizio Gatti e del catanese Rosario Di Bella (La via del deserto, C’era un prato e La musica è finita), dal missaggio di Gigi De Rienzo (produttore di Irene Grandi e bassista di Pino Daniele) al duetto con Ziad Trabelsi dell’Orchestra di Piazza Vittorio.

Il disco è una discesa a tutto tondo nei sentimenti della vita quotidiana, tra le rovine di un ipermercato e la gente chiusa in bolle d’aria (Baciami adesso), dove il cielo è per chi vola via (Tu appartieni a me).

La cover Era d’estate (di Sergio Endrigo) divide il lavoro in due parti, come si diceva prima, passando da racconti d’amore a racconti dal sapore di guerra. C’è spazio anche per un frammento di Tacito, musicato dallo stesso Giordi.

Gli amanti di Magritte è un disco ricercato nel quale si può trovare molto mondo arabo. La tracklist, Habibi jesce sole (una via di mezzo tra la canzone d’autore e la tradizione araba) e La via del deserto, cantata insieme a Yasemine Sannino, sono i valori aggiunti di un bel disco. Che si chiude con la versione strumentale de Gli amanti di Magritte, suonata dal jazzista Natalio Mangalavite.

E che mi fa pensare a quei due corpi stesi al sole per otto lunghi giorni sul ponte Vrbanja, per metà ancora caldi d’amore e per metà ancora divisi dalla guerra.

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