solstizio

I poeti della domenica #391: Roberto Deidier, “Che colore parlano le tue parole”

 

 

Che colore parlano le tue parole
Oggi che il sole è un vuoto tra le nuvole
Ed è un secolo lo spazio tra i tuoi occhi:
Ci cade ogni mia nascita, ogni morte,
La mia mano che accompagna l’erba
Quando la piega il vento

 

da Roberto Deidier, Solstizio, Mondadori 2014

TRA PATRIARCHI E PROFETI, IL “SOLSTIZIO” DI ROBERTO DEIDIER (di Piergiorgio Viti)

Roberto Deidier, Solstizio (Lo Specchio, Mondadori, 2014)Leggere Solstizio di Roberto Deidier vuol dire percorrere un viaggio, un viaggio che va oltre “il tempo” e “lo spazio” e che piuttosto attraversa la meraviglia e quindi la disperazione. Molti sono i riferimenti (da Carver a Mantegna, dai profeti agli autori greci e latini, passando per le varie città dell’Italia e dell’Europa dove ha soggiornato) con cui Deidier si rapporta, in un confronto speculare e doloroso. Queste telluriche sollecitazioni, spesso del/dal passato, portano il poeta a “fissare in faccia la distruzione”: ieri era la fine di Sodoma e Gomorra, che ha tramutato in statua di sale la moglie di Lot; oggi è la società dei “post-“ (post-industriale, post-ideologica, post-moderna ecc.), “puntinista” per dirla alla Bauman, in cui il poeta, con il suo canto, prova inutilmente a risvegliare le coscienze, ma è da solo, inascoltato. C’è dunque, in Solstizio, tra partenze e arrivi, in un viavai di figure profetiche e mitologiche, la consapevolezza di un’appartenenza, uno “stare al mondo”, un “esser-ci”, difficile che in un certo senso recupera la “visio” del poeta civile proprio perché in-civile, “animale estraneo” che vorrebbe, come il trapezista di Il secondo trapezio, cercare una presa, un’ancora di salvezza (o quasi: un’ancora di bellezza, la Musa con cui il libro si chiude). Proprio Il secondo trapezio è forse la sezione più esemplificativa della poetica di Deidier: prendendo le mosse da un racconto di Kafka, l’acrobata viene presentato sempre in bilico sul vuoto, quel vuoto (culturale, sociale ecc.) che l’autore tenta di riscattare tenendo vicini, per sé e per gli altri, i suoi lettori, i riferimenti che forgiano e corroborano la sua elegante poesia. Vi è dunque, parafrasando il titolo di un testo, una “filosofia del disagio”, perché la quotidianità viene presentata come “male necessario”, in cui però   le “sillabe stellate” rendono più sopportabile il pianto, cioè la fatica di (sopra)vivere. In sostanza, per Deidier il poeta è a tutti gli effetti un eroe moderno, come l’Enea di ascendenza caproniana, l’unico capace di dire l’indicibile e in grado di varcare insieme passato, presente e futuro.

© Piergiorgio Viti

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Il secondo trapezio

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I

Non capivo quanto fosse difficile
Quell’arte di giocare con le altezze,
Di passare da un vuoto a un altro vuoto
E farne corpo, fasci, movimento.
Così scorreva intera la sua vita,
All’inizio cercando perfezione
Poi per un’abitudine tiranna.
Se era al seguito di una compagnia
Giorno e notte restava sul trapezio:
Quel poco che chiedeva come cibo
O quant’altro gli occorreva, all’istante
Gli salivano pronti gli inservienti.

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V

Non fosse stato per tutti quei viaggi
Da un luogo all’altro, così faticosi,
Se ne sarebbe vissuto discosto
Sul suo trapezio. Facevo di tutto
Per sottrarlo a sofferenze gratuite:
Per spostarci nella stessa città
Noleggiavo automobili da corsa,
Di notte o alle prime luci dell’alba
Sfrecciavamo per le strade deserte,
Mai abbastanza veloci da distrarlo.
Era un vero struggimento: sui treni
Dormiva sulla rete dei bagagli
In un vagone prenotato apposta.

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IX

Fu più semplice per me consolarlo.
Gli promisi che avrei telegrafato
Per richiedere il secondo trapezio,
Lo avrebbe trovato al nostro arrivo.
M’accusai di averlo fatto esibire
Su quell’unica sbarra solamente,
Me ne tornai a leggere il mio libro
Ma non ero tranquillo come prima:
Che quei pensieri non fossero stati
L’inizio di un tormento mai cessato?
Gli minavano forse l’esistenza?
Nel sonno dopo il pianto gl’intravidi
La prima ruga sulla fronte liscia.

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Musa

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I

Lo vedo, sei imbronciata e la ragione
Resta dalla tua parte per intero.
Le parole disperse in prospettive
Di segni scialbi, echi senza enigmi;
Di questo vuoto immagini eloquenti,
Talmente chiare da non dire nulla.

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VI

Il passato mi trattiene per mano,
Nel sonno mi congiunge con il sogno,
Al mattino dispensa adrenalina
E il presente senza te si dimena
Come un gatto accecato, perso il cibo.
Se solo guardo avanti tu non torni:
Il tuo silenzio ha un sapore di fine,
La tua lingua un mistero da evitare.

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XIII

Non ho che questi versi da intrecciarti.
Stasera il fondo urbano s’è rappreso
In un murale senza proporzione
Come un secolo storto, come un fiore
Rimasto a galleggiare sull’oceano.
Da un palazzo si affaccia un volto enorme
Ma non può minacciarti ed è incompiuto.
La mezzanotte è soltanto un’illusione.
Mentre aspetto in questa casa sottile
Sono il guardiano che nascosto compie
L’ultima ronda e incauto già s’avverte
Oltre la porta di sentirsi ancora
Diteggiare il morse d’una poesia.
Per te m’inventerei un alfabeto,
Ma arriva solo un suono di sirena.
M’accosto al legno scuro, nell’occhiello
Ti chiedo a voce bassa di tornare.

Solstizio

Da sdraiati avevamo più confidenza e controllo della prossimità; gli sguardi altri temono quella distanza, come se la tua vicinanza alla terra possa graffiarli e allora rimangono sospesi, sollevati nell’aria e danno sempre alla domanda la possibilità di scappare prima di finire risucchiata nella verticalità e diffondersi nell’aria vischiosa e se ci pensi succede sempre così.

Fino a lasciare che siano gli altri a rubarsi la risposta.

Ci siamo sdraiati allora, entrambi sotto un cielo asfaltato e abbiamo iniziato a bisbigliare le risposte, a confonderle coi ciottoli, a mantenerle protette nella cupola d’alito che si faceva fumo e a confondere le loro domande con le risposte della terra sottostante, con il brusio dei pensieri che cocciavano contro l’asfalto e rimbalzavano interni fino alle ossa che si facevano livide.

©  Iacopo Ninni