storia contemporanea

La volante rossa

volante rossa

Ci sono storie che per quanto lontane nel tempo e a volte volutamente dimenticate suscitano, se riportate all’attenzione dei lettori, curiosità e inquietudine. È il caso della Volante Rossa guidata da Giulio Paggio, il “tenente Alvaro” della 118° Brigata Garibaldi, formazione di ex partigiani e operai formatasi nell’immediato dopoguerra a Milano, per la precisione a Lambrate, periferia est, nella ex Casa del Fascio, diventata Casa del Popolo a via Conte Rosso.
La storia della Volante Rossa, di Alvaro, di Balilla, di Otello, di Lino e degli altri che parteciparono a questa tragica avventura è ricostruita con attenzione e rigore storiografico dall’omonima opera scritta da Fausto Rondinelli e Carlo Guerriero (Datanews, 1996) corredata anche da un’interessante appendice fotografica. Il libro, che con impianto da romanzo giallo fa iniziare la narrazione dalla fine, ossia da i due “omicidi del taxi” avvenuti entrambi il 27 gennaio 1949, ricostruisce, con dovizia di informazioni, ricavate dalla stampa e dalla pubblicistica dell’epoca, non solo la storia della Volante ma anche la macrostoria in cui essa si inserisce. In particolare, il contesto dell’Italia, soprattutto del nord, all’indomani del 25 aprile, le aspettative dei partigiani, le lotte operaie, il complesso rapporto con il Pci e le istituzioni del ricostruendo stato italiano, nonché gli scontri con le rinascenti formazioni fasciste. Nel libro grande spazio è dato al processo che seguì gli ultimi omicidi attribuiti alla Volante, attraverso gli atti processuali vengono, non solo ricostruiti i fatti, ma anche messe in evidenza le forzature compiute dai giudici nei confronti degli imputati pur di giungere a una condanna, di chi aveva commesso gli omicidi, ma anche dell’intera formazione politica.
“Solo gli strateghi da caffè possono pensare che sia stato facile dire ai partigiani, dopo quella guerra atroce, quel cumulo di rovine, quelle torture: adesso tornate a casa e buttate via le armi che avete conquistato rischiando la vita”. In queste parole di Pietro Ingrao è riassunto il senso della vicenda della Volante rossa e con essa di altre formazioni che agirono in quegli anni. Per loro la guerra non era finita o meglio non aveva raggiunto il suo vero scopo: la rivoluzione e la presa del potere da parte degli operai e dei proletari guidati dal Pci; per questo motivo molti di essi non deposero le armi, ma continuarono a compiere azioni di rappresaglia e di vendetta contro ex fascisti o persone che si erano compromesse con la Repubblica Sociale, cercando di organizzare il malcontento nelle fabbriche per il ritorno dei vecchi padroni o per il peggioramento delle condizioni di vita dell’immediato dopoguerra.
Il pregio maggiore del libro è che attraverso un punto di vista ben preciso, partecipe ma critico, analizza l’intera vicenda senza reticenze, cercando, sin dove i documenti storici e l’irreperibilità di molti dei protagonisti (alcuni di essi riparati nei paesi dell’Est) hanno permesso, di ricostruire un pezzo della storia dell’Italia del dopoguerra, volutamente dimenticato per la sua spinosità e irriducibilità alla storia ufficiale del paese. E anche di aver fatto giustizia di giudizi affrettati o dovuti all’opportunità politica del momento che individuavano la formazione di Lambrate come mero esempio negativo, rifiutandone così la complessità, e addirittura come precursore delle Brigate Rosse.
In ultimo, proprio per i loro risvolti controversi, le azioni della Volante rossa non sono solo una vicenda storica, ma hanno in sé anche un sottofondo epico e leggendario, come colgono bene gli autori: “il ricordo della formazione di ex partigiani milanesi era destinato a riaffiorare ogni volta che mobilitazioni antifasciste ed operaie tornavano a far salire la tensione nelle aree industriali del nord: segno evidente che il valore, anche leggendario, che quella lontana esperienza di lotta aveva assunto non era stato affatto intaccato né dalle strumentalizzazioni né dalla rimozione operata nei suoi confronti da parte del Pci”. E’ questo fascino ambiguo che rende tali eventi un piccolo neo nel conformismo storico, un punto d’attrito dove la presunta linearità della storia s’incaglia ed è costretta a tornare sui propri passi per confrontarsi con ciò che, nonostante tutto, non può e non vuole essere dimenticato.

Francesco Filia

Articolo pubblicato il 19 aprile 2008 sul sito Nellocchiodelpavone

Nel frattempo, dal 1996 ad oggi, con l’apertura di molti archivi, gli studi sull’argomento si sono succeduti. Di seguito ne diamo un elenco essenziale:

  • Cesare Bermani, La Volante Rossa (estate 1945-febbraio 1949), su Primo Maggio, aprile 1977
  • Cesare Bermani, Storia e mito della Volante rossa. Prefazione di Giorgio Galli, Nuove Edizioni Internazionali, pp. 160, 1997
  • Carlo Guerriero e Fausto Rondinelli, La volante rossa, 1996
  • G. Fasanella e G. Pellegrino, La guerra civile, Rizzoli, 2005
  • Massimo Recchioni, Ultimi fuochi di Resistenza – Storia di un combattente della Volante Rossa, prefazione di Cesare Bermani, Derive Approdi, 2009
  • Massimo Recchioni, Il Tenente Alvaro, la Volante Rossa e i rifugiati politici italiani in Cecoslovacchia, Derive Approdi, 2011
  • Enzo Antonio Cicchino e Roberto Olivo, Correva l’anno della vendetta, Mursia, 2013
  • Pier Mario Fasanotti e Valeria Gandus, Mambo italiano, tre lustri di fatti e misfatti, Marco Tropea editore, 2000
  • Francesco Trento, La guerra non era finita. I partigiani della Volante Rossa, Editori Laterza, 2014
  • Massimiliano Griner, La pupilla del Duce, Edizioni Bollati Boringhieri, Torino, 2004

IL COMANDANTE EVARISTO

Nestor Cerpa Cartolini

Si faceva chiamare Evaristo, ma il suo vero nome era Nestor, Nestor Cerpa Cartolini, per esser precisi. Non è passato molto tempo dalla sua morte, solo quattordici anni. Il comandante Evaristo fu ucciso insieme ai suoi compagni il 22 Aprile del 1997 da unità speciali del governo peruviano. Con un gruppo di fidati compagni, il 17 dicembre 1996, alle 20,25 ora locale, il combattente del Movimento Rivoluzionario Tupac Amaru, MRTA, assaltò la residenza dell’ambasciatore giapponese a Lima durante una sontuosa festa affollata di personalità locali ed internazionali: politici, diplomatici accreditati in Perù, militari, imprenditori. Lo scopo dell’azione fu sintetizzato nel loro primo comunicato:

La direzione nazionale del Movimento Rivoluzionario Tupac Amaru si rivolge al popolo peruviano per rendere noto che il giorno martedì 17 dicembre alle ore 20,25 la Unità delle Forze Speciali “Edgard Sanchez” della nostra organizzazione, ha occupato militarmente la residenza dell’ambasciatore del Giappone e ha preso come prigionieri diverse personalità politiche, imprenditoriali e membri del corpo diplomatico accreditati in Perù.

Abbiamo denominato questa operazione: ” Oscar Torre Condesu ” con la parola d’ordine “rompendo il silenzio, il popolo li vuole liberi”, questa operazione e’ incaricata dal comandante dell’MRTA HEMIGIDIO HUERTA LOAIZA. Rendiamo noto che dall’occupazione militare della residenza dell’ambasciatore giapponese in Perù si sono prese tutte le precauzioni del caso per rispettare l’integrità fisica e morale delle personalità catturate. Quest’occupazione militare è stata realizzata come protesta per l’ingerenza del governo Giapponese nella vita politica del nostro paese, avallando in tutti i momenti i metodi di violazione dei diritti umani applicati dal governo del signor Fujimori, cosi come la sua politica economica che ha prodotto miseria e fame per la maggioranza del popolo peruviano.

Riaffermiamo che ci siamo trovati costretti a queste misure estreme per preservare la vita di decine di militanti e dirigenti della nostra organizzazione che sono prigionieri in condizioni inumane e sottoposti ad una politica carceraria che cerca il loro annichilimento fisico e mentale, rinchiusi in veri e proprie “carceri tombe ” cosi come confermato dal sig. Alberto Fujimori con le seguenti parole: ” là imputridiranno e usciranno solo morti “, mostrando una persecuzione irrazionale contro coloro che lottano e che si sono alzati in armi lottando per il benessere del nostro popolo.

In questo senso riaffermiamo il totale rispetto dell’integrità fisica delle personalità catturate e che verranno liberati solamente quando il governo acconsentirà alle seguenti richieste:

1) Impegno a cambiare direzione della politica economica verso un modello volto al benessere di tutti.

2) La liberazione di tutti i prigionieri appartenenti all’MRTA e accusati di appartenere alla nostra organizzazione.

3) Trasferimento del commando intervenuto nella residenza dell’ambasciatore giapponese insieme con tutti i compagni prigionieri dell’MRTA verso la selva centrale. Come garanti sarà inclusa parte delle personalità catturate e una volta nella zona guerrigliera saranno liberati.

4) Pagamento di una tassa di guerra.

L’MRTA e’ stata sempre una organizzazione disposta a proposte di dialogo incontrando però solamente il rifiuto e l’inganno del governo. Deve essere chiaro a tutti che qualsiasi soluzione militare che ponga in pericolo di vita le personalità catturate sarà di assoluta responsabilità del governo, così come qualsiasi altro comportamento cui ci costringa il governo se non accetterà le nostre proposte.

Nestor non era un terrorista, non avrebbe mai torto un capello a nessuno, e infatti non lo fece. E nessuno degli ostaggi liberati dichiarò di aver mai avuto paura di lui, paura di essere ucciso. I combattenti del MRTA rispettavano la vita. Non si poteva dire altrettanto di “ El chino”, il presidente del Perù Alberto Fujimori. Dietro suo ordine il commando di “Tupamaros” fu trucidato praticamente a sangue freddo, come testimoniarono alcuni degli ostaggi che assistettero al massacro. Le feroci teste di cuoio spararono su alcuni membri del commando che avevano deposto le armi e avevano le braccia alzate, mentre altri miracolosamente sopravvissuti furono trucidati poco più tardi ed i loro corpi massacrati.

Erano le 15,30 del 22 aprile. Ha squillato il mio cellulare, era il comandante Cerpa Cartolini: “L’assalto all’ambasciata è cominciato. Ci uccideranno tutti, fratello. Moriamo per il Perù e per l’America latina”

“Quando a Lima erano le 15,30 del 22 aprile, meno di un giorno fa, ero all’aeroporto di Monaco di Baviera e ha suonato il mio cellulare. Era Nestor Cerpa Cartolini, ovvero il comandante Evaristo, che mi chiamava. Qualcuno, un giornalista tedesco forse, gli aveva dato il mio numero e gli aveva fatto sapere che ero disponibile a fare parte di uno scudo umano per interporsi fra i sequestratori dell’Mrta, che da 126 giorni occupavano la residenza dell’ambasciatore giapponese a Lima, e la follia di Fujimori, un discendente di giapponesi che, per quanto ci costi riconoscerlo, rappresenta la peggior spazzatura giunta su un continente che ha sempre accolto bene gli emigranti.”

Luis Sepùlveda

 

Il presidente Fujimori e la polizia ingannarono le famiglie dei guerriglieri uccisi e non permisero a nessuno dei familiari di vedere i corpi martoriati. Le salme furono seppellite in gran segreto in cimiteri periferici, lontano dagli occhi dei peruviani per i quali avevano combattuto. Solo alla zia di Nestor, sorella della madre, fu concesso di vedere e ricomporre la salma del nipote. Lei raccontò di aver rinvenuto chiari segni di strangolamento e che il viso era spappolato da trentuno colpi di arma da fuoco. Il comandante Evaristo fu seppellito anch’egli come i suoi compagni e le autorità proibirono a chiunque di visitare la sua tomba. La madre di Nestor Cerpa Cartolini non vedeva suo figlio dal 1984, data in cui il guerrigliero decise di entrare in clandestinità. Insieme alla sorella di Nestor furono costrette dopo quella data a riparare in Francia, a Nantes. Lei, e sua figlia dopo di lei, stanno ancora chiedendo giustizia.