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Pietà – inedito di Piergiorgio Morgantini

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(foto di Alessandro Margnetti)

Un «poeta di Polonia» è chiamato a difesa di questo testo. Come se Piergiorgio Morgantini volesse stabilirne un orizzonte tanto ampio e profondo da darci sollievo, nonostante il peso specifico dell’enunciato. È un sollievo che accarezza tutta la poesia e ne abbraccia il senso. È Czesław Miłosz il maestro venuto in suo soccorso, in un rapimento di pensiero. Mutuato pensiero dunque, in grado davvero di farsi custode: ogni parola è un uomo, ogni poesia è una persona. C’è infatti “un lamento sopra il loro destino”, dice il poeta; la citazione di Miłosz è tratta dal libro Il cagnolino lungo la strada.
Bisogna sentirli, i volti, cos’hanno da dirci. Capire cosa sta lì dentro, lì dietro. Ecco: i mondi, che in parte i volti nascondono e in parte manifestano. Ognuno nel suo, ognuno in sé. E dall’interno di ciascun mondo, sempre, ogni volta, si alza e si rialza quel lamento. “Sopra il loro destino”, dice il poeta. Il loro? Il nostro: è lo stesso, di un uguale segno. Lo sappiamo per necessaria empatia, obbligata immedesimazione: come non capirli questi mondi se a parificarci c’è «il sole nuovo e lucido e sempre uguale»? Il sole, e lo scatto della visione: «Dice che lavorare dodici ore / (…)»: questa poesia entra in modo diretto nel pieno della materia di vita che è il lavoro, ed è un grande merito.
Viene dalla terra l’anima della poesia, è nella pelle del protagonista, è in questa pizzeria, entra in un coro di figure dentro un’attualità che morde: parla di una storia di immigrazione e di durezza; evoca un fondo di vita venuto così in superficie. Una lotta per la vita, aspra. La conosciamo da tanto: una lotta che strappa dalla terra, fa reinventare una casa, ci tiene stretti in un nodo di «presenza e mancanza sovrapposte». Ma per fortuna c’è quel sollievo, un lamento che può diventare canto. E vera partecipazione, immersa tra le forze fondanti della realtà, proprio come la pietà pretende. (Cristiano Poletti)

 

Dice che lavorare dodici ore
in alberghi dove la gente
del pollo preferiva le alette
era sempre meglio
che sentirsi la terra nelle pieghe della pelle
fin dentro le vene;
parla degli anni andati:
una folla di stelle e punte
e figli da tirare grandi
in una pizzeria, in un altro paese.
Lì in questo preciso istante
tra i tavolini e i pensionati del mattino
il sole nuovo e lucido e sempre uguale
saluta come quello della sua terra distante:
presenza e mancanza sovrapposte.
Poco lontano scivolano studenti sulle ali
verso un mestiere o un amore,
e sull’ultimo sorso di caffè
penso al poeta di Polonia
nella nona decade della sua vita:
se si potesse ricominciare da capo
se si potesse
ogni poesia -scriveva-
sarebbe il profilo di una persona
volti e figure sentiti dall’interno
un lamento sopra il loro destino.

 

Filippo Tuena – Quanto lunghi i tuoi secoli (Archeologia personale) – (due parole su)

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Filippo Tuena – Quanto lunghi i tuoi secoli (Archeologia personale) – ed. Pro Gigioni Italiano 

 

Ti dovevo questo, prima o poi. Per il molto che ti ho tolto e per quello che, pur togliendoti molto, ti ho consegnato vergine, pulito dalle scorie, dai rimorsi e dai ricatti affettivi. È con la memoria che cercherò di consegnarti la storia che ti precede . Consideralo una sorta di risarcimento, te ne renderai conto se non ora, col tempo. Quel che ne farai non è argomento di discussione. Con ogni probabilità non riuscirò a saperlo, il tempo non me lo concederà perché dovrò svanire anch’io perché tu abbia consapevolezza di quel che è accaduto. Pure ho qualche pensiero e rischio qualche azzardo. Azzardo relativo, perché ormai si lavora solo con le parole, occorre dirlo, assai meno feroci degli eventi. Non che manchino di forza ma ormai ho la consapevolezza che l’uso delle parole ha sempre qualcosa di consolatorio. Forse perché ogni libro che si scrive per essere una lettera d’amore dove si trovano giustificazioni per errori commessi, si sottovalutano le omissioni, si abbelliscono le circostanze. Ma quello che racconto è quel che mi è rimasto ed è questo quello che ti consegno. […]

Comincia così Quanto lunghi i tuoi secoli di Filippo Tuena, con una lettera a Cosimo, il figlio, dal titolo Senza destino. L’autore scrive al figlio e apre un varco nella memoria. E racconta, meravigliosamente. Le prime cento pagine, più o meno, rappresentano il vero viaggio nel passato. Le partenze alle origini di tutto, le foto che saltano fuori, vecchie lettere. I nonni, le case di Roma, la Svizzera, la guerra. Una galleria d’arte, gli studi, un bar che non c’è più. I viaggi. Questo, però, non è un diario, è un racconto vero e proprio. La memoria che si fa narrazione in splendide pagine, che si ricompone su carta.

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Fabio Pusterla – Cocci e frammenti

Fabio Pusterla – Cocci e Frammenti – alla chiara fonte editore (novembre 2011)

Un piccolo miracolo di carta: questo è quello che ho trovato nella cassetta della posta, stasera. Il piccolo miracolo arriva da una distanza relativamente breve: un’ora di macchina, più o meno, da casa mia. Da Lugano, è un regalo ed è un piccolissimo grande libro di poesia. Siccome è  un regalo facciamo finta che questa non sia una recensione. Il libro è in formato 10 x 10 (la collana si chiama proprio così), ben curato, bella carta, la grafica, i disegni.  Il nome della casa editrice è  “alla chiara fonte editore”, so che è piccola e so che lavora bene. So un’altra cosa che voi non sapete ancora, chi è l’autore del libro: Fabio Pusterla. Ebbene sì. Le poesie contenute in questo volumetto, dal titolo “Cocci e frammenti” sono quattordici e sono molto belle. “I dinosauri di plastica, i pastelli. La madre / sta sotto la veranda accanto al bimbo. / Impazzano cicale, luglio grida / l’odore di eucaliptus e vigneti. // Lontani i predatori. Ai miti sonni lieti.” Questa è la poesia che apre la breve raccolta, è un testo che sa di mare, come tutti gli altri. Il mare e una certa malinconia estiva pervadono questi quattordici testi di Pusterla. Un paesaggio forte, molto presente ma che spesso sa farsi contorno per lasciare spazio ai personaggi che lo animano. “Di cappelli e di teli ricoperto, /solenne incede sopra la battigia / come una carovana nel deserto. Ora si accoccola / sopra la sabbia, riordina la merce, /  strappa da una bottiglia un morso d’acqua / e resta lì, come in preghiera a guardare le onde / o le altre cose che vede in mare aperto / e forse anche più oltre. Poi di nuovo / riprende il suo viaggio tormentoso.” Un viaggio a volte dolce a volte aspro. In alcuni momenti Fabio Pusterla riesce a seccarti la gola, come quando manca l’acqua, anche se sei davanti al mare: “Ma riconosci anche il gelo improvviso, / la lama che spezza il filo tra i mondi,”. Dicevo all’inizio che questa non sarebbe stata una recensione e infatti non lo è. Sono contento stasera del mio piccolo miracolo di carta, di aver letto altre poesie di Pusterla, di sapere che poco lontano da qui, da qualche parte vicino a un lago, c’è un piccolo editore che sa che nel piccolo, a volte, risiede la grandezza.

Gianni Montieri