Storie di una vita. Trent’anni al Gazzettino

proSabato: Giovanni Comisso, Rimpianto del tempo

 

Sono decisamente un conservatore. È stata per me una gioia memorabile, ritornando a Londra dopo parecchi anni, vedere che alla Stazione Vittoria mi aspettavano gli stessi tassì di allora; e fu lo stesso a Parigi con i conducenti invecchiati ingrassati al volante, che parevano essersi conformati alle dimensioni della piccola cabina. Provai anche gioia nel constatare che i negozietti del Quartiere Latino non avevano affatto alterato le mostre di molti anni a dietro. Tanto quelli di arredi religiosi che quelli di mode non erano mutati. Sembra un assurdo che nella città della moda non cambiassero le linee dell’abbigliamento, ma viene come per il mare che muta di continuo, ma risulta sempre quello.
Invece la mia città mi dispera con il suo continuo mutare credendo di progredire. Non è possibile andare a cercare in una strada abituale un negozio, una bottega di artigiano che vi fu per lungo tempo. Un arrotino che si era abituati a trovare curvo sulla macchina nel suo antro semibuio, in capo a un ponte, si è trasferito in altra strada con maggiore disponibilità di macchine, di merci e di luminose attrazioni. Un vecchio che aggiustava tanto bene tutti gli apparecchi quando si guastavano e lasciava sulla porta un cartello, se era assente, nel quale avvertiva sarebbe tornato subito, è scomparso. Forse è morto, la sua bottega non esiste, più certo è scomparso, è uscito e non è più tornato e nessuno ha pensato a sostituirlo.
Una osteria placida per le sue luci è sparita, la padrona che aveva un sorriso gioviale nell’accogliere il cliente ha venduto tutto e vive oziosa assieme a una figlia che si è sposata. L’altro ieri ho avuto appunto l’occasione di rivederla e mi pareva venisse da una emigrazione lontana, tanto era mutata da quando appariva al banco contro lo scenario delle botti lucenti.
Un caffè ospitale, con belle poltroncine di velluto rosso per ragionarci tra amici quando si aveva voglia di conversare, è stato annullato del tutto è trasformato in un grande negozio di occhiali.
I caffè le pasticcerie della città, dove le signore si davano convegno nel pomeriggio per orientare il loro spirito di società, non esistono più. Tutti sono stati trasformati in bar all’americana, dove si entra per prendere qualcosa Rimanendo in piedi e per fuggire subito. Sembra che un’alluvione abbia rovistato ogni aspetto consueto e con le sue acque travolgenti con pantano e sassi abbia riplasmato tutto diverso.
Non è da paragonare questo mutamento a quello che può dare una rivoluzione, perché a Mosca, quindici anni dopo che la sua vita sociale era stata messa a soqquadro, si vedevano ancora sulle cuspidi del Cremlino le aquile imperiali dorate, e nella Piazza Rossa vi erano ancora le troiche che con i vetturini barbuti di un tempo, mentre un richiamo dipinto su una lastra di ferro, appeso al muro, crivellato dai proiettili rivoluzionari e dipinto olio, indicava ancora un negozio di busti per signora.
La precarietà nelle abitudini degli aspetti di una città dove si è costretti ad abitare mi dà tanto fastidio, perché ve ne è già troppa nel giro della vita. Io sono conservatore amo la stabilità che illude di essere immortali. Ogni abitudine è conservata allontana dal senso di morire e di mutarsi in cenere. È così bello, al sorgere di ogni giorno, vedere e si ripetono gli stessi fatti: alle otto intendere la voce del lattaio, alle dieci quella del postino, poi andare in città per gli acquisti necessari. Non è vero che la ripetizione nel tempo delle abitudini dia noia all’uomo. Il contadino, che è l’essere più naturale della terra, mi dimostrava, quando vivevo accanto alla sua casa, che riesciva ad avere sempre un nuovo entusiasmo al ripetersi uguale delle opere nel giro dei giorni e delle stagioni.
Quando per uno sciopero il postino non arriva o il tranvai non porta più in città, ci si conturba amaramente, perché si avverte che la vita si è tolta la maschera ed è apparso il suo volto veritiero che è quello tremendo della precarietà, nel suo cinico scorrere e mutarsi. Già troppo sappiamo di essere fragili e mutabili nella ruota del tempo, che il non trovare più lo stesso negozio allo stesso posto della stessa strada è come se fosse morto qualcuno della nostra casa o fossimo stati esiliati dalla nostra città natale. (altro…)

proSabato: Giovanni Comisso, Città di sogno

Nel 2019 si ricorda l’anniversario di Giovanni Comisso (1895-1969) a cinquant’anni dalla sua scomparsa, avvenuta il 21 gennaio. Come redazione pubblicheremo ogni mese alcuni suoi racconti, che ci accompagneranno nei sabati fino a fine anno, in attesa della ripubblicazione annunciata dell’opera omnia per La Nave di Teseo.
Partiamo oggi con un racconto pubblicato sul «Gazzettino», con cui iniziò a collaborare dal secondo dopoguerra, proseguendo fino alla sua morte.

Ero andato in una città di mare, distesa su un pendio montano. Mi sembrava una Genova più condensata, tra il porto e le sue mura, come nelle vecchie stampe. Avevo già vissuto divinamente felice in quella città, e mi trovavo a pensione presso una famiglia, con la mia vecchia cameriera. Era d’inverno e pareva che vi dovessi stare solo pochi giorni, quando arrivò mia madre, giovane ancora: indossava un vestito grigio chiaro, che le modellava i fianchi, e portava un cappello di paglia intrecciata dello stesso colore, a forma di triregno, con un velo che le copriva il volto le scendeva sulle spalle.
Subito andammo a colazione in una trattoria, sotto un ampio portico. Sì mangio assai bene e si decise di passare l’inverno in quella città, anche perché avevamo con noi la cameriera e nessun obbligo ci richiamava altrove. Finita la colazione, le dissi di aspettarmi, ché sarei ritornato subito. Il lavoro è fare alcune compere e mi chiede se volevo mangiare per la sera certe rape bianche che erano la sua passione. Pure avendo vissuto in quella città, non sapevo nei nomi delle strade, né quello della pensione dove alloggiavo.
Appena lasciata mia madre, subito mi spersi in una zona più alta della città, vicino a pendii coltivati a olivi, con strade di campagna che andavano verso la cima del monte. Quindi conobbi una casa che era di nostra proprietà, in parte rovinata dalla guerra con certi inquilini che non ci avevano mai pagato l’affitto. Aprii una porta e dissi che adesso ci avrebbero pagato, altrimenti li avremmo mandati via e si sarebbe andati noi ad abitare la nostra casa.
Vidi il vecchio portalettere, che mi riconobbe. Una vaga speranza di una vita migliore pareva mi venisse promessa. Poi presi a scendere e mi trovai in una specie di palestra: mi ritrovai un amico dal volto scavato e impallidito dalla vecchiezza ma mi assicurò che in quella città ci si divertiva.
Scesi ancora, per andare da mia madre che mi aspettava, e per vicoli quasi sotterranei una cattedrale sontuosa, tutta con mosaici d’oro splendenti e con opere di Cimabue a fondo nero. Vi si faceva una grande funzione, che vedevo come dall’alto di una loggia. La cattedrale era come scavata sotto la terra, anzi erano due chiese aggregate e inoltre vi era anche un edificio pubblico dove, in quel momento, si ricevevano alte personalità vestite di nero, con maglie aderenti al corpo come per gli acrobati. (altro…)