Stefano Domenichini

Stefano Domenichini, Apertura alla Napoleone

foto da Napoleone1769blogspot

Apertura alla Napoleone

Una volta ho giocato a scacchi con Napoleone. Lui aveva i Neri e mi ha battuto in due mosse. Era una mattina di febbraio, quando il sole, da queste parti, funziona a led, freddo e accecante. I vetri tossivano a ogni passaggio di camion. È stata la prima e unica volta che ho giocato a scacchi. Questo non deve andare a discapito di Napoleone, lui ha fatto il suo. Anni dopo un gommista ligure che aveva aperto un’officina in Svizzera mi spiegò che Napoleone aveva eseguito il Matto dell’Imbecille. Eravamo a Neuchâtel, ristorante Au Fois de Bois, fine novembre. Il gommista si chiamava Garibaldi e aveva una figlia che tirava con l’arco. Dopo la terza birra, sottolineò che l’Imbecille ero io. Credo fosse una definizione tecnica, non penso che il gommista avesse saputo che due sere prima avevo baciato sua figlia sul lungolago, dalle parti de La Maladière. Garibaldi mi spiegò che solo un assoluto principiante può incappare nel Matto dell’Imbecille. Il Nero che punta su quella mossa si prende dei rischi enormi. Se lo fa, vuol dire che sa chi ha difronte. La prima delle due mosse del Matto dell’Imbecille si chiama Apertura alla Napoleone. E questo, va detto, dava un senso di rara rotondità alla scena di quella livida mattina del febbraio emiliano. Se a quella mossa di apertura hanno dato il nome di Napoleone, significa che Napoleone la usava con una certa frequenza. Ne sia conseguenza logica che Napoleone giocasse con degli incapaci o con avversari paralizzati dalla sola idea di dare scacco all’Imperatore.

Non è secondario il fatto che Bonaparte, tipo molto impegnato, non è che potesse stare lì a scaccheggiare a lungo. Con il Matto dell’Imbecille se la cavava con il tempo di una fucilazione. Questo mi spiegò Garibaldi, quando ancora la prostata non si accorgeva delle tre birre, impegnata com’era a compulsare l’indomani quando mi sarei presentato al mio primo allenamento di tiro con l’arco con la figlia del gommista che mi aveva promesso di indossare una tuta attillata, a pelle, con la zip. Dunque, anche negli scacchi, può starci il bluff. Uno finge di essere un principiante e, se l’altro azzarda un’apertura alla Napoleone, lo frega. Perché quella mossa lì è un suicidio se il tuo avversario sa giocare: espone troppo prematuramente la Donna.

Napoleone l’avevo conosciuto pochi giorni prima. Presidiava il corridoio del Servizio Psichiatrico Ospedaliero Intensivo del Maria Luigia di Monticelli Terme. Probabilmente ne preparava l’invasione. Teneva la mano tra il primo e il secondo bottone di un pigiama di lycra azzurro che generava un campo di elettricità statica ad alto rischio, da monitorare anche in presenza di atmosfera inerte. I lavaggi lo avevano scolorito e accorciato ai limiti dei polpacci, da cui spuntavano calzettoni di spugna bianca. Ai piedi, un paio di De Fonseca nocciola, probabile bottino di guerra. Teneva le spalle un po’ incurvate, quasi a volersi mimetizzare, il che esaltava l’aggiramento strategico del riporto di capelli che partiva dall’orecchio sinistro fino a coprire interamente quello destro. Aveva l’autorevolezza di un saldo della Upim. Quando gli passai davanti, drizzò la testa e mi salutò, chiamandomi Ammiraglio. Volendo eccedere in franchezza, devo dire che raramente avevo visto un’espressione così idiota.

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Non sapevo che passavi #8: Benny Hill

Stefano Domenichini: Non sapevo che passavi #8: Benny Hill

Hanno dissotterrato la bara, poi l’hanno fracassata pensando di trovarci oro e gioielli, il mio tesoro. Il vecchietto minuscolo cui picchiettavo la mano sulla pelata e le ragazze seminude cui ho sempre dato del lei. Quello era il mio tesoro. Troppa roba per farla entrare in una bara. Hanno messo un nuovo coperchio e difeso la fossa con una lastra del marmo più pesante. Non voglio sapere cosa hanno scritto sopra. Laido, genio, vecchio porco, attore, guardone, uomo gentile. Dicono di aver trovato dieci milioni di sterline, quando sono morto. Lo sapete cosa sono dieci milioni di sterline? Una montagna di pezzi di carta, tutti uguali, con la faccia della Regina. Io la Regina l’ho conosciuta. Mi ha ricevuto a Buckingham Palace. C’era anche il consorte Filippo. Beveva birra in calici da champagne. Già da un po’, c’era da giurarlo. Mi prese da parte e disse, con gli occhi lucidi e un sorriso complice: «Lei ha contribuito molto all’incremento delle nascite». Mi salì una risata candida che fece piacere al Principe. L’approccio regale mi aveva riportato alla mente il mestiere dei miei genitori.
Ero nato in Bernard Street, a Southampton, il 21 gennaio 1924. I miei vendevano preservativi. Mio padre era un clown severo, io e i miei fratelli dovevamo chiamarlo Capitano. Imponeva una ferrea disciplina, e lo faceva indossando il suo vecchio abito da pagliaccio. Veniva dal circo, come suo padre e un suo fratello, morto cadendo dal filo del funambolo. Mi hanno trovato per via dell’odore. Un sacco di 110 chili afflosciato sulla poltrona. Ero lì da quattro giorni, difronte alla televisione accesa. Sono il Suonatore Jones e non ho mai posseduto niente. I pezzi di carta con la Regina li hanno trovati nei cassetti dei pochi mobili in affitto. Vivevo in un piccolo appartamento al 62-28 di Twickenham Road a Teddington, un sobborgo a ovest di Londra. Per pochi soldi potete affittarlo anche voi. Probabilmente hanno portato via le mie cose: bicchieri vuoti, stoviglie sporche, cibo scadente e i poster della boxe. (altro…)

Non sapevo che passavi #7: Marcinelle

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Non sapevo che passavi #7: Marcinelle

(di cartoline e rimesse)

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di Stefano Domenichini

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Questa è una storia di cartoline e di rimesse. I postini odiavano le cartoline. Dovevano contare le parole. Se erano più di cinque, verificavano che fosse stato appiccicato il francobollo supplementare, pena la mancata consegna. Non era un mondo per grafomani. Salutoni da __, verrò costì. Tornerò a Natale, salutovi caramente. Se al vaglio passava una cartolina dilagante di parole in ogni spazio bianco disponibile, il postino scuoteva la testa: questo sta male, pensava, non ce la fa più. Quello che contava erano le immagini. L’emigrato in Svizzera era privilegiato. Castelli che navigavano su laghi di luce. Neve che scaldava, e chiese. C’erano sempre chiese alte che fronteggiavano le montagne e guardavano dritte nell’obiettivo: tranquilli, dicevano, ci siamo qua noi a vigilare. Quando venivano recapitate nelle case di Povoletto, di Cimadolmo, di Roccascalegna o di Sant’Angelo del Pesco, le cartoline facevano il giro del paese. Erano un modo per farsi invidiare. Figli, mariti, fratelli stavano lì, in quel diorama di quiete e prosperità. Era meno facile per quelli che erano andati in Belgio, miniere, zona Charleroi. Qui l’immagine più accattivante era un panorama di rotaie, baracche di legno, cieli lividi, camini alti come campanili che sparano fumi densi e inesausti su case che arretrano, sullo sfondo, atterrite. Ci voleva coraggio a spedirle, a restare sotto le cinque parole, senza chiedere scusa, rassicurare più volte che andava tutto bene. Ci voleva tanto ottimismo a mostrarle in paese.

Ecco perché erano importanti le rimesse.

Il più grande problema della politica è sempre stato cosa farsene della gente. Ce n’è sempre troppa. Troppa da curare, da istruire, da far lavorare. La soluzione classica è la guerra. Prendi gli esuberi, li mandi in montagna o in qualche spianata senza vie di fuga, con il tamburino, il vessillo, la grappa e le puttane e per qualche anno le tensioni sociali sono risolte. Il bravo politico sa sempre inventarsi un nemico, sa eccitare di Patria chi ha preso sempre solo ordini e per i meno ignoranti c’è il metodo Boris Vian: ne fucili due o tre e gli altri sono già lì che si informano sul meteo a Caporetto. Alternativa alla guerra, vendere gli esuberi al miglior offerente. Emigrazione e guerra: sono loro i turnisti dell’equilibrio sociale. Quando nel 1924 gli Stati Uniti d’America regolarono per quote l’immigrazione, fino al blocco totale dopo la crisi del ’29, era già chiaro che una nuova guerra sarebbe stata inevitabile.

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Non sapevo che passavi #6: Giona

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GIONA

(di profeti e di veleni)

di Stefano Domenichini

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Giona, che fu indigesto alla balena, che riuscì a redimere la teppaglia di Ninive, che litigò con Dio, era morto da bambino. A sei anni, orfano di padre, si ammalò e non ci fu niente da fare. A Elia, il padre di tutti i profeti, l’uomo che pregando riusciva ad accendere una pira di legna verde e bagnata, la cosa non dispiacque più di tanto. Quel bambino gli saltellava sempre intorno, deconcentrando la sua missione divina. Era successo che Elia, dopo aver scannato i 450 sacerdoti di Baal, si era rifugiato sul Monte Oreb. Lì non c’era una gran vita. Mosè ci aveva soggiornato per quaranta giorni e quaranta notti, qualche secolo prima, ed era tornato indietro un po’ nervosetto. Come arrivò a valle con il souvenir dei dieci comandamenti, trovò tremila ebrei che facevano bagordi intorno a un vitello d’oro, e li fece massacrare.

L’unica compagnia di Elia erano un angelo che gli portava pasti regolari e Dio, che ogni tanto veniva a fare due chiacchiere. Non che Elia fosse un tipo inquieto, ma dopo un mesetto di passeggiate, e nonostante l’ottimo servizio del cherubino, si accorse di cominciare a pensare che i riti orgiastici di Baal non dovessero essere poi così male. Capì che era giunto il momento di ridiscendere.Arrivò nel villaggio di Sarepta e la prima cosa che vide fu una giovane donna che, con la veste sollevata, pestava uva in un tino. Poiché a Elia le profezie scappavano facili, lì per lì gliene uscì una decisamente morbosa. E, si sa, Elia non sbagliava mai. Così si insediò a casa della donna, che era vedova e aveva un figlio di nome Giona. Quando il piccolo Giona morì, Elia era piuttosto impegnato: stava trattando con l’Associazione Aviatori per divenirne il Santo Protettore (essendo profeta, il concetto di aviatore gli era chiarissimo), lui che già lo era dei Fulmini e dei Temporali. La vedova, sconvolta dal dolore, lo assillò perché tentasse di fare qualcosa. Elia, che sarebbe asceso al cielo senza trapassare, non si curava molto dell’evento morte, ma quando la vedova minacciò di applicare nei suoi confronti il metodo Lisistrata, distolse l’attenzione dai suoi affari e con un gesto altero e distratto resuscitò Giona.

Con sua grande sorpresa la cosa gli riuscì alla perfezione. Da quel momento Elia cominciò a provare verso quel bambino sentimenti contrastanti. Da un lato gli stava sempre e comunque pesantemente sulle scatole, dall’altro provava per Giona un’ammirata soggezione come se, guardandolo, si trovasse di fronte ai talenti che il popolo gli attribuiva e che lui non pensava di possedere. Decise così di insegnargli il mestiere. Nel settecento avanti Cristo quello del Profeta era un mestiere adatto a giovani ambiziosi: si viaggiava, si faceva carriera in fretta e si acquisiva un certo potere. I rischi non mancavano, ma Giona era in piena onnipotenza giovanile e non ci faceva molto caso. Poco più che ventenne si mise in luce intervenendo in maniera determinante nella risoluzione di una questione geopolitica che stava mettendo a ferro e fuoco il medioriente. Che lì, tra Tigri ed Eufrate e zone limitrofe, la geopolitica è come il testosterone per i giamaicani: hanno gonadi operative sette giorni su sette che sparano fuori livelli di geopolitica non coagulabili, da tanti secoli, e per sempre, ormai. Tra Assiri che percuotevano il cuneo fiscale e Aramei che bloccavano gli affari con Damasco, il re Geroboamo II decise che per il popolo di Israele era arrivato il momento di mettere un po’ d’ordine, il che significava recapitare ad Assiri e Aramei una guerra santa senza prigionieri. Ora, si sa, per fare una cosa così occorre l’appoggio ampio dell’opinione pubblica. Fu allora che Giona ebbe la sua occasione, e la sfruttò alla grande: convinse tutti che l’iniziativa bellica era voluta da Dio e che Geroboamo II era, disse proprio così, l’Unto del Signore.

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Non sapevo che passavi #5

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Non sapevo che passavi #5

CHUCK BERRY
(Roll Over Beethoven)

di Stefano Domenichini

L’International Hotel di Las Vegas apre nel 1969. Due anni dopo prende il nome di Las Vegas Hilton. Al netto di aria condizionata, sprechi e cafonaggine, è un posto buono per ascoltare musica. Ci suonano i più grandi. Elvis Presley ci abita pure, in una suite che funzionerebbe come camera di tortura per gli spartani, soprannominata Penthouse.
Una sera Elvis è scatenato. Una palla di fuoco che si piega, salta, si scuote come se fosse ancora bambino, nella stamberga di Tupelo. La cosa che salta agli occhi degli spettatori è che Elvis è lì, con loro, sotto il palco. Alla fine del concerto, le acque stupefatte si separano per lasciarlo passare e lui dice a tutti: “Avete appena visto il Re del Rock and Roll”.
Come se Dio uscisse da un sermone di Allah e dicesse “Ascoltatelo, è un grande”. Allah quella sera è Chuck Berry, un nero che ha passato abbondantemente la quarantina. Si è fatto parecchi anni di riformatorio e galera, e altri ne avrebbe fatti negli anni a venire. Niente a che fare con la sregolatezza. Chuck non si droga, odia gli ubriachi. Molto a che fare con il genio. Quando si mette a suonare, negli anni cinquanta, assesta il colpo definitivo alle paranoie separatiste assurte a legge genetica anche con riguardo alla musica: una per i bianchi e una per i neri. Il country e il rhythm and blues. Due mondi rinchiusi. Ognuno con le sue radio. E se un bianco è attizzato da Muddy Waters o da Johnny Otis deve comprare i dischi di nascosto.
L’educazione sociale di Chuck Berry è quella di tanti. Nasce da una famiglia benestante di St. Louis il 18 ottobre 1926. Non abbastanza ricco per essere accettato dai ricchi, non abbastanza povero perché i poveri lo considerino uno di loro. Il giovane Chuck sogna una strada alchemica: unire i due mondi, per non restare, per sempre, nel mezzo. Guardando l’America vincente del dopoguerra, crede di trovare la soluzione e ne fa la ragione della sua vita. La soluzione sta nei soldi. La ricchezza come una forma di accettazione universale. Non sarà così facile, ma si sa: quando un demone ti prende, non ti lascia più in pace.
Quando si è bambini, il demone sono le cose che i grandi ti proibiscono di toccare. A casa Berry, è una radio Philco il frutto proibito del piccolo Chuck. Sembra la cupola di una cattedrale, piena di suoni e di voci. Chuck vuole entrare lì, viverci dentro. Ha anche capito che, per farlo, bisogna girare delle manopole. Se lo fai, il mondo esplode in una confortevole eccitazione.
Chuck a scuola va che è una meraviglia e, quando finisce le primarie, ottiene il permesso. Si incolla alla Philco e smanetta le radio dei bianchi, la musica country, quelle parole scandite alla perfezione che parlano di buoni sentimenti, strade infinite e patriottismo rurale. Resta aperta la questione con le sorelle che lo interrompono di continuo perché devono esercitarsi al pianoforte. Come fare per dirgli di lasciar perdere Beethoven?
La carnagione di Chuck gli permette anche di attraversare il fiume, andare nella East St. Louis, dove i locali sono cortine di fumo attraversate dai suoni minacciosi e strascicati del rhythm and blues. Capita di fare brutti incontri. Chuck parte per un viaggio in California con due amici. Rompono l’auto e restano senza soldi. Che si fa? Si telefona a casa? Si prende un treno? Ai tre non sembra il caso. Meglio rubare un’altra auto e fare qualche rapina. Totale: dieci anni di riformatorio. Chuck ne sconta più di tre, esce il giorno del suo ventunesimo compleanno ed entra in fase rebound.
Si mette a lavorare con il padre carpentiere, aiuta la famiglia nell’attività ambulante di fruttivendoli, frequenta un corso di cosmesi e apre un centro di bellezza con la sorella. Ma non basta: la testa a posto prevede l’inesorabile matrimonio. A ventidue anni, sposa Themetta Suggs e mette al mondo due figlie.
Energia ne ha, senza dubbio. Resta il fatto che gli anni passano e Chuck è ancora nel limbo, sempre più impantanato in un fango che genera liquidità, ma allontana l’alchimia. Bisogna allungare la mano e girare la manopola della Philco; un’idea potrebbe essere cambiare la musica. (altro…)

Stefano Domenichini: Non sapevo che passavi #4, JARNO SAARINEN

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JARNO SAARINEN
(motociclista)

Il 23 novembre 1963 al parcheggio della pista di speedway su ghiaccio della città di Tampere, in Finlandia, arrivano contemporaneamente due carri funebri.
Gli sportelli si aprono all’unisono e scendono due diciottenni che si scrutano per un attimo attraverso le ferite azzurre degli occhi. Uno sta mettendo in riga il generale inverno con una camicia aperta fino a mezzo busto, l’altro ha baffi folti e ondeggianti, come un’anima che continua a muoversi anche dopo che la musica è finita.
Musica ne esce, peraltro, dal carro funebre dello scamiciato. I due alzano il portellone posteriore e, continuando a controllarsi con indifferenza, tirano fuori una Puch-Tunturi e una Husqvarna. Da una rapida occhiata alla lunghezza dei chiodi nei pneumatici, si direbbe stessa cilindrata.
Lo speedway su ghiaccio è atto contro natura, fatto apposto per stupire Dio: te lo immaginavi che saremmo riusciti a fare questo? Dio, al solito, alza le spalle, ma pare che, di nascosto, studi con attenzione i filmati delle gare.
Alla fettuccia di partenza il Baffo viene affiancato dallo scamiciato che gli dice: «Dove l’hai preso il carro?». «Mio padre ha una pompa funebre a Lisolmi», risponde il Baffo sgasando, senza girarsi. «Anche il mio, a Turku». I baffi hanno uno slancio infantile e, questa volta, la voce esce frontale: «Cosa stavi ascoltando?». «Beach Boys. Se riesci a starmi dietro te li presto».
Il Baffo passa all’interno all’ultimo giro, dice di chiamarsi Teuvo Lansivuori. L’altro si presenta come Jarno Saarinen. Il sabato successivo, all’ovale ghiacciato di Reuva, arrivano sullo stesso automezzo: è il primo caso di utilizzo di carro da morto per la mobilità sostenibile. Dura per tre anni, fra gare su ghiaccio, motocross e dirt-track. Delle moto resta solo la marca, i due le smontano e rimontano, trasformando telaio e motore.
La Finlandia non è un luogo comune: si fa colazione con i cetrioli e la liquerizia salata e il 13 ottobre è la festa nazionale dei falliti. Viste le premesse, Teuvo e Jarno danno poco credito alla solfa per cui i piloti di speedway diventano buoni a nulla se li metti in pista. Il primo a provarci è Teuvo Lansivuori: si iscrive al Gran Premio di Savonlinna e vince. L’anno dopo è al motomondiale.
Jarno resta a Turku. Il padre è morto e c’è bisogno di lui. Turku è come la leggerezza: un gran bel posto dove è difficile trovarsi a passare per caso. Jarno si iscrive a ingegneria: sa già che passerà la vita a progettare carene e motori. Sa anche che sarà il migliore, non per arroganza e presunzione, ma per quel suo modo gentile di inseguire l’esattezza.
E poi vuole girare il mondo, fosse anche sul carro funebre. Lo urla pure ai genitori, un giorno di giugno dei suoi sedici anni, quando gli impongono una vacanza in un cottage nella campagna intorno a Turku. Jarno si chiude nel capanno degli attrezzi a scomporre e riassemblare manicotti, collettori e cilindri. I vicini di cottage vengono in visita tutti i pomeriggi e si portano dietro una ragazzina bionda. Jarno non le presta alcuna attenzione. Per due volte. Alla terza fissa il pistone che ha tra le mani e, per la prima volta, gli sembra solo un inutile pezzo di alluminio. Lo molla accanto a una vite prigioniera e corre in casa disposto a tutto, anche a prendere il thè seduto.
Lei si chiama Soili, ha quattordici anni ed è la più bella. Sarà lei a sostituire Teuvo sul carro funebre, in giro per piste ghiacciate, bar e fotografie. Jarno le regala un cronometro, si fida solo di lei. L’esattezza ha a che fare anche con le parole. E se Jarno e Soili sentono di essere inseparabili, significa che vanno insieme ovunque. Perché non conobbero mai l’età del vuoto e del bisogno di qualcosa cui aggrapparsi. Un motore è solo la passione e Soili è solo l’Amore.
Soili sale con lui sul podio, lo abbraccia sotto un acquazzone, gli mostra, in bikini, il cartello dei tempi dal muretto dei box. Jarno, se potesse, la porterebbe anche sulla motocicletta, mentre entra in derapata, con il ginocchio aperto a sfiorare l’asfalto, cercando l’angolo esatto, il punto più basso e veloce.
Nel 1968, Jarno e Soili arrivano al motomondiale, dove ritrovano Teuvo. Il carro funebre è sempre lo stesso. Dietro c’è una Yamaha YDS5 comprata usata. Soldi non ce ne sono, solo odore di olio e benzina. Sono due bellissimi vagabondi, semplici e sorridenti.
Poi arriva l’anno rotondo, il 1970: le due ruote mettono a fuoco quello che Jarno è veramente: il migliore, l’unico che può battere Giacomo Agostini. Jarno si laurea in ingegneria, con i primi guadagni manda in pensione il carro da morto e si compra un furgoncino Volkswagen che diventa la nuova casa. Compra anche una Yamaha TD2 250 e il 31 dicembre sposa Soili.
Diventa il più amato, dentro e fuori dal circuito, di quelli che la gente dà il loro nome ai figli. Non molla mai, senza un attimo di respiro, senza una pausa, un riprendere fiato. È leale e disponibile. Vince tutto. Nel ’72 è campione del mondo, batte per un punto un pilota di Rimini, Renzo Pasolini.
In quegli anni, Pasolini è un cognome in voga in Italia. Ce ne sono due, molto famosi: uno ha occhiali da intellettuale, tira di boxe e corre in motocicletta, l’altro ha una faccia scavata, da minatore, ed è un poeta.
L’anno dopo Jarno si presenta alla 200 miglia di Daytona con una 350. Gli altri concorrenti hanno delle 750 e alla partenza lo fissano con una certa curiosità. Più che altro è per Soili che, con il solito bikini, gli regge l’ombrellino. Va a finire che Jarno li aspetta tutti, dopo l’arrivo, con quel suo sorriso mansueto, come a dire grazie, è stata una bella giornata. Fa lo stesso alla 200 miglia di Imola. Nel motomondiale vince cinque delle prime sei gare.
Esattezza non ha niente a che fare con l’arrivismo ed è qualcosa di diverso dalla ambizione: è avere, preciso, il senso del traguardo. Il 19 maggio 1973, Jarno rilascia un’intervista dove dice che è felice per il fazzoletto di benessere che lui e Soili si sono ritagliati, ma che non vuole spezzare la corda. Dice che il suo traguardo è una vita normale, una casa, la moglie e i figli che verranno. Annuncia il ritiro per l’anno successivo.
Il giorno dopo è alla partenza delle 250 del Gran Premio delle Nazioni di Monza. Sono le 15,17. Si parte di corsa, poi si sale in moto. Pasolini è il più veloce, inseguito da Jarno. Dietro c’è il suo compagno di scuderia, Hideo Kanaya, uno cui piace arrivare al circuito in autostop perché, dice, lo aiuta a capire la gente del posto.
C’è il lungo rettilineo delle tribune, poi il curvone a destra, quello che i piloti considerano troppo pericoloso, quello per cui da anni c’è un progetto di variante. Roba di secondi e i corridori escono dalla visuale degli spettatori. Passerà circa un minuto e quaranta prima che si facciano rivedere. Pasolini sembrava carico, ma Saarinen era lì. Anche Gallina è partito forte. C’è qualcuno che ha scommesso su Victor Palomo, il campione di motonautica, c’è un altro che fa segno con la mano: si è alzato del fumo. C’è del fumo all’altezza del curvone. Prendi il binocolo, cosa vedi? Stanno tornando indietro, c’è una moto in senso contrario. Non si è mai vista una moto in senso contrario. Chi è?
È Dodds, un australiano. Arriva alla linea di partenza e si toglie il casco. Sta piangendo. Non parla.
Il tedesco Braun e Mario Lega concludono il primo giro. Si fermano. Sempre in senso contrario arriva un’altra moto. Sono due inglesi, uno guida, l’altro, senza casco, è aggrappato al codino posteriore. Adesso ci diranno cosa è successo.
È successo che Pasolini è scivolato. La sua moto è volata contro il guard-rail ed è rimbalzata in pista sbattendo contro la testa di Sarineen che si è rialzato per vedere. Altri due piloti travolgono il corpo del campione di Turku. Le moto si incendiano e il fuoco contagia le balle di paglia. Cadono in dodici. Pasolini muore sul colpo. Di Jarno, poi, non resta più nulla.
C’è un signore che abbraccia Soili. C’è un bambino che guarda degli uomini in canottiera che cercano di spegnere il fuoco con delle scope.
Teuvo Lansivuori corre fino al 1978, poi si ritira e torna a Lisalmi.

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© Stefano Domenichini

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Nota: la rubrica “Non sapevo che passavi, con racconti di Stefano Domenichini, è pubblicata in accordo con il sito sdiario. Ringraziamo Stefano Domenichini e Barbara Garlaschelli, il web è l’occasione per fare le cose insieme, le cose belle e Domenichini ne fa, bene che le legga più gente possibile. La redazione

Stefano Domenichini: Non sapevo che passavi #3, Giuseppe Ticozzelli

foto da alessandriacalcio.it

Giuseppe Ticozzelli

Giuseppe Ticozzelli

(maglia nera)

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La mattina del 18 gennaio 1920 Giuseppe Ticozzelli uscì dalla casa di Castelnovetto, provincia di Pavia, dove era nato il 30 aprile 1894.
Si aggiustò il tascapane, con dentro i panini e l’immancabile gazzosa, e salì in bicicletta. Essendo alto 187 centimetri per 95 chilogrammi di peso, il velocipede tendeva a scomparire sotto la sua mole. Se Hanna e Barbera, a quel tempo, non fossero girati intorno ai dieci anni, sarebbe stato soprannominato Napo Orso Capo, per l’illusione che dava di pedalare l’aria.
D’altra parte, l’altezza media degli italiani era di 165 centimetri e il livello di personalizzazione delle biciclette era ancora in fase di annidamento. Il suo pedalare per le campagne della Lomellina non aveva nulla a che fare con lo spostamento (tropismo, direbbe il Maestro Palazzolo1): era narrazione dello spazio, dinamismo della luce, spezzata e ricomposta dal fruscio di quel corpo immenso.
Per i futuristi, vederlo passare era come entrare in un bordello di lusso. Puro godimento. Boccioni era già caduto, a Chievo nel 1916, ma aveva fatto in tempo a dipingere Dinamismo di un ciclista e Dinamismo di un giocatore di calcio. Praticamente aveva dipinto lui, Ticozzelli.
Perché quel 18 gennaio 1920 il Tico pedalava verso Milano, 56 chilometri, per andare al Velodromo di Corso Sempione dove era in programma l’amichevole Italia-Francia. Il Responsabile Tecnico Resegotti l’aveva convocato. Doveva far coppia con Renzo De Vecchi del Milan nella difesa azzurra.

Dopo Vigevano varcò il Ticino e, d’istinto, volse il guardo, perché oltre a essere da sei anni uno dei giocatori più rappresentativi dell’Alessandria, si era diplomato geometra e ragioniere. Alle porte di Abbiategrasso si fermò all’Osteria La Pendola. Gazzosa e panini finiti. La bicicletta riapparve e fu appoggiata a un muro. Un avventore riconobbe il colosso.
«Inda vet, Tico? Te pers la roda ed Baslott?».
Baslott era un amico di Ticozzelli, che lo accompagnava nei suoi allenamenti in bicicletta. Con alterne fortune, bisogna dire, visto che Baslott di cognome faceva Rossignoli e aveva già mietuto successi al Giro d’Italia.
«No», rispose Ticozzelli «vò a mangià galett e lumag.»
Ma quello era il menù del pomeriggio. Per il momento Ticozzelli ordinò pannerone con il miele e un piatto di luganega. Fece il pieno di gazzosa, e ripartì. Quando si fermò davanti alla porta di ingresso, al Velodromo c’erano 14.000 spettatori e un cartello che comunicava il mancato arrivo della nazionale francese a causa del quale la partita internazionale veniva sostituita con una gara contro un’improvvisata rappresentativa milanese.
La bestemmia di Ticozzelli fu strozzata da due eventi simultanei: un gigante gassoso con nucleo di luganega che gli attraversò l’esofago chiedendo il suo spazio per esprimersi e il centravanti Brezzi (quel giorno avrebbe segnato tre gol) che, correndogli incontro, diceva che galletti e lumache erano arrivati, solo avevano magliette uguali alle nostre, ma era questione di trovarne delle altre.
Finì 9 a 4 per l’Italia. Ticozzelli dovette fermarsi a Milano. La Federazione, per festeggiare, aveva organizzato una cena in un ristorante di lusso. Menù fisso: lumache alla parigina. Tico provò un forte imbarazzo, sia fisico che emotivo, ma aveva già combattuto una guerra mondiale e non arretrò di un passo. Baslott era più vecchio di dodici anni. Ticozzelli lo vide la prima volta nel 1907, quando andò a Pavia per il passaggio della Milano-Sanremo. Baslott era in fuga, sotto una tempesta d’acqua. All’altezza della Porta di Borgoratto, Tico vide una donna che correva incontro al corridore e gli porgeva un ombrello. Baslott rallentò, aprì l’ombrello, e ripartì di gran lena, con quel suo stile scimmiesco, goffo ma efficace, reso ancor più dissestato dal parapioggia nero che, tra coefficiente di viscosità dell’attrito e rimbalzi dell’acciottolato umido e fangoso, si sentiva inutile e perso, ma presente in quell’attimo di marzo.

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Stefano Domenichini: Non sapevo che passavi #2, PETER NORMAN

fonte qnm.it

fonte qnm,it

PETER NORMAN

(velocista)

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I ribelli fanno vendere. Magliette, poster, tazze. È la cultura pop. Andy Warhol metta pure su quella sua aria imperturbabile e sdegnata, ma il punto è un altro.
Prendete da parte il primo eversivo da birretta con sul petto il Che guarnito dai riccioli della victoria e chiedetegli: se sapessi che per aver indossato quella maglietta ti portano via tutto, a partire dai soldi fino a cose più impalpabili, come il futuro, tu che faresti? Si alzerebbe una brezza disciplinata e, scommettiamo, senza neanche appoggiare la birretta il tipo si è già coperto di popeline celeste e blazer blu.
Peter Norman fece l’esatto contrario. Ai cento metri era sesto. Bianco, vestito di bianco. Al sicuro. Peter Norman era cattolico, adepto dell’Esercito della Salvezza. Il suo Dio gli diceva di stare lì, non mettersi in mezzo. Aveva fatto 20.22 in semifinale, un tempo pazzesco per un bianco australiano. Il futuro era suo. Quella finale dei 200 metri uomini delle Olimpiadi di Città del Messico del 1968, la prima sul tartan, la prima in altura, non la riguarda mai nessuno. All’uscita dalla curva, Peter Norman ha uno scatto dissennato. Non è solo atletica. È Aiace alle Porte Scee. Il suo destino è lì. Chiude in 20.06 (48 anni dopo è ancora il record australiano), secondo, in mezzo a due neri. Chissà che odore, dicono gli australiani estasiati davanti alla televisione. Nel ’68 in Australia l’apartheid non ha nulla da invidiare a quello sudafricano.
Con 20.06, quattro anni dopo, a Monaco, Peter Norman avrebbe fatto a spallate con Borzov. Ma non lo convocarono neppure (pur essendo sceso tredici volte sotto il tempo di qualificazione). Eppure era australiano, bianco e membro dell’Esercito della Salvezza. È come oggi avere l’erre moscia, vivere a Milano e appartenere a Comunione e Liberazione: puoi anche avere i neuroni che brancolano a mosca cieca, ma il futuro è assicurato.
Peter Norman, invece, indossò la spilla. Sulla tuta verde della nazionale mise una spilla e andò, nelle sue Adidas bianche, verso il podio. Il Dio dell’Esercito della Salvezza era intervenuto ancora per cercare di fermarlo, per farlo rientrare nei ranghi di una vita di successo.
Quando Peter Norman chiese la spilla ai due neri, quello che aveva vinto con il nuovo record del mondo, guardò l’altro e disse “che cazzo vuole questo, si prenda la sua medaglia e torni a casa”. Anche i ribelli hanno un senso elitario: la lotta è una lotta loro, non vogliono intrusi.

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Stefano Domenichini, Non sapevo che passavi #1: Bob Kaufman

berlino foto di gianni montieri

berlino foto di gianni montieri

BOB KAUFMAN

(poeta)

*

 

 

La filosofia orientale ha conquistato il mondo. È come alle conferenze internazionali su qualcosa: mandano avanti i Presidenti, freschi di manicure, e dietro le unghie sudicie bisticciano virgole, parametri e ripicche. Hanno mandato avanti lo Zen (e l’arte di manutenere qualunque patacca occidentale) e intanto facevano scendere da bilici silenziosi sciami di auto compatte di gusto giappo a basso costo di produzione. Hanno vinto loro.  Vedi gente che va ai corsi di campana tibetana su piccole automobili sgraziate che Buddha avrebbe considerato ostacoli insormontabili verso il Nirvana.

Non era così a North Beach, San Francisco, anni cinquanta. Le auto erano monumenti rombanti e contenevano sogni, non individui. Bob Kaufman non sapeva guidare, ma era amico di Kerouack e di Nail Cassady: come non essere mai stato in un posto, ma avere due amici madrelingua.

Se vincete un buono omaggio per una increspatura dello spazio-tempo, fate un salto nella New Orleans degli anni venti. Lì è successa una cosa senza uguali nella storia del mondo: la congiunzione carnale (e sentimentale) tra una ragazza cattolica di colore della Martinica e un tedesco ebreo ortodosso. Non potevano nascere che quattordici figli da una trama così visionaria. Uno lo chiamarono Bob, nero come la mamma.

A tredici anni Bob esaurisce il desiderio di intimità famigliare. Intravede nel mare un’oasi di tranquillità e si imbarca con la Marina Mercantile. Sopravvive a quattro naufragi e a migliaia di burrasche. E’ lì che, per la prima volta, si accorge di poter isolare una musica in mezzo alla tempesta. La chiama poesia, e la cosa gli piace tantissimo. Sviluppa anche una grande passione per il blues – che separa il mare dei suoni inquinati –  e per il jazz – che vola verso sacche di suono nello spazio. Comincia a scagliare dalla bocca tocchi di anima  cruda, mischiati a biscotti di avena.

Non scriveva. Come il Cafi di Lessico famigliare pensava che i posteri non contassero nulla. Voglio essere anonimo, diceva, la mia ambizione è di essere dimenticato.

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Questo Natale #19: Stefano Domenichini, Cerca il Decumano

LupinIIIserie da animeclick.it

LupinIIIserie da animeclick.it

Cerca il Decumano

La velocità è sopravvalutata. Siamo d’accordo. Questo però non giustifica che uno, per fare quattrocento metri a piedi, ci metta quasi tre ore. In zona pedonale, tra l’altro. Va bene che è la Vigilia di Natale, ma il flusso è meccanico, ripetitivo: l’ennesima replica de Il Natale in città.

Penso ai cecchini. Sui tetti. Pronti a sparare a chi non incrementa con perseveranza il numero dei sacchetti.È un’idea. Se ci metti tre ore a fare quattrocento metri, il minimo che puoi pretendere è di arrivare in fondo alle cose. O il Natale si fa ogni quattro anni così, per farci respirare un po’, oppure piazziamo i cecchini per stimolare i cittadini a bassa carica consumistica.

Come nel tennis giocato nelle gabbie di vetro, la pallina è sempre buona: e pim c’è la crisi, e pam la ripresa, e pim i sacrifici e pam le riforme. È un gioco massacrante. Giochiamo da soli, ma completamente disciolti in un unico inconscio collettivo che ha come genitori soffocanti lo Sviluppo e la Paura. Per questo i cecchini ci starebbero bene, sarebbero un gesto d’amore di mamma e papà. Il cecchino che vigila sul culto del mercato è l’archetipo del limite, l‘unico che è rimasto: la morte.

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Carissimo Luigi

luigi

Carissimo,

fossi vivo non esordirei così, ma tu sei andato a farti il giro lungo, e poi sarà un ricordo pubblico, quindi consentimi un po’ di scenografia. Avevo pensato di scrivere, uno dietro l’altro, tutti gli sms o whatsapp che avrei voluto mandarti quest’anno, sarebbe stata una cazzata. Insomma, dove li avrei mandati? Non so nemmeno che prefisso ci sia dalle tue parti, di sicuro non vale il +39. Per farti stare tranquillo, ti dico subito che la tua Juve è prima, certe cose non cambiano, solo che degli arbitri non si occupa più Moggi, secondo me col primo rigore concessovi contro la Roma c’entri tu, ma non voglio approfondire. Siamo sotto Nobel e vendemmia, nessuno dei nostri ha vinto, nemmeno quest’anno. Ha vinto Modiano, che non è nemmeno dei loro, da Einaudi son tutti lì a cancellare il nome di Murakami dalle fascette. La buona notizia (per me, per te e per tutti quelli che hanno un po’ di fantasia) è che Michele Mari è arrivato in finale sia al Campiello che al Viareggio, no, non ha vinto, ma per fortuna hanno vinto due bravi scrittori con due ottimi libri: Pecoraro e Fontana. Un po’ di luce, un po’ di respiro.

Davvero vuoi sapere dello Strega? Secondo me sai già tutto, non perché tu adesso veda ogni cosa, ma perché nulla è cambiato. Scurati ha sfiorato la vittoria, ma non ha vinto, pare sia fissato con i massaggi, li piazza in ogni libro e per farli venire bene li copia dai romanzi precedenti, vabbè ma queste sono fesserie. Siamo a ottobre, pazzesco che sia già passato un anno, non trovi? È stato un anno fortunato, ho letto dei bei libri. Tre, credo, ti sarebbero piaciuti particolarmente: Stati di grazia di Davide Orecchio, perché è un libro che porta via senza abusare della pazienza del lettore, ed è bellissimo. Il secondo è Critica portatile al visual design di Riccardo Falcinelli (e qui c’entra Rachele), perché è un libro che insegna un sacco di cose e a te piace imparare. Il terzo è Cartongesso di Francesco Maino, per la maniera in cui usa la lingua. Lui mi ha ricordato quel “passo di Palassolo” (e il complimento lo sto facendo a Maino). Tante cose belle, in ogni caso, è appena uscito Pynchon e sto leggendo Lagioia, che promette bene. Adelphi ha da poco pubblicato I Diabolici, qualcuno l’ha fatta passare per una novità, cose che capitano, me l’avevi detto che l’editoria è un mondo dove le omissioni regnano sovrane.

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Ravaioli (quarta e ultima parte) – di Stefano Domenichini

parigi 2010 - foto gm

STORIA RAGIONATA DEGLI ANNI OTTANTA (quarta e ultima parte)

 

Don’t worry, be happy. E se hai nostalgia degli hippy, ci sono i party a tema. La y diventò di gran moda. Stava bene con tutto e metteva allegria. Hippy Happy ebbe un buon successo come marca di un bagnoschiuma rigenerante a base di spremuta di pompelmo. Il popolo dialogava con mantra natalizi: dove andray? Dove sey stato? Non say quanto tycapysco, anche yo adoro andare al caldo per Natale.

Anche il linguaggio si prese la sua fetta di libertà. Grammatica ed etimologia diventarono plasmabili. Parole tristi e menagrame ritrovarono nuove energie. Solidarietà, ad esempio. Diventò un concetto talmente sentito che non lo si voleva sprecare. Così si andava per le spicce. A una faccia nuova veniva domandato subito che auto aveva, per non correre il rischio di solidarizzare, tipo trovarselo a cena, con un sopravvissuto all’anno zero che viaggiava ancora a metano.

Con Ravaioli si andava sul sicuro. Aveva raggiunto la vetta più alta dell’immaginario collettivo contemporaneo, simbolo di imprendibilità e fascino: la targa Escursionisti Esteri (sigla EE). Aveva guardato dall’alto anche quelli targati Principato di Monaco o San Marino e discorreva alla pari con i diplomatici sul potere afrodisiaco dell’impunibilità.

Ora però aveva smesso di giocare alle macchinine. Era diventato Onorevole. La sua impunibilità era diventata una garanzia a difesa della democrazia.

Lui e il tipo in canotta erano partiti per la capitale con un programma preciso: restare a Roma pochi mesi, spaccare il sistema e tornare al nord da eroi.

Ravaioli, dopo cinque anni, ancora si godeva il sole di aprile a un tavolino difronte al Pantheon, con l’auto blu incastonata all’angolo di Via delle Colonnelle come un diamante ammirato da tutti. Il tipo in canotta era tornato a casa quasi subito, in un rigurgito di maleodorante coerenza mista a quella nostalgia che, a volte, azzoppa i centravanti brasiliani. Non trascorse molto tempo che il tipo in canotta telefonò a Ravaioli per dire che era pentito, che non si divertiva più a girare i bar del varesotto, che la gente era diventata aggressiva, gli chiedevano in continuazione di mandar via i negher, ma a lui di mandar via i negher non importava niente, non avrebbe neanche saputo da dove cominciare, a lui interessava solo tornare a Roma, che dopo aver ravanato un po’ di donne a Roma, le contadinotte della Brianza gli mettevano tristezza con quell’odore di scantinato umido che avevano e poi gli serviva uno stipendio che i figli crescevano con lo sguardo un po’troppo ebete per essere solo questione di adolescenza e a casa avevano scoperto che non faceva il medico, che non era neanche laureato.

E Ravaioli lo aiutò, perché nel frattempo aveva conosciuto il Perdente e se ne era innamorato. Non ebbe il minimo dubbio fin dal primo momento che lo vide: quell’uomo impersonava l’essere perfetto immaginato dalla sua mente quando, da visionario, aveva concepito il nuovo mondo.

Il Perdente sembrava l’imitazione di un calzone farcito preparata per gioco dal figlio di un pizzaiolo. Era volgare, chiassoso e ignorante come una marmitta forata. Quando voleva comunicare con qualcuno, lo incantonava e gli raccontava barzellette. Ma era enormemente ricco e aveva tutti ai suoi piedi. Viveva in un perenne trionfo sancito da scribi e donne prezzolati, da colonnati d’oro e vulcani telecomandati, da cantanti e attori falliti tra nasi da aquila e casevianello, da tutoni sintetici raggomitolati su divani in attesa del perizoma e del bicipite unto. Seminava privilegi, schiavitù dorate e assegni di sostentamento. Le barzellette non gli bastavano più. Cominciò a lanciare peti nauseabondi e a godere dei milioni di persone che accorrevano per essere visti mentre annusavano. C’erano Presidenti del Senato e della Camera, c’erano ex lottatori armati delle prime linee in lotta continua, don mariani, ominicchi, pigliainculo e quaquaraquà, tutti metalli vili tramutati in oro dal Perdente. Il Perdente era il bancomat illimitato che tutti avevano sognato dopo che Ravaioli aveva cambiato il mondo. Il Perdente aveva vinto, e questo è tutto.

Ravaioli lo capì subito: il Perdente era fatto dell’antimateria che aveva prevalso nel Big Bang da cui tutto era ripartito negli anni ottanta. Il Perdente era il filo del telefono attraverso il quale Ravaioli raccontò l’esaltazione per la sua serata in Sardegna. Era la Vanda e Laprisca. Era il geghegé. Era la banca dove ti senti come a casa tua. Era il carpe diem, l’amnistia perenne. Era la pubblicità ininterrotta. Era l’Offerta Pubblica d’Acquisto. Era quello che è bella anche Stefania Craxi, era la laurea per diritto. Era il Geografo Junior e il Gattologo. Era la pancia che parlava. Era la mattanza di polvere e seta. Era la fuga dei cervelli. Era il culo sodo e senza cellulite. Era il vigore sessuale. Era il bigottismo morbido delle grandi aspettative. Era quello che ce l’ha duro. Era la Confederazione Elvetica. Era una pizzeria di Caronno Pertusella. Era Eros Zaffaroni. Era quello che si fidava di sé stesso solo perché era ricco.

Il Perdente diventò il bosone che accentrava le particelle rivoluzionarie: gli costava un botto, ma finalmente gli anni ottanta diventavano un sistema. Qualunque sciocchezza, nefandezza o sopruso veniva lanciato a volo d’angelo dal palco e il pubblico lo afferrava entusiasta e lo innalzava a simbolo di libertà. L’assuefazione alla ricchezza potenziale attraversava veloce la tangenziale del buon senso, verso l’orgia infinita, poco più in là, a un passo, seducente e irraggiungibile.

Le cose erano state rimesse in ordine. Ciascuno aveva il suo posto, la mafia, gli stilisti, l’opposizione. Anche i detrattori stavano bene: quelli che la domenica sera predicavano il tempo che fa, i giornalisti in esilio a Parigi, i comici che rendono scherzosa la rabbia. Tutta gente pulita e ben profumata, ammorbidenti che ciondolavano come pendole, rumori di fondo, metronomi della democrazia.

Ravaioli aveva smesso di contare. La sua ricchezza erano i tacchini che guardavano verso il cielo con le bocche spalancate a raccogliere la manna finanziata dal loro futuro. Ravaioli sentiva che prima o poi sarebbero affogati, ma non si preoccupava più di tanto: ormai era fatta, erano geneticamente modificati e anche con la gola strozzata non avrebbero più rinunciato alla festa mobile, al tuttocompreso, al charter, al sonounalucertolaestobenesoloalsole.

Avere un inno con un giro armonico semplice. Incontrarsi eleganti a Piazza San Babila in favore di telecamere. Acclamare un uomo issato su un predellino. Non rendersi più conto che quell’uomo è la parte di sé stessi che ha perso. E sentirsi al sicuro, che Lee Oswald e GavriloPrincip non ci sono, sono a palazzo a falsificare bilanci e a truccare i conti, in odore di bonus e incentivi, nell’anarchia in grisaglia del tutto tranne le regole.

Fu così che Ravaioli, un sabato sera di primavera, si trovò seduto accanto a Tronchetti Provera nella tribuna VIP dello stadio gremito per la stracittadina. Tronchetti si era alzato per salutarlo. Ravaioli pensò alla Vanda, alla notte in cui fecero l’amore tre volte, unilateralmente eccitati dall’incontro con quell’uomo che ora gli stringeva la mano. Per un meccanismo di associazione mentale che lo accompagnava da tutta la vita pensò anche a Laprisca. Sentì una nostalgia che lo imbarazzò. Come se rimpiangesse le sfacchinate con i cataloghi patinati dei cancelli automatici. Si concentrò sul fatto che la Vanda aveva quasi trent’anni in più. Aveva aperto una music life beach nei lidi ravennati. Ravaioli aveva sistemato anche Laprisca: le aveva fatto avere una concessione per acque minerali che lei faceva amministrare al marito, mentre soggiornava per lunghi periodi in posti dove la luce solare esaltava le rotondità dei pettorali dei giovani indigeni.

Ravaioli si sedette. Gli parve di aver riacquistato la serenità, ma non riusciva a seguire la lettura delle formazioni perché Tronchetti Provera lo incalzava con un’OPA ostile che non si capiva da chi e quando dovesse essere lanciata. No, proprio non riusciva a trovare la concentrazione, né sulla partita, né su quell’uomo che lo importunava con i target e le convenienze.

Allora decise di estraniarsi, di lasciare andare i pensieri. In un attimo rivide una valigia sul letto e lui e la Vanda che preparavano i bagagli per la vacanza.

[fine]

(c) Stefano Domenichini

 

 

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