Storia

Letizia Leone, poesie da “Viola norimberga”

Le ballate di Schiller divennero le mie poesie dell’appello

[…] Quando il tempo è dolore non si può far nulla di meglio che farlo passare, e ogni poesia diventa una formula magica. […] Le ballate di Schiller divennero le mie poesie dell’appello; grazie a loro riuscivo a stare in piedi per ore senza svenire, perché c’era sempre un altro verso da recitare, e quando un verso non ti veniva in mente, potevi pensarci, anziché pensare alla tua debolezza. […]

(Primo Levi)

Un cubetto di ghiaccio del 1943. O per meglio dire:
un dado di gelo, urla, ciottoli con dentro l’alba che affiora,
l’insensata montagna di delitti.

Vai a sbattere sulla barriera glaciale della Storia.
Perfino la poesia diventa cera,
la poesia vera, che è un tappo per le orecchie.

Le ballate di cera di Schiller furono i tappi di Primo Levi,
Uno, due, tre molliche di silenzio fino ai timpani.

Senza suono la musica delicata della memoria.
Abbassa il volume di queste raffiche dell’appello.

Ancora tracce fresche
sui fondali immensi delle miniere del Male?

(p. 19)

 

*

 

Mi fermo.
Aspetto il buio.
Il sole ai piedi e le tenebrose lucertole.

Questa Storia
non si può scrivere a mezzogiorno.

Prigioniero ti rendo il bocciolo
Di mestizia.
Il calco bruciante della sua forma.

Il vapore potrebbe
condensare nelle tue iniziali
nelle vocali gonfiare.

Decifrare i Rotoli
Dell’elettrocardiografo.

Bisogna pregare, lo so.
Si può imparare.

(p. 29)

 

*

 

Erebo
Notte
La faccia blu.

Un cupido appesantito
Dalla faretra di cenere

Scocca le frecce della colpa
sullo scandalo
ebreo del tuo corpo.

Erebo
Notte
il sonno e il sasso
dei torturatori
sazi.

Eremo.
Notte ebrea
nell’erebo Nazista.

(p. 76)

Letizia Leone, Viola norimberga, Edizioni Progetto Cultura, Roma, 2018

 

Un libro dalla forza espressiva formidabile e dall’equilibrio non comune. La forma impeccabile fronteggia la materia, che sia bruta, ingiallita, cinerea, incandescente, tiene testa alla terrificante evocazione del male elevato a sistema così come alla stolida ripetizione della violenza. Il lavoro poetico, solido e consapevole, si fa carico del rischio altissimo di rendere l’indicibile senza precipitare nel retorico, senza scivolare nel patetico, senza lasciarsi avviluppare nel vago, senza schivare l’orrore con l’eufemismo. Questo è Viola norimberga di Letizia Leone. (Anna Maria Curci)

_____________________

Letizia Leone è nata a Roma, dove ha conseguito la laurea in Lettere e il perfezionamento in Linguistica. Ha pubblicato: Pochi centimetri di luce (2000), L’ora minerale (2004), Carte Sanitarie (2008), La disgrazia elementare (2011), Confetti sporchi (2013), Rose e detriti (2015). È redattrice della Rivista Internazionale “L’ombra delle parole” e della Rivista di poesia, critica e contemporaneistica “Il Mangiaparole”.

A tanta impresa inettissimi. La congiura de’ Pazzi, a cura di Emiliano Ventura

A tanta impresa inettissimi. La congiura de’ Pazzi secondo Angelo Poliziano e Niccolò Machiavelli – a cura di Emiliano Ventura, Collana Damnatio Memoriae, Arbor Sapientiae Editore, Roma 2018

Introduzione

Firenze 26 aprile 1478. Nella cattedrale di Santa Maria del Fiore vengono assaliti Lorenzo de’ Medici, signore della città, e suo fratello minore Giuliano; un attacco estremamente sanguinoso e violento. Giuliano viene ucciso, Lorenzo invece riesce a respingere i colpi degli assalitori e a salvarsi. In città seguono rappresaglie durissime. Vengono impiccati o decapitati quasi tutti i congiurati. La famiglia dei Pazzi viene quasi sterminata, mentre i Medici salvano e ampliano la propria influenza sulla scena politica della penisola italiana. L’evento violento e brutale è rimasto nella storia come La congiura dei Pazzi; sull’esempio di Sallustio è Poliziano a intitolare il suo commento con questa formula che ancora usiamo.
Il termine suggerisce che il complotto di assassinare i fratelli de’ Medici fosse limitato alla famiglia dei Pazzi, che per la nobiltà, le ricchezze e il parentado era considerata una delle famiglie più importanti della città.
Oltre ai Pazzi, furono  coinvolti il pontefice Sisto IV, il re di Napoli Alfonso II, il duca di Urbino Federigo da Montefeltro, l’arcivescovo di Pisa Francesco Salviati, un famoso umanista, un cardinale, un vescovo, qualche capitano e un gran numero di soldati mercenari.
Dopo il fallito tentato omicidio a scapito di Lorenzo, il pontefice e il re di Napoli dichiarano guerra a Lorenzo e Firenze, la guerra dura due anni ma alla fine Lorenzo è ancora a capo dello stato.
Non mancano le narrazioni dell’evento nella storiografia fiorentina. È molto breve il periodo che intercorre tra l’attacco del 26 aprile e le prime opere edite sulla congiura. I fiorentini inventano e creano canzoni e poesie sull’argomento. (altro…)

Carolina Carlone, poesie da “Variazioni nel clima”

Ore 13: presagi

Ancora un corpo

e una testa

riconsegna oggi il fiume

E ombre di fucili
la sabbia

Hanno già chiuso le porte
blindato gli avamposti
giurato vendetta e radar
ai molteplici infedeli
di questa Terra

Dicono che vi sia un traditore
che passa nella notte
tagliando gole

Per altri uno straniero
dal nome impronunciabile

che scuote il capo
come le orecchie

gli asini carichi di mosche

e cammina lungo la muraglia

che altri usa chiamare città

 

Gaza City

Ti ho chiesto,
in arabo
mi hai detto
del tuo lavoro a Gaza.

Con pietre, fango, conchiglie
i piccoli nella scuola
ricostruiscono
il muretto della recinzione

un fiume da cui sporgersi
sotto le bombe dei padri

(altro…)

Wilfried Owen, Il sogno del soldato

Cento anni fa, il 4 novembre 1918: il giorno che segna la fine della Grande Guerra per l’Italia è il giorno della morte del poeta Wilfried Owen sul fronte occidentale, durante l’attraversamento del canale di Sambre-Oise. Lo ricordiamo oggi con i suoi versi di Soldier’s Dream.

 

Il sogno del soldato

Sognai il buon Gesù che ostruiva degli obici i congegni,
E che durevolmente inceppava tutti gli otturatori,
E che con un sorriso deformava Mauser e Colt,
E ogni baionetta arrugginiva con le lacrime Sue.

E non c’erano più bombe, nostre o Loro,
Neanche un forcone, neanche un vecchio schioppo.
Ma Dio fu contrariato, pieni poteri conferì a Michele;
E quando mi svegliai lui aveva visto e provveduto.

 

Soldier’s Dream

I dreamed kind Jesus fouled the big-gun gears,
And caused a permanent stoppage in all bolts,
And buckled with a smile Mausers and Colts,
And rusted every bayonet with His tears.

And there were no more bombs, of ours or Theirs,
Not even an old flint-lock, not even a pikel.
But God was vexed, and gave all power to Michael,
And when I woke he’d seen to our repairs.

 

Wilfred Owen
(traduzione di Anna Maria Curci)

I poeti della domenica #274: Gianmario Lucini, Lettera da un Paese di morti

 

Lettera da un Paese di morti

Voglio concludere di notte
questo lungo viaggio dentro lʼuomo
perché nero è il suo colore e la madre
luna sua unica speranza
sepolta nel cuore di giaguaro.

Scrivo da un Paese Paradiso
spaccato in due dal cemento
segnato dallʼincuria e dal tormento
inflitto a ogni forma di bellezza;

qui dove lʼora suona con la campana e la sirena
e Dio eterizzato sʼaddormenta
dal fetore dei rifiuti a cielo aperto.

Di notte leviamo dai covili
un sordido rancore, dilaga
nel fosco di campagne stralunate
si mescola al veleno delle mafie
allʼarroganza dei forti e alle
legalizzate porcherie dʼun sistema
corrotto dai piedi alla cervice,
duro fino al cuore

e il mattino trova noi tutti un poco
più velenosi di ieri, più scontenti
noi che vogliamo tutto avere senza la fatica dellʼingegno,
maestri dellʼinsipido senza cultura,

noi che non sappiamo più la terra il murmure dellʼacqua,
il profumo del vento sullʼoceano dei prati
siamo un popolo che grufola indeciso nel suo passato e nel futuro
così che scorre il presente e ci ingolfa
in una dialettica improbabile
fra ciò che siamo e che dovremmo essere

e ride il mondo e ci sbeffeggia:
“ecco gli eredi del grande Rinascimento,
il popolo dʼartisti che vive in cicaleccio
mentre muore la sua grande storia
in una sabba di merda e di cemento
svenduto dai corrotti e dai ruffiani;

popolo di pezzenti e teatranti, di ricchi avidi e spietati
popolo indaffarato di scrocconi e lestofanti
piazzaioli imboniti e imbonitori
gente che tutto vuole senza nulla dare
pronta a prostituirsi per unʼesistenza
fatta di niente e “gratta e vinci”. (altro…)

Pasquale Vitagliano, Sodoma (Nota di Anna Maria Curci)

Pasquale Vitagliano, Sodoma, Castelvecchi 2017

Un ospedale in un paese nella provincia di Bari, i suoi splendori e le sue miserie seguiti nei decenni che vanno dalla fine degli anni Settanta ai giorni nostri, attraverso le vicende che legano i personaggi principali della storia qui narrata: Felicita, ostetrica, i suoi due figli Chiara e Vito e, significativo contraltare, Eleonora e Marco, uniti dal vincolo di un matrimonio inteso, con durata e solidità a piacimento e secondo le circostanze, come consorteria d’affari.
Propongo tre vie di accesso al libro: la prima è rappresentata dal titolo, la seconda dai luoghi nei quali sono ambientate le vicende narrate e intorno ai quali esse ruotano, la terza dall’alternarsi di ascese e declini di correnti, di gruppi di interesse, di comitati d’affare.
Quanto al titolo, l’autore fornisce a chi legge una chiave di interpretazione, anzi due. Mi spiego: da una parte – e qui il titolo Sodoma si fa esplicitamente contraltare al noto Gomorra, prima libro, poi film, poi serie televisiva con tanto di gruppi d’ascolto, fan e moltiplicarsi di stagioni – ci si riferisce al malcostume radicato, sia verbale sia fuori di metafora, di fregare l’altro, il concorrente, il contendente, di ‘farsi’ qualcun altro. Dall’altro, sempre all’interno del romanzo, Pasquale Vitagliano ripercorre la pagina biblica che narra l’episodio di Sodoma e spiega che la colpa di cui gli abitanti della città si macchiano è in realtà l’offesa, l’onta, l’oltraggio della inospitalità. Questo dettaglio, tra l’altro, offre l’opportunità al narratore di additare nella figura di Vito, nel suo gesto antico di accoglienza, uno dei pochi giusti – o forse il solo giusto – e, di schiudere con lui uno spiraglio di speranza.

Vito incontrò Naji e Mhain alla mensa della Caritas. Erano due fratelli fuggiti dalla Siria di Assad, il padre però, non il figlio. Quello del Bath, alleato di Saddam. Quello comunista, o che si professava tale. Siriani in giro allora non se ne vedevano affatto. […] Dormirono nella sede del partito per cinque notti. Rispettarono l’impegno preso e nessuno seppe mai di quella ospitalità personale e, allo stesso tempo, in un modo del tutto particolare, ideologica. Non lo seppe il segretario della sezione. Non lo seppero neppure quelli della Caritas. Almeno questa Sodoma, la Sodoma di Vito si merita di non essere distrutta. (pp. 38-40) (altro…)

Dalla biografia di Rudi Dutschke

 

Cinquanta anni fa, l’11 aprile 1968, l’attentato a Rudi Dutschke, leader del Movimento Studentesco Socialista (SDS, letteralmente “lega socialista tedesca degli studenti”), una settimana dopo l’assassinio di Martin Luther King, avvenne a un mese di distanza dagli scontri di Valle Giulia a Roma e un mese prima del maggio parigino. Le manifestazioni degli studenti in Germania e in altre città europee contro il ferimento di “Rudi il rosso” indicarono il mandante, chi aveva mosso la mano dell’attentatore Josef Bachmann, nella campagna di diffamazione a mezzo stampa orchestrata dalla casa editrice Springer. Rudi Dutschke sopravvisse all’attentato, ma morì nel 1979 per cause che a quell’attentato risalivano. Di seguito riporto, nella mia traduzione, le pagine relative all’11 aprile 1968, tratte dalla biografia di Rudi Dutschke scritta dalla moglie di lui, Gretchen. (Anna Maria Curci)

L’11 aprile 1968, giovedì santo, una settimana dopo l’assassinio di Martin Luther King negli Stati Uniti, Rudi Dutschke fu steso a terra, in mezzo alla strada e sotto gli occhi di tutti, dai colpi sparati da Josef Bachmann, un fanatico hitleriano aizzato dalla campagna di stampa del gruppo editoriale Springer. Con una certa sconsideratezza, Rudi aveva creduto di essere invulnerabile.
Malgrado fosse stato colpito al cervello e al volto, Rudi ebbe modo, in seguito, di serbare ricordi del tentato omicidio di cui era stato vittima: «Nell’aprile del 1968, aspettare sul Ku’damm rappresentava per me un certo rischio. Ma la furia della campagna diffamatoria era scemata già a marzo, e soprattutto dovevo uscire per andare a prendere qualcosa per Ho, nostro figlio allora neonato. Naturalmente in una situazione del genere ci si guarda intorno più volte, senza dare nell’occhio in misura significativa. Dopo 10-15 minuti che stavo seduto sul sellino della bicicletta qualcosa attirò la mia attenzione, un uomo era sceso da un auto che si era appena piazzata nella parte centrale del Ku’damm, quella destinata al parcheggio, di fronte all’ingresso della sede dell’SDS*; l’uomo si allontanava sempre di più dalla sua auto, restava nella striscia centrale, si avvicinava a me, senza che io capissi, che comprendessi che questa persona voleva mettere le mani proprio su di me, per uccidermi, per tentare di farlo. Dopo un tempo che durò da quattro a cinque minuti ci trovammo uno di fronte all’altro, tra di noi c’era soltanto la strada. Dopo che fu passata l’ultima ondata di automobili, attraversò la strada, mi passò accanto a una certa distanza con fare rilassato e dal marciapiede si rivolse direttamente a me, chiedendomi: “Lei è Rudi Dutschke?”, io dissi: “Sì”; cominciarono gli spari, io mi butto automaticamente su di lui, cominciano ad aprirsi gli spazi vuoti nel cervello sui minuti e sulle ore successivi, con brevi intervalli di istanti […]». – «Comunque, come mi fu confermato in seguito, il mio ultimo grido quell’11 aprile 1968 sopraggiunse, quando avevo già percorso circa 70 metri con le pallottole nella testa, sulla panchina davanti alla porta dell’SDS; nessuno, comprensibilmente, mi fece  più entrare: “Mamma, mamma”, dalla mia bocca non uscirono più altre parole.»**
Di presentimenti ne avevo avuti a sufficienza.
Era pomeriggio, stavo chiacchierando con Cano, amministratore del condominio dai Gollwitzer, dove all’epoca alloggiavamo in via provvisoria. Rudi era andato in bicicletta in città per comprare gocce per il naso per il piccolo Hosea, che aveva il raffreddore. Invece di cercare una farmacia lì vicino, si era recato in quella che si trovava accanto alla sede dell’SDS. Lì infatti voleva prendere del materiale su Praga per Stefan Aust. Quando arrivò, la farmacia era chiusa per la pausa pranzo e Rudi dovette aspettare.
Nel frattempo si presentò a casa nostra Stefan Aust. Voleva passare a prendere un articolo di Rudi sulla situazione nell’Unione Sovietica, destinato a “Konkret”. Come al solito, Rudi non lo aveva preparato per tempo. All’improvviso sentii un dolore lancinante all’addome. Faceva così male, che dovetti interrompere bruscamente la conversazione con Cano e Stefan. Poco dopo arrivò una telefonata. Uno sconosciuto mi chiedeva se Rudi era a casa. Non sospettando niente, dissi di no. Quello mormorò che qualcuno era stato steso a terra da colpi di pistola davanti alla sede dell’SDS sul Kurfürstendamm, che poteva trattarsi di Rudi. Mi spaventai. L’uomo disse: «No, no, mi dispiace, non sapevo che Lei non sapesse nulla. Forse non si trattava affatto di Rudi. Volevo soltanto sapere se lui era lì.» Riattaccò. Disperata afferrai il mio bambino, come se Hosea avesse potuto scongiurare lo spavento.

(da: Wir hatten ein barbarisches schönes Leben. Rudi Dutschke. Eine Biographie von Gretchen Dutschke, Kiepenheuer & Witsch, Köln 1996, pp. 197-198; traduzione di Anna Maria Curci).

 

* SDS è il Sozialistischer Deutscher Studentenbund, la lega socialista tedesca degli studenti.
** Rudi Dutschke al redattore della rivista “stern” Claus Lutterbeck, in un’intervista del 4 settembre 1977.

L’Italia di Gramsci: dal Rinascimento al Cesarismo

L’Italia di Gramsci: dal Rinascimento al Cesarismo

Nel volume dei Quaderni denominato Risorgimento, in continuità col De Sanctis, Gramsci chiarisce che il Rinascimento “disfece l’Italia e la condusse serva dello straniero”.  Al suo interno vi erano spinte progressive e regressive, ma queste ultime ebbero la meglio, mentre le prime proseguirono nell’Europa degli stati nazionali.
Bisognerà attendere il corso del ‘700, l’indebolimento papale, la rivoluzione francese, per riallacciare l’Italia alla storia d’Europa. È una soluzione nobile, coraggiosa, basata sui valori di indipendenza e unità, tuttavia spesso mossa da eccessiva astrattezza e comunque basata sul volontarismo più che sulla mobilitazione nazionale-popolare. Infatti, per Gramsci l’assenza del coinvolgimento delle masse rende il volontarismo uno strumento pericoloso, dagli sbocchi incerti. Il volontarismo è un “surrogato dell’intervento popolare”, (…) ma per costruire storia duratura non bastano i migliori, occorrono le più vaste e numerose energie nazionali-popolari”.
Ciò che il sardo auspica per l’Italia è il passaggio a un cosmopolitismo di stampo moderno, dove la nazione non serva ad appropriarsi dei frutti del lavoro altrui, a dominare gli altri, bensì a “esistere e svilupparsi”. Quello che tuttavia accade dopo Cavour è che la borghesia capitalistica e i latifondisti trovano in Crispi e Giolitti degli esecutori: “il Nord concretamente era una piovra che si arricchiva alle spese del Sud”, dirà Gramsci in un celebre passaggio dei Quaderni, “e il suo incremento economico-industriale era in rapporto diretto con l’impoverimento dell’economia e dell’agricoltura meridionale”.

In Note su Machiavelli poi, si fa strada la convinzione che, grazie al partito politico, le masse di contadini hanno l’occasione di entrare nella storia, è attraverso questo “moderno principe”, propugnatore della riforma intellettuale e morale, che si potrà sviluppare una forma “superiore e totale di civiltà moderna”. Questo passa per un cambiamento dei rapporti economici all’interno della società, e allo stesso tempo occorrerà acquisire quello spirito di partito in grado di ridimensionare l’individualismo in politica, affinché l’eliminazione delle classi comporti la stessa scomparsa dei partiti.
Certo, ricorda Gramsci, “in realtà è più facile formare un esercito che formare dei capitani”, e i partiti possono svolgere funzione progressiva, attraverso meccanismi democratici, ma anche arroccarsi in funzione burocraticamente centralizzata, così come la burocrazia statale può cristallizzarsi in casta e fomentare corruzione e dissoluzione morale: a quel punto però “il suo nome di partito politico è una pura metafora mitologica”. (altro…)

Anticipazioni: Simone Consorti, Le ore del terrore

È in uscita per la casa editrice L’arcolaio la raccolta di Simone Consorti Le ore del terrore. Pubblichiamo qui in anteprima la prefazione e una scelta di poesie. Buona lettura!

La poesia di Simone Consorti è poesia dotata di grammatica e di struttura rigorose nel gioco serissimo di rime e sberleffi, di citazioni e di osservazioni lasciate e lanciate, sassi nello stagno e sassi a memoria, con apparente noncuranza. È un tratto che unisce sapienza (e se non certo la sapienza dei libri sapienziali, senz’altro quella delle scritture smascherate e spogliate di intenti manipolatori e di controllo) e creatività.  Sapienza e creatività duettano anche in questa raccolta, spogliate, non francescanamente, ma con un understatement intenzionale e irridente, di qualsiasi retorica, e per questo ancora più incisive.
Sono testi nei quali Consorti fa conversare la “grammatica della fantasia” di Rodari con lo spiazzamento elevato a metodo di conoscenza, lo spiazzamento perseguito e realizzato magistralmente da autori svizzeri di lingua tedesca, Friedrich Dürrenmatt in primis, con il suo rovesciamento di miti, eroi e credenze – La morte della Pizia, Il Minotauro –, e, accanto a Dürrenmatt, Peter Bichsel e Hugo Loetscher, narratori sublimi di aneliti e piccoli tragicomici fraintendimenti quotidiani l’uno, esploratori dell’ignobile e ineludibile sostrato dell’esistenza –  si pensi a L’ispettore delle fogne – l’altro). Di Dürrenmatt e Loetscher, poi, va menzionata in questa cornice di familiarità anche la produzione in versi: penso, in particolare, a passaggi di Salmo svizzero dell’uno e alla poesia Abbraccio dell’altro, testi che possono essere letti in traduzione italiana nell’antologia pubblicata da Crocetti nel 2013 e curata da Annarosa Zweifel Azzone Cento anni di poesia nella Svizzera tedesca.
Simone Consorti opta per un dettato comprensibile, smussa le punte, o meglio cela asperità e rudezze di storie e luoghi dietro un fluire piano, senza tumulti, con la grazia immediata di un nursery rhyme. Solo che il suo rovesciamento in “Nursery Cryme”, per dirla con il titolo di un celebre album dei Genesis, attende al varco, dopo essersi appostato tra le pieghe dei singoli versi, per manifestarsi apertamente nella chiusa. Questa, a sua volta, invita a ripercorrere l’intero testo di ogni componimento, perché fa luce su ulteriori possibili sentieri interpretativi. È il caso, per fornire un esempio concreto, proprio della prima poesia della raccolta, Alla frontiera, che accoglie termini ricorrenti, lo specchio, il volto, lo schermo, la curiosità tanto morbosa quanto volatile e volubile degli altri, l’estraneità: «La guardia di frontiera/ ha detto che non sono io/ e che nemmeno mi assomiglio/ tanto meno mi potrei spacciare/ per mio padre o per mio figlio/ Mi intima di restare fermo/ e per convincermi/ mi mostra uno schermo/ che qui chiamano specchio/ Gli altri passano e mi guardano/ facendo di no con la testa/ Devo essere una brutta persona/ se sono l’unico che resta/ Mi studio di nuovo sul mio documento/ ma la guardia mi spiega che è vecchio/ e lo straccia/ fissandomi con la mia faccia».
Le tre sezioni che compongono la raccolta, la prima, Le ore del terrore, che dà il nome a tutto il volume, la seconda, Preghiere e bestemmie sincere, la terza, Spoon River Italia, sviluppano in continuità stile e struttura dei testi poetici di Consorti, ampliando lo spettro di temi e di punti di vista dai quali catturare un’immagine, un evento, un incontro. Catturare, cogliere un istante e da quello ricostituire significato: se il gesto iniziale può essere affiancato alla pratica fotografica, nella quale Consorti si distingue – basti pensare all’e-book Finestra d’Italia pubblicato sul sito LaRecherche.it -, quello successivo, ma non certo subordinato al primo, si volge alla costruzione del ‘sense’ anche attraverso l’apparente ‘nonsense’.  La pregnanza, non di rado l’originalità delle immagini è inserita all’interno di una costruzione che cresce e sposta man mano i suoi confini su più livelli, a partire dai piani fonologico e metrico; è una costruzione, altresì, che rinuncia a qualsiasi gruccia data dalla punteggiatura: in mancanza di segni di interpunzione, sono le maiuscole a evidenziare le pause del respiro. (altro…)

Ottavio Olita, L’oltraggio della sposa

Ottavio Olita, L’oltraggio della sposa, Città del Sole Edizioni 2016

Nel narrare con maestria e in maniera avvincente una vicenda realmente accaduta, un fatto di sangue e un processo che all’epoca fece tanto scalpore, da suscitare anche i versi di Giosuè Carducci (A proposito del processo Fadda, nel II Libro del volume Giambi ed epodi), Ottavio Olita tende sapientemente l’arco dei fatti, degli incontri, delle scoperte e delle percezioni attraverso i tempi e i luoghi e, allo stesso tempo, mostra fedeltà a una passione che nutre con la ricerca e lo studio dei documenti. Fedeltà e coerenza che possiamo seguire attraverso i suoi romanzi più recenti – Il faro degli inganni, Codice libellula e Anime rubate – e che in L’oltraggio della sposa si fa concreta dimostrazione della stoffa di narratore di colui che per molti anni ha esercitato con pazienza e rispetto per i fatti e le persone la professione di giornalista.
È possibile individuare tre sentieri seguiti con fedeltà e coerenza da Ottavio Olita nei suoi romanzi: la struttura a cornice, rappresentata spesso dalle indagini dei suoi ‘moschettieri’, qui il giornalista Nicola Auletta, alter ego dell’autore, e l’avvocato Giuliano Deffenu; la volontà di far luce, al di là di vulgate e di meri richiami scandalistici, su alcuni episodi che sono parte fondamentale della nostra storia, anche se proprio nei manuali di storia vengono raramente menzionati; una attenzione desta, che si esprime con sensibilità e profondità nel tocco narrativo, alla evoluzione psicologica – con tratti quasi da romanzo di formazione – di figure femminili.
In questo terzo sentiero sta un tratto peculiare del romanzo L’oltraggio della sposa. È infatti molto significativo il legame reale e quello spirituale tra le donne che appaiono ovvero che sono menzionate, tanto da indurre chi legge a pensare che ci sia una linea che leghi nei secoli Eleonora d’Arborea, Eleonora de Fonseca Pimentel, donna Maddalena Serra di Cassano (che nel romanzo è presentata come discendente di Gennaro dei duchi di Cassano, anch’egli, come Eleonora de Fonseca Pimentel, figura di primo piano  e ‘martire’ – entrambi salirono al patibolo il 20 agosto 1799 – della Repubblica Napoletana), Adele Mori (Raffaella Saraceni) e Simona Cerri, la ricercatrice. (altro…)

proSabato: Anna Seghers, La gita delle ragazze morte

«No, da molto più lontano. Dall’Europa». L’uomo mi guardò sorridendo, come se gli avessi risposto: «Dalla luna». Era il padrone della pulqueria all’uscita del villaggio. Si allontanò dal tavolo e, poggiato immobile alla parete, cominciò a studiarmi con lo sguardo come se cercasse tracce della mia fantastica provenienza. Di colpo anche a me parve una cosa fantastica che dall’Europa fossi andata a finire in Messico. Il villaggio, cinto come da palizzate di cactus a canne d’organo, sembrava una fortezza. Attraverso una breccia potevo spingere lo sguardo sui pendii bruno-grigiastri dei monti che, brulli e selvaggi come una montagna lunare, alla sola vista allontanavano qualunque sospetto di aver avuto mai a che fare con la vita. Due alberi del pepe ardevano sull’orlo di una forra completamente deserta. Anche questi alberi sembravano più in fiamme che in fiore. L’oste si era rannicchiato per terra sotto l’ombra enorme del suo cappello. Aveva smesso di osservarmi, non lo attiravano né il villaggio, né le montagne, fissava immoto l’unica cosa che gli presentava enigmi immensi e insolubili: il nulla assoluto.
Mi appoggiai alla parete nella sottile linea d’ombra. Era troppo precario e incerto il rifugio che avevo trovato in questo paese per essere chiamato salvezza. Avevo alle spalle mesi di malattia che mi aveva raggiunto qui, anche se i diversi pericoli della guerra non avevano potuto niente contro di me. Come succede talvolta, i tentativi di salvataggio degli amici avevano scongiurato i pericoli evidenti e provocato quelli nascosti. Anche se gli occhi mi bruciavano per il caldo e la stanchezza riuscivo a seguire il tratto della strada che dal villaggio portava nella natura selvaggia. La strada era così bianca che non appena chiudevo gli occhi sembrava incisa all’interno delle palpebre. Vedevo anche sull’orlo del precipizio l’angolo del muro bianco, che già mi si era impresso negli occhi dal tetto del mio alloggio nel grande villaggio situato più in alto, da cui ero discesa. Avevo chiesto subito del muro e del rancho o cos’altro mai fosse, con la sua unica luce calata giù dal cielo notturno, ma nessuno aveva saputo darmi ragguagli. Mi ero messa in cammino. Nonostante la debolezza e la stanchezza che mi costrinsero a prendere fiato già qui, dovevo scoprire da me cos’era quella casa. La curiosità oziosa era l’ultimo residuo rimasto della mia antica voglia di viaggiare, la spinta di una smania incessante. Non appena soddisfatta, sarei risalita subito al ricovero che mi era stato assegnato. La panca su cui mi riposavo era finora l’ultimo punto del mio viaggio, addirittura l’estremo punto occidentale in cui fossi mai giunta in terra. La voglia di imprese avventurose e fuori dal comune che una volta mi rendeva inquieta si era da tempo placata fino alla nausea. C’era solo un’unica impresa che ancora potesse spronarmi: tornare a casa.
Il rancho, come pure le montagne, era avvolto da una foschia luccicante, che non sapevo se fosse dovuta a pulviscolo di sole o alla mia stanchezza che annebbiava tutto, cosicché le cose vicine sembravano svanire e quelle lontane si facevano nitide come una fatamorgana. Mi alzai in piedi poiché la stanchezza mi era già diventata insopportabile e allora la caligine si diradò leggermente dinanzi ai miei occhi.
Attraversai il varco della palizzata di canne e poi girai intorno al cane che dormiva sulla strada, completamente immobile come un cadavere, le zampe distese, coperto di polvere. Si avvicinava la stagione delle piogge. Le radici scoperte di alberi brulli e contorti si abbarbicavano al pendio, sul punto di pietrificarsi. Il muro bianco si avvicinava sempre più. […]
Dietro il lungo muro bianco si coglieva un riflesso verde. Forse c’era una fontana o un ruscello che era stato deviato e irrigava più il rancho che non il villaggio. Eppure sembrava disabitato, con la casa bassa, priva di finestre dal lato della strada. Se non si trattava di un abbaglio, l’unica luce di ieri sera era stata probabilmente quella del custode. Il cancello, da tempo inutile e fradicio, era divelto dal portale d’ingresso. Eppure, nell’arco della porta rimanevano ancora visibile i resti di uno stemma dilavato da innumerevoli stagioni della pioggia. Mi sembrò di riconoscere i resti del blasone, così come le due conchiglie in pietra che lo racchiudevano. Varcai il portale vuoto. Con mio stupore adesso avvertivo dall’interno un cigolio leggero e regolare. Avanzai ancora di un passo. Ora potevo sentire l’odore della vegetazione nel giardino che si faceva sempre più fresca e viva man mano che posavo lo sguardo. Il cigolio divenne presto più netto e vidi tra i cespugli diventavano sempre più folti e rigogliosi il regolare andar su e giù di un dondolo o di un’altalena. A questo punto la mia curiosità si era destata e così attraversai di corsa la porta e mi diressi verso l’altalena. Nello stesso momento qualcuno chiamò: «Netty!»
Nessuno mi aveva più chiamato così dal tempo della scuola. Avevo imparato a rispondere a tutti i nomi buoni e cattivi con cui mi chiamavano amici e nemici, i nomi che in molti anni mi erano stati attribuiti per strada, in riunioni, feste, sistemazioni notturne, interrogatori di polizia, titoli di libri, articoli di giornali, verbali e passaporti. Mentre ero malata e priva di coscienza talvolta avevo sperato di sentire l’antico nome dei miei primi anni, ma era perduto il nome che mi ero illusa potesse rendermi di nuovo sana, giovane, felice, pronta a riprendere la vecchia vita, ormai irrimediabilmente svanita, con gli antichi compagni. A sentire il mio nome di allora afferrai sbigottita le trecce con tutte e due le mani, anche se in classe mi avevano sempre preso in giro per questo gesto. Mi meravigliai di potere afferrare le mie due grosse trecce: allora non me le avevano tagliate in ospedale!

(altro…)

Georges Simenon, La casa dei Krull

Georges Simenon, La casa dei Krull. Traduzione di Simona Mambrini, Adelphi 2017 (edizione originale 1939)

Senza Maigret, ma con tutta la carica della sua scrittura, La casa dei Krull di Georges Simenon è un romanzo ambientato nel 1933 in una cittadina francese, dinanzi a un porto. I Krull sono una famiglia tedesca. Non sono soltanto i ricordi brucianti della Grande Guerra, non sono soltanto i timori per un regime che ha appena preso il potere  – e già si parla di campi di concentramento – a marchiare progressivamente,  dallo strisciante sottofondo di emarginazione fino alla parossistica e violenta messa al bando, i Krull come stranieri, ostili, infidi, ma lo è soprattutto il permanente meccanismo che concentra sul forestiero, malamente o niente affatto integrato, nonostante la ‘naturalizzazione’, sullo straniero, che come tale è strano, il rigetto del diverso, come avverrà in Andorra di Max Frisch.
Chez Krull (questo il titolo originale), a casa dei Krull, arriva il cugino Hans Krull, allegro (ma fino a che punto?) Hochstapler (sorprendente che lo stesso cognome sia usato in seguito da Thomas Mann per il suo Bekenntnisse des Hochstaplers Felix Krull, Confessioni del cavaliere d’industria Felix Krull) e con l’evolversi incalzante della vicenda – il ritmo è reso ancora più spedito dalle anticipazioni del narratore – chi legge si trova a chiedersi chi sia più strano e straniero, Hans, il millantatore, o la famiglia dei Krull in Francia, ivi compreso l’opposto e pur ‘doppio’ cugino di Hans, Joseph. Di coppie di doppi ce ne sono altre in questa vicenda: la zia Maria Krull, impeccabile e coraggiosa matriarca, e l’ubriacona Pipi, la madre di Sidonie, la ragazza trovata violentata e uccisa per strangolamento (ché di un noir si tratta, comunque) e, ancora, il padre di Hans Krull, del quale apprendiamo solo alcuni dettagli che lo riguardano, e lo zio Cornelius, ieratico e silenzioso patriarca di tempi remoti, che vediamo, ma del cui passato neppure la moglie conosce pieghe e angoli nascosti.
L’estate incipiente non cancella fango, nebbie e minacciose oscurità, e allora ci ritroviamo anche nell’atmosfera di L’écluse N. 1 (un libro di Simenon, con Maigret, però, tradotto in italiano con il titolo Maigret e la chiusa n. 1). (altro…)