stefania crozzoletti

Stefania Crozzoletti – Erba di casa mia

berlin eastside gallery - foto gm

Erba di casa mia

 

“Lei era bella, ma bella davvero
e allora sai perché
quando venni, venni dentro di me”

(Diaframma, “Io ho freddo adesso”)

*

a M.

 

Era il tempo delle mooooreeee…!!!”. Era un grande ammiratore di Mino Reitano, mio padre. Gonfiava i polmoni e cantava felice, prima di schiantarsi sul divano, ubriaco fradicio, dopo dieci ore di fabbrica. Sprofondando, spalancava gambe e braccia e salutava il mondo, il suo paese di qualche migliaio di anime da dove era uscito solo per fare il militare e per il viaggio di nozze. Condivideva con chi lo stava ad ascoltare la gioia di essere vivo. Aveva una gran bella voce, soprattutto dopo aver bevuto con gli amici al bar prima di cena. Arrivava a casa barcollante, rosso in viso, con gli occhi lucidi, prendeva mia madre tra le braccia e la faceva ballare, soffiandole addosso il suo fiato velenoso. Mai una volta è arrivato a casa arrabbiato. Al contrario, il vino lo rendeva affabile. Mangiava di gusto, parlava dei compagni di lavoro, scherzava con noi figli, ci chiedeva della scuola, degli amici. Era una bella persona. La fatica della fabbrica, una piccola fabbrica di mobili che stava ad un paio di chilometri da casa, lo ha ucciso, stroncato senza chiedere il permesso, subito dopo la pensione. Lui però non si è mai lamentato: amava mia madre, la sua famiglia, la vita fatta di cartellini da timbrare, straordinari fuori busta, una sosta al bar prima di cena e le canzoni di Mino Reitano. Anche mia madre lavorava in fabbrica, aveva le mani rotte a forza di cucire tomaie. La domenica si vestiva bene, si truccava e andava a messa, accompagnata da mio padre che durante il tragitto fischiettava fiero al suo fianco.

Eravamo sul finire degli anni settanta. Nella bassa pianura veronese, così come in tante zone del nord dell’Italia, c’era lavoro per tutti. Nascevano e prosperavano tante piccole imprese, laboratori artigianali che producevano scarpe, abbigliamento, mobili. Prodotti a basso contenuto tecnologico e ad alto tasso di manodopera non specializzata. Per lavorare, bastava guardare gli operai più esperti ed imparare. Il salario non era granché, ma c’era un’opportunità per tutti, bastava rimboccarsi le maniche e non pensare. Da noi non arrivavano le rivendicazioni sindacali delle grandi imprese, le idee dei movimenti operai delle città. Nemmeno ne sentivamo l’odore. Da noi non esistevano lotte per ottenere più diritti. Titolare e operai lavoravano insieme, fianco a fianco, con un unico scopo: produrre. L’unica differenza era che il padrone faceva i soldi, gli operai no. Ma tutto questo era nell’ordine delle cose; qualche volta capitava che un operaio intraprendente diventasse imprenditore, si facesse una bella casa che era un tutt’uno con il capannone dove lavorava giorno e notte e si comprasse un’auto nuova da mostrare agli ex-colleghi, più ammirati che invidiosi.

Nella nostra famiglia non mancava nulla, ci volevamo bene. La mamma mi trattava come un principino, papà cantava le canzoni di Canzonissima. Mia sorella mi aiutava nei compiti, cucinava per me quando nostra madre si fermava al lavoro per far fronte a qualche commessa urgente. A scuola me la cavavo, in qualche modo. Non brillavo, stavo nel mazzo. Non mi piaceva studiare, amavo stare fuori con gli amici, girare in bicicletta. In terza media sono uscito con un “sufficiente” e un calcio nel sedere: pronto per la fabbrica. Volevo il motorino, era il mio unico desiderio. Non c’era il rischio di rimanere disoccupati, il lavoro c’era, anche per un quattordicenne che sapeva solo fare le impennate con la bici. Sono entrato nella fabbrica dove lavorava mio padre, ogni giorno partivamo insieme, in bicicletta. La Fiat 126 veniva usata solo in caso di neve o pioggia.

Era il tempo delle moooreeee…!!!!”. Per me, giovane operaio in una fabbrica di mobili della bassa  veronese, iniziò – non so come – il tempo delle droghe. Cioè, lo so, ma è difficile ricostruire la sequenza degli eventi, pensare ad una data precisa, la scintilla da cui tutto è partito. Lavoravo tutto il giorno e, dopo cena, mi trovavo con gli amici davanti alla sala giochi del paese. Dalle nostre parti non si parlava di politica, di libri, di cinema. Almeno, non davanti alla sala giochi. Nemmeno di calcio si parlava, non ci interessava nemmeno quello, era roba per ragazzini.  Parlavamo poco, solo qualche suono gutturale, sì, no e boh, un grugnito e un rutto ogni tanto, per rompere la monotonia.

Ci trovavamo, ragazzini di quindici o sedici anni, senza l’assillo dello studio, il pensiero delle lezioni del giorno dopo. Semplicemente stavamo appollaiati sui nostri motorini (perché era arrivato, il motorino, con i primi soldi guadagnati in fabbrica), a guardarci l’un l’altro come mucche al pascolo. Poi [durante la sagra del paese, o era appena passato il circo?] salta fuori una canna, qualcuno [il Vale?] la porta, dice che è un regalo [del Toma, o era il fratello?]. Accade che iniziamo a ridere, ci sentiamo leggeri. Ci piace. Non facciamo del male a nessuno, in fondo. È solo fumo. Non è il fumo della rivoluzione, dei ribelli, degli intellettuali in cerca di ispirazione, di chi vuole dimenticare qualcosa, soffre per amore e ha ferite da lenire. È fumo e basta. Noi stiamo bene, e continuiamo.

Ci accompagnava la musica. Fumo e musica. Le ragazze ci piacevano, ma la sera non ne trovavi molte, in giro. Aspettavamo il fine settimana, per poterle vedere, per innamorarci di loro, per accompagnarle a casa dopo un pomeriggio trascorso a passeggiare in città, tenendo loro la mano, provando a baciarle. Interi pomeriggi senza fumo. La domenica sera recuperavamo il tempo perduto, in un posto appartato appena fuori paese. Solo poche parole per raccontare i nostri amori. Guardavamo imbambolati la luna.

Incontrai gli occhi belli di Marta. Era una ragazza seria, Marta. Non beveva, non fumava, non usciva la sera. Frequentava le magistrali, aveva voti altissimi. Mentre io lavoravo in fabbrica, lei stava chiusa in casa a studiare. Mi voleva bene, anche se conosceva i miei vizi. Forse mi voleva redimere. Mi faceva quasi paura, tanto era giudiziosa, temevo di romperla. Si faceva baciare, ed erano baci meravigliosi, dolcissimi, ma non si poteva andare oltre. “No”, diceva con un sorriso angelico, la mia esile fanciulla. “D’accordo…”. Pazientavo, tenevo a freno gli slanci e i desideri delle domeniche pomeriggio. La rispettavo, non volevo forzarla in alcun modo. La sera fumavo, mi calmavo e sorridevo del mio amore casto e tenero.

Quando si è giovani gli eventi tendono a precipitarti addosso. Corrono veloci, si inseguono, inciampano. Spesso c’è ben poco da fare. Marta usciva poco, io avevo tanto, troppo tempo per bighellonare, per fare, come dire, esperienze. In paese girava una compagnia di ragazzi più grandi. Noi quindicenni li guardavamo da lontano. Avevamo un certo timore ad avvicinarli, erano alieni incarogniti. Furono loro a fare il primo passo, portandoci in dono altro fumo, sigarette di contrabbando e, alla fine, eroina.  E ragazze. Diverse da Marta, tanto per capirci.

Da cosa nasce cosa? Beh, sì, ma io preferisco pensare che si aprano tante possibilità, diverse alternative. Dipende dai passi che fai. Si può stare fermi, eternamente nello stesso punto. Proseguire con calma, facendo attenzione agli ostacoli, aggirandoli con maestria. Fare un’inversione a U, tornare all’origine dei guai, imparare a gestirli, godendosi consapevolmente le care, vecchie abitudini. O andare avanti con gli occhi bendati, alla velocità della luce, per vedere “l’effetto che fa”. Io, coglione, sono andato avanti. Nonostante gli occhi belli di Marta, accompagnato da Francesca, prorompente e generosa come poche.

Francesca. Mi prese per mano e mi portò in una casa abbandonata, in aperta campagna. Vi lascio immaginare il resto. Ero un quindicenne senza esperienza, ha fatto tutto lei. Non potevo fare altro che lasciarmi condurre, seguirla, assecondarla. Stordito, praticamente impazzito, ho fatto tutto quello che mi ha chiesto. Mi bucavo con lei, spacciavo, rubavo. Nella mia testa di adolescente c’era un’idea quasi romantica del nostro rapporto: belli e dannati, soli contro il mondo.

Le circostanze ti saltano addosso e ti sotterrano, se non le controlli. Lasciai Marta, una domenica pomeriggio: poche parole, “sto con un’altra”, le sue lacrime, le amiche che tentavano di consolarla. Senza saperlo, le stavo regalando un futuro. Io invece mi stavo scavando la fossa. Sarei tentato di raccontarvi tutto, proprio tutto, degli anni passati con Francesca, dentro e fuori dalla prigione, i processi, le preoccupazioni, il dolore della mia famiglia, ma a dire il vero ricordo ben poco. Anestetizzato, andavo dove gli eventi mi portavano.

E se tutto corre, è anche vero che ad un certo punto, senza preavviso, le cose si fermano e rimangono sospese per aria. Poi ripartono, ma seguono un copione completamente diverso da quello a cui eri abituato. Uno stravolgimento. È il punto del cambiamento, di un nuovo inizio. O della fine, dipende.

Francesca rimase incinta. Eravamo talmente fatti da non riuscire nemmeno a capire cosa ci stava accadendo, l’unico pensiero era procurarsi l’eroina. Nient’altro. Ma Francesca aspettava un bambino e qualcosa bisognava pur fare. I suoi genitori decisero di mandarla in comunità.  Entrai anch’io in un centro di recupero. Ci salutammo e ci ripulimmo. Nacque il bambino, ma non mi permisero di vederlo. Mi arrivò solo una sua foto, chiusa in una busta, “è nato Matteo, Dio è con lui”, e non capivo, davvero non capivo cosa c’entrasse Dio con mio figlio. Dovevo rimanere in comunità, fare il bravo, avere pazienza.

A volte le cose che accadono sono palloni gonfi e ingombranti. Ti bloccano la strada e tu non puoi far altro che aspettare che si svuotino. Non hai aghi per far uscire più velocemente l’aria, puoi solo sperare nel tempo che passa, passa per forza. Francesca e il bambino tornarono a casa. “È diversa”, disse mia sorella quando venne a trovarmi in comunità, “ha una croce al collo, i capelli raccolti. Sembra una vecchina, ha la faccia di una che ha visto la madonna. Ha fatto battezzare Matteo, ora frequenta assiduamente la parrocchia, i gruppi di preghiera. È cambiata, insomma, è un’altra donna”. Non mi venne a cercare, la dama caritatevole. Io pensavo sempre più spesso a Marta, lei santa dall’origine, chissà che fine aveva fatto, la mia dolce ragazza che avevo lasciato per una che prima mi ha lanciato nel vuoto e poi si è incollata al crocefisso.

Uscii dalla comunità, pulito e confuso. Andai a trovare Francesca, ma lei trovava mille scuse, non mi voleva parlare. Scocciata, mi dedicò due minuti:  “è finita, la mia vita è cambiata, è tutta colpa tua (mia?). Il bambino sta bene, ma tu non lo devi vedere. Ho deciso di crescerlo da sola”. Potevo insistere, arrabbiarmi, piangere, spaccare tutto, implorare, andare da un avvocato. Decisi di non fare nulla, di lasciare le cose come stavano. Tornai alla fabbrica, questa volta senza mio padre. Usavo la sua bicicletta, era il mio modo per tenerlo in vita. Abitavo con mia madre, lei aveva ancora qualche anno davanti, prima di andare in pensione. L’aiutavo in casa, cucinavo, ci facevamo compagnia la sera, davanti alla televisione. Piano piano, rimisi insieme i pezzi. Senza Francesca, senza Matteo. Senza Marta, la mia madonna: seppi che si era sposata con un commercialista, viveva in città.

Senza che tu lo voglia, le cose si muovono, si trasformano, accadono. Non ho mai deciso niente. Anzi no, due scelte le ho fatte: lasciare Marta e rinunciare a Matteo. Per il resto, hanno fatto tutto gli altri, nel bene e nel male, io mi sono limitato ad assecondare le spinte. Le ultime: il matrimonio con Luisa, impiegata della fabbrica dove lavoro, donna forte e sicura, la nascita dei nostri due figli, la promozione a capo-reparto, la nomina a Presidente della locale Associazione Amici Tennis da Tavolo, la perdita dei capelli.

Fanno tutto gli altri, nel bene e nel male. Qualche giorno fa, è arrivata una telefonata di Francesca: “Domenica prossima Matteo farà la Prima Comunione. È un giorno importante, devi essere presente”. Non l’ho mai visto, Matteo, se non in foto.

Sto andando alla cerimonia, come un sonnambulo, non mi faccio domande. Non ho mai detto di no a Francesca.

***

©stefania crozzoletti, inedito 2013

Stefania Crozzoletti, poco prima della guerra

Stefania_Crozzoletti

Stefania Crozzoletti, poco prima della guerra

Nota di lettura di Anna Maria Curci*

 I “canti per il tragitto” – così leggo la raccolta di Stefania Crozzoletti poco prima della guerra,  nella quale i termini “viaggio”, “cammino”, “passeggiata” ricorrono con limpida frequenza – hanno il sapore sicuro del cibo austero custodito nel tascapane e consumato durante le sosta. Sapore austero,  non bacchettone: al gusto piccante della boutade, alla sferzata aspra del monito, allo sgomitare di sensazioni, Stefania Crozzoletti oppone la forza quieta del meditare su presente e memoria. La riflessione su meccanismi e dinamiche dell’agire e interagire umano, sul gioco, non di rado contradditorio,  di intenzioni e omissioni, trova nell’uso del modo condizionale non solo ampiezza e precisione espressiva, ma anche l’aggancio a una prospettiva ‘altra’: intenzionalmente inusuale, inattuale, ma alternativa alla resa, al “presente che taglia il mostro in due senza ferite evidenti” (clessidra). Centrale in clessidra, iniziale in bersagli, conclusivo in prima di tutto questo, il condizionale ‘dovremmo’ dipana tutto il repertorio di significati che la lingua italiana gli attribuisce e si collega, ancora una volta con calma fermezza,  a un ‘noi’, insieme mittente e destinatario, punto di partenza e destinazione. L’esortazione non è mai retorica, ma si affianca, nel cammino, a una messa in discussione dei rapporti di forza esistenti.

Nel capovolgimento dell’usuale, dell’ovvio, nella rivolta alla “legge che impone l’oblio” (canto d’agosto)  assume particolare rilevanza la figura del bambino “seduto accanto a mazzi di spine” (prima di tutto questo), della nascita, della “follia infante”, della ri-fondazione (“la mia piccola madre di carne”, canto d’agosto) di mondo e parola. Un punto di vista, questo, che accomuna la poesia di Stefania Crozzoletti a quella di Lutz Seiler di nel latino dei campi.

Il canto è nuovo e risolleva, nel momento della caduta e dell’azzardo, come braccia forti e inattese che “arrivano da fuori”, come canto senza spartito di bambini.

Non ha il fiato corto e canta, la poesia di Stefania Crozzoletti, lungo il tragitto di parola spezzata e capace di spezzare e demolire così come di allontanare “mostri legnosi, tignosi”, p. 16); lo sguardo dritto muove gli occhi stanchi “che hanno spogliato il re” (p. 39). Sommessa, mai dimessa, sceglie il futuro e il plurale, oltre l’attraversamento che non nega né tace: “diremo”.

©Anna Maria Curci

clessidra

vuoi riempirti di tutto il tempo
ci provi, almeno, usando cautela
ma lui ubriaco oscilla
si prende gioco della mira
oltrepassa perimetri, allunga gli arti
– annusando la tua confusione –
sparge intorno i figli interrotti delle possibilità

dovremmo forse rassegnarci all’idea
di essere solo ciò che siamo diventati
non il passato che canta gentile
e a tratti ci spaventa con cieli neri
che divoriamo con gli occhi
non l’idea impossibile, il pensiero
che non conosce direzione
ma questo presente che taglia il mostro in due
senza ferite evidenti

[stanco ti consegni
ti aggrappi agli occhiali nuovi
li rigiri tra le mani e pensi
è una fortuna non averli dimenticati
proprio oggi che c’è il sole]

(p. 25)

bersagli

dovremmo abitare questa città di morti
accettarne le vene trafficate, l’orribile oscillazione
le facce gonfie di cerchi irrisolti

immersi in questo catrame trovare la forza di sorridere
al barista
vedere in un angolo qualcosa che assomigli alla salvezza

[approssimarmi alla fine con confidenza
trattare i corpi con cura, brindare ai futuri radiosi]

in queste strade sporche, nel rumore che confonde
nell’odore della morte che va di fretta

in apnea, dovremmo lasciarci attraversare
diventare bersagli di attenzioni, ricettacoli di premure

senza rimandare mai a tempi migliori, aspettare
che la roccia si sciolga nell’eden e l’orizzonte diventi
uno stralunato scenario di pace

(p. 57)

canto d’agosto

“Ricomporsi”
è l’invito, il suono che risveglia
“chiamare a raccolta i pezzi perduti nello spazio
circostante, dimenticati dalla storia”.

Confusi arrivano
al mio centro, si attaccano
come ferraglia sulla calamita

un disordine che fa male.

Si cercano mente e frammenti di corpo
che sono stati uno
nei rari momenti di grazia
[non reggono ora la fatica del riconoscersi].

Serve soccorso, anime
e chiamo a me le voci delle madri
eredità di parole in forma di conforto
acqua e cibo nei giorni di metallo.

Arriva il canto e incide la pelle
sorelle maggiori portano in grembo
buone domande che sono già risposte

respira!”, dicono
“possiamo partire, ora”.

Cammino con la mia piccola madre
di carne, creatura di seta partorita dalle colline
senza parole per sé, senza il calore

non dipendere mai da un uomo
l’unica certezza, il suo dono
ma io li ho contati i suoi mille sì
detti sottovoce.

Vedi, se c’è una storia, questa è la radice:
desideri mai pronunciati, il dovere che sfiora
il martirio.

Il tempo ripara con pazienza
dice la legge che impone l’oblio

ma con che cosa teniamo unite le storie, le mani
se abbiamo solo corpi che spurgano finzioni.

Il canto d’agosto arriva da prati d’erba e ortiche:
è il respiro della nascita, infinito e puro,
il fiato lento e calmo delle madri che cullano.

(pp. 34-35)

prima di tutto questo

È una nascita la mattina che ha pelle trasparente,
lo specchio riflette bianche le ossa, il cuore
ha fratelli forti e sorelle devote.
I satelliti curvano senza affanno.
In pace, il giovane tutto lavora e non chiede sforzo,
invisibile moto segreto sotto la superficie del lago.

Il nero intorno agli occhi miopi è il fondo di un
pensiero circolare
[doveva essere prima, prima di tutto questo].

Si chiude e non parla, più tardi, l’involucro,
al fumo sputato dalle macchine sotto casa,
dietro le porte del treno abitato da troppe speranze
[i sogni dei più sono pratiche inevase].

Perché fuori è sempre buio, che sia partenza o arrivo.
Dal finestrino sporco, la vedi senza contorni e imperfetta
la vita fuori.

C’è quel vecchio dolore che non è più lama, ma pennello
che tinge a tradimento il giorno, setole dure che graffiano
dove la volontà è molle.

E c’è quel bambino seduto accanto a mazzi di spine,
urla, non smette la follia infante.
Non lo salva l’abbraccio della madre, la preghiera.
Lei non conosce i fantasmi, non cattura il suo male.

Questo viaggio è un infinito urlo asciutto che non ci
contiene.

Allora dovremmo piangere tutti, un coro di lacrime,
un diluvio che ci annienti, o che ci disseti, ci salvi
finalmente
da queste attese nel deserto, dai diavoli domestici.

(pp. 55-56)

canto senza spartito

A Laura stanno ricrescendo i capelli, ha il sorriso bello,
gli occhi lucidi e scuri: “non ero preoccupata per me,
pensavo piuttosto ai miei figli”.

È così che dovremmo essere, roccia e sempreverde insieme.

Ci attacchiamo alla vita quando sfiancata oscilla e minaccia
di cadere a terra come un frutto maturo,
non vogliamo perdere nemmeno un grammo di possibilità,

perché se tutto finisce, s’interrompe il canto
e abbiamo bisogno delle note finali
per applaudire l’orchestra.

Arrivano da fuori le braccia che mi riprendono,
sono bambini che cantano senza spartito.

(p. 38)

 

Stefania Crozzoletti, poco prima della guerra. Prefazione di Alessandra Pigliaru. Kolibris edizioni, Ferrara 2013

Altre poesie di Stefania Crozzoletti, dalla raccolta poco prima della guerra, sono state scelte da Fabio Michieli per Poetarum Silva e qui pubblicate il 16 giugno 2013.

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* Questa nota di lettura riporta quasi integralmente le mie impressioni sui testi, allora inediti, di Stefania Crozzoletti; è apparsa sul sito  “I poeti del parco” qui  e, il 26 dicembre 2012, sul blog “Cronache di Mutter Courage”, qui 

crozzoletti


 

 

Poesie di Stefania Crozzoletti da “poco prima della guerra” (Kolibris, 2013)

come scalci ancora
forte, mia vita.

Fernanda Romagnoli

non farmi a pezzi, parola
cadi lieve sul fondo
disperdi i frastuoni
“silenzio, la bambina dorme!”

allontana i mostri legnosi, tignosi
sii docile, fatti lavorare
non approfittare del sonno
per beffarmi e pugnalare

ti dissi “ricostruisco la casa
se mi porti i mattoni”
invece è partita feroce
la lapidazione

giurasti di essere
la seconda possibilità
miele che guarisce
invece sei tossica
medicina sbagliata

non demolirmi, parola
ridiventa gentile
benedici i balbettii
cancella i peccati

e bussa prima di entrare

**

sirene

non segue il richiamo, il coltello gentile che tenta l’affondo
allontana i colpi, scansa il ragno paziente

d’ora in avanti non parlerà di pelle
nemmeno sotto tortura

sorride dell’infruttuosa pesca in alto mare
sulla riva raccoglie pesci storditi da ventiquattromila baci
e vecchie sirene con la coda in fiamme

non scriverà di umori
nemmeno con una pistola puntata alla tempia

le parole che arrivano di corsa hanno il fiato corto

**

al cambio di voce

quel suo respirare appresso era
acqua benedetta per i semi d’ali
conficcati nella schiena

la vergine senza colpe sorrideva
nutrendosi di fiori – sudando rugiada

trasfigurava – al cambio di voce: scompariva

le statue intorno guardavano oltre il muro:
forse sta sorgendo il sole…

finché dall’abbraccio della mente nacque
– con la prima luce – una candida pace:
limpide lacrime di sonno

fuori il mondo gelava –
si fermava: a sette gradi sotto zero

**

a voce bassa diremo un giorno
della sabbia alzata dai venti
mentre a riva provavamo a toccarci

ci ha bruciato gli occhi, non ci siamo trovati

ora, vedi, la quiete è arrivata
con i silenzi della sera
le note uscite dalla finestra sono nostre

ed è un peccato non saperle ascoltare

annusiamo l’aria tiepida
sguardi su occhi, corpi lontani

pare sia tardi – stella – per goderci il clima

ci depositeremo in fondo
con il nostro sonno pesante
come bambini troppo stanchi
(qui riposano gli occhi
che hanno spogliato il re)

_____________________________________________

crozzolettiStefania Crozzoletti
poco prima della guerra
prefazione di Alessandra Pigliaru
Kolibris edizioni, 2013

quattro voci minori – stefania crozzoletti


introduzione | precauzione

«Ho fatto le presentazioni, adesso tocca a te», dice l’Intermediario.

«Ero una piccola aliena». Esita, ma continua a parlare, con un filo di voce. «Avevo il dono dell’invisibilità, o forse chi mi stava intorno aveva un difetto di vista. Nessuno notava la differenza tra il mio essere e non essere presente. Mi urlavano sopra. La testa era un campo di battaglia. Mi chiedevo: “Si è vivi in guerra, in pace si muore?”, ma il sonno esigeva domande aperte. Iniziai a soffiare gentile sui miei punti interrogativi: “Volete fermarvi per un tè, pensieri?”».

*

[Racconta, finalmente. Sono storie brevi, non c’è molto da dire. Le poche persone attente formano un cordone, un muro umano che protegge dal frastuono, filtra i rumori, li ingoia e li trattiene. Il pubblico chiassoso viene isolato, la confusione diventa brusio e il brusio volge in silenzio].

***

ignorando le pulsazioni della terra
gli scodinzolii del cielo
i battiti di ciglia, le strette di mano
teniamo care le nostre case scure

voce # 1 | la seconda scelta

Mettete in conto qualche brutto sogno. Fanno parte di ciò che siete. Provate ad accettarli. Lasciate che vi siano di insegnamento.
Tenete una torcia accanto al letto. Aiuta contro gli incubi.
(David Foster Wallace)

«Sono passati eoni, i capelli sono diventati bianchi e ancora non hai imparato nulla!».
La seconda scelta è sempre in agguato, con le sue mani rachitiche, le manie, le crisi di identità, i sensi di colpa e di inferiorità.
«Silenzio, rompiballe! Ascolta la voce che grida nel deserto!».
La seconda scelta soffre di disturbo bipolare. Oggi è euforica, si attacca ai particolari, nulla le sfugge. Grida, salta, alza il volume. Almeno per oggi non tenterà di attaccarsi alla corda. In ogni caso, la tengo sotto controllo, ormai ci ho fatto l’abitudine.
Ogni tanto capita. «Vado in bagno», invece va a morire. «Esco a prendere un po’ d’aria», e si butta nel fiume con una pietra al collo. Ditemi, mi posso fidare? Mi preoccupo, anche quando non dovrei. Sono bastati pochi episodi. Una frase, un gesto e l’antenna comincia a pulsare: allarme, allarme!
Ho sempre l’ansia addosso. Anche ora: è in bagno da venti minuti. Che faccio? Conto fino a tre, poi…
Uno, due… «Ehi, là fuori, è finita la carta igienica!». Sollievo, ma per poco. Mi preoccuperò per tutta la vita, e anche dopo.

***

compiendo diligenti gli esercizi
i salti in lungo e in largo
sommati a tutte le possibili maratone
le discussioni sul regno dell’abbondanza

voce # 2 e voce # 3 | punti di vista: lettere dalla roccia e dalla sabbia

Paese (suo) in pianura, dicembre 1960

Sorella cara,
ho lasciato la casa dei nostri genitori da quasi un anno, e la mancanza si fa ogni giorno più forte. Non era il nostro sogno? Un marito, un vestito bianco, un mazzo di fiori tra le mani. Beh, qui l’amore ha una faccia diversa: campi di granoturco, distese di tabacco, una casa da pulire, i suoceri e una gravidanza.
Ho diciannove anni, i luoghi della mia infanzia sono lontani e tra qualche mese sarò madre.
Lui dice “questa è la tua casa” e non vuole vedermi piangere. Qui non ci si può nascondere, non ci sono i nostri piccoli sentieri sotto gli alberi. La pianura, sai, è ferocemente aperta, sembra non avere segreti, non ha curve nè anfratti. Tutti vedono tutti. Dalla casa dove ora vivo non si vedono le estremità. Non ci sono confini, e io senza i miei confini mi sento persa.
Fingo di essere al tuo fianco, davanti al fuoco del camino.
Con amore,
P.

Paese (mio) in pianura, agosto 1961

Caro V.,
amico mio, ti scrivo per dirti che sono diventato padre. Mi sento grande e forte. È maschio, e questo, detto tra noi, mi rende doppiamente felice.
Il mio cuore è pieno di orgoglio e di gioia. P. ha sofferto tanto, il parto le ha tolto le forze, ma mia madre le sta accanto, si prende cura di lei.
Io lavoro molto, servono soldi. Da mesi, ormai, non vado al bar la sera, vedo poco gli amici del paese. Mi sono detto “è il tempo delle responsabilità, ho ventidue anni, sono padre!”. Mia moglie per ora non ne vuole sapere, ma io vorrei avere presto il secondo figlio.
Quando passi da queste parti, tra un concerto e l’altro, vienimi a trovare. Ti immagino mentre giri l’Italia con la chitarra, cantando le canzoni che fanno innamorare le ragazze. Confesso, ogni tanto provo una certa invidia!
Un affettuoso saluto, il tuo amico
C.

P. e C.: «Non scriviamo, ci limitiamo ad attraversare la vita. Alla donna del futuro abbiamo delegato responsi e giudizi. Lei però ha deciso di prendere atto, di lasciar andare. Ha una guancia liscia e rosea, tutta da porgere. Con le parole riesce a cambiare le stagioni, le rivolta e le adatta. A noi, alle nostre preferenze, alle case nuove. È cresciuta, bene o male. È viva, in qualche modo. Resiste, è una roccia che si aggrappa alla sabbia».

***


viviamo come possiamo
stirandoci la schiena, sempre pronti
a correggere il tiro
a raddrizzarci e scorgere vie di fuga.

voce # 4 | un grandissimo nulla (Instant Karma)

Questa storia ha tante nascite
e una morte di troppo:
l’ultima, si sa, non è mai la benvenuta.

«Qui non succede mai niente». Non lo dice, ma lo pensa, mentre si soffia il naso. Ma io, che sono la nuda realtà e viaggio con questo pezzo di imbecille fin dall’inizio del tempo, vi dico che si sbaglia di grosso.
Dentro e fuori è tutto un movimento. Atomi ballerini si accoppiano e si lasciano, fiumi e umori scorrono pieni di vita. Dirò di più, a volte questo sprovveduto in giacca e cravatta tende ad esagerare con gli umori!
Fuori: piante, foglie, fiori, animali, donne e uomini, vecchi e bambini, un eterno ciclo di nascite. Il bosco si muove, il mare si prende metri di costa, la terra trema.
«Non MI succede mai niente!».
Dentro: ho già detto degli umori, spesso incontrollati e fastidiosi. E poi a questo inconsapevole, pigro essere umano crescono inevitabilmente capelli e peli, per non parlare delle unghie. Quando è nato pesava tre chili e seicento grammi, ora è un gigante che sfiora il quintale.
Le sue dita battono sulla tastiera, ma lui non se ne rende conto. Ogni giorno i piedi lo portano al lavoro. Ha avuto una donna, l’ha amata e l’ha lasciata. Ma per lui niente è accaduto e niente accade.
Ieri, mentre le lancette dell’orologio – guarda un po’! – facevano i soliti giri di giostra, s’è pure raffreddato. Vaga per casa con gli occhi rossi, il naso cola che è un piacere.
Milioni di cause operano nel cuore e ai margini del caos, guidate dal telecomando universale, generando milioni di effetti. Per questo scervellato è tutto un grandissimo nulla.

E in questo preciso momento, ecco, viene avvisato: pochi secondi alla fine. È interdetto dalla novità: che significa “fine”? Sorpreso e contrariato, urla “è una truffa!”. Ma io, che seguo questo povero stronzo da quando pesava solo tre chili e seicento grammi, vi posso dire che era tutto previsto, e che l’illusione degli umani è una gran brutta bestia, eterna e pericolosa.

***

finale | sollievo

[Conclude con calma. Si siede, intrecciando le mani sul grembo. È serena ora, il ritratto della pace. L’Intermediario la guarda e non dice niente. Lei vorrebbe ringraziarlo, ma non ci riesce. Teme di ferirlo: l’ha riconosciuto].

(stefania crozzoletti, inediti 2012)

My Generation – Stefania Crozzoletti

Non può esserci che la fine del mondo, andando più avanti
(Arthur Rimbaud, Illuminazioni)

I hope I die before I get old
(The Who, My Generation)

Feroce, arrabbiato, politicamente scorretto. Ma con un grande talento. Songwriter prolifico e geniale, musicista dotato di tecnica e di cuore. Secondo i critici, il migliore della sua generazione. Sapeva comunicare la rabbia, la nausea, la violenza dei tempi. Sapeva anche commuovere, incidere profondamente nell’animo di chi lo ascoltava. La sua voce e la sua musica catturavano con armi diverse: il furore, la dolcezza, lo sdegno, la commozione.

Non era un fenomeno commerciale, questo è certo. Aveva fans in tutti i continenti, ma non era un artista dai grandi numeri. Nonostante avesse ricevuto ricche offerte da alcune major, che promettevano il “grande salto” nel rutilante mondo del rock, sventolandogli davanti al naso denari a profusione, egli aveva sempre rifiutato. Era rimasto fedele alla sua vecchia etichetta indipendente. Insomma, era un duro e puro. Picchiava, di tanto in tanto, giornalisti e fotografi invadenti, mandava a quel paese i discografici più influenti, gli era anche capitato di vomitare sul pubblico ai concerti, di approfittare della disponibilità di qualche groupie, era stato in prigione due o tre volte. Era spesso ubriaco e non aveva mai negato di far uso di sostanze stupefacenti. Il prototipo della rockstar dannata, ma a suo modo onesta: non era interessato alla ricchezza, alla fama. Viveva in un piccolo appartamento, mangiava poco e male. Non aveva idea di quanto denaro guadagnasse, spesso regalava soldi agli amici – veri e falsi – e alle fidanzate di turno. Nel giro si diceva che il suo amico-manager lo stesse fregando. Un puro, sì, con la testa altrove. Nella sua categoria, quasi un santo.
Arrivato alla soglia dei quarant’anni, durante una retata della polizia si fece beccare mentre stava acquistando droga, molta. Il giudice, questa volta, non decise di mandarlo in prigione, ma di affidarlo a una comunità terapeutica. Bestemmiando, andò. Non voleva “guarire”, a che pro? E poi, lui non si sentiva malato. Malato era il mondo, agonizzante e senza speranza, lui doveva solo andare da qui a lì, attraversando la vita, nell’unico modo che conosceva. Ma andò, non aveva scelta.
Nel centro di ascolto della comunità incontrò l’Angelo, una volontaria. Donna nobile d’animo e di stirpe, irradiava buoni propositi e grandi ideali. L’Angelo catturò con occhi luminosi e carattere fermo il cinico che, nero come la pece, nella sua vita non aveva fatto altro che coltivare il suo inferno, l’inferno di tutti.

L’Angelo lo accompagnò in un percorso di redenzione totale, fino all’altare. Il musicista dannato sposò l’Angelo e la Causa, la convinzione di poter consegnare al mondo un futuro migliore. E con gli ideali arrivò la consapevolezza di avere afferrato la verità assoluta, da spiegare alla gente. Paladino dell’ambiente, della giustizia, della solidarietà. Sano di corpo e di mente, iniziò la sua opera di evangelizzazione, con la sua musica e le sue parole. Aveva sposato la Causa, ora il suo compito era quello di diffondere il Verbo.
L’Angelo lo seguiva ovunque, lui si sentiva forte, sicuro. Se ne andava in giro suonando e predicando, rilasciando interviste a giornalisti che non menava più, sorridendo ai potenti che si dichiaravano disponibili a supportare le sue idee. Arrivarono quattro figli, uno dopo l’altro, una casa in campagna con azienda agricola e studio di registrazione annessi. Arrivarono contratti discografici importanti, soldi e fama di massa a livello planetario. Arrivarono i concertoni benefici, i sermoni televisivi. Anche un libro di poesie, seguito da un film e da un romanzo.

Alcuni degli ammiratori che fedelmente lo avevano seguito fin dagli esordi chiamarono questa trasformazione “normalizzazione”, altri “allineamento”, i più arrabbiati la definirono “prostituzione”. Solo una sparuta minoranza degli estimatori di vecchia data vedeva il mutamento come una naturale evoluzione. Ma tutto questo aveva poca importanza: per ogni fan deluso che se ne andava ne arrivavano migliaia di nuovi. Tuonando con veemenza contro le multinazionali e il capitalismo, condannando i poteri che affossano i deboli, si era comodamente inserito nel sistema. Ancora, come un tempo, non gli importavano i soldi (qualcuno, d’altra parte, se ne occupava al suo posto, e comunque ne guadagnava a palate), semplicemente se li godeva. Si sentiva necessario all’umanità, aveva un ruolo importante, lui, aveva compreso e ora doveva educare la gente comune. Un illuminato, insomma, con un destino segnato.

Lei, la nobile d’animo e di stirpe, era sempre più bella. Gli occhi brillavano ancora, soprattutto quando rimirava con il suo uomo adorante i vigneti che circondavano la splendida casa di campagna.
In un pomeriggio di una primavera tiepida e senza pensieri, se non quelli per le sorti mondiali e la fame nel mondo, fu organizzata un’intervista nella tenuta della famiglia socialmente impegnata. La troupe televisiva iniziò a riprendere interni ed esterni; la scena del picnic all’ombra degli alberi da frutto fu decisamente indovinata: informale quanto basta, efficace a livello di comunicazione.

Il nostro eroe moderno, imbracciata una chitarra acustica, si mise a suonare vecchi classici degli anni sessanta. I quattro figli cantavano con lui, battendo le mani, la troupe registrava. L’Angelo ascoltava in silenzio, sorridendo. Poi si allontanò, verso una siepe poco lontana, nascosta da un albero.
– Sire, eccomi.
– Buongiorno Angelo, tutto bene?
– Tutto bene, grazie.
– E allora?
– Tra un po’ uscirà la sua biografia, scritta da uno scrittore famoso… uhm, non ricordo il nome… la sua ultima canzone, dedicata a me e ai nostri figli, è prima in classifica. Che altro? Ha dato il consenso per la realizzazione di un tribute album da parte di artisti emergenti, sono diritti a palate. Stiamo seguendo un progetto per l’Africa, è stato dato grande risalto sui media. Ah, il mese scorso ha cantato con il Tenore. Un concerto fantastico, lo stadio era stracolmo, un grandissimo successo! Gioca a calcio per beneficenza. E a proposito di calcio, ha pure scritto l’inno della Nazionale per i prossimi mondiali. La Causa l’ha trasformato! Qualche vizio è rimasto, ho pensato fosse meglio così: con qualche segreto si può sempre… come dire… ricattare… nel caso…
– Molto bene, Angelo.
– Sire…
– Sì?
– E adesso?
– E adesso niente. Ci siamo riusciti. Ora, non c’è tempo da perdere, trovane un altro, un’altra. Servono finti oppositori. Con questi sembriamo… come dire… democratici. Altri ancora, pesca in tutte le categorie. Tutti hanno un prezzo. In più, questi cretini fanno girare l’economia, la nostra intendo.
– Sire, ingabbiare quest’uomo non è stato faticoso, ho dovuto affrontare casi ben più difficili, in passato.
– Sei brava, tu… altri, Angelo, poi altri ancora… non ne deve rimanere uno sulla faccia della terra. I coerenti ci rovinano la piazza. Ora vado. Ciao Angelo…
– A presto, Sire…

Più in là, il redento sorrideva alla telecamera.

Stefania Crozzoletti, inedito2012

Big Tree – Stefania Crozzoletti

Just when I think I’m winning
when I’ve broken every door
the ghosts of my life
blow wilder than before

Just when I thought I could not be stopped
when my chance came to be king
the ghosts of my life
blew wilder than the wind

(Ghosts, Japan)

«Di che cosa hai paura? Stai piangendo sassi, piangi lacrime!
Che il dolore sia liquido, cosa me ne faccio delle pietre? Io ho sete!».

(altro…)

Iole Toini – Inediti

La bambina che danza

Ho chiesto a una bambina di portarmi dove lontano non nega il varco alla luce, ma tende i rami alle comete che si sporgono dal buio della fronte. L’ho incontrata un giorno senza festa, le braccia cariche di matite. Teneva una donna per mano. Mi guardava senza chiedermi il nome. Erano verdi gli occhi; schioccavano l’aria come remi d’ala. Mi ha portata nel solco della mano. Un lume respirava le vene.

Queste cose che dicono strane, hanno la forma geometrica del sangue. Hanno linee, e conche, chiari tagli di imperfezione. Solo lei – tanto vicina da sentirla crescere – era immune dal buio delle cose. Ha cominciato a danzare. Dai suoi occhi sono nate città da edificare, spade, cose da non credere vere, vere fino a quando ha continuato a ballare. E io non avevo dove, nessun tempo, nome che potesse dire quale forma, se pane, neve, o campo, o frutto, se avessi corpo nel vento o vento fosse solo il grande respiro del mare.

***

GAS

Sulle scale c’era odore di gas.
Era stesa sul divano come l’avevo vista tante volte;
la stanza ferma dentro la tazza di latte, briciole di pane,
il lavandino colmo di piatti del giorno prima.
Era diventata pigra, diceva; da vecchi non si ha più
voglia di niente, niente consola l’apatia delle giornate.
Ho spalancato le finestre, chiuso il rubinetto del gas.
Da quando suo figlio se n’era andato, dimenticava le cose.
“Hai lasciato aperto il gas, nonna! “ Non ha detto niente;
si è sollevata sui gomiti; si è messa seduta.
Ha sfregato l’occhio morto che lacrimava tutto il tempo.
Ho alzato le persiane, aspettato che mi guardasse per parlarle
di una cosa qualsiasi.
Il biglietto era sul tavolo, un pezzo di caos dentro il peso
di quel luogo che cercavo di trattenere mentre stava franando
dal foglio – il tavolo la tazza il divano – sul pavimento
dove tutto finiva come un tonfo.
Poche righe in una calligrafia tremante: “troppo vecchia cieca sola”.
Così feroce la vita.

***

Tommaso

Il mio collega si chiama Tommaso.
E’ lui che apre l’ufficio alla mattina.
Viene al lavoro col pullman.
Col piede che zoppica sale strisciando il vialetto,
il sacchetto della merenda dondola dal braccio sano.

Con la mano buona prende le chiavi di tutti gli armadi,
prepara i timbri, accende il pc.

Parla poco, saluta soltanto quando ne ha voglia.

Tommaso vive solo.
Nessuno crede ci sia niente di strano.
La sua casa la immagino senza parole che fanno
pane, voci di donne lungo le scale.
Tommaso comincia a esistere quando entra in ufficio.
Lavora piano, senza tempo.
Chissà se pensa a qualcosa diverso
dal fare bene le cose.

Ogni tanto si arrabbia.
Apre la botola scura, la saliva
gli scende dagli angoli della bocca.
Batte la rabbia sui muri le case tutti gli alberi del cortile.
Ficca ogni cosa nell’angolo buio
dove non entra nessuno.

Tommaso non è un uomo triste.
Non è nemmeno felice.
E’ rimasto nel posto dove non tutto è finito, dove
niente è mai cominciato.

Ora mi porta una carta;
con la voce che zoppica come il suo piede mi dice “questo è per te” ,
va via.

***

Arsura

Ho stracci sparsi per casa,
polvere a costruirmi nuovi gradini,
fiori appassiti dentro al vaso,
sopra il divano alcuni libri
che impilano dritti la malinconia
disegnando lo spazio di un tempo
sospeso nelle cose più intime.
Solo il basso ruotare del sole
smuove le ombre fissate come in attesa,
perpendicolari al mio fiato che si infila
dietro alla notte, incurante di me
e della pioggia che ancora non cade.

***

La fragilità che ho dentro ha laghi oscuri
che non si addicono all’innocenza della neve.
Con pudore, sotterro il corvo
che gracchia quando il tempo si arrota
tra paure millenarie. Ugualmente
di suoni si riempie la mia stanza
quando accorre il sole a battere le spighe.
Odori di spezie – a graspi, a fiotti
mondano la cenere alle vesti.
Una gioia bianchissima torna a cantare la pelle.
La pena si dissolve; e io muovo fra gufi di fiabe, stelle
entusiaste che fanno cruna fra l’occhio e il cuore.
Così un veliero solca il tempo buono,
l’autentico respiro fra il buio e me.

***

Quando il cielo si avvicina forte
da far male, tutto il mio peso si muove
in una quiete che fa guerra alla bocca, al seno.
Quel candore spaventoso mi porta nel corpo
del fiore, giù, fino a urlare di non avere
i piedi ficcati nel prato, lo sguardo
nel cavo del tronco, di non essere
terra da concimare, letame, seme.
L’orto mi pascola con le sue braccia gloriose;
alberi, case di fieno mi vengono incontro, stringono
le ossa fino a farmi sentire un groppo nella gola.

Invidio quel restare in attesa che ha il prato,
il trasalimento delle piante, la luce
che sprofonda nel verde mentre avviene.

L’erba di sicuro non è cosa più piccola del paradiso.

***

Nella lingua che aprì il maggio dei semi
i ciliegi pronunciarono terra alla vista
come Colombo davanti alla costa;
il canto dei gambi si levò
dalle vene di pietra, dove le radici incontrano
il fuoco che guida alla rivoluzione.
E la pioggia eresse l’intenzione del giglio,
la luce tese la lancia che spalancò la festa del campo.
E gridò il pesco, gridò il croco e la rondine,
gridarono i pioppi e le sterpaglie; i fiumi salirono
nelle vestaglie dell’aria; a bracciate il grano
accese il suo tempio.
Esaudita la gioia dell’erba,
esaudite  le solitudini dei tordi,
il silenzio infiammò le rotte dei  venti
che stesero le mani ai tetti, ai fili tesi
fra le case, alle strade ai tram alle navi.

Infine i fiori.

Su DIECIDITA di Jacopo Ninni

Ho briciole per terra per perderci nei sogni
Dita fragili per conservarci appesi ad ogni attesa
Una ferita gelida per ricordarci ad ogni fine
Un bicchiere rotto, per annegarci ad ogni nuovo inizio
(da “712010”)

Ti sembreranno poche 10 dita
A contare nelle sere quelle stelle e
al meriggio, ogni fiore del tuo bosco.
(da “10 dita”)

Dietro la fragilità di diecidita, dietro parole pronunciate sottovoce, lavora con pazienza un seme di tenacia. In diecidita, in una piccola porzione di corpo, si concentra la forza necessaria per tenersi aggrappati al mondo. Come le mani di uno scalatore, i versi di Jacopo Ninni afferrano la roccia e la tengono stretta, nonostante la perdita, la mancanza. C’è una piccola parte che resiste, si attacca alla memoria, alle persone che rimangono, alle cose di tutti i giorni (Le carte ancora in tavola / Urla di bimbi nei cortili / un bicchiere, le briciole sul tavolo).


Appesa tra abisso e salvezza, in bilico sul vuoto (Temono di perdere il controllo della sponda. / Io mi ci siedo spesso, lo sai bene), la parola prende forma, diventa preghiera, invocazione, talvolta imprecazione.

E’ quasi inconsapevole questo tenersi, non è esplicita determinazione quella che impedisce  di chiudere gli occhi e di lasciarsi andare, ma necessità, urgenza di mantenere vivo il ricordo. Le diecidita di Jacopo Ninni, a dispetto di tutto, raccolgono il dolore e lo trasformano in parola, evocando suoni, colori, odori, ferite e fatiche. La poesia diventa così una lenta ma ostinata risalita, nutrita dal coraggio degli affetti, nel nome della memoria.

Stefania Crozzoletti

qui alcuni testi e OUTro di Alessandra Pigliaru

qui la prefazione di Natàlia Castaldi

La favola sintetica – Stefania Crozzoletti

Quando inizia la tua favola sintetica?

Cerchi il paradiso, rifiuti il tuo inferno. Le domande nella testa si affollano, si moltiplicano, scoppiano, e tu le vorresti cancellare.

Una pastiglia, una pastiglia, please.

Una pastiglia per ballare, una per dimenticare, una per dormire, una per non sentire il dolore. Accendi la televisione, annega nel computer, ricopri il tuo fragile essere con vestiti alla moda, mangia fino stare male, digiuna fino ad annullarti. Sogna fino a negare la realtà, che siano vere le visioni, che ti facciano godere in solitudine.

(altro…)

Poco prima della guerra – Stefania Crozzoletti

la casa cedeva piano, l’intonaco si staccava
dai muri, le crepe erano ferite secche

in giardino l’erba cresceva felice e disordinata
i fiori del caso si affacciavano agli steccati
era tutto così verde – e rigoglioso –
facile dire dentro è la morte, fuori è la vita
così poteva sembrare solo all’occhio distratto

ma gli insetti si spostavano incuranti del luogo e sembrava
non fosse importante per loro se le zampette
sbattevano nel sole o sui mobili vestiti di polvere

ci vorrà del tempo prima che crolli, diceva il padre avaro alla figlia
sicuro, morirò prima, poi saranno affari tuoi
lei amava quei muri scrostati, i quadri finti, le vecchie poltrone
al giardino preferiva la casa, stare dentro, dove il respiro era calmo

pensava rimarrò qui per sempre, anche dopo, dopo tutto
dopo cosa?
alitava sui vetri della finestra, con la manica della camicia
alla meglio puliva

fuori in strada la gente passeggiava e parlava
l’aria prometteva sempre qualcosa di buono
ma anche dentro i profumi erano inviti a nozze
il cibo era dolce, servito in abbondanza

ogni tanto la polvere veniva raccolta e messa alla porta
i calcinacci spazzati via, vecchia ma pulita!
ma che ne sarà se non la faremo sistemare

il padre non ne voleva sapere, mi porto i soldi nella tomba!

farò quel che posso, pensava lei, tra un sogno e l’altro,
tra un paradiso in terra ed uno in cielo, improbabili tutti,
mettendo fiori recisi nei vasi
sorridendo ai dolori, alle mosche e ai maschi
che passavano per strada, resisterà, diceva

abitò con l’inverno, gli spifferi a gelare i piedi e il cuore
paziente attese la primavera, e l’estate con l’arrivo di un utile amore
che sistemò i guai peggiori: una specie di miracolo, baci e cemento,
casa-cantiere, è qui dentro, amore, la storia!

arrivarono i figli e se ne andò dio, proprio lui,
quello che parava i colpi,
le ossa gemevano, gli infissi scricchiolavano
un concerto di carcasse, lei insisteva e rivoltava,
aggiustava, buttava il superfluo – fatica sprecata:
tutto tornava uguale a prima,
traboccante materiale conquistatore di spazi

fuori era una festa continua, danze a sangue caldo,
risate e campanelli, coraggio e desiderio, nessuna paura di inciampare

non si capiva bene il motivo di questa gioia,
stava iniziando una guerra, lo sapevano tutti

usciva poco, una volta sola disse
mio dio che non ci sei, guerra o non guerra, stavolta non torno
ma le creature come divinità esigevano il sacrificio
e lei con le sue piccole ali fece ritorno al nido con il becco colmo di cibo
dopotutto non so ballare, ammise, sorridendo alle sue fragili
ossa d’uccello

Stefania Crozzoletti, inedito 2010

Liliana Zinetti – Nel solo ordine riconosciuto

Ogni cosa ha radice nel vento

Le mie parole sono farfalle insanguinate.
Hanno la reticenza del dubbio
il bianco della neve
sono passi a ritroso verso il silenzio
pagine di un libro sfogliato dal vento.
Le mie parole sono mani sui muri
culla di fragili lune d’inverno (altro…)

ETEREA (un braccio a te, una gamba per il re) – Stefania Crozzoletti

Al circo arrivo con gli stivali magici
dal cilindro estraggo stupefacente materia:
fiori di plastica, distrazioni del corpo,
un seno o due, l’arrosto ben cotto

braccia e gambe in buone condizioni
poi la testa nel tripudio generale

Eppure a te, universo indifferente
seduto in terza fila, non avrei voluto dare
le mie ossa da sgranocchiare
ma un soffio di vita appena accennato
parole da tenere un poco nella bocca
il transito leggero delle fate nel bosco.

A te non sono riuscita a chiedere
nemmeno un sottile filo di pensiero
minuti sospesi, secondi dedicati.

D’altra parte l’etereo mal si concilia
con i miei occhi scuri, l’andatura stanca
la pesantezza del giorno
il viaggio senza sogni a capofitto nella notte.

Stefania Crozzoletti, inedito, 2010