Stampa alternativa

Angelo Pellegrino, ‘Piombo felicissimo’ (nota di lettura)

Angelo Pellegrino, Piombo felicissimo, Roma, Stampa Alternativa, 2005, pp. 174, € 10,00

Che la città e il corpo femminile possano sovrapporsi, nelle pagine letterarie da molti secoli dietro di noi fino a oggi, è ‘pre-testo’ noto. E che l’attraversamento cittadino si confonda − etimologicamente “fondersi con” − (con) l’amore, per i luoghi e per una persona, risulta efficace, in una narrazione, per caratterizzare personaggi e spazi, per dare loro un timbro, un fondamento; per fare della realtà ‘letteratura’. È da questa consapevolezza − tradizionale − che si parte a leggere Piombo felicissimo di Angelo Pellegrino: dal «caos, furore, sangue» che invadono le strade di Palermo e dalla storia privata che il protagonista narra in un andirivieni carico di emotività confusa. Un’autofiction che porta al proprio interno la scoperta di nuove consapevolezze, di una vita che può ripristinarsi dopo una fuga dentro di se stessa. Nella vicenda − contemporanea in tutto − resiste, tuttavia, e persiste una certa indagine umana e territoriale insieme: Oliva, la donna di cui lui s’innamora, riporta tutte le qualità della sua terra, tutte insieme, anche nell’accostamento dei contrari, anche nella riappropriazione delle asimmetrie che la Sicilia mostra, «ironica e straziante». Si contrappone così alla città di Roma, quella in cui il protagonista vive da molti anni − soffocante, ombrosa.
Si sbaglierebbe a dire che il titolo è un ossimoro: è, invece, una riuscita analogia, che lega le vite degli attori di questa storia tra loro alla più grande “trama” dell’antica città siciliana e della sua popolazione. Ma nel titolo vive anche il grigio, colore assimilabile a uno stato d’animo fumoso, indecifrabile, complesso, psicologicamente associato alla cenere che viene dal fuoco; secondo Kandinskij rappresentava una “immobilità desolata” come quella che si avverte in queste pagine, alla ricerca di un oltrepassamento, di una condizione di rinascita.

© Alessandra Trevisan

Riprendo dai Quattro Canti, discendo il corso Vittorio Emanuele verso il mare. Attraverso via Roma e dopo un po’ di metri svolto  destra in via Alessandro Paternostro. Al numero 48 è il barocco Palazzo Briuccia, già Cattolica, con bel cortile e portico e loggia su un lato… la Guida non dice altro e altro non aggiungerei se non avessi abitato quel palazzo. Lo conosco dentro. Apparteneva a una mia zia discendente degli Antinori che aveva fatto il ’48, ma che poco parlava di quelle tradizioni risorgimentali per via della solita negazione siciliana del passato. Che assurdi i miei palermitani! La mania della nobiltà ma il rifiuto della Storia, una razza impossibile. Ho sempre pensato che l’estensore della Guida abbia scambiato questo grandioso palazzo da tempo ridotto ad appartamenti borghesi per qualche altro, perché non vi si trova un portico ma due eleganti ponti su doppia fila di belle colonne al centro del cortile, che congiungono i due corpi dell’edificio. Passeggiare su quei ponti ariosi e leggeri  quattordici anni è stata una vera esperienza di vita aristocratica per un ragazzo che si nutriva di solitarie esaltazioni.
Questo stesso cortile, deformato fino ad assumere il fastoso aspetto di un palazzo orientale, si è rifatto vivo in un sogno decisivo. Vagavo per una Palermo dorata nell’aria di tramonto, devastata come è ancora la zona del porto, ma molto più araba nelle piazze desolate, nei palazzi cadenti, dove si fondevano immagini di Mogadiscio e di San’a con quelle di una Palermo più ricca e fascinosa della realtà. Mi ricordo questo sogno unicamente perché precedette di qualche giorno il primo incontro con Oliva a Roma. O meglio me ne ricordai subito dopo, quando ripensavo ai caratteri di quell’incontro. Di solito i miei sogno li risparmio anche a me stesso, non li ricordo. Questo invece mi fece grande impressione, forse perché in quel periodo il desiderio di tornare indietro nell’Isola occupava tutte le mie giornate. Mi prendeva alla gola con violenza mista a una dolcezza che mi scioglieva e che temevo. Il desiderio di ritrovare l’anima trascorsa e dimenticata, che prende tutti prima o poi. Un tentativo per ripartire da una vita bloccata. C’è stata un decisione, un atto forzato, lo riconosco. Oliva l’ho evocata, non è un incidente.

© Angelo Pellegrino

proSabato: Angelo Pellegrino, da ‘In Transiberiana’

proSabato: Angelo Pellegrino, «La Cina è un paese androgino»

La Cina è un paese androgino, una linea di demarcazione netta tra il maschile e il femminile è difficile per noi notarla. Poi, oggi, tutti in tuta o in divisa, è ancora più arduo. Su uno stesso marciapiede di Pechino ho visto donne che stendono lenzuoli ad asciugare; poco più discoste, altre che riparavano suole di scarpe; nel mezzo, fra i due raggruppamenti, c’era un manipolo di sarti con l’ago in mano. Bisognava avvicinarsi molto per comprenderne il sesso… All’uniformità ossessionante dell’abito si aggiunge che le donne hanno pochissimo seno, quasi invisibile: fortuna che le giovani aiutano con le loro bellissime trecce, nerolucide come le penne dei corvi.
A Shanghai una ragazza in terra in mezzo alla strada si dimenava tra i raggi della sua bicicletta. Era stata investita da poco da un altro ciclista, il qual − lei ancora a terra − si rimette in sella e comincia a volteggiare intorno all’investita, piano, come a studiarla. Poi si ferma, scende, le raddrizza il manubrio distorto e tutto finisce lì, mentre continuano a dirsi qualche parola entrambi con lo stesso tono e volume: quelli normali, comuni. Ma nelle voci, così come nelle azioni, in tutto il comportamento, nelle immagini corporee, gestuali, era difficile distinguere chi dei due fosse il maschio o la femmina.
Tornando alla vecchiaia in Cina, devo aggiungere che ho visto sorridere quelle vecchie in un modo che non ha niente dell’anziano, né del bambino, né dell’adolescente. È un modo che appartiene a un’età che non c’è, un’età nota forse solo in Cina e che noi saremmo portati a definire − a torto − senza età. Le gelataie − sempre vecchie donne − che incontravo per strada sedute o in piedi dietro a una specie di carrozzella-ghiacciaia, sorridevano sempre quando mi accostavo per comprare qualche ghiacciolo (nessun occidentale di solito lo fa − si dice − per motivi d’igiene). Rispondevo anch’io sorridendo come potevo, perché il sorriso è direttamente contagioso e perché erano molto comiche quelle vecchie senza tuta che sembravano per metà cuoche e per metà infermiere. (altro…)

I poeti della domenica #192: Antonin Artaud, Vetri di suono

Man Ray. Ritratto di A. Artaud, 1926

Vetri di suono

Vetri di suono dove girano gli astri,
lastre dove cuociono i cervelli,
il cielo brulicante di vergogne
divora la nudità degli astri.

Un latte bizzarro e potente
brulica in fondo al firmamento;
una chiocciola sale e guasta
la tranquillità delle nubi.

Rabbie e delizie, il cielo intero
su noi scaglia come una nube
un mulinello di ali selvagge
piene di oscenità torrenziali.

 

Vitres de son

Vitres de son où virent les astres,
Verres où cuisent les cerveaux,
Le ciel fourmillant d’impudeurs
Dévore la nudité des astres.

Un lait bizarre et véhément
Fourmille au fond du firmament;
Un escargot monte et dérange
La placidité des nuages.

Délices et rages, le ciel entier
Lance sur nous comme un nuage
Un tourbillon d’ailes sauvages
Torrentielles d’obscénités.

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© Antonin Artaud, in Poesie della crudeltà, Roma, Stampa alternativa, 2002, a cura di P. Di Palmo (pubblicata per la prima volta nel 1925)

proSabato: Antonin Artaud, Lettera ai Rettori delle Università Europee

proSabato: Antonin Artaud, Lettera ai Rettori delle Università Europee

Signor Rettore,
in quell’angusta cisterna che voi chiamate “Pensiero”, i valori intellettuali marciscono come paglia.
Basta coi giochi linguistici, con gli artifici sintattici, coi virtuosismi delle formule, bisogna trovare la grande Legge del cuore, la Legge che non sia una legge, una prigione, ma sia la guida per lo Spirito smarrito nel suo labirinto. Più in là di ciò che la scienza potrà mai raggiungere, dove i fasci della ragione si frantumano contro le nuvole, esiste questo labirinto, punto centrale dove convergono le forze dell’essere, le ultime venature dello Spirito. In questo dedalo di muraglie fragili, oltre tutte le forme conosciute di pensiero, il nostro Spirito si muove, spiando i suoi movimenti più segreti e spontanei, quelli che hanno carattere di rivelazione, quest’aria caduta dal cielo, venuta chissà da dove.
Ma la razza dei profeti s’è estinta. L’Europa si cristallizza, mummifica lentamente sotto le bende delle sue frontiere, delle sue fabbriche, dei suoi tribunali, delle sue Università. Lo Spirito isterilito cede e si soffoca.
La colpa è dei vostri sistemi ammuffiti, della vostra logica del due più due fa quattro. La colpa è vostra, Rettori, tutti presi in sottili sillogismi. Voi fabbricate ingegneri, magistrati, medici cui sfuggono i veri misteri del corpo e le leggi cosmiche dell’essere; fabbricate falsi e ciechi eruditi di metafisica e filosofi che pretendono di ricostruire lo Spirito. Il più piccolo atto di creazione spontanea è un modo più completo e rivelatore di qualsiasi metafisica.
Lasciateci, dunque, Signori, non siate altro che Usurpatori. In base a quale diritto pretendete di canalizzare l’intelligenza, di conferire brevetti dello Spirito?
Non sapete nulla dello Spirito, ignorate le sue ramificazioni più nascoste ed essenziali, quelle impronte fossili più vicine all’origine di noi stessi, quelle tracce che riusciamo a rivelare, a volte, nei giacimenti più oscuri del nostro cervello.
Proprio in nome della vostra logica, oggi noi vi diciamo: la vita è in putrefazione, cari Signori. Guardatevi allo specchio, tirate le somme di ciò che avete prodotto. Attraverso il setaccio delle vostre lauree passa una gioventù sfiancata, perduta. Siete la piaga di un mondo, Signori, e tanto meglio per questo mondo, ma che si pensi un po’ meno alla guida dell’umanità.


© Antonin Artaud, in Lettere ai prepotenti, a cura di Marco Dotti, Stampa Alternativa, 1994 (L’Ombilic des Limbes, Paris, Nrf, 1925).