Storia ragionata degli anni ottanta

Ravaioli (quarta e ultima parte) – di Stefano Domenichini

parigi 2010 - foto gm

STORIA RAGIONATA DEGLI ANNI OTTANTA (quarta e ultima parte)

 

Don’t worry, be happy. E se hai nostalgia degli hippy, ci sono i party a tema. La y diventò di gran moda. Stava bene con tutto e metteva allegria. Hippy Happy ebbe un buon successo come marca di un bagnoschiuma rigenerante a base di spremuta di pompelmo. Il popolo dialogava con mantra natalizi: dove andray? Dove sey stato? Non say quanto tycapysco, anche yo adoro andare al caldo per Natale.

Anche il linguaggio si prese la sua fetta di libertà. Grammatica ed etimologia diventarono plasmabili. Parole tristi e menagrame ritrovarono nuove energie. Solidarietà, ad esempio. Diventò un concetto talmente sentito che non lo si voleva sprecare. Così si andava per le spicce. A una faccia nuova veniva domandato subito che auto aveva, per non correre il rischio di solidarizzare, tipo trovarselo a cena, con un sopravvissuto all’anno zero che viaggiava ancora a metano.

Con Ravaioli si andava sul sicuro. Aveva raggiunto la vetta più alta dell’immaginario collettivo contemporaneo, simbolo di imprendibilità e fascino: la targa Escursionisti Esteri (sigla EE). Aveva guardato dall’alto anche quelli targati Principato di Monaco o San Marino e discorreva alla pari con i diplomatici sul potere afrodisiaco dell’impunibilità.

Ora però aveva smesso di giocare alle macchinine. Era diventato Onorevole. La sua impunibilità era diventata una garanzia a difesa della democrazia.

Lui e il tipo in canotta erano partiti per la capitale con un programma preciso: restare a Roma pochi mesi, spaccare il sistema e tornare al nord da eroi.

Ravaioli, dopo cinque anni, ancora si godeva il sole di aprile a un tavolino difronte al Pantheon, con l’auto blu incastonata all’angolo di Via delle Colonnelle come un diamante ammirato da tutti. Il tipo in canotta era tornato a casa quasi subito, in un rigurgito di maleodorante coerenza mista a quella nostalgia che, a volte, azzoppa i centravanti brasiliani. Non trascorse molto tempo che il tipo in canotta telefonò a Ravaioli per dire che era pentito, che non si divertiva più a girare i bar del varesotto, che la gente era diventata aggressiva, gli chiedevano in continuazione di mandar via i negher, ma a lui di mandar via i negher non importava niente, non avrebbe neanche saputo da dove cominciare, a lui interessava solo tornare a Roma, che dopo aver ravanato un po’ di donne a Roma, le contadinotte della Brianza gli mettevano tristezza con quell’odore di scantinato umido che avevano e poi gli serviva uno stipendio che i figli crescevano con lo sguardo un po’troppo ebete per essere solo questione di adolescenza e a casa avevano scoperto che non faceva il medico, che non era neanche laureato.

E Ravaioli lo aiutò, perché nel frattempo aveva conosciuto il Perdente e se ne era innamorato. Non ebbe il minimo dubbio fin dal primo momento che lo vide: quell’uomo impersonava l’essere perfetto immaginato dalla sua mente quando, da visionario, aveva concepito il nuovo mondo.

Il Perdente sembrava l’imitazione di un calzone farcito preparata per gioco dal figlio di un pizzaiolo. Era volgare, chiassoso e ignorante come una marmitta forata. Quando voleva comunicare con qualcuno, lo incantonava e gli raccontava barzellette. Ma era enormemente ricco e aveva tutti ai suoi piedi. Viveva in un perenne trionfo sancito da scribi e donne prezzolati, da colonnati d’oro e vulcani telecomandati, da cantanti e attori falliti tra nasi da aquila e casevianello, da tutoni sintetici raggomitolati su divani in attesa del perizoma e del bicipite unto. Seminava privilegi, schiavitù dorate e assegni di sostentamento. Le barzellette non gli bastavano più. Cominciò a lanciare peti nauseabondi e a godere dei milioni di persone che accorrevano per essere visti mentre annusavano. C’erano Presidenti del Senato e della Camera, c’erano ex lottatori armati delle prime linee in lotta continua, don mariani, ominicchi, pigliainculo e quaquaraquà, tutti metalli vili tramutati in oro dal Perdente. Il Perdente era il bancomat illimitato che tutti avevano sognato dopo che Ravaioli aveva cambiato il mondo. Il Perdente aveva vinto, e questo è tutto.

Ravaioli lo capì subito: il Perdente era fatto dell’antimateria che aveva prevalso nel Big Bang da cui tutto era ripartito negli anni ottanta. Il Perdente era il filo del telefono attraverso il quale Ravaioli raccontò l’esaltazione per la sua serata in Sardegna. Era la Vanda e Laprisca. Era il geghegé. Era la banca dove ti senti come a casa tua. Era il carpe diem, l’amnistia perenne. Era la pubblicità ininterrotta. Era l’Offerta Pubblica d’Acquisto. Era quello che è bella anche Stefania Craxi, era la laurea per diritto. Era il Geografo Junior e il Gattologo. Era la pancia che parlava. Era la mattanza di polvere e seta. Era la fuga dei cervelli. Era il culo sodo e senza cellulite. Era il vigore sessuale. Era il bigottismo morbido delle grandi aspettative. Era quello che ce l’ha duro. Era la Confederazione Elvetica. Era una pizzeria di Caronno Pertusella. Era Eros Zaffaroni. Era quello che si fidava di sé stesso solo perché era ricco.

Il Perdente diventò il bosone che accentrava le particelle rivoluzionarie: gli costava un botto, ma finalmente gli anni ottanta diventavano un sistema. Qualunque sciocchezza, nefandezza o sopruso veniva lanciato a volo d’angelo dal palco e il pubblico lo afferrava entusiasta e lo innalzava a simbolo di libertà. L’assuefazione alla ricchezza potenziale attraversava veloce la tangenziale del buon senso, verso l’orgia infinita, poco più in là, a un passo, seducente e irraggiungibile.

Le cose erano state rimesse in ordine. Ciascuno aveva il suo posto, la mafia, gli stilisti, l’opposizione. Anche i detrattori stavano bene: quelli che la domenica sera predicavano il tempo che fa, i giornalisti in esilio a Parigi, i comici che rendono scherzosa la rabbia. Tutta gente pulita e ben profumata, ammorbidenti che ciondolavano come pendole, rumori di fondo, metronomi della democrazia.

Ravaioli aveva smesso di contare. La sua ricchezza erano i tacchini che guardavano verso il cielo con le bocche spalancate a raccogliere la manna finanziata dal loro futuro. Ravaioli sentiva che prima o poi sarebbero affogati, ma non si preoccupava più di tanto: ormai era fatta, erano geneticamente modificati e anche con la gola strozzata non avrebbero più rinunciato alla festa mobile, al tuttocompreso, al charter, al sonounalucertolaestobenesoloalsole.

Avere un inno con un giro armonico semplice. Incontrarsi eleganti a Piazza San Babila in favore di telecamere. Acclamare un uomo issato su un predellino. Non rendersi più conto che quell’uomo è la parte di sé stessi che ha perso. E sentirsi al sicuro, che Lee Oswald e GavriloPrincip non ci sono, sono a palazzo a falsificare bilanci e a truccare i conti, in odore di bonus e incentivi, nell’anarchia in grisaglia del tutto tranne le regole.

Fu così che Ravaioli, un sabato sera di primavera, si trovò seduto accanto a Tronchetti Provera nella tribuna VIP dello stadio gremito per la stracittadina. Tronchetti si era alzato per salutarlo. Ravaioli pensò alla Vanda, alla notte in cui fecero l’amore tre volte, unilateralmente eccitati dall’incontro con quell’uomo che ora gli stringeva la mano. Per un meccanismo di associazione mentale che lo accompagnava da tutta la vita pensò anche a Laprisca. Sentì una nostalgia che lo imbarazzò. Come se rimpiangesse le sfacchinate con i cataloghi patinati dei cancelli automatici. Si concentrò sul fatto che la Vanda aveva quasi trent’anni in più. Aveva aperto una music life beach nei lidi ravennati. Ravaioli aveva sistemato anche Laprisca: le aveva fatto avere una concessione per acque minerali che lei faceva amministrare al marito, mentre soggiornava per lunghi periodi in posti dove la luce solare esaltava le rotondità dei pettorali dei giovani indigeni.

Ravaioli si sedette. Gli parve di aver riacquistato la serenità, ma non riusciva a seguire la lettura delle formazioni perché Tronchetti Provera lo incalzava con un’OPA ostile che non si capiva da chi e quando dovesse essere lanciata. No, proprio non riusciva a trovare la concentrazione, né sulla partita, né su quell’uomo che lo importunava con i target e le convenienze.

Allora decise di estraniarsi, di lasciare andare i pensieri. In un attimo rivide una valigia sul letto e lui e la Vanda che preparavano i bagagli per la vacanza.

[fine]

(c) Stefano Domenichini

 

 

Qui puoi scaricare il pdf dell’articolo

Ravaioli (terza parte) – di Stefano Domenichini

berlin 2010 -foto gm

 

STORIA RAGIONATA DEGLI ANNI OTTANTA (terza parte)

 

C’erano una volta due paesini. Erano talmente vicini che uno dei due leggeva l’ora sul campanile dell’altro. Gli abitanti del paesello orologizzato non ci dormivano la notte. Un sopruso bello e buono. E che cazzo, se lo facessero da soli il loro quadrante. Prima di diventare matti davvero, decisero di togliere l’orologio dal campanile. E lo fecero. La terapia funzionò. Un orgoglio allegro tornò a scorrere per le vie del borgo. E siccome una cura azzeccata è un bendidio glassato, i paeselli non si fermarono, fino ad avere ciascuno il suo ente di protezione del presepe tradizionale, il suo aeroporto e la sua Università.

Basta ascoltare la pancia, e i problemi si risolvono [la pancia era diventata la piazza, tra il cardine e il decumano; tutto si svolgeva lì, a pochi centimetri dal fico ruminale e dal foro boario. Tutti si convinsero che era comodo parlare e ascoltare con la pancia, che è un po’ come masturbarsi un orecchio o masticare con l’incavo posteriore del ginocchio. Chi sapeva parlare alle pance fu eretto a genio della comunicazione].

Ogni campanile un’Università (con i baroni, i dottorandi, i baretti, le feste) e tutte le Università in competizione tra loro per tirar su più studenti possibile. La richiesta non mancava. Orde di diplomati agognavano la laurea. Si trattava solo di attirarli. Nacquero così offerte formative interessantissime e di ampie prospettive. Ad esempio, potevi diventare Geografo Junior con una bella laurea in Scienze Geografiche. Oppure ti graduavi in Scienze Statistiche per Decisioni e da lì aprivi una partita IVA e ti mettevi a fatturare a tutti quelli che ti chiamavano perché erano in giro, gli scappava e non sapevano dove farla (in alternativa, potevi optare per un call center 892424: pronto sono Luciano, come posso servirla?).

Molti prediligevano offerte più orientate al sociale, come la laurea in Scienze dell’Allevamento, Igiene e Benessere del Gatto e del Cane o in Scienze del Fiore e del Verde. Ne uscivano gasatissimi, con piglio da luminari, per accorgersi che gli unici sbocchi professionali erano da infermiere presso veterinari dai modi spicci o da commessi nelle serre ai bordi della statale.

Fior di laureati abbandonati dalle istituzioni, ecco come si sentivano, con tutti i sacrifici che mammamiadammicentolire e l’angelo custode del sangiovannibosco che ci aiuta anche quando non ne abbiamo bisogno e poi io con che faccia ci torno a casa se faccio da commesso al fiorista miliardario che però dice sempre che gli manca la sua zappa? Così partivano. Andavano a Londra, Parigi, New York e si mettevano a fare lavori che qui si cospargevano di bialcol solo a sentirli nominare; camerieri, gelatai, portapacchi motorizzati e si facevano strada, aprivano ristoranti, catene di lavanderie, ecoinquinatori a energia immobile, ma quando transitavano in patria, di passaggio, avevano sempre una lacrimuccia per quella cultura da gattologi che nessuno aveva saputo valorizzare.

Nacquero così i cervelli in fuga e, quasi contemporaneamente, arrivarono i marziani.

A Ravaioli, lì per lì, i marziani non è che diedero troppo da fare. Certo, non erano come nei fumetti e nei telefilm del suo immaginario infantile, ma il fatto che non mangiassero pantegane vive o non gli uscissero dalla pancia parassiti xenoformi non lo deluse più di tanto. Strani, a dire il vero, un po’ lo erano. I primi marziani si addensavano ai semafori con un secchio e uno spazzolone. Stavano sempre lì.

Ciò che inquietava Ravaioli era il loro sguardo. Era vuoto, imbambolato; non davano mai una soddisfazione. Una sera che aveva bevuto, all’incrocio tra la Filippetti e la Ripamonti, Ravaioli provò a dare cinquantamila lire a un tipo secco che strofinava di mancino. Niente. Non guardò neanche, prese su e sparì. E vabbè che sei alieno, pensò Ravaioli, ma cazzo, ti ho mollato la cinquanta e non dici neanche grazie? Si aspettava, non dico che si prostrasse, ma almeno che lo invitasse a cena per fargli conoscere la famiglia. E invece niente, nanca un plissé.

Poi arrivarono i neri, e a quel punto lì non si poteva più fare esperimenti: bisognava schierarsi. I neri hanno questa cosa qui: è secoli e secoli che vanno dappertutto a far irritare i bianchi che, applicando rigide regole della zootecnia, si considerano razza superiore. Sembra lo facciano apposta, i neri, a farsi trovare ovunque.

Un conto è andare a vederli in Kenya o in Giamaica, provare il loro vigore sessuale, un conto è scovarli apposta, di notte, in qualche zona fiera, per vedere se è vero che hanno culi sodi e senza cellulite, ma ritrovarseli intorno mentre si portano a scuola i bambini beh, è francamente una seccatura. L’imbarazzo rischiava di scalfire la compattezza della rivoluzione basata su grandi aspettative e, pertanto, impossibilitata a occuparsi di dettagli. Per asfaltare il futuro, non ci si poteva distrarre. L’ideale era lasciarsi trasportare dal soffice bigottismo che caratterizza le epoche di espansione: tutti fanno tutto, ma si schierano contro chi lo fa.

Ravaioli fiutò l’aria e decise: entrò in politica.

Cominciò a finanziare un tipo che gli aveva presentato un cliente. Era uno che la mattina era di poche parole; dopo colazione diceva solo due cose: “Sono un medico. Vado a lavorare”. Uscito di casa, dimenticava subito gli studi interrotti di medicina e gli veniva la logorrea; si metteva in canotta e cominciava a girare i bar del varesotto. In poco tempo diventò un’attrazione. Alle nove e trenta era già ciucco, ma non quel ciucco che ti fa diventare meditativo e, a volte malinconico no, lui esaltava gli avventori che entravano e uscivano con concetti chiari e semplici tipo: “se ce l’ho duro io, potete averlo duro anche voi”.

Verso le quattordici e trenta cominciava a parlare della Svizzera a cui voleva annettersi, lui, il bar dove si trovava e tutti quelli che gli offrivano un altro giro. Fino a che gli arrivò una raccomandata dall’avvocato Armbruster di Berna che lo diffidava, per conto della Confederazione Elvetica, a fare uso del nome della sua assistita durante i quotidiani sproloqui. Ravaioli cominciò a frequentarlo assiduamente, anche perché il tipo, oltre a tirare su un sacco di contadinotte fresche e disponibili, aveva fondato un partito che doveva liberare il popolo dai partiti.

Ravaioli trovava la cosa facile ed entusiasmante. Le platee erano piene di gente che aveva munto tutto il giorno od otturato denti in bocche devastate o scaricato frutta dai camioncini e aveva, di conseguenza, poca voglia di ragionare. Niente contraddittorio. Bastava andare lì e dargli adrenalina sotto forma di giuramenti, duri e puri e tasse da eliminare.

Una sera si trovarono in una pizzeria di Caronno Pertusella per provare delle ampolle che dovevano servire per un rito al Dio Po. Senonché decisero di testarle con una grappa di Chardonnay. All’uscita Ravaioli era dritto il giusto. Gli era anche presa male, aveva lo stomaco in fiamme. C’era buio, freddo e l’acidità bruciava la sua proverbiale sicurezza. Gli si fece sotto un tizio che prima era dentro il locale, guardava, ma si teneva in disparte. Si chiamava Eros Zaffaroni, figlio di partigiano, lavorava come magazziniere in una ditta farmaceutica della zona. Sbarrò la strada a Ravaioli, lo fissò e disse:

–          Lo sa lei che ci ha su un orologio che costa più del mio stipendio annuale?

Ravaioli si sentì improvvisamente solo. Essendo un entusiasta, pensò che un pugno allo stomaco forse gli avrebbe fatto bene alla digestione.

–          No, guardi, si sbaglia, è stato un regalo, cioè non è mio…

Zaffaroni lo interruppe. Fece una smorfia che poteva anche  essere un sorriso, e disse:

–          No, guardi lei. Non mi fraintenda, il mio è un complimento. Mi fido di lei che ha avuto successo. La voterò sicuramente.

Ravaioli capì che era fatta. Si andava a Roma.

***

[fine parte terza]

 

STORIA RAGIONATA DEGLI ANNI OTTANTA _ prima parte

STORIA RAGIONATA DEGLI ANNI OTTANTA _ seconda parte

 

Ravaioli (seconda parte) di Stefano Domenichini

biennale 2010 - foto gm

 

STORIA RAGIONATA DEGLI ANNI OTTANTA (seconda parte)

 

Se i pesci restassero a letto, quelli che si alzano presto non tirerebbero su niente.

La rivoluzione non ammetteva stanchezza. Crollarono verticalmente i mercati dell’intorpidimento: Black Bombay, Brown Sugar, Skuff vennero lasciate ai fenotipi di scarto, derive genetiche non in grado di adattarsi alla nuova realtà sociale.

Solo energizzanti, a volume alto, polvere bianca e colori, la notte degli spot interrotti dalla pubblicità, tutto quello di cui hai assolutamente bisogno, l’onda lunga, la lista per entrare, l’identità in una lista, conoscere l’uomo della lista, organizzare la lista.

Albe di pesci arzilli, determinati, rifocillati di credito e biglietti omaggio con consumazione. Ma non poteva bastare.

Il mutuo, il prestito, lo scoperto sono come scale a piedi di un vecchio palazzo, mancano di carisma. L’accelerazione impetuosa degli eventi scaturiti dall’intuizione che ebbe Ravaioli Maurizio una sera d’estate in un bar della Sardegna aveva bisogno di un ascensore. Bisognava incanalare l’energia rivoluzionaria in un progetto più grintoso che esaltasse la superficie del pianeta finanziario, che si basasse essenzialmente sull’immagine del rapporto, dissimulando una volta per tutte il grigiore delle contabili, delle distinte e dei piani di rientro.

Fu così che presero i pesci e li portarono in Borsa. Si quotavano tutti, tranne i pesci. Però i pesci potevano diventare azionisti. Un bel salto, provate a dire di no. Ravaioli cambiò il mondo per aver visto Tronchetti Provera seduto nel tavolino accanto al suo, ora i milioni di suoi epigoni potevano dire: sono socio di Tronchetti Provera. Di più: potevano andare alle assemblee, non più meriggi sonnacchiosi in attesa del rinfresco, ma eventi. Palazzetti, teatri, stadi. I pesci-azionisti non avrebbero rinunciato ad andarci per niente al mondo. Potevano arrivare a spostare il matrimonio dei figli, ad abdicare al primo posto della lista del trapianto. Non ci capivano niente, non c’entravano niente, ma erano lì. Impassibili a spinte, code, parcheggi lontani; tutti gli indizi che un tempo li avrebbero fatti sentire fuori luogo non esistevano più, sbriciolati nella luce dell’attimo che li rendeva presenti. Un mondo impressionista, con l’ordine del giorno ben visibile nella mano.

La nuova finanza scintillante, creativa e, soprattutto, alla portata di tutti rese anche il mondo più sicuro: borseggiatori con le mani non abbastanza svelte oltrepassarono la linea d’ombra della malavita e si rinchiusero nei recinti rispettati delle fluttuazioni. Tutti contrattavano. Studenti, impiegati, magazzinieri, uomini e donne con le sporte di plastica della spesa, tutti assisi davanti alle vetrine delle banche a seguire l’andamento dei mercati sui monitor. Sciami di Sal Paradise e Dean Moriartyon the road si spostavano febbrili da una sala borsa all’altra, si telefonavano concitati per commentare gli indici MIB che scorrevano sul televideo; non si sporcavano più le mani con carburatori esausti, ma con l’inchiostro letale de il Sole 24ore.

Ravaioli Maurizio, che ve lo dico a fare, era già avanti. Si era separato dalla Vanda e aveva smesso di fare il rappresentante. Si era scrollato di dosso già da un po’ la tirannia dello stipendio fisso, l’adrenalina intermittente della provvigione. I soldi veri sono una favola, pensò e dunque non devono esistere: meno esistono e più sei ricco. Aveva lampi così, da predestinato. Salì sul carro della nuova finanza prima ancora che finissero di montare le ruote. Basò la sua escalation su un concetto filosofico, lui che si era addormentato leggendo un libro di NantasSalvalaggio, l’unico che gli fosse mai passato tra le mani.

Il concetto era semplice: convinco la gente che i soldi possono accadere, che sono lì, a un passo, la faccio sentire ricca. Aprì una società che aveva come oggetto sociale “la predisposizione di progetti di espansione delle sale operative in applicazione del trading system sui derivati”. Sostanzialmente una trasposizione giuridica della roulette russa con la geniale aggiunta di un riferimento immobiliare (le sale operative) che, si sa, il mattone dà sempre sicurezza. Fu un successo. Gli aumenti di capitale si susseguivano come gli orgasmi delle partner di John Holmes e sempre nuovi progetti venivano posizionati e contrattati al Terzo Mercato.

Assurse anche all’onore delle cronache perché Ravaioli ebbe l’idea di organizzare un evento mensile denominato “Trading after hours – Passate una serata in Borsa”, un mix seducente di balli, incontri, euforia e sottoscrizioni di operazioni ad alto rischio.

Ravaioli si ritagliò un ruolo da consulente e dopo un anno aveva messo da parte il primo miliardo. Si era anche laureato. Con una spericolata operazione di covered warrant esotici (sulla quale aveva strappato informazioni riservate all’assistente di un market maker, assidua frequentatrice delle serate evento, depravata ma molto elegante, e che a Ravaioli ricordava tanto Laprisca) aveva fatto guadagnare in un botto duecento milioni di lire alla figlia del Rettore di un’università di provincia.

Certo, poteva tenerseli lui. Certo, la signorina sembrava un guardrail ammaccato (erano anni così, di grande ottimismo, qualcuno trovava bella anche Stefania Craxi), ma la laurea era un tassello fondamentale. La società edonistica non ne poteva prescindere, questione di giustizia sociale. Il principio era sacrosanto: se si laurea quello lì, perché non mi dovrei laureare io?

Il trionfo dell’egualitarismo. Persino i bolscevichi più integralisti si mangiavano le mani: come abbiamo fatto a non arrivarci noi? Majakovskij fece il diavolo a quattro per tornare sulla terra: finalmente il comunismo era realizzato fino in fondo.

Il problema era che lo statalismo dell’epoca passata che ormai sapeva di brodo e umidità aveva da sempre limitato il numero delle facoltà. Escludendo a priori quelle difficili, era inevitabile che tutti si laureassero in legge. Città di centomila abitanti si trovarono di colpo con duemila avvocati. C’erano avvocati ovunque. Dopo un po’ cominciavi  a trovarli esposti, di domenica, nei mercatini di piazza. Te ne portavi a casa uno per due lire. Potevi farne una lampada o tenerne tre in macchina se dovevi andare in città staliniste che favorivano il car-pooling.

La situazione rischiava di diventare imbarazzante. Si profilavano scenari apocalittici, tipo previsioni di cumuli di biglietti da visita ammassati nelle cassette postali e sui coni vulcanici dei cassonetti con l’antipatico rischio di oscurare i viscidi e oleosi depliant delle offerte tre per due, santini della munificenza distributiva e delle occasioni da non perdere.

L’antidoto del numero chiuso veniva proposto, peraltro con toni sommessi e non troppo convinti, dagli stessi che vent’anni prima avevano contestato l’accesso classista al sapere accademico. A queste istanze si contrapponevano le urla indignate di coloro i quali avevano sempre difeso i privilegi e le distanze e ora erano avvinti dal liberismo del pezzo di carta che rendeva tutti meritevoli, tutti uguali e rendeva plausibile far accomodare prima quelli che conosci.

Il camino si era ribaltato. Un po’ come se la Normandia fosse sbarcata in una caserma americana o il giavellotto avesse lanciato l’atleta ben oltre il suo personale.

Erano rimaste, per la verità, anche delle eccellenze. Qualche testa calda che si avventurava, per caso, a una mostra e trovava poi il coraggio di parlare in pubblico di questa sua esperienza: veniva nominato assessore alla cultura o, nei casi esteticamente meno dotati, soprintendente.

Perché residuava nell’inconscio rivoluzionario il bisogno di avere una  coscienza critica, un contrappeso, possibilmente alto, bello e con il ciuffo che, di tanto in tanto, infrangesse l’edonismo compatto. Un esempio fu un certo Vittorio Dispetti, successivamente ribattezzato Professore, che verso le cinque di mattina di un giorno di febbraio, al Bar Magenta di Milano, dopo una nottata in cui non tutto era stato tagliato come si doveva, proruppe nella celebre frase: “L’esistenzialismo non giustifica, di per sé, il fuoristrada”. Divenne una  specie di guru, bramato dalle donne e dai locali alla moda, in un crescendo che lo portò al ruolo di ospite fisso nel talk show della seconda serata.

Detto ciò, il problema delle università restava. Fu risolto aggrappandosi a uno dei grandi valori su cui si basava la nazione: il campanilismo.

[fine seconda parte]

(c) Stefano Domenichini

la prima parte Qui

Ravaioli (prima parte) di Stefano Domenichini

parigi 2010 - foto gm

STORIA RAGIONATA DEGLI ANNI OTTANTA

Un uomo rientrò in albergo in uno stato di euforia adolescenziale. Aveva visto Tronchetti Provera. Da quella notte il mondo non fu più lo stesso.

L’uomo fece l’amore tre volte con la moglie, ma lo stesso non riuscì a prendere sonno. Sentiva l’urgenza di fare ben altra cosa, ma doveva attendere la mattina dopo. Di buon ora telefonò a tutti i parenti, amici e  colleghi per raccontare che aveva trascorso la sera precedente in un bar e che nel tavolino accanto al suo c’era seduto Tronchetti Provera.

L’uomo si chiamava Ravaioli Maurizio, perito industriale, agente di commercio per una ditta di cancelli automatici del basso Veneto. Tronchetti Provera aveva da poco divorziato da Letizia RittatoreVonwiller ed era sposato con Cecilia Pirelli. Di lì a qualche anno si sarebbe innamorato di Afef Jinfen. Ravaioli aveva una moglie di nome Vanda (senza la vu doppia) e, da circa tre anni, una storia di sesso con un’impiegata dell’amministrazione che si chiamava Prisca (detta Laprisca). Nei suoi pellegrinaggi di commesso viaggiatore raccoglieva tutte le opportunità; l’ultima, in senso cronologico, era stata la cameriera di una pizzeria di Bozzolo che aveva detto di chiamarsi Cinzia.

Ravaioli non era però un semplice venditore di cancelli automatici. Aveva le stigmate del visionario. Nonostante l’evidenza che anche recintando, con annessi telecomandi, tutto il Veneto, l’Emilia Romagna, le Marche, giù giù fino al Molise compreso, anche piazzando cancelli elettrici a tutti i semafori e persino nel mare, all’altezza delle boe, non sarebbe riuscito a uscire dalla sua dimensione di ordinario messaggero di cataloghi patinati, l’uomo ebbe l’intuizione: non bisogna aspettare di diventare ricchi, si può far finta di esserlo.

Questa percezione che di lì a poco avrebbe cambiato il mondo lo colse sull’A4, mentre transitava all’altezza del casello di Montebello, direzione casa (l’autoradio stava girando 2060 Italian Graffiati di Ivan Cattaneo, album appena uscito che, da allora, divenne per Ravaioli, e probabilmente per il mondo intero, il simbolo di quell’attimo che spaccò la storia). Percorse gli ultimi quaranta chilometri in piena estasi, spalancò la porta e disse alla Vanda che adesso basta, basta con i quindici giorni al Lido di Spina (lui la raggiungeva nel fine settimana per riposarsi dalle fatiche cui lo sottoponeva Laprisca, molto focosa a luglio) e i quindici giorni a Pinzolo: quell’anno sarebbero andati in Sardegna.

Ecco come fu che Ravaioli Maurizio e la Vanda si trovarono in un bar della Costa Smeralda nel tavolino accanto a quello in cui Tronchetti Provera aveva ordinato un succo di pomodoro condito che, peraltro, non degnò di un assaggio (la moglie Cecilia non c’era, ospite negli States di amici del padre Leopoldo).

Mentre riportava l’accaduto al telefono, Ravaioli si sentiva pieno, completo, straripante di vita, ascoltava le sue parole sicure, limpide e percepiva, in tempo reale, che il suo racconto lo definiva ai suoi occhi e  a quelli degli altri e che fluiva come un messaggio provvidenziale.

La voce si sparse in un attimo. Diventò un fiume in piena. Masse di impiegati, operai, intellettuali, studenti che erano usciti confusi e repressi dagli anni settanta sentirono che su di loro si posava il brivido sublime che tocca solo gli eletti: la rivoluzione era finalmente arrivata.

Una rivoluzione non preannunciata, non dibattuta, improvvisa, ancora più eccitante: tutti avevano il diritto di sentirsi ricchi, anche solo per un attimo. E Ravaioli aveva insegnato la strada, la via diretta alla rivoluzione: bastava andare nei posti giusti.

Il rubinetto dell’euforia non si poteva più chiudere, né chiedere al cambiamento di frenare, anche solo rallentare. Era un’ideologia finalmente semplice, orizzontale, una smania contagiosa, un’epidemia di occasioni.

L’unico problema potevano essere i soldi. Per andare nei posti giusti ce ne vogliono, non è che si può mollare Populonia, Silvi Marina o Sottoguda Roccapietore e trasferirsi a Cortina, Portofino o Punta Ala senza farci due conti.

Ma si sa, le rivoluzioni riescono solo se i poteri finanziari decidono di cavalcarle. E così fu. A tutti i rivoluzionari che si presentavano agli sportelli di banca con il loro modesto ma solido 740, venivano accordati fidi, castelletti, mutui, leasing, benefondi e calorose strette di mano. La ricchezza era diventata virtuale (gli interessi no, ma chi lo diceva era vecchio e anche un po’ comunista).

Qualche coniuge più riflessivo (o solo con la pressione bassa) si azzardava a osservare che “con quei soldi ci potremmo comprare una casa”, ma veniva subito travolto e zittito dal catechismo rivoluzionario: basta con la solidità del sacrificio e basta con i pegni sul futuro. La vita è adesso.

L’aspetto culturale apparve subito del tutto marginale nella rivoluzione in corso.

I dibattiti, i cineforum, le assemblee, gli approfondimenti del precedente decennio avevano lasciato una moltitudine di orfani confusi e malvestiti che ora sentivano una voce finalmente unica, un’idea compatta e monolitica che chiedeva solo di essere seguita ritmando l’a-e i-o u-ypsilonlalala.

Nonostante ciò, vennero riscoperti alcuni principi classici, santificati in quanto buoni per ogni trasgressione, per ogni violenza perpetrata nei confronti del pensiero e della misura.

“Del diman non v’è certezza” si sentiva profondere in un cozzare di gin tonic nelle discoteche che nascevano come archi trionfali (e ogni volta era la più grande d’Europa) e ancora di più quel “carpe diem” che sapeva tanto di amnistia perenne (mentre Orazio si dissociava – rinunciando per sempre a spiegare i vantaggi dell’essere mortali – e Alceo ritirava la denuncia di plagio).

E non finì lì.

************

(c) Stefano Domenichini