street cinema a proposito di padova

Street Cinema – A proposito di Padova di Isabella Carpesio

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Questa non è una recensione, ma è un atto d’amore che raccoglie alcune impressioni su una città che mi accoglie da un paio d’anni in un timido abbraccio, con grazia; e di questo voglio parlare, della grata innocenza che rivedo in un documentario che mi ha piacevolmente colpito. Partirò dall’intento programmatico dichiarato dall’autrice, Isabella Carpesio: «Osservare e riprendere la mia città come se non l’avessi mai vista prima, aspettando e seguendo gli eventi più tipici di Padova, le condizioni meteorologiche adatte, la luce migliore, anche quella opaca della nebbia». Street Cinema – A proposito di Padova non è un’opera sul territorio e non è soltanto lo spaccato di un luogo, ma è un piccolo capolavoro lirico perché aderisce a quella capacità di rendere eterna la quotidianità, di fare leggenda del reale in una sinfonia visiva che prosegua l’indagine sulla bellezza che è propria di tutte le epoche.
Carpesio fa “Street Photography” con il mezzo del cinema – che storicamente continua la fotografia – portando avanti un’indagine sul presente dipanata nell’ironia, nella tragedia, nell’imprevedibilità di ogni giorno, ampliando lo spettro di possibilità intrinseca di ‘dire’ del “reportage”, e che si realizza in un tempo “più presente” del presente. D’altronde catturare l’oggi in sequenza e frequenza (soprattutto) è ciò cui noi ci sottoponiamo non solo nella vita ma anche nella fruizione dell’informazione; lo facciamo con uno sguardo che è soggettivo ma che non necessita di rielaborazione, e in questo ha una sua peculiarità. Osserviamo e viviamo, recependo. Cosa differenzia questo dal diventare il potenziale sguardo di tutti, dal riuscire a parlare a molti quindi, e in questo nutrire continuamente la forza del suo “dirsi”? Molte cose. Ad esempio una, ed è quella di cui ha parlato Tiziano Scarpa in questi giorni su «Il primo amore», ossia la tutela dell’immaginazione della realtà individuale che è anche “selezione” e detto in termini scientifici e specialistici, è “montaggio”, e permette una scelta seconda dopo che gli occhi – che sono analogici e imprimono prima, abbiano già visto e registrato. Fermiamoci su questo potenziale dell’occhio che apre a molti punti, e che è la forza della fotografia portata nel cinema e qui vivissima: esso inizia con una fonte d’ispirazione ossia una mostra di foto di Giovanni Umicini, fiorentino naturalizzato padovano, che si è tenuta qualche anno fa da cui la regista trae l’idea per iniziare il suo progetto. Quello che ha tra le mani (o nella rètina) è un possibile insostituibile, artisticamente funzionale e mai fallimentare: l’occhio-tutto di Carpesio unisce infatti la casualità della ripresa e la credibilità della visione soggettivo/oggettiva, esplora i luoghi pubblici, le piazze e le strade, le scuole e le carceri, e osserva da vicino-lontano. Segue degli sconosciuti da tutti i punti d’osservazione, che diventano protagonisti inconsapevoli di un film sulla città che abitano. Carpesio non fa sì che questi si raccontino bensì che sia il suo sguardo-tutto a raccontare delle loro piccole-grandi azioni di tutti i giorni, sfocate o messe a fuoco, anche e soprattutto nel loro essere comuni: e così una passeggiata con l’ombrello o con la neve lungo il Bassanello o Piazza delle Erbe gremita nell’ora del mercato d’inverno, una lezione di danza, una festa di laurea con consueta lettura del papiro (diffusa in questo Nord), la processione in occasione della festa del patrono Sant’Antonio, i fuochi su Prato della Valle, si stampano nell’iride e lì restano, soggettivi, registrati, liberi di dirsi nell’immaginario individuale e selettivo.
La “città camminata” in molte forme, da molte persone e il richiamo continuo all’intersezione fra danza e vita che ritorna spesso e che mi ricordano un verso di Anna Toscano «perché io penso con i piedi», che aderisce completamente a questo film. E la musica infine, che giustifica la proprietà di “presente più presente” del cinema, nel suo essere collante-essenziale eppure evocativo a rimarcare la frequenza dell’immagine filmica. La musica qui è sostitutiva di una voce narrante, ed è musica che completa il senso del mutare della luce, fa da testo-non-testo alle scelte operate, molto fotografiche anche quando si parla di taglio e luce, legate al dominio dell’occhio. Musica che parla dunque, ed è originale, a cura di Claudio Sichel e Debora Petrina (che già citai in un vecchio pezzo su Le città invisibili di Calvino, e che potete ascoltare qua).
Il nostro mondo, che ci chiede di essere onnipresenti anche a noi stessi, sempre seguiti da uno sguardo meccanico da “grande fratello”, finalmente più spesso s’infrange e si spezza nel campo dell’arte, che ci fa riappropriare di significati che la realtà fagocita, di tutti quei gesti che fanno essere ognuno com’è, umano, perché come dicevo in un mio verso mutuando Aristotele: «Noi siamo quello che facciamo [ripetutamente. L’eccellenza, quindi, non è un’azione, ma un’abitudine]».

(c) Alessandra Trevisan

credits

“STREET CINEMA – A PROPOSITO DI PADOVA”
un film di Isabella Carpesio, prodotto da FilmArt Studio, con il contributo della Regione del Veneto
Durata: 50’
Produzione esecutiva: Barbara Manni e Annapaola Facco
Soggetto e regia: Isabella Carpesio
Fotografia: Nicola Pittarello – Giovanni Andreotta
Montaggio: Isabella Carpesio
Color correction: Francesco Mansutti
Musiche originali: Claudio Sichel – Debora Petrina
Una produzione FilmArt Studio – Padova

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