stefano cucchi

Ci sono cose da imparare da Montieri: poesia, umorismo e motto di spirito

 

Le cose imperfette, il terzo libro di Gianni Montieri (LiberAria Editrice 2019), è innanzitutto un libro dove si sente trascorrere il tempo. La prima sezione, Lettere aperte al fronte sudamericano, può ricordare un canzoniere d’amore, ma un amor de lonh, in cui l’amata è distante, molto, per l’appunto in Sudamerica. E allora la quotidianità più o meno indaffarata è anche disseminata di segnali, interferenze, rivelazioni improvvise che accendono il presente o trasfigurano periferie milanesi: «ti scorgo riflessa/ appena sopra il cartellone Calzedonia» (p. 13); «Per il tuo odore/ basta un asciugamano, una tazza» (p. 15); «bidoni da riciclo colmi/ di cartoni da pizza e sciocchezze/ nel Sudamerica di Affori» (p. 16). Il senso di una narrazione diffusa fa dunque tutt’uno con il tempo dell’attesa che si va colmando: «noi sopra le poltrone/ tutto sarà dove deve stare, a casa» (p. 33). La sezione centrale, Le persone rimaste, fa invece i conti con la perdita, con la “paura della morte” (p. 48): traspare la cronaca cruenta (che già si era palesata nella sezione precedente, con la tragedia dei morti in mare), le storie di Cucchi e Mastrogiovanni, Giugliano in fiamme, ma anche lutti più privati, e la salvaguardia della memoria («“LuigiUltimo” salvato con nome», p. 69). C’è spazio pure qui per gli affetti presenti, per le abitudini tenaci, ma il tutto proiettato su uno sfondo caduco, e impreziosito dal senso dell’inevitabile, come si legge nel bellissimo testo che chiude questa parte: «Mi interessa il futuro/ sapere come diventeranno/ le sedie, le poltrone/ con cosa le sostituiremo/ se ci invecchieremo sopra/ […] tireremo indietro il piede/ e voltandoci vedremo punti/ grigioazzurri ognuno mancanza/ ognuno cosa perduta» (p. 79). Nella terza e ultima sezione, che rappresenta forse il capolavoro del libro, il tempo viene infine scandito dalla crescita e poi dal ritirarsi della marea a Venezia.

Fin qui sto parlando del Montieri poeta, ma in molti sappiamo che esiste anche una sua scrittura assidua e proficua sui social, e in particolare su Facebook, dove fa mostra di una verve godibilissima, romantica e surreale, come una Napoli immersa tra nebbie nordiche. Non lo dico solo perché alcuni di questi testi hanno già circolato, perfettamente a loro agio, su quello spazio virtuale, ma soprattutto per il percorso inverso di un certo linguaggio, di una certa creatività da un contesto extra-letterario verso le poesie e infine dentro il libro. Dunque, quello che Montieri propone su Facebook, spesso e volentieri, sono riuscitissime e fulminanti battute. Una in particolare, di un anno fa, in piena emergenza per l’acqua alta, recitava così: «Oggi pomeriggio, tra Ca’ Foscari e San Barnaba, un francese mi domanda dove si trovi “Calle della Madonna”. In piena ribellione napoletana ho risposto: “Si è pe jastemmà, so tutte Calli della Madonna, frate”» (post del 29 ottobre 2018). Questa battuta, ricomposta e riformulata, riappare in un testo del libro: «Capita di incrociare un uomo/ in cuffia da piscina, giubbotto/ costume da bagno e stivaloni;/ un francese con l’acqua alle ginocchia/ mi domanda dove sia calle della Madonna/ gli rispondo in napoletano/ che lo sono tutte, poi ci salutiamo» (p. 87). Evidentemente Montieri nella battuta su Facebook giocava al gioco di una falsa logica, fingendo di travisare la domanda del francese, e in realtà sfottendo bonariamente l’ostinazione dei turisti, che pure con l’acqua alle ginocchia continuano a cercare una qualche “Calle della Madonna”, quando invece qualunque calle in quel momento sarebbe buona per imprecare. Nel riutilizzo poetico della battuta, tolta la coloritura dialettale, si attenua l’ironia nei confronti del turista, acquista invece forza il sentimento trepido di un malessere comune. Va infatti da sé che una poesia, diversamente da una battuta, non voglia suscitare il riso, ma può condividerne, come abbiamo visto, la tecnica, per così dire addolcita negli effetti. Era stato Freud a dirci in modo sistematico che quei brevi e piacevoli testi che chiamiamo barzellette (o motto di spirito, o Witz), se analizzati con intelligenza e serietà, rivelano sempre una qualche forma di ribellione nei confronti della società e del mondo (Il motto di spirito e la sua relazione con l’inconscio, 1905, e famoso su tutti il motto del salmone con maionese: proprio a partire da quel saggio freudiano, che in definitiva parlava da cima a fondo di letteratura, pur se nelle forme brevi e sottovalutate dei motti, Francesco Orlando ha fatto la sua illuminante proposta di una teoria per l’appunto freudiana della letteratura, vista quest’ultima come difficile equilibrio tra un’istanza di repressione e un’altra di represso). Anche il semplice gioco di parole fine a sé stesso denota ad esempio una certa insofferenza verso la razionalità adulta e il buon uso acquisito del linguaggio. Ne consegue insomma che Facebook, così come tutti i nostri discorsi quotidiani, è pieno zeppo di letterarietà, di poesia potenziale – a condizione di intendere per letteratura non solo i discorsi istituzionalizzati, ma un certo uso del linguaggio figurale. Mi sembra che Montieri senta con evidenza questa vicinanza, non solo nell’assunzione, dentro la sua poesia, di una discorsività colloquiale e quotidiana, ma anche nella ripresa della tecnica tipica dei motti di spirito, che dietro una facciata di falsa logica, di cattivo sillogismo, e al limite di assurdo, colpiscono in realtà bersagli più grandi e importanti. Come per il turista nelle calli allagate, e il finto malinteso nella risposta, si attenua e distende il carattere fulminante del Witz, ma non cambia la tecnica, quella cioè di affermare qualcosa di reattivo dietro una facciata di travisamento. È un trucco che troviamo nella letteratura del comico e dell’assurdo, per lo più teatrale e romanzesca, più raramente nei poeti, Montieri sembra invece farne un uso particolarmente naturale e brillante. Prendiamo ad esempio e per intero un altro testo (p. 67):

Qualcuno mi ha detto “Non aver paura
di essere lirico”. Mi sono fatto coraggio
e ho cercato nell’armadio qualcosa
da mettermi dei colori e dei tessuti
che mi accostassero al lirico, la cosa
di cui non dovrei aver paura.
E chi ne ha? Ma posseggo solo jeans
pullover grigi, neri e blu, camicie
di cotone organico. E se mi sposto
in libreria trovo penne Muji, tutto
in me è troppo contemporaneo
dovrei fare un settenario oppure
un novenario ma dopo della t-shirt
verde presa a Berlino che ne faccio? (altro…)

Vincenzo Mastropirro, Notturni

 

Vincenzo Mastropirro, Notturni, Terre Sommerse, Roma 2017

Musicista e poeta che si è distinto per le sue raccolte in dialettoVincenzo Mastropirro torna alla poesia in lingua italiana (ricordo Nudosceno, LietoColle 2007) in questa raccolta dal titolo programmatico, Notturni, che a sua volta si divide in quattro sezioni, Notturni, Notturni bisbigliati, Notturni urlati, Notturni masticati. Sono poesie che rimandano ad altrettante composizioni musicali, a “notturni”, appunto, di riflessione e meditazione sull’esistenza, sulle esistenze e sulle loro manifestazioni, a “notturni” di contemplazione, così come di constatazione. La parola poetica spicca il volo, coinvolge e convince là dove essa riesce a creare nuove armonie, là dove, per riprendere una poesia di Mastropirro di qualche anno fa, che considero un vero e proprio manifesto, «il fiato si accarna» e «ogni vibrazione diventa musica». Prende quota anche la “giusta collera”, l’urlo di chi è «livido di livore», lo sdegno dinanzi ai massacri perpetuati da umani su umani: ne è un esempio la poesia dedicata a Stefano Cucchi.
Il dialetto di Ruvo, quell’idioma refrattario a ogni forma di addomesticamento, e, come tale, avvertito come baluardo a qualsiasi finzione, per quanto allettante possa essere la finzione, a qualsivoglia «lingua infradiciata», torna tuttavia nella sezione conclusiva, in quei Notturni masticati nei quali le considerazioni della madre e sulla madre del poeta, rigorosamente e ‘necessariamente’ rese in ruvese (nel concetto di necessità si fondono i dati biografici e l’intenzionalità etica alla quale si è appena accennato), si approfondiscono e si ampliano per abbracciare i temi cari a Vincenzo Mastropirro: tempo e contro-tempo, tempo come cornice e limite delle vicende, contro-tempo come scontro e confronto con la morte.

© Anna Maria Curci

 

Quando un flauto suona melodie impensabili
il ritorno dello spirito è a portata di mano.
Lo vede anche un bambino che sa di musica pura
lo sente un vecchio che le ha cantate in un’altra vita
le ascolto anch’io che non so nulla di nulla
e abbraccio il suono per questo miracolo eterno.

 

Ri-annuso vecchie fotografie
e vedo l’ingiallimento della carta
nella camera oscura. Morta.
Acidi e colori disegnavano facce.
Lo sbiadimento tiene ancora. Ora
tutti inciampano nelle crepe dei volti
e nello spazio della memoria
si addensano finte apparenze. (altro…)

a Stefano Cucchi

Parigi, Mostra Mona Hatoum, 2015 foto di gianni montieri

Mostra di Mona Hatoum, Parigi, 2015 foto di gianni montieri

(a S. C.)

Suicidatomi senza prima saperlo.
Roma spariva come un’ecchimosi
che si riassorbe, i segni sulla faccia
restavano, erano destinati
a rimanere, a sopravvivermi.

Roma spariva ed era sentenza
dolore sordo, era silenzio di tomba.

*

© Gianni Montieri (2013/2014)

Le scale

Ci sono giorni in cui la pioggia scende e, anche se controvoglia, sei costretto all’attesa. Così per questo pezzo ho dovuto aspettare che cessasse l’allarme meteo, rileggere tutto e decidere se pubblicarlo o meno. Ho aspettato che passasse quella fastidiosa sensazione all’altezza dello stomaco, quella sensazione che, quando ti assale, riesce a togliere il fiato e la ragione.
Mentre scrivo, ripenso alle statistiche dell’Associazione Ristretti Orizzonti che ho letto recentemente: ogni due giorni un detenuto muore in carcere. Per avere un’idea della gravità del dato, basti pensare che le donne vittime di femminicidio (che brutta parola) sono una ogni tre giorni.
La causa indicata per i decessi in carcere è sempre una a scelta tra morte naturale, arresto cardio-circolatorio e suicidio; ma, come indica il rapporto, non sono pochi i casi di pestaggio, di malasanità, di cure non ricevute e di istigazione al suicidio.
La vicenda di Stefano Cucchi, sin dall’inizio, mi ha sempre creato disagio, forse perché mi ha messo di fronte all’evidenza di vivere in un Paese che ha un concetto di giustizia precario. Precario quasi come quello di rispetto.
Quello di Stefano Cucchi è uno dei nomi di una lunga lista – quella dei “morti di carcere” – che annovera Federico Aldrovandi, Aldo Bianzino e Giuseppe Uva (ma qui trovate altri nomi, come quello di Gianluca Frani, un paraplegico che si è impiccato in carcere).
Sembra quasi che ogni nome aggiunto sia il tentativo di vedere fino a quanto ci si può spingere nell’indifferenza generale delle istituzioni e di un popolo che dimentica più velocemente di quanto riesce a pubblicare sui social network.
È con questo sentimento di rabbia e di impotenza che sabato scorso è nato “Le scale”, il testo di un brano del gruppo di cui faccio parte; un brano che, dopo un lungo confronto (e una stesura musicale un po’ troppo alla Brunori Sas) abbiamo deciso di lasciare inedito.
Probabilmente, con qualche modifica, diventerà un racconto breve da leggere durante i live, accompagnato da una parte strumentale, per ricordare e per cercare di non far dimenticare. Perché la musica forse non può cambiare le coscienze ma può rammentare che un popolo civile ha il diritto di conoscere la verità e di ricevere giustizia.

Le scale

Per le scale
c’è chi scende, c’è chi sale
e chi si fa del male
e quel gusto
che si trova nel cadere
non c’è nel continuare
a dare le testate contro un muro
così solo per giocare
e indossare una maschera di sangue
neanche fosse carnevale

Quelle scale
le conosco molto bene
ci ho dormito anche a Natale
con la gente
che passava e che correva
e qualcuno che cantava
coi bambini che aspettavano un trenino
per andare via lontano
quei bambini caramelle in una mano
e il domani più vicino

C’è chi ha detto
che una vita dissoluta
mi ha portato in questa bara
non le botte
il digiuno e le percosse
che facevano a gara
per capire quanto tempo si può stare
soli come un animale
per vedere quanto dista da noi il male
e lasciarmi lì a morire