Stefano Tummolilni

Leonard Gardner, Città amara (di G. Montieri e L. Pantarotto)

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Leonard Gardner, Città amara, Fazi, 2015. Traduzione di Stefano Tummolini. € 17,50 ebook € 9,99

Nota: Io e Luca Pantarotto di Holden & Company abbiamo a lungo parlato di questo libro e lo abbiamo molto amato. Per questi motivi abbiamo deciso di scriverne due recensioni che escono stamattina su Poetarum Silva e su Holden & Company. Un tipo di collaborazione, questa, che a me piace molto e che il web  – per fortuna – rende possibile. Buona lettura. (gm)

Città amara, versione uno, di Luca Pantarotto

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«Vuoi sapere come si diventa un buon pugile?»
«Come?»
«Credendo in te stesso. Devi voler vincere a tutti i costi. Il resto non conta. Se vuoi davvero fare il culo a qualcuno, glielo fai».

Sono solo tre battute, ma praticamente il succo di Città amara di Leonard Gardner è tutto qui: in quelle battute e nella scena che segue. A pronunciarle è Buford Wills, un giovanissimo pugile dalla faccia tosta e dalla lingua lunga. Ai Del Monte Gardens, pochi minuti prima che Ernie Munger salga sul ring per battezzare il suo primo incontro ufficiale, Buford gli chiarisce le idee: vuoi vincere? Devi crederci. L’unico modo per vincere è volere davvero la vittoria. Convincersi di essere migliore del proprio avversario, più forte, più cattivo, più spietato. Vederti mentre gli spacchi la faccia, gli spezzi le ossa; se poi lo ammazzi proprio, meglio ancora. Allora vinci. Tutto il resto non conta niente. La fortuna, i manager, gli allenatori, le pillole. L’unica è volerlo davvero.

Pochi minuti dopo questo discorsetto, sul ring, Ernie Munger si becca un colpo in piena faccia, così forte da sfondargli il naso. Succede tanto in fretta che Ernie non fa quasi in tempo a rendersi conto di avere la faccia gonfia di sangue; prova a resistere, cerca di colpire il suo avversario, ma l’arbitro lo tira indietro e interrompe l’incontro. Ernie Munger ha perso. E Buford? Finisce male pure lui: ko all’ultimo round. Tornando a Stockton, il furgoncino che all’andata aveva trasportato quattro probabili campioni insieme ai loro manager è pieno di falliti che non hanno molta voglia di parlare, ma in compenso ne hanno tantissima di bere. E così bevono, fermandosi a tutti i bar che trovano, risalendo sul furgone sempre più disfatti, perdendo qualche pezzo per la strada e tornando a casa alle prime luci dell’alba, con il sole del nuovo giorno che sbatte loro in faccia “l desolante realtà della sconfitta”.

E tutti quei discorsi sul credere in se stessi, sul volere davvero le cose come unico modo per ottenerle?

Cazzate. Se sei un fallito, resti un fallito. Credere di potercela fare, di poter riscattare il proprio fallimento in vista di un dorato orizzonte di gloria tano irraggiungibile quanto improbabile, serve solo a scavarsi più profonda la fossa.

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Una frase lunga un libro #15: John Williams – Butcher’s Crossing

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Una frase lunga un libro #15: John Williams – Butcher’s Crossing, Fazi, 2013. Traduzione di Stefano Tummolini . € 17,50 – ebook, € 9,99.

Prima di allora i suoi occhi erano rimasti fissi quasi tutto il tempo sulla schiena di Miller, ora invece si sforzavano di guardare lontano, verso quel mucchietto di terra irregolare, ora più nitido, ora sfocato, che si stagliava contro l’orizzonte. E si accorse che la sua smania di raggiungerlo era simile alla sete che aveva appena provato. Sapeva che le montagne erano lì, riusciva a vederle, ma non capiva esattamente quale genere di fame o di sete avrebbero placato in lui.

Quando agli inizi del 2012, in Italia, scoprimmo Stoner, il romanzo capolavoro di John Williams, in molti, restammo a bocca aperta. Quasi nessuno, tra critici e lettori, conosceva lo scrittore statunitense (1922 – 1994) e, quasi nessuno, dopo averlo letto, ha potuto dimenticarlo. Stoner (potete leggerne una recensione qui Una frase lunga un libro #2) è un capolavoro, in molti hanno sottolineato come la bellezza della scrittura di Williams avesse reso meravigliosa la storia di una vita dove non accadeva nulla di straordinario. Stoner è del 1965, ma prima ancora ci fu Butcher’s Crossing, uscito nel 1960, libro che nel 2013 è arrivato a noi, sempre da Fazi, per fortuna. Possiamo, dunque, continuare il nostro viaggio nella scrittura di John Williams.

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La Domenica (il corso delle cose) e John Williams

berlino - foto gm

“Durante quel decennio in cui parecchi visi si fecero rigidi e spenti, come se contemplassero un perenne abisso. William Stoner, abituato a quell’espressione come all’aria che respirava, vide i segni diffusi di uno sconforto che aveva conosciuto fin da bambino. Vide uomini per bene sprofondare lentamente nella disperazione, perduti insieme ai loro sogni di una vita decente. Li vide camminare senza meta per le strade con gli occhi vuoti come schegge di vetro infranto. Li vide appostarsi davanti alle porte di servizio, con l’amarezza e la dignità di chi si reca al patibolo, per elemosinare il pane che gli avrebbe consentito di continuare a elemosinare. E vide che alcuni, un tempo fieri della loro identità, ora lo guardavano con odio e invidia per quel minimo di sicurezza che si era conquistato col suo impiego fisso presso un’istituzione che in un modo o nell’altro, non sarebbe mai potuta fallire. Non dava mai voce a questa consapevolezza, ma la coscienza di quella miseria lo toccava profondamente, trasformandolo in un modo che era invisibile agli estranei; e una muta tristezza per quella condizione comune lo accompagnava in ogni istante della sua vita.” pag. 254

“Una sera, tardi, dopo l’ultima lezione, tornò nel suo ufficio e si sedette alla scrivania per cercare di leggere un po’. Era inverno e durante il giorno era caduta un po’ di neve, quindi l’esterno era avvolto da un manto soffice e bianco. L’ufficio era surriscaldato. Aprì la finestra accanto alla scrivania per far entrare un po’ d’aria fresca nella stanza chiusa. respirò profondamente e lasciò che i suoi occhi vagassero sulla distesa imbiancata del campus. D’istinto spense la lampada sulla scrivania e si sedette nella calda oscurità dell’ufficio. L’aria fredda gli riempì i polmoni e si protese verso la finestra aperta. Ascoltò il silenzio di quella notte d’inverno e in qualche modo gli parve di sentire i suoni che venivano assorbiti dal delicato intrico cellulare della neve. Nulla si muoveva sopra quel bianco. Era una scena di morte, che sembrava attrarlo a sé, risucchiando la sua coscienza nello stesso modo in cui aspirava i suoni dell’aria, seppellendola sotto quel candore gelido e soffice. Si sentì tirare verso quel bianco che si estendeva a perdita d’occhio e che era parte dell’oscurità da cui risplendeva, e da quel cielo chiaro e senza nubi, che non aveva altezza né profondità. Per un istante gli parve di uscire dal suo corpo che sedeva immobile davanti alla finestra. Mentre si sentiva scivolare via tutto – la distesa bianca, gli alberi, le altre colonne, la notte, le stelle lontane – gli sembrava incredibilmente piccolo e remoto, come se svanisse poco a poco nel nulla. Poi, dietro di lui, udì il clangore di un termosifone. Si mosse e la scena tornò a essere quella di prima. Con sollievo, e con una strana riluttanza, riaccese la lampada della scrivania. Prese un libro e qualche scartoffia, uscì dall’ufficio, attraverso i corridoi immersi nelle tenebre, e uscì dalle grandi doppie porte sul retro della Jesse Hall. Camminò lento verso casa, udendo a ogni passo il rumore soffocato della neve asciutta che scricchiolava sotto i piedi.” (pg. 208/209)

“Le sue aspettative nei confronti del primo libro erano state insieme caute e modeste, rivelandosi appropriate: Un recensore lo definì <<pedestre>> e un altro lo descrisse come <<un’indagine competente>>. All’inizio se ne sentiva molto orgoglioso, lo teneva tra le mani, ne accarezzava la copertina liscia e voltava lentamente le pagine. Gli sembrava una cosa viva e delicata, come un figlio. Una volta stampato, l’aveva riletto tutto, stupendosi vagamente di non trovarlo né migliore né peggiore di come se l’era aspettato. Dopo un po’ si era stancato di guardarlo, ma ogni  volta che ripensava a quel libro, e al fatto di esserne l’autore, restava stupito e incredulo di fronte alla propria temerarietà. E alla responsabilità che si era assunto.” (pag. 121)

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© John Williams – Stoner – ed- Fazi – traduzione di Stefano Tummolini