spaccasangue

SPACCASANGUE – Iole Toini

Iole Toini, SPACCASANGUE, Le Voci della Luna, 2009

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E una chiave,
una chiave enorme,
che apre qualcosa
(qualche utile uscio)
da qualche parte,
lassù.
– Anne Sexton

Cammino sugli spilli delle loro voci,
un segno sotto l’occhio,
il blu di un chiodo che mi fa paura.

/

Ho sgozzato i miei genitori dentro la mia cassa da morto.
Ho cominciato da bambina, senza saperlo.

Era una specie di salvezza,
disubbidire la colpa che mi richiamava all’ordine.

La prima volta avevo sei anni.
Ho visto il sesso fare l’occhiolino
dai pantaloni di un uomo.
Così sono venuta al mondo.
Non ho strillato.
Sono rimasta ferma fino a che mi ha compiuto.

Ero alta come la sillaba
che non sapevo dire.
Ero un fungo.
I funghi crescono senza paura
di essere divorati dai vermi.
Non sanno di essere nati.
Neanche io lo sapevo.
Mi gonfiavo nelle ossa della casa,
crescevo nel pollaio, in inverno e in estate
dietro i calcagni di mia madre.
Il silenzio definiva la mia statura,
mi scavava nella gola l’altitudine di una bomba.

Con gli occhi agganciati all’aria
solcavo a bracciate le macchie sui muri.
I crocifissi bisbigliavano una stanza dopo l’altra
mappe che inghiottivo vuote di dolcezza.
Il rumore spariva dove un topo danzava la tana senza uscita.

Ero una bambina cattiva, facevo pensieri
lontani da Dio. Uccidere mio padre, mandare mia madre
al manicomio, sputare come un uomo.

Volevo nascermi di nuovo, uscire dalla bocca.
Essere bella e cattiva, Bella e cattiva e fortissima.

Ero aria.
Mi gonfiavo come un palloncino
pieno di odio.

Portavo la bambola nel fienile. La picchiavo, la
svestivo, le facevo un sacco di cose.

Fuori la notte mi toccava le spalle, lisce, le curve
dei gomiti, gli occhi dove era il nero.
Rotolavo come un ovulo dentro la tuba;
ero un embrione senza testa.
Un dito gigante mi indicava
come fa il prete alla domenica.
Io allora toccavo più giù
fino al principio del cielo, dove comincia il cuore
sul fondo, tra le gambe.
Lo ascoltavo battere il tamtam della mia festa.

A quel punto arrivava il mostronauta,
mi salpava verso il nessun mondo.
Un gigrobot con gli scarponi. Sistemava fra le lenzuola
crani di bambini nati due volte.
Mi girava in tondo, faceva cerchi perfetti.

Si muoveva lento. Come chi ti vuole bene.
Mi prendeva la mano.
La mettevo sulla sua testa bagnata.
Come un battesimo.
Sibilava il silenzio per farmi più buona.
Mi teneva la mano sulla sua lancia
liquida come una lacrima.

Voleva diventare un uomo.

Anche io volevo diventare un uomo.
Avere le braghe larghe,
il pisello che spara oltre la siepe,
fare la guerra, entrare in una donna.

Allora mi calavo la maschera d’oro.
Un trillio di fata colore del fieno.
In spalla il peso dolce della campagna,
una gerla e le risa che si incollavano alle labbra
come qualcosa di chiaro.
Mi addormentavo.

(altro…)