Stephen Dobyns

Stephen Dobyns – Missed Chances

Missed Chances

In the city of missed chances, the streetlights
always flicker, the second hand clothing shops
stay open all night and used furniture stores
employ famous greeters. This is where you
are sent after that moment of hesitation.
You were too slow to act, too afraid to jump,
too shy or uncertain to speak up. Do you recall
the moment? Your finger was raised, your mouth
open, and then, strangely, silence. Now you walk
past men and women wrapped in the memory
of the speeches they should have uttered-
Over my dead body. Sure, I’d be happy with
ten thousand. If you walk out, don’t come back-
past dogs practicing faster bites, cowboys
with faster draws, where even the cockroach
knows that next time he’ll jump to the left.
You were simply going to say, Don’t go, or words
to that effect-Don’t go, don’t leave, don’t walk
out of my life. Nothing fancy, nothing to stutter
about. Now you’re shouting it every ten seconds.
In the city of missed chances, it is always just past
sunset and the freeways are jammed with people
driving to homes they regret ever choosing,
where wives or helpmates have burned the dinner,
where the TV’s blown a fuse and even the dog,
tied to a post in the backyard, feels confused,
uncertain, and makes tentative barks at the moon.
How easy to say it-Don’t go, don’t leave, don’t
disappear. Now you’ve said it a million times.
You even stroll over to the Never-Too-Late
Tattoo Parlor and have it burned into the back
of your hand, right after the guy who had
Don’t shoot, Madge, printed big on his forehead.
Then you go town to the park, where you discover
a crowd of losers, your partners in hesitation,
standing nose to nose with the bronze statues
repeating the phrases engraved on their hearts-
Let me kiss you. Don’t hit me. I love you-
while the moon pretends to take it all in.
Let’s get this straight once and for all:
is that a face up there or is it a rabbit, and if
it’s a face, then why does it hold itself back,
why doesn’t it take control and say, Who made
this mess, who’s responsible? But this is no time
for rebellion, you must line up with the others,
then really start to holler, Don’t go, don’t go-
like a hammer sinking chains into concrete,
like doors slamming and locking one after another,
like a heart beats when it’s scared half to death.

 

Le occasioni perdute

Nella città delle occasioni perdute, le luci dei lampioni
hanno un tremolio incessante, le bancarelle di vestiti di seconda mano
rimangono aperte tutta la notte e i negozi di mobili usati
assumono celebrità per accogliere i clienti alla porta. È qui
che ti ritrovi dopo quell’attimo d’esitazione.
Sei stato troppo lento per agire, troppo pauroso per saltare,
troppo timido o insicuro per dire la tua. Ti ricordi
di quell’istante? Hai alzato il dito, aperto
la bocca e poi, che strano, solo silenzio. Adesso cammini
accanto a uomini e donne avvolte dal ricordo
di ciò che avrebbero dovuto dire –
Dovrete passare sul mio cadavere. Certo, mi vanno bene
diecimila. Se te ne vai, non pensare di poter tornare –
accanto a cani che si esercitano a mordere più in fretta, cowboy
che si allenano ad estrarre più in fretta la pistola, persino gli scarafaggi
sanno che la prossima volta metterà il piede a sinistra.
Stavi per dire semplicemente, Non andare, o altre parole
con lo stesso effetto – Non andare, non partire, non uscire
dalla mia vita. Niente di sofisticato, niente per cui
balbettare. E adesso urli quelle stesse parole ogni dieci secondi.
Nella città delle occasioni perdute, il tramonto è sempre
appena passato e le autostrade sono imbottigliate dal traffico
di chi torna verso una casa che rimpiange di non aver mai scelto,
dove le mogli o i compagni hanno bruciato la cena,
dove il fusibile della TV è andato e anche il cane,
legato a un palo nel giardino dietro casa, si sente confuso,
insicuro, ed esitante abbaia alla luna.
Era così facile da dire – Non andare, non partire, non
sparire. Adesso l’avrai già detto un milione di volte.
Passeggi anche davanti allo studio per tatuaggi
“Non è mai troppo tardi” e te lo fai marchiare a fuoco sul dorso
della mano, subito dopo quel tipo che si è fatto scrivere
“non sparare, Madge”, a caratteri cubitali, sulla fronte.
E poi vai verso il parco in centro, dove scopri
una folla di perdenti, tuoi compagni d’esitazione,
testa a testa con le statue di bronzo
a ripetere le frasi incise sui loro cuori –
Lasciati baciare. Non picchiarmi. Ti amo –
mentre la luna fa finta di stare ad ascoltare.
Mettiamolo in chiaro una volta e per tutte:
quello lì è un uomo o è un coniglio, e se
di un uomo si tratta, che cosa allora lo trattiene,
perché non prende il controllo e dice, Chi ha fatto
questo casino, chi è il responsabile? Ma questi non sono tempi
di rivolta, devi metterti in fila come tutti gli altri,
e cominciare a urlare per davvero, Non andare, Non andare –
come un martello che affonda le catene nel cemento,
come tante porte che sbattono e si chiudono una dopo l’altra,
come batte forte il cuore quando è spaventato a morte.

Traduzione di Giovanni Catalano.

Stephen Dobyns – Spider Web/The Invitation


Spider Web

There are stories that unwind themselves as simply
as a ball of string. A man is on a plane between
New York and Denver. He sees his life
as moving along a straight line. Today here,
tomorrow there. The destination is not so
important as the progression itself. During lunch
he talks to the woman seated beside him.
She is from Baltimore, perhaps twenty years older.
It turns out she has had two children killed
by drunk drivers, two incidents fifteen
years apart. At first I wanted to die every day,
she says, now I only want to die now and then.
Again and again, she tries to make her life
move forward in a straight line but it keeps
curving back to those two deaths, curves back
like a fishhook stuck through her gut. I guess
I’m lucky, she says, I have other children left.
The man and woman discuss books, horses; they
talk about different cities; but each conversation
keeps returning to the fact of those deaths,
as if each conversation were a fall from a roof
and those two deaths were the ground itself–
a son and daughter, one five, one fourteen.
The plane lands, they separate. The man goes off
to his various meetings, but for several days
whenever he’s at dinner or sitting around
in the evening, he says to whomever he is with,
You know, I met the saddest woman on the plane.
But he can’t get it right, can’t decide whether
she is sad or brave or what, can’t describe
how the woman herself fought to keep the subject
straight, keep it from bending back to the fact
of the dead children, and then how she would
collapse and weep, then curse herself and
go at it again. After a week or so, the man
completes his work and returns home. Once more
he gathers up the threads of his life.
It’s spring. The man works in his garden,
repairs all that is broken around his house.
He thinks of how a spider makes its web;
how the web is torn by people with brooms,
insects, rapacious birds; how the spider
rebuilds and rebuilds, until the wind
takes the web and breaks it and flicks it
into heaven’s blue and innocent immensity.

La Tela

Ci sono storie che si dipanano facilmente
come un gomitolo. Un uomo è su un volo tra
New York e Denver. Vede la vita
come se si muovesse in linea retta. Oggi qui,
domani là. La destinazione non è tanto
importante quanto la progressione in sé. A pranzo
parla con la donna seduta accanto a lui.
È di Baltimora, forse vent’anni più grande.
Viene fuori che i suoi figli sono stati uccisi
da due autisti ubriachi, due incidenti distinti a quindici
anni di distanza. All’inizio volevo morire ogni giorno,
dice, adesso invece solo ogni tanto.
E ancora una volta, più cerca di far andare avanti
in linea retta la propria vita, più la vita continua
a curvare verso quelle due morti, si curva
come un amo da pesca conficcato nello stomaco. Penso
d’essere fortunata, dice, mi sono rimasti altri figli.
L’uomo e la donna discutono di libri, di cavalli;
parlano di diverse città; ma ogni conversazione
non può far a meno di tornare sull’argomento di quelle due morti,
come se ogni conversazione fosse una caduta da un tetto
e quelle due morti fossero la terra stessa –
un figlio e una figlia, uno cinque, l’altra quattordici anni.
L’aereo atterra, si separano. L’uomo se ne va
alle sue riunioni di lavoro ma per giorni
quando è a cena o sta in giro
la sera, dice sempre a chiunque sia con lui,
sai, ho incontrato la donna più triste dell’aereo.
Ma non ne viene a capo, non sa decidersi se
è triste o coraggiosa o che altro, non riesce a descrivere
come la donna stessa lottasse per restare in tema,
per evitare che si tornasse sull’argomento
dei figli morti, e poi come fosse
scoppiata in lacrime e avesse imprecato contro stessa
e ancora, di nuovo. Dopo una settimana o giù di lì, l’uomo
porta a termine il suo lavoro e torna a casa. Ancora una volta
riprende le fila della sua vita.
È primavera. L’uomo fa dei lavori in giardino,
ripara quel che di rotto trova in giro, davanti casa.
Pensa a come un ragno tesse la sua tela;
come la tela può essere strappata da qualcuno con una scopa,
dagli insetti, dagli uccelli rapaci; a come il ragno
la ricostruisce e ricostruisce, fino a che il vento
non prende la tela e la squarcia e con un colpo la fa volare
nell’immensità azzurra ed innocente del cielo.

The Invitation

There are lives in which nothing goes right.
The would-be suicide takes a bottle of pills
and immediately throws up. He tries
to hang himself but gets his arm caught
in the noose. He tries to throw himself
under a subway but misses the last train.
He walks home. It is raining. He catches a cold
and dies. Once in heaven it is no better.
He mops the marble staircase and accidentally
jams his foot in the pail. All his harp strings
break. His halo slips down over his neck
and nearly chokes him. Why is he here?
demands one of the noble dead, an archbishop
or general, a leader of men: If a loser
like that can enter heaven, then how is it
an honor for us to be here as well –
those of us who are totally deserving?
But the would-be suicide knows none of this.
In the evening, he returns to his little cloud house
and watches the sun set over the planet Earth.
He stares down at the cities filled with people
and thinks how sad it is that they should
rush backwards and forwards as if they had
some great destination when their only
destination is death itself – a place
to be reached by sitting as well as running.
He thinks about his own life with its
betrayals and disappointments. Regret, regret –
how he never made a softball team, how his
favorite shirts always shrank in the wash.
His eyes moisten and he sheds a few tears, but
secretly, because in heaven crying is forbidden.
Still, the tears tumble down through all those layers
of blue sky and strike a salesman rushing
between Point A and Point B. The salesman slips,
staggers, and stops as if slapped in the face.
People on the street think he’s crazy or drunk.
Why am I selling ten thousand ballpoint pens?
he asks himself. Suddenly his only wish is to
dance the tango. He sees how the setting sun
caresses the cold faces of the buildings.
He sees a beautiful woman and desperately wants
to ask her to stroll in the park. Maybe he will
kiss her cheek; maybe she will love him back.
You maniac, she tells him, didn’t you know
I was only waiting for you to ask me?

L’invito

Ci sono vite in cui niente va per il verso giusto.
Il suicida mancato prende un’intera bottiglietta di pillole
e vomita immediatamente. Prova
ad impiccarsi ma rimane appeso alla corda
per un braccio. Prova a lanciarsi
sotto la metro ma perde l’ultimo treno.
Torna a casa a piedi. Piove. Prende un raffreddore
e muore. Una volta in paradiso non va certo meglio.
Lava le scale di marmo e accidentalmente
rimane incastrato con un piede nel secchio. Si spezzano tutte
le corde della sua arpa. L’aureola gli scivola giù per il collo
e per poco non lo soffoca. Perché è qui?
Domanda uno dei morti nobili, un arcivescovo
o un generale, un leader: se un perdente
come questo può andare in paradiso, come può essere
un onore per noi stare qui –
noi che più di lui lo meritiamo?
Ma il suicida mancato non ne sa niente.
La sera, torna nella sua piccola casa sulla nuvola
e guarda il sole che tramonta sul pianeta Terra.
Guarda giù, quelle città piene di persone
e pensa a quanto è triste il loro
andare avanti e indietro di corsa come se avessero
chissà quale meta quando la loro unica meta
è la morte stessa – un posto
che si può raggiungere anche stando comodamente seduti.
Pensa alla sua vita,
i tradimenti e le delusioni. Rimpianto, rimpianto –
a come non ha mai formato una squadra di softball, a come le sue
magliette preferite si restringevano sempre in lavatrice.
Ha gli occhi lucidi e versa qualche lacrima, ma
di nascosto, perché è proibito piangere in paradiso.
E tuttavia le lacrime cadono giù attraverso tutti quegli strati
di cielo azzurro e colpiscono un rappresentante che va di corsa
dal Punto A al Punto B. Il rappresentante scivola,
barcolla e si ferma di colpo come se lo avessero schiaffeggiato.
La gente per strada pensa che sia pazzo o ubriaco.
Perché sto vendendo dieci mila penne a sfera?
Si chiede. Improvvisamente il suo unico desiderio è
ballare il tango. Vede il tramonto
che carezza i freddi volti dei palazzi.
Vede una donna bellissima e vuole disperatamente
chiederle di andare a fare una passeggiata nel parco. Forse
la darà un bacio sulla guancia; forse lei ricambierà il suo amore.
Maniaco, gli dice, non sapevi
che aspettavo solo che me lo chiedessi?

Traduzione di Giovanni Catalano.

Altre due poesie di S. Dobyns

Ripropongo anche qui altri due testi di Stephen Dobyns, stavolta tradotti da Francesco Randazzo (su Mirkal qui e qui), che ringrazio.

Tomatoes

A woman travels to Brazil for plastic
surgery and a face-lift. She is sixty
and has the usual desire to stay pretty.
Once she is healed she takes her new face
out on the streets of Rio. A young man
with a gun wants her money. Bang, she’s dead.
The body is shipped back to New York,
but in the morgue there is a mix-up. The son
is sent for. He is told that his mother
is one of these ten different women.
Each has been shot. Such is modern life.
He studies them all but can’t find her.
With her new face, she has become a stranger.
Maybe it’s this one, maybe it’s that one.
He looks at their breasts. Which ones nursed him?
He presses their hands to his cheek.
Which ones consoled him? He even tries
climbing into their laps to see which
feels more familiar but the coroner stops him.
Well, says the coroner, which is your mother?
They all are, says the young man, let me
take them as a package. The coroner hesitates,
then agrees. Actually it solves a lot of problems.
The young man has the ten women shipped home,
then cremates them all together. You’ve seen
how some people have a little urn on the mantle?
This man has a huge silver garbage can.
In the spring, he drags the garbage can
out to the garden and begins working the teeth,
the ash, the bits of bone into the soil.
Then he plants tomatoes. His mother loved tomatoes.
They grow straight from seed, so fast and big
that the young man is amazed. He takes the first
ten into the kitchen. In their roundness,
he sees his mother’s breasts. In their smoothness,
he finds the consoling touch of her hands.
Mother, mother, he cries, and flings himself
on the tomatoes. Forget about the knife, the fork,
the pinch of salt. Try to imagine the filial
starvation, think of his ravenous kisses.

 

Pomodori

Una donna fa un viaggio in Brasile
per un intervento di plastica e un lifting.
Ha sessant’ anni ed ha il solito desiderio
d’ essere carina.
Una volta aggiustata, porta la sua nuova faccia
fuori, per le strade di Rio. Un giovane
con una pistola vuole i suoi soldi. Bang, lei muore.
Il corpo viene imbarcato per tornare a New York,
ma all’ obitorio fanno confusione. Il figlio
viene chiamato. Gli viene detto che sua madre
è una di quelle dieci differenti donne.
Ognuna è stata uccisa con un colpo di pistola.
Così è la vita moderna.
Lui le studia tutte, ma non riesce a trovarla.
Con la sua nuova faccia è diventata un’estranea.
Potrebbe essere questa o forse quest’altra.
Guarda i loro seni. Quali sono quelli che lo allattarono?
Preme le loro dita sulla sua guancia.
Quali sono quelle che lo consolarono? Prova anche
ad arrampicarsi nel loro grembo per vedere
quale sente più familiare ma
il coroner lo ferma.
Bene, dice il coroner, qual è sua madre?
Tutte lo sono, risponde il giovane, lasciatemi
prenderle tutte in blocco. Il coroner esita
poi accetta. In realtà ciò risolve un mucchio di problemi.
Il giovane riceve a casa le dieci donne,
dopo che sono state cremate tutte insieme.
Avete visto come certa gente ha una piccola urna sopra il camino?
Quest’ uomo ha un’ enorme scatola di latta argentata.
A primavera porta la scatola di latta
fuori in giardino e comincia a mescolare i denti,
la cenere, i pezzettini d’ ossa nel terreno.
Poi ci pianta pomodori. Sua madre amava i pomodori.
Crescono dritti dai semi, così veloci e grossi
che il giovane ne è stupito. Prende i primi
dieci e li porta in cucina. Nella loro rotondità
egli vede i seni di sua madre. Nella loro levigatezza
trova il tocco consolante delle sue dita.
Madre, madre, egli grida, e si avventa
sui pomodori. Dimenticandosi il coltello, la forchetta,
il pizzico di sale. Provate a immaginarvi la filiale
famelicità, pensate ai suoi voraci baci.

 

 

Confession

The Nazi within me thinks it’s time to take charge.
The world’s a mess; people are crazy.
The Nazi within me wants windows shut tight,
new locks put on the doors. There’s too much
fresh air, too much coming and going.
The Nazi within me wants more respect. He wants
the only TV camera, the only bank account,
the only really pretty girl. The Nazi within me
wants to be boss of traffic and traffic lights.
People drive too fast; they take up too much space.
The Nazi within me thinks people are getting away
with murder. He wants to be the boss of murder.
He wants to be the boss of bananas, boss of white bread.
The Nazi within me wants uniforms for everyone.
He wants them to wash their hands, sit up straight,
pay strict attention. He wants to make certain
they say yes when he says yes, no when he says no.
He imagines everybody sitting in straight chairs,
people all over the world sitting in straight chairs.
Are you ready? he asks them. They say they are ready.
Are you ready to be happy? he asks them. They say
they are ready to be happy. The Nazi within me wants
everyone to be happy but not too happy and definitely
not noisy. No singing, no dancing, no carrying on.

 

Confessione

Il Nazista dentro di me pensa sia il momento di farsi carico.
Di tutto il disastro del mondo; la gente è pazza.
Il Nazista dentro di me vuole sbarrare le finestre,
mettere nuove serrature alle porte. C’è troppa
aria fresca, troppo andare e venire.
Il Nazista dentro di me vuole più rispetto. Vuole
un’unica telecamera, un unico conto bancario,
l’unica ragazza veramente bella. Il Nazista dentro di me
vuole essere padrone del traffico e dei semafori.
La gente guida troppo veloce; prendono troppo spazio.
Il Nazista dentro di me pensa che la gente stia diventando
impunita. Vuole essere il boss degli impuniti.
Vuole essere il boss delle banane, il boss del pane bianco.
Il Nazista dentro di me vuole uniformi per tutti.
Vuole dir loro di lavarsi le mani, sedersi dritti,
esige una rigorosa attenzione. Vuole essere certo
che dicano di sì quando dice sì, non quando dice no.
Immagina tutti dritti su sedie dritte,
la gente di tutto il mondo seduta su sedie dritte.
Siete pronti? chiede loro. Dicono di essere pronti.
Sei pronto per essere felice? chiede loro. Dicono
che sono pronti per essere felici. Il Nazista dentro di me vuole
che tutti siano felici ma non troppo felici e decisamente
non rumorosi. Non cantare, non ballare, niente indecenze.

(Traduzioni di Francesco Randazzo).

Stephen Dobyns – A tutto volume

Stephen Dobyns (1941- ) ha attraversato quasi tutti i generi di scrittura: dalla saggistica al thriller, dal giornalismo alla poesia. Il fantastico – talvolta orrorifico, il ridicolo e l’assurdo veicolano insolite riflessioni sulla vita, metafore centrifughe dei sentimenti umani, allegoria postmoderna della poesia stessa o di ciò che oggi, della poesia, rimane. E Stephen Dobyns è una pietra miliare nella poesia americana degli ultimi trent’anni.

Stephen Dobyns

Stephen Dobyns

 

Da “Cemetery Nights” (1987):
 

Loud Music

My stepdaughter and I circle round and round.
You see, I like the music loud, the speakers
throbbing, jam-packing the room with sound whether
Bach or rock and roll, the volume cranked up so
each bass notes is like a hand smacking the gut.
But my stepdaughter disagrees. She is four
and likes the music decorous, pitched below
her own voice-that tenuous projection of self.
With music blasting, she feels she disappears,
is lost within the blare, which in fact I like.
But at four what she wants is self-location
and uses her voice as a porpoise uses
its sonar: to find herself in all this space.
If she had a sort of box with a peephole
and looked inside, what she’d like to see would be
herself standing there in her red pants, jacket,
yellow plastic lunch box: a proper subject
for serious study. But me, if I raised
the same box to my eye, I would wish to find
the ocean on one of those days when wind
and thick cloud make the water gray and restless
as if some creature brooded underneath,
a rocky coast with a road along the shore
where someone like me was walking and has gone.
Loud music does this, it wipes out the ego,
leaving turbulent water and winding road,
a landscape stripped of people and language-
how clear the air becomes, how sharp the colors.

 
A tutto volume

Io e la mia figliastra giriamo a vuoto.
Vedi, a me piace la musica a tutto volume, le casse
che pulsano, riempire tutto lo spazio non importa che sia
Bach o rock and roll, il volume a palla così
che ogni nota di basso è un pugno dritto nello stomaco.
Eppure la mia figliastra non è d’accordo.  Ha quattro anni
e a lei piace la musica ad un volume decoroso, al di sotto
della sua stessa voce – debole proiezione di sé.
Quando la musica è assordante teme a volte di sparire,
si sente persa in quel frastuono che, anzi, a me piace.
Ma a quattro anni ciò che vuole è l’auto-localizzazione
e usa la voce come una focena usa
il suo sonar: per ritrovarsi in tutto questo spazio.
Se avesse una specie di scatola con uno spioncino
e guardasse dentro, ciò che vedrebbe sarebbe
se stessa in piedi, coi pantaloni rossi, un giubbino,
il cestino del pranzo in plastica gialla: potrebbe essere oggetto
di studio. Ma io, se sollevassi
la stessa scatola per guardarci dentro, vorrei trovarci
l’oceano uno di quei giorni in cui il vento
e le nuvole spesse fanno l’acqua grigia e agitata
come se una qualche creatura rimuginasse lì sotto,
una costa rocciosa e una strada lungo la riva
dove uno come me stava passeggiando e adesso se n’è andato.
Questo fa la musica a tutto volume, spazza via l’ego,
lasciando mare mosso e strade ventose,
un paesaggio privato della gente e del linguaggio –
come diventa chiara l’aria, vivi i colori.
 

 

Da “Velocities: New and Selected Poems, 1966-1992” (1994):
 

Can Poetry Matter?   

Heart feels the time has come to compose lyric poetry.
No more storytelling for him. Oh, Moon, Heart writes,
sad wafer of the heart’s distress. And then: Oh, Moon,
bright cracker of the heart’s pleasure. Which is it,
is the moon happy or sad, cracker or wafer? He looks
from the window but the night is overcast. Oh, Cloud,
he writes, moody veil of the Moon’s distress. And then,
Oh, Cloud, sweet scarf of the Moon’s repose. Once more
Heart asks, Are clouds kindly or a bother, is the moon sad
or at rest? He calls scientists who tell him that the moon
is a dead piece of rock. He calls astrologers. One says
the moon means water. Another that it signifies oblivion.
The girl next door says the Moon means love. The nut
up the block says it proves that Satan has us under his thumb.
Heart goes back to his notebooks. Oh, Moon, he writes,
confusing orb meaning one thing or another. Heart feels
that his words lack conviction. Then he hits on a solution.
Oh, Moon, immense hyena of introverted motorboat.
Oh, Moon, upside down lamp post of barbershop quartet.
Heart takes his lines to a critic who tells him that the poet
is recounting a time as a toddler when he saw his father
kissing the baby-sitter at the family’s cottage on a lake.
Obviously, the poem explains the poet’s fear of water.
Heart is ecstatic. He rushes home to continue writing.
Oh, Cloud, raccoon cadaver of colored crayon, angel spittle
recast as foggy euphoria. Heart is swept up by the passion
of composition. Freed from the responsibility of content,
no nuance of nonsense can be denied him. Soon his poems
appear everywhere, while the critic writes essays elucidating
Heart’s meaning. Jointly they form a sausage factory of poetry:
Heart supplying the pig snouts and rectal tissue of language
which the critic encloses in a thin membrane of explication.
Lyric poetry means teamwork, thinks Heart: a hog farm,
corn field, and two old dobbins pulling a buckboard of song.
 

A chi importa la poesia?

Il cuore sente che è arrivato il momento di scrivere poesia lirica.
Basta raccontarci storie. Oh Luna, Cuore scrive,
ostia triste dell’angoscia del mio cuore. E poi: Oh Luna,
cracker radioso del piacere del cuore.  E allora
la luna è felice o triste, un cracker o un’ostia? Guarda
dalla finestra ma il cielo è coperto. Oh, Nuvola,
scrive, lunatico velo dell’angoscia della Luna. E poi,
Oh Luna, dolce sciarpa del riposo della Luna. Ancora una volta
il Cuore domanda, le nuvole sono benevole o sono una noia, la luna è triste
oppure riposa? Chiede agli scienziati che gli dicono che la luna
è una pietra morta. Interroga gli astrologi. Uno dice
la luna vuol dire acqua. Un altro: significa oblio.
La ragazza della porta accanto dice che la Luna significa amore. Il pazzo
sul tetto dice che è la prova che Satana ci tiene in pugno.
Il Cuore ritorna al taccuino. Oh Luna, scrive,
sfera confusa che significa questo o quell’altro. Il Cuore sente
che non c’è convinzione nelle sue parole. Giunge infine a una soluzione.
Oh, Luna, immensa iena d’introverso motoscafo.
Oh, Luna, lampione sottosopra d’un quartetto di barbieri.
Il Cuore porta i suoi versi a un critico che gli dice che il poeta
sta raccontando di quella volta in cui, da piccolo, ha visto suo padre
baciare la baby-sitter nella casa al lago.
È ovvio che la poesia spiega la sua paura dell’acqua.
Il cuore è in estasi. Si precipita a casa per continuare a scrivere.
Oh, Nuvola, cadavere di procione di matita colorata, saliva d’angelo
rimodellata in euforia nebbiosa. Il cuore è preso dalla passione
della composizione. Liberato dalla responsabilità del contenuto,
nessuna sfumatura di nonsense può più essergli negata. Presto le sue poesie
appaiono dappertutto, mentre il critico scrive saggi per chiarire
ciò che il Cuore intende. Formano insieme un salumificio della poesia:
Il Cuore mette a disposizione i grugni di maiale e il tessuto rettale del linguaggio
che il critico imbudella in una sottile membrana di spiegazione.
Poesia lirica vuol dire lavoro di squadra, pensa il Cuore: un allevamento di maiali,
un campo di granturco, e due vecchi cavalli da tiro che trascinano un carro di canzoni.
 

 

 

It’s Like This

for Peter Parrish

Each morning the man rises from bed because the invisible
      cord leading from his neck to someplace in the dark,
      the cord that makes him always dissatisfied,
      has been wound tighter and tighter until he wakes.

He greets his family, looking for himself in their eyes,
      but instead he sees shorter or taller men, men with
      different degrees of anger or love, the kind of men
      that people who hardly know him often mistake
      for him, leaving a movie or running to catch a bus.

He has a job that he goes to. It could be at a bank
      or a library or turning a piece of flat land
      into a ditch. All day something that refuses to
      show itself hovers at the corner of his eye,
      like a name he is trying to remember, like
      expecting a touch on the shoulder, as if someone
      were about to embrace him, a woman in a blue dress
      whom he has never met, would never meet again.
      And it seems the purpose of each day’s labor
      is simply to bring this mystery to focus. He can
      almost describe it, as if it were a figure at the edge
      of a burning field with smoke swirling around it
      like white curtains shot full of wind and light.

When he returns home, he studies the eyes of his family to see
      what person he should be that evening. He wants to say:
      All day I have been listening, all day I have felt
      I stood on the brink of something amazing.
      But he says nothing, and his family walks around him
      as if he were a stick leaning against a wall.

Late in the evening the cord around his neck draws him to bed.
      He is consoled by the coolness of sheets, pressure
      of blankets. He turns to the wall, and as water
      drains from a sink so his daily mind slips from him.
      Then sleep rises before him like a woman in a blue dress,
      and darkness puts its arms around him, embracing him.
      Be true to me, it says, each night you belong to me more,
      until at last I lift you up and wrap you within me.

 
È così

per Peter Parrish

Ogni mattina l’uomo si alza dal letto perchè l’invisibile
      corda che dal suo collo porta da qualche parte nel buio,
      la corda che sempre fa di lui un insoddisfatto,
      era stata tirata via via più stretta, finché si sveglia.

Saluta la sua famiglia, cercandosi nei loro occhi,
      ma invece vede uomini più bassi o più alti, uomini con
      diverse gradazioni di rabbia o di amore, il genere di uomini
      che la gente, che lo conosce appena, non di rado scambia
      per lui, quando esce da un cinema o corre a prendere l’autobus.

Ha un lavoro e ci va. Potrebbe essere in banca
      o in una biblioteca o a scavare un fosso
      in un pezzo di pianura. Tutto il giorno qualcosa che si rifiuta
      di mostrarsi indugia all’angolo del suo occhio,
      come un nome che sta cercando di ricordare, come
      l’attesa d’una mano sulla spalla, come se qualcuno
      stesse quasi per abbracciarlo, una donna in abito blu
      che non ha mai incontrato, nè più rincontrerebbe.
      E sembra che il buon proposito d’ogni giorno di lavoro
      sia semplicemente quello di concentrarsi sul mistero. Riesce
      quasi a descriverlo, come se fosse una figura al confine
      d’un campo bruciato con il fumo che si allarga attorno
      come tende bianche che sbattono, piene di vento e di luce.

Quando ritorna a casa, studia gli occhi dei suoi familiari per vedere
      che persona sarebbe stata quella sera. Vuol dire:
      per tutta la giornata sono stato ad ascoltare, tutta la giornata ho provato la sensazione
      di stare in piedi sull’orlo di qualcosa di incredibile.
      Eppure non dice niente, e la sua famiglia gli gira intorno
      come se fosse un bastone appoggiato al muro.

A tarda sera, la corda legata attorno al collo lo trascina al letto.
      Lo consola il fresco delle lenzuola, il peso
      delle coperte. Si volta dalla parte del muro e proprio come l‘acqua
      che se ne va dal lavandino, così la sua mente quotidiana gli scivola via.
      Poi il sonno si alza prima di lui come una donna in abito blu,
      e l’oscurità gli mette le mani attorno al collo, lo abbraccia.
      Sii sincero con me, gli dice, ogni notte mi appartieni sempre di più
      finché alla fine ti tiro su e ti avvolgo dentro di me.
 

 

Spite

I steal your mailbox, leave
gum on your sidewalk. I
seduce your sister, ignore your wife.
I tear one page from each of your books.
I convince you that I am your friend.

*

When people ask about you,
I shake my head. When they
tell about you, I nod.

*

Today, I hang myself
from a greased flagpole
outside your picture window.
Yesterday, I stole your curtains.

 
Dispetto

Ti rubo la posta, lascio
una gomma sul tuo marciapiede, io
seduco tua sorella, lascio perdere tua moglie.
Strappo una pagina da ciascuno dei tuoi libri.
Ti metto in testa che sono tuo amico.

*

Quando mi chiedono di te,
scuoto la testa. E quando
mi parlano di te, annuisco.

*

Oggi, mi appendo
come una bandiera da un’asta cosparsa di grasso,
fuori dalla tua finestra panoramica.
Ieri, ti ho rubato le tende.
 

How to Like It

These are the first days of fall. The wind
at evening smells of roads still to be traveled,
while the sound of leaves blowing across the lawns
is like an unsettled feeling in the blood,
the desire to get in a car and just keep driving.
A man and a dog descend their front steps.
The dog says, Let’s go downtown and get crazy drunk.
Let’s tip over all the trash cans we can find.
This is how dogs deal with the prospect of change.
But in his sense of the season, the man is struck
by the oppressiveness of his past, how his memories
which were shifting and fluid have grown more solid
until it seems he can see remembered faces
caught up among the dark places in the trees.
The dog says, Let’s pick up some girls and just
rip off their clothes. Let’s dig holes everywhere.
Above his house, the man notices wisps of cloud
crossing the face of the moon. Like in a movie,
he says to himself, a movie about a person
leaving on a journey. He looks down the street
to the hills outside of town and finds the cut
where the road heads north. He thinks of driving
on that road and the dusty smell of the car
heater, which hasn’t been used since last winter.
The dog says, Let’s go down to the diner and sniff
people’s legs. Let’s stuff ourselves on burgers.
In the man’s mind, the road is empty and dark.
Pine trees press down to the edge of the shoulder,
where the eyes of animals, fixed in his headlights,
shine like small cautions against the night.
Sometimes a passing truck makes his whole car shake.
The dog says, Let’s go to sleep. Let’s lie down
by the fire and put our tails over our noses.
But the man wants to drive all night, crossing
one state line after another, and never stop
until the sun creeps into his rearview mirror.
Then he’ll pull over and rest awhile before
starting again, and at dusk he’ll crest a hill
and there, filling a valley, will be the lights
of a city entirely new to him.
But the dog says, Let’s just go back inside.
Let’s not do anything tonight. So they
walk back up the sidewalk to the front steps.
How is it possible to want so many things
and still want nothing? The man wants to sleep
and wants to hit his head again and again
against a wall. Why is it all so difficult?
But the dog says, Let’s go make a sandwich.
Let’s make the tallest sandwich anyone’s ever seen.
And that’s what they do and that’s where the man’s
wife finds him, staring into the refrigerator
as if into the place where the answers are kept—
the ones telling why you get up in the morning
and how it is possible to sleep at night,
answers to what comes next and how to like it.

 
Come farselo piacere

Questi sono i primi giorni d’autunno.  Il vento
la sera odora di strade da percorrere
e il suono delle foglie spazzate via dai prati
somiglia a una sensazione indescrivibile nel sangue,
il desiderio di salire su una macchina e continuare a guidare.
Un uomo e un cane scendono le scale dell’ingresso.
Il cane dice, Andiamo in città a ubriacarci come pazzi.
Rivoltiamo tutti i cassonetti che troviamo.
Questa è la maniera in cui i cani approcciano la prospettiva del cambiamento.
Ma nel suo senso per la stagione, l’uomo è afflitto
dall’oppressione del passato, dal modo in cui i suoi ricordi
che erano fluidi e mutevoli si sono andati coagulando
fino al punto di credere di poter sorprendere i volti ricordati
spuntare dagli angoli più bui degli alberi.
Il cane dice, Carichiamo un paio di ragazze e
spogliamole. Scaviamo buche dappertutto.
Sopra la sua casa, l’uomo nota ciocche di nuvole
che ricadono sul viso della luna. Come in un film,
dice tra sé e sé, un film su una persona
che parte per un viaggio. Guarda dall’alto in basso la strada
fino alle colline fuori città e trova il taglio
oltre il quale la strada punta a nord. Pensa di guidare
su quella strada, pensa all’odore di polvere
del riscaldamento che non si accende dall’inverno scorso.
Il cane dice, Andiamo a tavola e annusiamo
le gambe della gente. Ingozziamoci di hamburger.
Nella testa dell’uomo, la strada è vuota e buia.
I pini spingono sull’orlo della strada,
dove gli occhi degli animali, fissi sui fanali,
brillano come piccoli avvertimenti per la notte.
Talvolta un camion che lo sorpassa, scrolla l’intera automobile.
Il cane dice, Andiamo a dormire. Accucciamoci
accanto al fuoco e mettiamoci la coda sotto il naso.
Ma l’uomo vuole guidare tutta la notte, attraversare
il confine di uno stato dopo l’ altro, e non fermarsi mai
finchè il sole non spunta dallo specchietto retrovisore.
Allora accosterà e riposerà un po’ prima
di ripartire e al crepuscolo giungerà in cima a una collina
e lì, ci saranno le luci di una città completamente nuova
per lui, a riempire la valle.
Ma il cane dice, Torniamo dentro.
Non facciamo niente di niente stasera. Così
tornano su per il marciapiede ai gradini all’ingresso.
Com’è possibile volere così tante cose
e comunque non volere nulla? L’uomo vuole dormire
e vuole spaccarsi la testa ancora e ancora
contro un muro. Perché è tutto così difficile?
Ma il cane dice, andiamo a farci un sandwich.
Prepariamo il sandwich più alto che si sia mai visto.
Ed è quello che fanno ed è dove la moglie
l’ha trovato, a guardare dentro il frigo
come se fosse quello il posto in cui si tengono le risposte –
quelle che spiegano perché ti alzi presto al mattino
e com’è possibile restare a dormire la notte,
risposte a cosa riserverà il futuro e a come farselo piacere.

 

Da “Mystery, So Long” (2005):

 

 

An artist like any other

Let’s say a fellow has a little trick-
he can take a rock, toss it about ten feet,

then take another, toss it so it lands on top,
then take a third and toss it on top of that

so all three make a little tower. Each rock
is about the size of a child’s fist, Any bigger

or any farther or if he tries a fourth, then
it doesn’t work. People are impressed,

but how many times can you watch a guy
do a trick like that? Shortly they wander off.

Children last a little longer. The man’s wife
asks to see it once a week just to be nice.

His kids say, Give it a break, Dad. Three
rocks twirling through the air and landing

perfectly, time after time. He never misses.
The man feels proud. He’d do it all day long

If anyone cared. But even the dog nods off.
Let’s say this is some vestigial blip, like that

occasional tail that nurses snip off newborns.
Once his ancestors tossed huge boulders, built

pyramids, even Stonehenge. You wanted
something really big transported? This was

the guy to do it. How  many of these leftovers
do we have left? Cave painters shrunk into

tattoo artists, epic poets whose last sparks ignite
greeting-card verse. Just as some day novelists

might morph into the guys who make up menus
for greasy spoons. Today a man flip a stone,

then two more. Presto. See how they join to form
a miniature defiance of the world’s natural laws.

A trifling metaphor for the enigmatic? No doubt
about it, the fellow’s an artist like any other.

The neighbor’s addlepated five-year-old slaps
his head in wonder. At least the first time.

 
Un artista come un altro

Supponiamo che un tale conosca un piccolo trucco-
sa lanciare un sasso, lanciarlo lontano più o meno dieci piedi,

ne prende un altro, e lo lancia in modo che atterri sul primo
e poi ne prende un terzo e lo lancia sopra il precedente

così che tutti e tre fanno una piccolo torre. Ogni sasso
ha più o meno la dimensione del pugno di un bambino. Se più grande

o più lontano o se cerca di lanciarne un quarto
non funziona. La gente rimane impressionata,

ma quante volte puoi stare a guardare un ragazzo
che fa un numero del genere? Dopo un po’ si allontanano.

I bambini resistono un po’ di più. La moglie
gli chiede di vederlo una volta a settimana, così, tanto per essere carina.

I figli gli dicono, Dacci un taglio, Papà. Tre
pietre che volteggiano nell’aria e atterrano

pefettamente, più volte, ripetutamente. Non sbaglia un colpo.
Ne è orgoglioso. Lo farebbe tutto il giorno.

Se importasse a qualcuno. Ma anche il cane si appisola.
Supponiamo che questo sia un qualche difetto vestigiale, come quella

rarissima coda che le infermiere tagliano via a certi neonati.
Un tempo i suoi antenati lanciavano enormi macigni, costruivano

le piramidi, persino Stonehenge. Volevi
trasportare qualcosa di veramente grosso? Era

il ragazzo a farlo. Quanti di questi resti
abbiamo lasciato? Pittori di caverne ridotti a

tatuatori, poeti epici le cui ultime scintille accendono
versi sulle cartoline di auguri. Proprio come certi romanzieri del giorno

potrebbero trasformarsi nei ragazzi che scrivono i menu
per una di quelle bettole. Oggi un uomo lancia una pietra,

e poi altre due. Presto. Vedi come si mettono insieme per formare
una piccola sfida alle leggi naturali del mondo.

Un’insignificante metafora per l’enigmatico? Non c’è dubbio
su questo, il tipo è un artista come un altro.

Il figlio ritardato del vicino ha cinque anni e si dà pugni
in testa per lo stupore. Almeno la prima volta.

(Traduzioni di Giovanni Catalano)