Soren Kierkegaard

Credere. Dopo la filosofia del XX secolo – Dario Antiseri

Dario Antiseri, Credere, Armando Editore, € 15,00

Si pone alla nostra attenzione, in questa nuova edizione 2017, un importante libro di Dario Antiseri, uscito sempre per Armando Editore la prima volta sullo scadere del secolo scorso.
Pensare entro i limiti a noi posti dalla nostra stessa debolezza, dalla nostra contingenza, dall’inquietudine che incarniamo, è il cuore di quest’opera. Antiseri ci porta a considerare questi limiti come un’unica, grande, direi anche “gioiosa”, possibilità. Più che “dopo” la filosofia, come recita il sottotitolo, le pagine di Credere invitano ad andare “oltre” il pensiero, a sperare “oltre” la filosofia. L’autore si rivolge essenzialmente alla nostra coscienza. Alla filosofia, alla ragione, chiede “soltanto” e con forza, di tener viva e aperta la Domanda metafisica fondamentale: perché l’essere e non il nulla? Nasce da qui tutto un groviglio di domande: perché il mondo anziché il non-mondo? Perché il non-senso quando siamo inevitabilmente protesi a cercare il Senso Assoluto? Il mondo e la vita, dunque, che senso hanno?
Quanto più siamo disposti a riconoscere l’alto grado di presunzione che la ragione ha esibito nel forgiare quelli che il filosofo definisce gli “assoluti terrestri” (positivismo, idealismo, marxismo, in primis; ma non solo), tanto più ci troviamo a recuperare l’inestinguibilità di quella Domanda, esaltata nell’irriducibile desiderio d’infinito che avvertiamo, nella perennità dell’assenza di una risposta, con la potenza dell’angoscia che soffia sui nostri giorni.
La scienza affronta il “tutto-della-realtà”, si spinge più in là possibile nel dirci come è il mondo. Spiega la realtà empirica, certo, eppure «ciò su cui la scienza tace è quanto più conta per noi», conclude Antiseri. Nemmeno la filosofia, veramente, spiega. Tantomeno salva. La Domanda, allora, e tutto il groviglio di domande che da essa discende, è appunto inestinguibile, inestricabile, e s’impunta sempre lì, “semplicemente” sul chiedersi perché è il mondo.
I confini del “visibile” sono gli stessi confini dell’esistente. Quindi giudico per quello che vedo, ma proprio lì è il mio limite. E oltre il visibile? Posso escludere l’esistenza di altro, fuori da ciò che vedo? O ancora: parlo, vivo nel limite del dicibile, del pronunciabile. Ma ecco, ciò che sfugge è l’ineffabile. E qui dobbiamo giustamente tacere, proprio perché nell’ineffabile e nell’invisibile si apre lo spazio della fede.
C’è la realtà da spiegare, visibile e invisibile, e c’è il dolore.
Tra Otto e Novecento abbiamo conosciuto addirittura la rivolta contro Dio, fino a negarlo. Pagine memorabili che sono in Dostoevskij, in Camus, o nella testimonianza di Elie Wiesel: quanto si è offerto ai suoi occhi ad Auschwitz non è cancellabile dalla memoria. Per questo, di fronte a una sofferenza indicibile, al tremendo, Wiesel è arrivato a cancellare Dio dalla propria anima.
Il dolore e il Senso abitano dunque l’ineffabile. È un nodo eminentemente poetico.
Particolarmente illuminante, in questo senso, è un passaggio di Luigi Pareyson che Antiseri riporta: «per il Dio dell’esperienza religiosa assai più che i concetti specificamente filosofici appaiono adeguati e significativi i simboli della poesia e le figure antropomorfiche del mito».
Allora serve davvero guardare “dopo la filosofia del XX secolo”, cioè indietro, a Kierkegaard e soprattutto a Pascal (ai quali vorrei permettermi di aggiungere Spinoza). La fede è una scelta umana e insieme un dono divino; il cristianesimo è una verità sofferente. A noi, misteriosamente, serve. Per comprendere, abbracciare, un disegno.
Proprio un poeta grandissimo, Mario Luzi, nel saggio intitolato L’inferno e il limbo, scriveva: «L’uomo (…) desidera una salvezza fondata sulla qualità del proprio dolore. Tale speranza è l’unica munita d’una forza capace di vincere la disperazione e nello stesso tempo non tradirla: solo essa poteva avere una dignità agli occhi di Pascal o a quelli di Leopardi».

Cristiano Poletti

Una piena solitudine

 fotonormand

Riformulando la riflessione da Proust, si ritiene spesso che scavare nell’anima umana sia possibile considerando i grandi fenomeni sociali, quando invece è solo calandosi nel profondo di un’individualità, e quindi nell’anima di quella individualità, che si potrebbero comprendere quei fenomeni.[1]
“Società”, vale a dire sentirsi dentro la storia, farsi tempo, esserne parte comune, portarne memoria.
Eppure da sempre, in effetti, vogliamo (vorremmo) vincerlo il tempo, qui dove siamo caduti: «Invece di compiere ogni sforzo per ritrovarsi, per incontrare se stesso, la sua essenza intemporale, egli (l’uomo, NdR, corsivo mio) ha rivolto le sue facoltà verso l’esterno, verso la storia».[2]
La misurazione del tempo, sappiamo, è un prodotto dell’uomo. Il tempo è la sua prigione. Tra i suoi “due confini di polvere”, tra il suo essere e ritornare polvere, potremmo addirittura spingerci a dire che l’uomo sia tempo, sia la sua stessa prigione. Ma non il suo sguardo, che come l’amore supera, eccede ogni misura. Uno sguardo cos’è, se non un cammino solitario, un atto d’amore, di un amore antenato e fatto proprio, ma che resta in fondo primordiale, originario?[3]
Se in grado davvero di ampliare e approfondire ogni possibile prospettiva, lo sguardo è sempre atemporale: è, forse, il motivo per il quale attribuiamo tanto valore agli occhi così come ne attribuiamo alla potenza della visione, nella vita come nell’arte.
E tanto più da lontano proviene lo sguardo, e più lontano punta, più la prospettiva è allargata.
A pensarci, a questo serve la lettura, a riempire la solitudine. La solitudine del lettore, ecco, si potrebbe definire una piena solitudine. Un Io, ma non-Io, con la lettura: un Io popolato.

Balla da solo, l’uomo, o comunque ha come unica compagna di danza la morte.[4] Ma mai si tratta di un’unica morte, della propria, perché in una abitano tutte le morti, e sciolta nelle ore sono tante piccole morti. La solitudine, oltreché essenza inestinguibile dell’esistenza, è una stretta necessaria, un imbuto perché ci si trovi come dire spalancati a tutto, a tutti.
Occorre allora, infine, servirsi sempre della poesia.
Ritornano da due fonti differenti mirabili versi.

Questi, di Wisława Szymborska: [5]

(…)

Non c’è vita
che almeno per un attimo
non sia stata immortale.

La morte
è sempre in ritardo sempre di quell’attimo.

(…)

E questi, di Mario Benedetti:[6]

(…)

Ho portato un libro, mi dico di essermi pensato in un libro
come un uomo con un libro, ingenuamente.
Pareva un giorno lontano oggi, pensoso.
Mi pareva che tutti avessero visto il parco nei quadri,
il Natale nei racconti,
le stampe su questo parco come un suo spessore.

Che cos’è la solitudine.

La donna ha disteso la coperta sul pavimento per non sporcare,
si è distesa prendendo le forbici per colpirsi nel petto,
un martello perché non ne aveva la forza, un’oscenità grande.

L’ho letto in un foglio di giornale.
Scusatemi tutti.

Cristiano Poletti

 

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[1] M. Proust, La parte dei Guermantes.

[2] E. M. Cioran, La caduta del tempo.

[3] Ed ecco lo sguardo di Antonio Porta in questi versi da Poemetto con la madre, una sintesi meravigliosa:  «Ma c’è un tempo che non conosciamo / che non misuriamo mentre agisce / dentro e fuori di noi: la nascita / lo svela e la morte non lo cancella».

[4] G. Penzo, Kierkegaard. La verità eterna che nasce nel tempo. E, più in generale, tutte le riflessioni sul Singolo di Kierkegaard.

[5] W. Szymborska, Sulla morte senza esagerare, da Gente sul ponte.

[6] M. Benedetti, da Umana gloria.