Stephen King

Io e I Langolieri (una storia d’amore)

“Quattro dopo mezzanotte”, la raccolta da cui è tratto il racconto I Langolieri

Non mi ricordo più per quale follia, ma mi ritrovai a comprare un biglietto dell’autobus per il mio ritorno da Firenze, dove avevo tenuto una presentazione, per Roma. Un biglietto dell’autobus, non del treno. Questo voleva dire non percorrere il Tirreno, ma salire fino a Bologna e da lì riattraversare gli Appenini fino alla Capitale. Follia, per questo non riesco a ricordarne il motivo. Ricordo solo che chiesi all’agenzia di viaggio due cose: la garanzia di un bagno in autobus, e la certezza di potermi fermare a fumare almeno una volta.
Ringrazio il cielo per questa follia, perché mi ha permesso di finire I Langolieri in un’atmosfera di viaggio ininterrotta, senza mai un ritorno a casa, dai tavolini risicati di un bar attorno al giardino di Boboli lungo il tragitto pazzo di un autobus che da Firenze risale a Bologna e che mi vede, con buona pace dell’autista, con le ginocchia al petto e una merendina in bocca tutta presa, rapita e trasognata, tra le pagine di un libro di King.
E solo King poteva chiamare racconto e non romanzo una narrazione di più di duecento pagine, e solo King poteva fare racconto e non romanzo di duecento pagine e passa, ognuna di loro perfettamente aderente, mai divagazione ma sempre necessità, incollata al nucleo pulsante della costruzione come carta moschicida. Perché I Langolieri parla di dieci persone, dei loro passati e presenti e può darsi futuri, nella cabina asfittica di un aereo come nell’ambiente di un aeroporto deserto, e ci permette di avere con loro dieci la confidenza e la familiarità che si ha con un amico. I Langolieri parla, soprattutto, della nostalgia e del rimpianto e del tempo che ci scorre attraverso, e lo fa proprio guardando in faccia quel tempo e non permettendogli di essere né individuale né nostalgico, ma bestialmente pronto a divorarci non appena sentiamo di averlo trascorso, di averlo perduto. (altro…)

Il video di ‘Il regno’ dei Kleinkief con un’intervista a LeStraniere

È uscito da circa un mese il videoclip de Il regno, brano tratto dall’ultimo disco della band veneta Kleinkief (già recensito qui). Dopo un’anteprima su «SentireAscoltare» la videomaker Camilla Martini-LeStraniere racconta il suo lavoro e si racconta sul nostro blog.

*

“Il regno” è un lavoro che apre almeno a due considerazioni: la prima è la collaborazione con una band che fa parte del panorama italiano da molti anni: i Kleinkief; la seconda è la tua “prima volta” nel mondo del videoclip. Ti chiederei di raccontarci com’è avvenuta questa reciproca scelta nonché quella del brano su cui hai lavorato.

Per amicizie comuni e prossimità geografica ho incrociato i Kleinkief più e più volte nel corso degli anni. La prima cosa che ho pensato, vedendoli sul palco, è che Thomas, il cantante, fosse un attore e performer eccezionale e la seconda è che doveva essere il MIO attore assolutamente. Ho iniziato a pensare a un cortometraggio con lui come protagonista. Nel frattempo la band stava lavorando all’album Fukushima. In quegli stessi mesi mia sorella, dottoranda in geografia culturale all’Università di Groningen, mi proponeva di lavorare insieme a un documentario sul Giappone post-tsunami, nello specifico sulla regione del Tohoku, dove si trova Fukushima e dove il disastro ha colpito nel 2011. Ne ho parlato con Thomas e da questa coincidenza di immagini e suggestioni è nata la decisione di lavorare insieme per un videoclip che fosse anche un cortometraggio con una sua storia. Ascoltando una prima versione dell’album, subito mi sono sentita attratta dal brano “Il regno” per la sua capacità di raccontare con le parole e col ritmo. Vedevo già una storia delinearsi.

Da dove nasce l’ispirazione per questo videoclip? Mi riferisco sia ai tuoi modelli “dichiarati” sia alle possibili suggestioni presenti in esso, ma anche a ciò che tu credi faccia “il tuo stile”. E come si articolano i vari livelli di “significato”, filmici e non solo, nel videoclip in questione, ossia: come hai lavorato?

Ho pensato subito a “Riget/ Il regno” di Lars Von Trier, alle sue atmosfere cupe, a una bambina fantasma. Ho pensato a chi potesse essere quest’anima intrappolata e perché. Il mio riferimento estetico e registico è da sempre David Lynch, e apprezzo più di tutto le sue interazioni con il mondo della musica, come compositore e come regista di, pur rari, videoclip. Non c’è un riferimento esplicito a qualcosa di suo, almeno non nelle mie intenzioni né nella fase di scrittura, ma sicuramente emerge a livello fotografico un amore per il suo modo di raccontare, per i suoi accostamenti visivi e narrativi irrazionali e perciò potentissimi, per la sua capacità di parlare con i colori e aprire un canale con l’inconscio. Ho comunque scritto una sceneggiatura con un inizio e una fine, ma l’ho rivista fino a snaturarla quasi del tutto, per adattare l’idea alle contingenze produttive. Anche in fase di montaggio mi sono affidata quasi unicamente all’estetica, lasciando da parte la necessità di fare un racconto con un inizio e una fine. La storia c’è, ma non era una mia priorità essere letterale. (altro…)

Luca Briasco: Americana

62_briasco_americana_x_giorn

Luca Briasco, Americana, minimum fax 2016, 18 euro

È sempre sulla cresta dell’onda Americana, un volume tutto minimum fax che attraversa le fila di un cosmo complesso e affascinante, percorrendone i motivi di unità, le vette di bellezza come le curiosità dei sottoboschi. Il cosmo in questione è la letteratura a stelle e strisce degli ultimi (all’incirca) cinquant’anni, e l’autore del bel libro è Luca Briasco, americanista, editor, traduttore e giornalista. Dopo un’ampia volata di prefazione che già lascia intravedere le strettissime maglie di un’eco continua tra gli autori selezionati (eco che è dialogo quanto contrapposizione), Briasco mette sotto la lente quaranta autori del panorama americano contemporaneo attraverso l’analisi di uno specifico libro; libro che si configura però come un piede puntato nella porta, che può così aprirsi in ogni saggio fino a toccare l’intera produzione dell’autore e la sua importanza, sempre specifica e sempre tracciabile, nella comunità cui appartiene: quella della parola scritta nell’atto di documentare la storia, la geografia, le tematiche ricorrenti o straordinarie che compongono il vasto universo degli USA ai giorni nostri.
Dico “storia” e “geografia” con cognizione, e non come semplici categorie scolastiche. Il viaggio che Briasco compie attraverso la letteratura americana è suddiviso in sezioni, e queste privilegiano le correnti e le tendenze di appartenenza dei vari autori: abbiamo il postmoderno di Barth, Pynchon, DeLillo e altri; il minimalismo di Carver; la letteratura cosiddetta “di genere”, per quanto un’etichetta simile sia stretta attorno ad autori del calibro di King; e ancora l’avanguardia, il realismo, e un canone ancora da scoprire tra le mani di Franzen, A. M. Homes, Foer, solo per citarne alcuni. Eppure l’impressione che lascia questo documentario cartaceo tanto fitto e ben scandito è quella di una letteratura che, anche quando disancorata da qualsiasi volontà di aderenza alla realtà, è in costante dialogo con la storia e la geografia del continente nordamericano: le cupe città ferrose e le vaste praterie, i noir spietati accanto alle dolenti saghe familiari, con il sottofondo quasi costante della desolata critica al sogno americano. Senza dimenticare due date fondamentali che ricorrono come a scandire uno spezzamento, un prima e un dopo nell’immaginario politico e sociale che gli scrittori non possono, neanche a distanza di tempo, ignorare: l’assassinio di John Kennedy e la caduta delle Torri Gemelle. (altro…)

Cinque pezzi facili: racconti

di Gianluca Wayne Palazzo

Cinque cose, cinque opere, cinque pezzi. I più importanti, per qualche motivo, per me, senza criterio, senza ordine, senza obiettivo e senza pensarci troppo. I miei cinque pezzi facili per cinque minuti di lettura.

 img_20161202_150016

Ernest Hemingway: I quarantonove racconti 

La prima volta fu una selezione di una sola decina, al liceo, un prestito che mi costrinsi a restituire a un compagno che non apprezzava: l’incanto. E pensare che quel dannato vecchio col suo marlin, anni prima, aveva rischiato di rovinare tutto. Poi a quasi trent’anni tutto il resto, e Le nevi del Kilimangiaro, il flusso di coscienza e il momento in cui mi lesse nel pensiero: «Ora non avrebbe mai più scritto le cose che aveva rimandato a quando avesse avuto l’esperienza sufficiente per scriverle bene. Ecco, così non avrebbe nemmeno corso il rischio di fallire nel tentativo. Forse non saresti mai stato capace di scriverle, ed era per questo che le rimandavi e non ti decidevi mai a cominciare» – una verità che conoscevo bene e che è così faticoso imparare, soprattutto se non sei destinato a un Nobel e se non ti sta marcendo una gamba ai piedi di un vulcano. Poi i titoli migliori di un titolista magnifico – Colline come elefanti bianchi, Un posto pulito, illuminato bene – e i dialoghi che risolvono un’esistenza: «Adesso lo chiamano così? Una puttana, sei.» «Be’, tu sei un vigliacco.» «Va bene» disse lui. «E allora?» (La breve vita felice di Francis Macomber). La morte incomprensibile di Paco in La capitale del mondo. L’attacco maestoso di In un atro paese: «In autunno c’era ancora la guerra, ma noi non ci andavamo più». E l’eredità più grande: milioni di noi che si sforzarono di scrivere come lui. (altro…)

Nota su Stephen King, Un ragazzo sveglio

Locandina di "Apt Pupil, film del 1998 di Bryan Singer tratto da "Un ragazzo sveglio" di Stephen King

Locandina di Apt Pupil, film del 1998 di Bryan Singer tratto da Un ragazzo sveglio di Stephen King

È Halloween e io mi domando come il Re possa venirci incontro per celebrare la giornata con un bello spavento. Ricordo il mio racconto preferito, quello del viaggio iperspaziale da compiere dormendo a meno che non si voglia passare coscienti un tempo simile all’eternità rinchiusi in una capsula di un metro e mezzo; oppure Il virus della strada va a Nord, dove il protagonista compra un quadro raffigurante un uomo in automobile e si accorge, sfrecciando lungo l’autostrada che lo riporta a casa, che nelle tempere il paesaggio cambia e si fa straordinariamente somigliante alla strada che si è lasciato alle spalle.
Tuttavia è quando ricordo che il protagonista del racconto che sto per presentare si chiama Todd, e il suo nome in tedesco – tedesco è l’altro protagonista del racconto, e questo è un dato essenziale – richiama la morte, capisco che dovrò lasciare da parte il soprannaturale e concentrarmi su una piccola gemma della letteratura kinghiana che fa sembrare l’orrore, l’altro orrore, un gioco divertente.
Un racconto lungo di King è, nella vocazione pantagruelica dello scrittore, l’equivalente di un romanzo, e tale è Un ragazzo sveglio, secondo dei quattro romanzi sul tema dell’anno astronomico contenuti in Stagioni diverse. È lui il reale racconto sull’estate, spodestato nell’immaginario collettivo dall’autunnale The body (più celebre con il nome Stand by me dell’omonimo film) che viene considerato il reale capolavoro della raccolta.
Prendo posizione, nel mio piccolo, e punto il dito su Un ragazzo sveglio, una delle più profonde meditazioni di Stephen King sui due temi che realmente gli sono cari: quello dell’infanzia e della crescita, e quello dell’incubo racchiuso dentro il sogno americano. (altro…)

“Il Re Giallo” e altre cose da fare da piccola

Re in giallo_Sovra.indd

No, non ho mai visto “True detective”, ma conoscendomi (e su queste cose mi conosco) mi farò prestare il cofanetto da qualche amico per recuperare (questo post è anche un appello). Non è per questo, quindi, che ho comprato Il Re Giallo, raccolta di racconti di Robert W. Chambers del 1895 e suo riferimento letterario, ma perché sedotta dalla strepitosa illustrazione con cui Vallardi l’ha rimesso in gioco nel 2014 sull’onda del successo della serie TV. Ho vissuto la quarta di copertina come una ragazza scarta il vestito del ballo delle debuttanti: se H. P. Lovecraft sostiene che «quest’opera raggiunge vertici straordinari di paura cosmica», allora chi sono io per.
Tutto questo un mese fa. Se dovessi dire che Il Re Giallo mantiene tutto quello che promette, non sarei del tutto sincera: i racconti, che dovrebbero formare un intero tematico e spazio-temporale riprendendo personaggi da varie angolature, mancano da un lato di un perfetto aggancio reciproco e dall’altro di una compiuta indipendenza. Ma la lettura è entusiasmante, scorrevole, e a tratti sinceramente spaventosa.
(altro…)

Sotto il vetrino nero – “NEBBIA ROSSA”

 

cover originale

 

L’edizione italiana di Red Mist è Mondadori 2012, traduzione di A. Biavasco, V. Guani, R. Valla.
PER SUA NATURA, IL SAGGIO CHE SEGUE CONTIENE SPOILER

  1. Il cielo salvi certe cose, tra cui lei.

Il cielo salvi la letteratura d’evasione quando è dotata di tecnica e di intelligenza. Non parlo di libri che vengono, sconsideratamente, considerati tali (penso a saghe come Harry Potter) solo perché best seller in termini di diffusione, libri che gridano al classico dal primo rigo per chiunque abbia le orecchie sgombre dalle fanfare del caso editoriale. Parlo, più banalmente, di mero intrattenimento intelligente, meccanismo perfetto, gioia di correre da un libro come a un aperitivo tra amici.
Best seller, letteratura d’intrattenimento, letteratura d’evasione, fast book, letteratura di consumo sono parole scivolose, che toccano meri dati commerciali quanto fattori intrinseci al libro. Sono concetti di qualità e quantità, e per niente al sicuro da derive blasé. Nel linguaggio che userò d’ora in avanti, chiariamo subito, intenderò nient’altro che quello che Stephen King definì «quella cosa che ti fa dimenticare di avere l’acqua sul fuoco». Nulla toglie che Proust abbia lo stesso effetto, ma la differenza è che è raro che qualcuno afferri Proust dopo aver messo l’acqua sul fuoco. E un libro d’evasione dotato di tecnica e intelligenza, cioè quello a cui mi rivolgo quando sono stufa di togliere l’acqua dal fuoco al momento giusto, deve avere grazia, pulizia di scrittura, ma anche la discrezione necessaria a non chiedermi più attenzione di quanto sia necessario al resto della mia giornata. Come scegliere di guardare Grey’s Anatomy quando potrei mettere su un Buñuel, dando per scontato che non vedrei clip di bambini che cadono dalle altalene con risate preregistrate in sottofondo. (altro…)

Quattro passi #3 – Paura

Pietro Annigoni, "Su 'Libertà' di GIovanni Verga"

Pietro Annigoni, “Su ‘Libertà’ di GIovanni Verga”

Quella che segue è una piccola rubrica che per quattro lunedì, ad agosto, proporrà altrettanti brani di celebri libri attorno a un unico tema, introdotto da un’opera di Pietro Annigoni. Oggi, “la paura”. Buona lettura.

Qui sta il punto. Mi credete pazzo. I pazzi non sanno quello che fanno. Avreste dovuto vedere me, invece. Avreste dovuto vedere la saggezza con cui mi comportai, e la cautela, la preveggenza, la dissimulazione con cui mi misi all’opera! Non sono mai stato tanto gentile con il vecchio come la settimana prima di ucciderlo. E ogni notte, verso mezzanotte, giravo la maniglia della sua porta e l’aprivo, piano piano. Poi, quando lo spiraglio era sufficiente, introducevo una lanterna cieca, schermata in modo che non ne filtrasse neppure un raggio di luce, e poi mettevo dentro la testa. Avreste riso, certamente, a vedere con quanta destrezza mi affacciavo! La muovevo lentamente, molto lentamente, in modo da non disturbare il sonno del vecchio. Mi ci voleva un’ora per infilare la testa nell’apertura, in modo da riuscire a vederlo disteso sul letto. Potrebbe un pazzo essere tanto prudente?

(E. A. Poe, Il cuore rivelatore, traduzione di Mariarosa Mancuso, Feltrinelli 1998, I ed. or. 1839)

(altro…)

Dalla parte dei cattivi. Omaggio a Jim Thompson

thompson[1]

La riscoperta di uno scrittore a distanza di anni è un’operazione che ha i suoi rischi, perché può mostrare la sua lontananza dalla sensibilità attuale dei lettori e dei critici. Questo non è il caso di Jim Thompson (1908-1977), scrittore – di cui Alet ha pubblicato “Una biografia selvaggia” di Roberto Polito – che ha attraversato almeno un trentennio della letteratura e del cinema americani, non salendo mai alla ribalta, ma lasciando alcune tracce significative, sia come cosceneggiatore di film – basti ricordare Orizzonti di gloria e Rapina a mano armata di Stanley Kubrick – sia come autore di romanzi noir. Alcuni di essi sono ricordati più per i film che ne sono stati tratti, su tutti Getaway! di Peckinpah con Steve Mcqueen, The Grifters-Rischiose abitudini di Frears e Colpo di spugna di Tavernier e molti altri, che per il loro indiscutibile valore. La casa editrice Fanucci in questi anni ha pubblicato l’intera opera di Thompson, alcuni libri sono stati poi ripubblicati anche da Einaudi, dando la possibilità al lettore anche più giovane di conoscere alcuni capolavori del genere noir, che ci restituiscono un’America attraversata da individui alienati, senza speranza, psicopatici, reietti che consumano la loro vita nell’alcol o sperano di riscattare la loro esistenza in un unico gesto, il più delle volte criminale. La grandezza di Thompson – che dichiarava di avere come libri ispiratori Il Capitale di Karl Marx e L’Edipo Re di Sofocle – è quella di narrare la storia, usando quasi sempre la prima persona, dal punto di vista di questi disperati che non ispirano nessuna pietà, anzi apparentemente respingono il lettore, ma che in fondo gli parlano, gli entrano dentro, perché ognuno di noi, in maniera più o meno consapevole, sa che, se le cose nella vita si fossero messe davvero male, sarebbe potuto o potrebbe ancora diventare come i protagonisti dei libri di Thompson: crudeli perché senza speranza. Quel che più inquieta nei profili dei personaggi è che sono al tempo stesso vittime e carnefici, sono precipitati in un abisso di male e però aspirano a un bene e a una tenerezza che sanno di aver perso per sempre. Thompson intuisce, tra gli Anni ’40 e ’50 del secolo scorso, prima di altri autori, che quel poco di vitalità superstite in un’umanità anestetizzata e abbrutita dalla ricerca del benessere e dal conformismo, come quella della provincia  americana al cui modello di vita tutto il globo si è poi conformato o aspira a farlo, la si può trovare negli psicotici e nei criminali, in chi è al margine, o anche in chi, sotto una patina di noiosa normalità, nasconde il male e, per qualche accidente, a differenza degli altri, lo fa improvvisamente esplodere. Thompson segue nei suoi libri il percorso che porta questi personaggi a sprofondare in un vuoto senza speranza e lo fa senza mai arretrare davanti all’orrore di cui l’uomo è capace, sovvertendo così anche le regole del genere da lui scelto, non c’è distinzione tra buoni e cattivi, niente è mai come sembra. Tutto rimanda ad altro, a qualcosa di più assurdo e violento. Anche la scrittura e le parole dei personaggi diventano uno strumento di tortura, come per i monologhi, lunghissimi e tediosi, del protagonista di L’assassino che è in me, che sono dei veri atti di sadismo verso quelle che poi saranno le sue vittime, o la raffinata comicità iniziale da commedia degli equivoci del narratore protagonista di Pop. 1280 (Colpo di spugna), che sfocia in un finale atroce. E’ difficile trovare dei paragoni letterari a Thompson; alcuni, come Goffredo Fofi, hanno fatto i nomi di Céline e di Faulkner. Thompson, a differenza loro però, come altri grandi scrittori, usava, per parlare della condizione umana e dell’uomo contemporaneo in particolare, del suo lato oscuro e rimosso, un genere determinato, dichiaratamente commerciale, pulp addirittura: il noir. Il paragone che a me viene in mente è, invece, extraletterario, musicale, e sono le canzoni di Iggy Pop con The Stooges, in particolare quel viaggio senza ritorno nell’abisso che è Fun house. I feel alright grida beffardo Iggy, oppure gorgheggia disperato in L.A. Blues e sembra riecheggiare quei discorsi sul filo del delirio dei personaggi-narratori dei libri di Jim Thompson, che servono a giustificare gesti e azioni ingiustificabili. In Iggy c’è la consapevolezza che è solo rock ‘n’ roll, in Jim che è solo letteratura usa e getta, da lasciare sui sediolini della metro una volta consumata. Ed è proprio questo il bello, ciò che li rende vivi e attuali.
A parere di chi scrive, per chi abbia voglia di leggere qualcuno di questi piccoli gioielli dell’orrore psichico, l’esempio migliore della condizione umana delineata dalla scrittura di Thompson è L’assassino che è in me, forse il suo capolavoro, “la descrizione in prima persona più agghiacciante e credibile di una mente corrotta dal crimine in cui mi sia mai imbattuto […]”, per dirla con Stephen King, uno degli artefici della sua riscoperta, che vi farà entrare “nelle tenebre con un vero e proprio maniaco dei lati più nascosti dell’umanità”.

© Francesco Filia

http://nellocchiodelpavone.blogspot.it/2008/04/dalla-parte-dei-cattivi-i-libri-di-jim.html 

https://www.youtube.com/watch?v=AFp73sqwNfU

Richard Matheson – Io sono leggenda (recensione di Martino Baldi)

Matheson

Richard Matheson – Io sono leggenda – Fanucci editore – traduzione di Simona Fefè

***

Io sono leggenda, uscito per la prima volta nel 1954, tradotto in Italia per la prima volta nel 1957 col titolo I vampiri, è probabilmente il più noto romanzo di Richard Matheson. Pietra miliare della cosiddetta fantascienza apocalittica e della narrativa vampiresca, narra la storia di Robert Neville, l’ultimo umano sopravvissuto in un mondo completamente popolato da vampiri.

Il romanzo di Matheson rovescia il modello tradizionale del vampiresco “draculiano”, in cui è il vampiro l’essere eccezionale (e negativo), nel suo esatto contrario, un solo uomo in un mondo di vampiri, aprendo la narrazione a un realismo psicologico e a una tensione esistenziale con pochi pari nella letteratura di genere. Il tema della solitudine e dell’attaccamento alla vita (nonché le inevitabili declinazioni sul suo senso) nutrono una narrazione scarna e cruda, lontana anni luce dai frequenti ghirigori e manierismi del genere vampiresco e, più in generale, gotico. Ne deriva un realismo claustrofobico, in cui ogni conoscenza consolidata, dagli istinti umani più primordiali alla razionalità scientifica a cui Neville si avvinghia nel suo disperato tentativo di salvezza, subisce lo scacco del progressivo ribaltamento del senso consueto su ogni asse possibile, da quello della normalità a quello della positività dei valori. In questo senso Io sono leggenda, nella sua assoluta mancanza di conciliazione tra soggetto e realtà, è anche e forse soprattutto, dal punto di vista letterario, un romanzo di formazione al contrario, un “romanzo di deformazione” che parla della nostra epoca molto più in profondità di tante analisi sociologiche anteriori e posteriori.

Non a caso il libro continua ad essere pubblicato e tradotto con grande fortuna in tutto il mondo ancora oggi, a quasi sessanta anni di distanza dalla sua prima uscita. Certamente la sua longevità deve molto alla notorietà che gli è stata procurata anche dalle diverse rivisitazioni cinematografiche: dal primo adattamento L’ultimo uomo sulla terra (1964), con Vincent Price, forse il più aderente alla trama del romanzo, al più recente ma fedele solo nel titolo Io sono leggenda (2007), con Will Smith, passando per molti altri ispirati dal libro, tra i quali è necessario ricordare almeno La notte dei morti viventi, di George Romero e 28 giorni dopo, di Danny Boyle. Sulla sua eccezionale popolarità la dice inoltre ancora più lunga il fatto che gli siano stati ispirati un episodio dei Simpson, “L’uomo Homega” (incluso in La paura fa novanta VIII) e uno di Dylan Dog, “L’ultimo uomo sulla terra”

Eppure, se tutte queste rivisitazioni hanno contribuito a nutrire l’aura di un vero e proprio cult, nessuna rende giustizia fino in fondo a un libro che straborda dai generi fantastico, horror e fantascientifico a cui è stato associato ed è a tutti gli effetti un classico della letteratura tout court. Perfino il celebre elogio di Stephen King («Matheson è lo scrittore che mi ha influenzato più di ogni altro») va stretto a uno scrittore che, più generosamente, Ray Bradbury ha definito «uno degli scrittori più importanti del XX secolo».

***

© Martino Baldi

Mai più senza # 3 – “Misery” (una riflessione)

“Mai più senza” è una rubrica di recensioni che raccoglie libri celebri e non, italiani e stranieri, editi da più o meno tempo, in maniera apparentemente indistinta: “Mai più senza” è stata, infatti, l’esclamazione che la curatrice ha rivolto a uno scatolone di libri, qualche giorno dopo un trasloco. Questo l’unico criterio: la condivisione di uno scatolone ideale, da preservare in caso di qualsiasi sgombero.

a G

Misery

Potrei sbagliare, ma ho sempre avuto la sensazione che Misery di Stephen King abbia avuto una strana sorte, e cioè l’assoluta predominanza, a immediato richiamo, di uno solo dei suoi aspetti e dei suoi significati. Sia chiaro: nel circuito scrittore/lettore, ciascuno ha l’assoluta libertà, se non il dovere, di ricevere e riverberare la sfaccettatura che preferisce e che più immediatamente tocca le sue corde. Eppure Misery resta, in maniera granitica, un romanzo di sopravvivenza; Misery continua a narrare la storia di Paul Sheldon, scrittore di best-sellers, segregato e seviziato da una fan che non gradisce la morte della sua eroina, Misery, e lo costringe quindi a scrivere un seguito credibile alla sua vicenda.
La “Misery” del titolo è, così, un’antagonista occulta che scaraventa Sheldon in un calvario, l’uscita dal quale è appunto la trama del libro. Questa angolatura permette, nella più sottile delle analisi, di vedere il romanzo come un’acuta polemica contro un meccanismo fagocitante («Tutti vogliono Misery, Misery, Misery. Tutte le volte che si prendeva un paio di anni per scrivere uno dei suoi altri romanzi […] era stato subissato da lettere di protesta»), ma sempre in un’ottica di survival-story, di variante macabra della vicenda di Sheherazade.

C’è un punto di quest’ottica che non mi è mai stato chiaro, e questo per colpa di quel meccanismo di cui sopra: il riverbero della sfaccettatura, la disponibilità a vedere ciò che più ci interessa e a lasciare il resto in disparte, come non destinato a noi. Ciò che io ho sempre visto in Misery è tutt’altro che una storia di sopravvivenza, che è in sé conservazione: vedo in Misery, al contrario, il romanzo di una genesi, possibile grazie a un ciclo di distruzione e rinascita, e la genesi riguarda tanto Paul Sheldon quanto colei che, fin dal titolo, si configura come ben più di pretesto narrativo: Misery.

In questa pièce a due varrà la pena tratteggiare Paul. Paul Sheldon «scriveva romanzi di due tipi: quelli che contano e i bestseller». Odia la sua eroina, al punto da saltare di gioia e liberazione per la sua morte; questo non farebbe di lui un cattivo scrittore, o meglio uno scrittore disonesto, se King non specificasse che il disinteresse si applica ai suoi stessi libri, alle sue parole, alla materia viva dei suoi bestseller: «mentre scriveva quella frase si era messo a ridere così convulsamente da non riuscire più a trovare i tasti giusti sulla macchina da scrivere». Il Paul Sheldon dei libri che contano ha invece appena terminato Bolidi. «Non aveva riso nel portarlo a compimento. Se n’era rimasto seduto davanti alla macchina per scrivere e aveva pensato: amico mio, qui potresti esserti aggiudicato l’American Book Award dell’anno prossimo».
Ecco chi è Paul Sheldon all’inizio del libro: uno scrittore disonesto, nella peggiore delle ipotesi, e uno scrittore ambizioso nella migliore.
È quest’uomo, dopo un incidente automobilistico in una tempesta di neve, a incontrare l’ex-infermiera e sua accanita fan Annie Wilkes. Simbolo del lettore avido (geniale l’idea di omaggiare Misery dando il suo nome a una scrofa), Annie non può credere alla sua fortuna quando ha tra le mani l’uomo che può resuscitare la sua eroina perduta in cambio di ospitalità, assistenza e salute. I termini di questo contratto sono chiari: «Dio ci prende quando Lui stabilisce che l’ora è giunta e uno scrittore è Dio per i personaggi della sua storia, […] ti dirò che si dà il caso che Dio abbia un paio di gambe rotte e Dio si trovi in casa mia a mangiare il mio cibo.»
Difatti. “Simbolo del lettore avido”, si è detto, ma chi sia Annie Wilkes in realtà ci viene detto fin dal primo istante:  

L’idea di Annie Wilkes nel ruolo di idolo africano tratto da Le miniere di re Salomone era forse divertente, ma fin troppo attinente. […] La sensazione che fosse un idolo di un romanzo di fanatismi religiosi non lo meravigliava affatto. Come un idolo, dava una sola cosa: un disagio che si consolidava progressivamente in terrore. Come un idolo, tutto il resto se lo prendeva.

Dar fuoco al manoscritto di Bolidi è il primo atto di potere da parte della Dea. E qual è la reazione di Paul Sheldon, scrittore disonesto e ambizioso, messo di fronte alla scelta tra il dolore fisico e la sua creatura? Lungi da noi giudicarlo (siamo su un piano esclusivamente simbolico), ma Bolidi brucia.

Kathy Bates, Oscar per il ruolo di Annie Wilkes nel film "Misery non deve morire" di Rob Reiner

Kathy Bates, Oscar per il ruolo di Annie Wilkes nel film “Misery non deve morire” di Rob Reiner

La Dea vuole Misery di nuovo in vita. Il Paul Sheldon della “serie-Misery” – il Paul Sheldon di Bolidi – avrebbe potuto cominciare Il ritorno di Misery con l’eroina semplicemente in vita. Ma la Dea si oppone: Misery era morta; bisogna trovare una maniera onesta di resuscitarla. La scrittura ha regole cui Paul deve ubbidire. Deve farlo, sì, per restare in vita; eppure nel metaromanzo che da questo momento si svilupperà, in quella materia sempre più ostinata che affiorerà letteralmente sotto gli occhi del lettore, con una grafia sempre più incerta (si inizia con pagine dattiloscritte cui mancano lettere, si prosegue con fogli annotati a penna), Paul si accorge di doverlo fare perché la trama si delinea; perché i tasselli vanno al posto giusto; perché “c’è un tema qui, Paul, è la trama che attraversa tutto. La trama che è alla base di ogni cosa. Non la vedi?
È stata Annie, certo, il pubblico vorace (e munito di accetta), a chiedere, a dare il la; ma le conseguenze sono state più profonde. Annie, nello sguardo di Paul, non è più solo il pubblico. In sé lo è: è archetipo del pubblico che Paul si è meritato, una donna di cultura medio-bassa, infatuata di bestseller, che dà alla scrofa il nome della sua eroina. Occorre che il dolore trasfiguri l’immaginazione di Paul perché Annie compia il salto, e diventi non solo l’aspettativa, ma la musa terribile. Annie è la circonferenza da cui l’opera parte e a cui l’opera torna, l’impulso a scrivere e lo sguardo che accoglie la scrittura. Annie è tutto ciò che non è dolore – ne è sorgente e unica consolazione – del corpo scrivente, ma anche il fuori-dalla-scrittura, il suo punto di partenza e il suo approdo. Quando incontra questo, Paul diventa uno scrittore.

Non solo sopravvivenza, quindi, ma genesi di un libro e soprattutto genesi di uno scrittore.
Si è parlato di Sheherazade, e il paragone, infatti, è presente nel libro; ma non a caso è gestito in maniera particolare. In questo gioco di ruoli, anche le metafore saltano: Paul non è Sheherazade di un’Annie Re di Persia, le sue storie non sono solo la maniera di aspettare il disgelo perché la sua macchina si veda sotto il ciglio della strada. Paul arriva a un punto in cui è lui per primo a confondere la sua sopravvivenza con la sopravvivenza del suo manoscritto. Il pensiero di Sheherazade è “se smetto di raccontare, io muoio”; il pensiero di Paul Sheldon diventa “se muoio, io smetto di raccontare”. Non è in Annie che va cercato il Re. «Tu sei stato – e ancora sei – Sheherazade per te stesso.»

Che effetto farebbe se ti facesse bruciare ‘Il ritorno di Misery'”? bisbigliò la vocetta interiore facendolo sussultare. Mentre gli si ottenebrava la coscienza, concluse che gli avrebbe fatto male, sì, terribilmente, che in confronto a quel dolore, quello che aveva provato quando ‘Bolidi’ era stato ridotto in ceneri, sarebbe apparso come il dolore di quell’infezione ai reni messo a confronto con quello che aveva provato quando lei aveva calato l’ascia e gli aveva tagliato via il piede, esercitando sul suo corpo la sua autorità editoriale.