Stefano Bortolussi

Stefano Bortolussi, Billy & Coyote (rec. di Carlo Tosetti)

“Mi sento solo”, dice Coyote.
Corvo lo guarda dal ramo di sequoia su cui si è rifugiato dopo aver deviato il corso di un torrente che quel mattino gli dava particolarmente fastidio.
“Sei fortunato”, replica, “ad avere quattro zampe.”
Coyote inclina la testa perplesso. “Che intendi dire?”, domanda.
“Con quattro zampe hai poco da sentirti solo”, risponde Corvo.
“Pensa a me, che ne ho solo due.”
Coyote socchiude gli occhi in preda al sospetto.
Con Corvo non si può mai sapere: spesso dice cose per il puro gusto di confondere.
“Cosa c’entrano le zampe con la solitudine?”, protesta.
“Non sono le zampe”, spiega Corvo. “È la loro quantità.
Quattro zampe devono fare una bella compagnia.”
Coyote resta zitto per qualche istante, poi: “Ma sono le mie zampe. Sono parte di me. Che compagnia vuoi che mi facciano?”
“Non saprei”, risponde Corvo, “ma non è questo il punto. Il punto è che tu ne hai quattro e io solo due. Sicché sei avvantaggiato, come sempre.”

(da Billy & Coyote, pag. 18)

 

Confido che gli amanti del cinema abbiano letto avidamente il libro di Tatti Sanguineti Il cervello di Alberto Sordi-Rodolfo Sonego e il suo cinema (Adelphi, 2015, 2° edizione).
Il libro, attraverso le parole di Rodolfo Sonego e il corposo lavoro di documentazione dell’autore, ripercorre un ampio periodo di storia del cinema italiano, includendo una lunga sezione che racconta la genesi dei film ai quali, a vario grado, ha partecipato la penna di Sonego.
Come da titolo, l’autore si sofferma sul sodalizio artistico fra Sonego e Sordi, sodalizio fruttificato in indimenticabili pellicole, ma, grazie all’avventurosa vita di Sonego (partigiano, diplomato in belle arti, scrittore, sceneggiatore) ed alla sua puntuta e tagliente ironia, raccoglie una infinità di aneddoti sul cinema, sui suoi personaggi (noti e meno noti) e sull’Italia in generale.
Orbene, credo che aprire la recensione di un libro incensandone un altro può apparire insolito, nonché controproducente, ma cito il libro di Sanguineti perché colloco l’ultima opera di Stefano Bortolussi (Billy & Coyote, Effigi Edizioni, 2017) nella medesima categoria, per via di certe affinità.
Il romanzo di Bortolussi, infatti, è una divertente galoppata nel cinema hollywoodiano di Billy Wilder (Viale del tramonto, Quando la moglie è in vacanza, A qualcuno piace caldo, per citare tre titoli eternati dal successo), dagli esordi e ancora prima, quando il regista (appena giunto in America), masticando poche parole inglesi, tentava il successo scrivendo ancora in tedesco.
La trama si svolge passando nei teatri di posa, sul set di alcuni film di Wilder e, con la sapiente farcitura di una bizzarra aneddotica (in parte creazione dell’autore, in parte riprendendo fatti realmente accaduti o presunti), con il compendio di note insaporite dalla giusta presa di irriverenza e ben integrate nel testo (non ne spezzano la tensione, arricchendo la lettura, sono collocate sia a piè di pagina che in un’appendice finale), si percorrono quaranta anni di cinema americano, parlando e sparlando di personaggi noti e meno noti.
Dal punto di vista cinematografico, Bortolussi ha le idee chiare e non si sottrae dall’esprimere anche opinioni tranchant, ma di questa inclinazione avverte il lettore, tanto che il sottotitolo del libro è Una storia (im)possibile, con tanto di fazioso commentario.
Ho usato l’aggettivo “divertente”, perché il romanzo di Bortolussi lo è.
L’America di Bortolussi, o meglio, la California di Bortolussi, è sempre scoppiettante, avvincente e strampalata, in cui tutto è miscelato con tutto: umanità antica e moderna, divinità, mito, da un certo punto vista i marchi di fabbrica dell’autore (il poema I Labili confini, Interno poesia, 2016, è forse la summa di questo mondo “magico”).
A dimostrazione di quanto sopra, incontriamo un Dio condannato alla noia eterna (il Coyote del titolo), orfano del popolo nativo, che s’immischia nelle faccende umane con una certa invadenza; è agli antipodi della “divina indifferenza” di montaliana memoria.
Il Coyote è un trickster, un imbroglione, una figura ricorrente nelle tradizioni religiose politeiste.
È eccessivo, immorale, vorace, furbo.
Non potendo svelare troppo del susseguirsi degli eventi, accontentatevi del fatto che il Coyote, in quanto Dio – onnisciente e onnipotente – incontra nientepopodimeno che il talentuoso Wilder e del resto, Mefistofele non tentò di far tralignare un mugnaio, ma scelse il medico-teologo Faust.
Da notare che in Goethe la noia attanaglia l’uomo di scienza, in Billy & Coyote è la divinità ad annaspare, ad avere estremo bisogno di una scossa.
Calatosi il dio-canide nella quotidianità di Los Angeles e dell’industria del cinema,  mostrerà la sua natura ferina; non smentirà quindi la fama della sua incarnazione bestiale.
Il Coyote puzza, sbava, le sue flatulenze sono mefitiche e potrebbero ristagnare persino in una decappottabile in corsa.
Per comprendere i contorni del suo fare irrispettoso, costui arriva al punto di tentare l’accoppiamento con la gamba della soave Audrey Hepburn, la quale, senza smarrire la sua fiabesca grazia, candidamente ne propone la castrazione.
Chi può vedere questo Dio invadente? A chi si manifesta? La sua incursione nella città degli Angeli (oltre ad alleggerirlo dal peso dell’uggia eterna) quali effetti produrrà?
Da questi interrogativi vi libererà solo la lettura, lettura che – a mio avviso – raggiunge l’obbiettivo prefissato: avvicinare al cinema di Billy Wilder e, in generale, al film di Hollywood di quell’epoca, l’epoca del bianco e nero, colori ai quali (mi pare evidente) Stefano Bortolussi è molto legato: non dimentichiamo che Viale del tramonto (Sunset Boulevard), film di Wilder, del 1950, è considerato fondativo del genere noir, genere per il quale Bortolussi non ci nasconde la grande passione.

© Carlo Tosetti

 

Stefano Bortolussi è traduttore, romanziere e poeta.
I suoi precedenti lavori: Head Above Water, traduzione di Anne Milano Appel, (City Lights, 2001, pubblicato prima negli Stati Uniti), Fuor d’acqua (peQuod, 2004), Fuoritempo (peQuod, 2007), Verso dove si va per questa strada (Fanucci, 2013).
Fra le sue raccolte di poesia: Ipotesi di caldo (Book Editore, 2001), Califia (Jaca Book, 2014) e I labili confini (Interno Poesia 2016). Ha tradotto e traduce importanti autori anglo-americani.
«L’autore a pezzi» (autoreapezzi.wordpress.com) è il suo blog.

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Stefano Bortolussi, I labili confini, Interno Poesia, 2016

recensione di Carlo Tosetti

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Stefano Bortolussi, I labili confiniStefano Bortolussi, scrittore, poeta e traduttore, dopo Califia (Jaca Book 2014), ritorna nell’amata terra di California (Califia è il nome dato alla California da Cortés) con I labili confini (Interno Poesia Editore, 2016).
Il libro è diviso in due sezioni: la prima, La scelta del plantigrado (un noir in versi) è un atipico poema in ottave, nel quale il protagonista – detective – accetta l’incarico di ritrovare una ragazza scomparsa, tale Gazelle.
La seconda sezione, Di altri spiriti guida, è composta da sei poesie, che trattano di sei animali “in odor di sciamanesimo” (la Velella Velella è una colonia di idrozoi della famiglia Porpitidae), mantenendo l’intero libro immerso nell’atmosfera del culto dei nativi, scintilla e linfa anche al susseguirsi degli eventi narrati nella prima parte.

Lungi da me smentire lo stesso autore, ma la sottotitolazione della prima sezione, come “Un noir in versi” potrebbe disorientare un neofita lettore di Bortolussi: quanto proposto è molto di più. La poesia, a verso libero, narrativa, è una sovrapposizione, una commistione, di diversi mondi (natura, metropoli, mitologia, sciamanesimo), in un unicum fascinoso e fluidamente allucinato.
In alcuni passaggi, per la coloritura del testo, gli ambienti e i ritmi, sorge in me il ricordo del sax impazzito di Ornette Coleman, che musicò con Howard Shore il film Naked lunch di David Cronenberg (1991), trasposizione cinematografica dell’omonimo romanzo di William S. Burroughs (1959), a dimostrazione della varietà di riferimenti e spunti condensati e risonanti da e con Bortolussi.
Qui si riversa la profonda conoscenza e passione dell’autore per questa terra, la California, che trova ragione anche nella sua affermata attività di traduttore di grandi scrittori americani (Bill Bryson, Don Carpenter, James Ellroy, Stephen King, per citarne alcuni). Vi sono echi poundiani mediati dal continuo e martellante tema della metamorfosi e, come già nel precedente lavoro, aleggia fra le pagine il nume di Walt Whitman.

Nell’approcciarsi alla lettura, sia la prefazione – a firma Roberto Mussapi (fra i due è vivo un sodalizio artistico) – che la poesia/introduzione dell’autore, ci avvertono che il libro è una germogliazione del precedente Califia:

Le sventurate imprese che di seguito si cantano
hanno un inizio che non è di queste pagine:
affonda le radici in terra di Califia
e nel libro che le è proprio, e narra
l’innato autolesionismo del plantigrado
che da detective e spione d’albergo
negli spenti corridoi del Marmont,
irretito da una rossa di miele d’acacia, 

prese troppo sul serio il proprio incarico […] (I Labili confini, p. 15)

È pacifico: il lettore, se già introdotto nel complesso labirinto intellettuale di Bortolussi, potrebbe avere delle chiavi di lettura utili a gettare luce su alcuni interrogativi, inevitabilmente stimolati dal nuovo lavoro, quando affrontato da digiuni. (altro…)