solo 1500

Solo 1500 n. 100 – Ciao

berlino 2009 - foto gm

 

Premessa: è stato, soprattutto, molto divertente

Solo 1500 n. 100: Ciao

Ciao a Gino che è gramigna dal cuore tosto. Ciao a Nat perché ciao è il saluto di quando si viene e di quando si va. Ciao a tutti i redattori perché ognuno c’è stato in tutti e cento i numeri. Ciao perché ognuno ha avuto un’idea, qualcuna l’ho usata, qualcuna no, qualcuna avrei dovuto usarla. Ciao a tutti quelli che hanno seguito il 1500 dall’inizio, a chi è arrivato dopo, a chi ha letto una volta soltanto. Ciao a quelli che hanno detto “Che schifo”, passando oltre. Ciao a tutti i numeri venuti bene, a tutti quelli venuti male. Ciao perché abbiamo riso parecchio, perché ci siamo commossi. Ciao per le volte che non abbiamo lasciato traccia. Ciao al numero 50 perché è li che ho deciso che a 100 mi sarei fermato. Ciao perché una rubrica ha un inizio e una fine. Ciao perché dietro l’angolo c’è un’altra rubrica che aspetta. Ciao perché sarà  un rischio e vedremo se vi piacerà. Ciao alla poesia, alla narrativa. Ciao a Sandro Penna, a Raboni, a DFW, a Carver, alla Kristof, a De Gregori, a Fossati. Ciao per ogni commento lasciato, perché ogni commento richiede tempo e il tempo non va sprecato. Ciao a chi si è offeso, a chi è stato al gioco. Ciao a Cruijff e a Ciro Sebastianelli. Ciao a chi ha voluto scrivere un numero doppio. Ciao al tempo e a chi con me divide il tempo. Ciao a ognuna di queste 150.000 battute. Ciao perché finire in giugno è straordinario. Ciao perché abbiate tutti una buona estate. Ciao perché Poetarum è casa vostra. Ciao perché tutto questo è successo. Ciao perché altro accadrà ancora.

Conclusioni: Vi voglio bene, grazie a tutti.

Gianni Montieri

Luigi Tenco Ciao amore ciao

Solo 1500 n. 99 – Le porte

berlino 2009 - foto gm

Solo 1500 n. 99 – Le porte 

Ci sono porte che si chiudono, porte che si aprono. Porte che restano aperte per sempre. Porte in legno, porte blindate, porte scorrevoli, a soffietto. Porte in alluminio. Porte orrende, porte rovinate e bellissime. Porte trovate in spiaggia, porte appese sopra i letti, porte che si fanno tavoli, porte che diventano comodini. Porte in restauro, porte restaurate. Porte in bianco e nero, porte colorate. Porte fatte di niente, porte sul mare. Porte sbattute dal vento, sbattute in faccia. Porte di quando uno chiude e dice: “vado via”. Porte di quando si esce, porte di quando suona la campanella e i bambini corrono fuori. Porte fatte di ciabatte o mazze di legno sulla spiaggia. Porte che era fuori o era dentro. Porte che per me era gol. Porte informatiche, porte che collegano. Porte che entrate che qui ci stiamo tutti. Porte che sono i libri, porte che aprono finestre. Porte che sono occhi aperti sul mondo, sui mondi. Porte che sono fatte di sorrisi. Porte larghe, portoni, porte strette, porte piccine delle fiabe, porte col vuoto dietro come gli incubi da bimbi. Porta Romana, Porta Ticinese, Porta Vigentina, Porta Genova. Porta Pia. Porta con la breccia, porta col lucchetto, porta a vetri: “Coraggio, guarda dentro”. Porte che scriviamoci  sopra. Porta spalancata che entra luce, che gira l’aria, che tra poco piove, che tra poco smette. Porta Capuana “che te le ricordi le pizze fritte? Io sì”. Porta che non si è mai chiusa, porta che è rimasta aperta. Porta di quando uno se ne va. Porta di quando uno torna. Porta che tanto l’indirizzo lo conosci. Porta che tu sia benvenuta.

(a NC)

Gianni Montieri

Qui puoi scaricare il pdf dell’articolo

Solo 1500 n. 98 – ASK

ask

Solo 1500 n. 98 – ASK

Spalancò la porta di casa e uscì. Erano le sette e trenta, passò dalla solita edicola e comprò La Repubblica. Percorse duecento metri e si sedette a un tavolino del Caffè La Grotta, il barman lo riconobbe e lo salutò. Ordinò una brioche alla marmellata, un cappuccino e un bicchiere d’acqua gassata. Cominciò a leggere il giornale. Sfogliando le pagine, di tanto in tanto, scuoteva la testa. Qualche volta sorrideva. La colazione arrivò, ringraziò il cameriere, gli parve di ricordare che si chiamasse Michele, ma nel dubbio non ne pronunciò il nome. Aveva deciso di vestirsi con un abito grigio scuro, camicia bianca, cravatta blu scuro (senza disegnini, li odiava). Si riteneva un uomo essenziale, non amava i fronzoli. Controllò il cellulare, rilesse il messaggio di Sara della sera prima, di nuovo scosse la testa. Terminò la colazione, lesse tutto il giornale, pagò e si incamminò verso il centro della cittadina di mare in cui viveva. Erano le dieci. Passando dal lungomare si fermò a fare due chiacchiere con Enrico, suo vecchio compagno di banco, che gestiva un ristorante sulla spiaggia. Diede un’altra occhiata al cellulare: due chiamate dall’ufficio e  un sms di Andrea, un collega. Brava persona Andrea, un tempo erano stati amici, poi qualcosa era cambiato. Le undici e un quarto, passò dal parchetto. Nell’area giochi molti bambini con le nonne, le scuole non erano ancora iniziate. Attraversò il giardino e arrivò davanti alla palazzina in cui lavorava. Si sedette sulla panchina del marciapiede di fronte. Erano le undici e ventotto. Due minuti dopo la bomba esplose.

Gianni Montieri

 

 

Qui puoi scaricare il pdf dell’articolo

Solo 1500 n. 97 – Il collega con la bandana

berlino - east side gallery - gm

Solo 1500 n. 97 : Il collega con la bandana

Da molto tempo non andavo al Cinema Odeon, non è tra le sale che io preferisca. Ci torno – di mattina – per un’assemblea sindacale, anche quest’altra cosa non la facevo da molto tempo. Il primo che noto è un collega in bandana, manco fossimo al Lido, chissà dove lavora. Lo guardo meglio, è vestito come un motociclista appena tornato da un raduno. Di nuovo mi domando: Chissà dove lavora, in che ufficio periferico, in quale archivio sperduto. Mi fa simpatia. La sala si riempie, scelgo un posto solitario, un po’ spostato lateralmente. Così osservo tutti, vedo come reagiscono. Mi passano davanti colleghi che conosco di vista, altri che non vedo da dieci anni, stiamo tutti invecchiando male o forse no. Prima che si cominci bevo un caffè al bar dell’Odeon. Fa veramente schifo. C’è uno che di solito veste casual e oggi, invece, è in giacca. Immagino che qualcuno gli abbia detto che alle assemblee bisogna vestirsi eleganti. Un sindacalista annuncia al microfono di prendere posto, da lì a poco l’assemblea avrà inizio. Intervento introduttivo – un giusto e lungo intervento tecnico – un altro paio fatti in una lingua sconosciuta, certo non l’italiano. Cose interessanti e alcune assurdità. Applausi. Sembrano quasi i vecchi tempi. Un collega ricorda i morti di Genova, fa bene. Quello in bandana sprofonda in poltrona. Ognuno prima di parlare premette “E io questi li ho votati”. L’arancione si è sbiadito. Il mio amico Gabriele fa il miglior intervento. In vent’anni non ha mai sbagliato un congiuntivo. Votiamo la mozione, lunedì si sciopera. Forse siamo ancora vivi.

Gianni Montieri

 

Qui puoi scaricare il pdf dell’articolo

Solo 1500 n. 96 – Interni con buio

Solo 1500 n. 96 – interni con buio

Io vivo nella mia camera e parlo con me. Ho dei genitori. Esistono. Fuori di qui, esistono. Ho un pc e mi basta. Vivo chiuso perché l’ho scelto. Al muro ho appeso il Narciso del Caravaggio. Poi, io sono virtuale. Non sono io. Sono me, ma non sono io. Su internet sono gli altri me stesso. Io, soltanto, vorrei scomparire. Il mondo mi fa male. Oggi. Ma non importa, niente importa. O forse. Io prenderò forma nella tua tasca, invisibile./ Fai ciò che vuoi/ Io ho tante identità. Posso essere chi sono. Qualcun altro. Mi restringerò e sparirò/ Scivolerò nel ritmo e mi sballerò/ Sono molteplice. Sono le mie voci, una rete di voci e profili virtuali. Rivivo. Mi massacrano i timpani e mi fanno vivere. Questo schermo sono, il mio profilo sul mondo. Nella mia stanza, sempre, sono ciò che proietto. Non riesco a liberarmi da questa dipendenza/ Specchio riflesso delle mie brame. Voglio morire, voglio vivere. Sono tutto e il contrario di tutto. C’è uno spazio vuoto nel mio cuore/ dove le ali mettono radici/ quindi adesso ti lascio libero. Imperfetto e perfetto. Sono la tenuta di questa canzone. Adesso. Dopo non lo so. Lentamente ci apriamo/ come fiori di loto/ solo per vedere di cosa si tratta/ solo per vedere cosa dà/ Contemplarmi e annullarmi. Ogni giorno, ogni notte, per giorni e notti. Infinitamente. Mi spezzo, son spaccato. Vivere a metà, a tre quarti. Vivere. Viversi. Ho spento il computer. Narciso si guarda. Io non mi vedo. Papà, ricordati di far suonare i Radiohead al mio funerale.

(c) Alessandra Trevisan

*********************************

Li sento fuori dalla stanza. Non parlano non dicono niente, ma sono lì, posso sentirne i respiri fuori dalla porta. Da quando sto chiuso nella mia stanza sento tutto più forte, anche il silenzio. La tapparella è chiusa ma so che fuori c’è il sole, lo sento. Ascolto da tre giorni “Solitude Standing” di Suzanne Vega, non mi è mai piaciuto e non mi piace adesso. Ma lo ascolto. Devo. Il letto lo rifaccio con cura, non è questo il punto. Il punto è che il mondo deve stare fuori. Il punto è che io devo diventare il mondo. Togliermi spazio non mi dà ansia, l’ansia me la fanno loro fuori dalla porta. Uscirà prima o poi? Quante settimane sono che è lì dentro? Cazzi suoi, non ho intenzione di stare qui a implorarlo come fate voi. Ci sono novità? Mangia? Si laverà? Ancora Suzanne Vega? Non poteva innamorarsi solo del Sushi tra le cose giapponesi? Comprarsi un Kimono, che so? Lo so loro pensano che c’entri il Giappone, ma non è vero. Il Giappone c’entra ma come ogni cosa. Il fatto è che io sto bene solo davanti al mio pc. Le cronache dalla mia stanza sono le cose migliori che io abbia mai scritto. Chi non mi avrebbe mai letto ora mi legge. Chi non mi avrebbe mai guardato ora mi. La vera vita è qui dentro. Sento come un fluido, un wireless che mi scorre dentro al posto del sangue. Ho una voce nuova: la mia. Riuscissi ad ammazzare sta stronza di zanzara. Hanno imparato la parola giapponese che dovrebbe corrispondere al mio comportamento: Hikikomori. Stronzate, hanno sbagliato di nuovo. La definizione giusta è: Cazzi miei.

(c) Gianni Montieri

**********************************

Questo post nasce dall’ascolto di una puntata di Piazza Verdi, programma di Radio 3 in cui lo scorso 13 aprile si è parlato de Lo spazio vuoto del cuore di Mimmo Sorrentino, incentrato sul fenomeno della segregazione volontaria di migliaia di adolescenti che decidono di rinchiudersi nelle proprie camere senza avere più contatto con la realtà esterna, se non attraverso il computer e internet, un fenomeno giapponese (da qui l’etichetta “hikikomori”) che si sta diffondente in Occidente anche. Maggiori informazioni le trovate sul sito della Fondazione L’aliante, che ha sostenuto l’evento. Potete riascoltare la puntata radiofonica con ospite lo stesso Sorrentino e parti del monologo che costituisce lo spettacolo con voce monologante di Mattia Colombo, qui.

credits fotografici (c) Permian Beast. Photograph: Zachariah Wildwood & Donald Twain

Qui puoi scaricare il pdf dell’articolo

Solo 1500 n. 95 – Al vaporetto

Venezia - foto gm - 2012

Solo 1500 n. 95: Al vaporetto

Quasi tutti i lunedì mattina, all’alba, prendo il vaporetto per andare in stazione a Venezia. Alla fermata c’è sempre un signore molto alto. Capelli e baffi bianchi, avrà settant’anni. Da un paio di mesi, dopo qualche inverno e primavera di silenzio, ci salutiamo. Succede da quando mi ha visto con Emma, il cane. Mi ha chiesto, gli ho raccontato la storia: l’abbandono, i maltrattamenti, il canile. Quest’uomo grande e grosso ha quasi pianto quella volta lì. Eravamo davanti a un supermercato, lui era lì con sua moglie, in dialetto veneziano mi ha detto di non raccontargliene queste cose, che poi ci sta male. Da quella volta, il lunedì, ci salutiamo, tra le 5.45 e le 5.50. Che sia pioggia, neve, buio, chiaro, freddo o caldo, lui è lì con la sua sigaretta in bocca. Prima che prendessimo a salutarci mi faceva girare un po’ le balle perché arrivava con un sacchetto pieno di pane vecchio che lanciava ai gabbiani. Faceva un porcile. Lui avrà pensato di me che sono strano. Uno che all’alba scatta  foto col cellulare, per vedere (ma lui questo non lo sa) come cambia la luce sul Canal Grande. Ci siamo fermati al buongiorno, del cane non abbiamo più parlato. Sono sicuro che se provassi  due chiacchiere le farebbe ma rovineremmo qualcosa. Faremo sempre in tempo a scambiare due parole altrove se capiterà, ma lì alla fermata no. Parlando romperemmo una specie di patto tra noi e l’alba, tra l’alba e il Canale, la notte che va e Venezia. Restiamo, perciò, nei Buongiorno, ognuno nella propria giacca.

(c) Gianni Montieri

Qui puoi scaricare il pdf dell’articolo

Solo 1500 n. 94 – Caro Rodotà

2059235-stefano_rodota

Solo 1500 n. 94 – Caro Rodotà

Che tu sia una persona normale? Che ne dici Rodotà? Potrebbe essere questa la risposta? Normale nel senso di essere fuori dai giochi di potere, dalle dinamiche di partito, dagli scambi e dai favori. Normale tipo onesto. Un caso eccezionale. Del resto, ricorderai, ti fregarono pure l’altra volta quando avresti dovuto fare il Presidente della Camera. E chi ti preferirono di grazia? Giorgio Napolitano. Ma farle fuori in privato le vostre questioni personali? Scherzo, dài. Che queste mezze seghe non ti abbiano ancora perdonato le dimissioni di allora? Non so sai. Sono congetture le mie, perché le ho pensate tutte. Ho pensato che, stupidamente, non ti votassero perché ti aveva proposto Grillo. Poi ho pensato che fosse per i troppi cattolici presenti nel Pd, sai come gli stai sul cazzo a quelli, ma quanti sono? Per me al Conclave erano di meno. Poi, ovviamente, ho pensato a D’Alema e a come ammazzarlo. Ho pensato a Bersani, alla telefonata che non ti ha fatto. Ha imparato a nostre spese che gli stronzi che ti votano ogni tanto devi ascoltarli. Ma nessuno ti ha chiamato, qualcuno chiamava tua figlia. Gesù, come i ragazzini: “Che fa tuo padre? Si ritira?”. Mi dispiace Rodotà di sicuro avresti impedito il governissimo, le pastette. Gli Amato e i Quagliariello. Magari avresti sciolto le Camere nel Diritto o nell’acido. Non lo so ma mi saresti piaciuto. Un ragazzino di settantanove anni. Ho votato Vendola due mesi fa ma cosa cambia? Tu eri l’ultima possibilità del PD, per quanto mi riguarda. Giocata male, molto male. Vabbè, ciao.

(c) Gianni Montieri

Qui puoi scaricare il pdf dell’articolo

Solo 1500 n. 93: Il divorzio e la statica

berlin eastside gallery - foto gm

Solo 1500 n. 93: Il divorzio e la statica

L’appuntamento è per le undici e mezza, ingresso laterale del Tribunale. Saluti a quella che tra pochi minuti sarà la mia ex-moglie, saluti alla nostra amica avvocato, che ci dice subito dei sei piani da fare a piedi. Penso: «E meno male che è un consensuale, se non lo fosse toccava arrampicarci come in montagna». Arriviamo al piano, tutti con un discreto ma rispettabile fiatone. Il corridoio dove ci sono le stanze dei giudici è super affollato, fa caldissimo. Per fortuna il nostro giudice ci riceve in orario. La burocrazia ha questa capacità di dilatare nel tempo cose già finite da un pezzo ma vabbè. Per fortuna io e la mia ex-moglie ci stiamo simpatici e possiamo poi berci un caffè serenamente. Il giudice è un umorista e ci dice che tutta la gente sul corridoio è calcolata al limite della capienza, ce ne fossero di più  il piano crollerebbe. Scopriamo che il Tribunale di Milano non è esattamente a posto con la Norma, né con la Statica. Il giudice dice che del resto «stanno divorziando mezza Milano» e devono avere tempi più rapidi. Io non posso fare a meno di aggiungere che vorremmo divorziare solo tra di noi e non dalla vita. Il giudice mi guarda contrariato, qui le battute le fa lui. Taccio, firmiamo (sono assolutamente incapace ad apporre firma leggibile ma ce la faccio), guardo la mia ex-moglie come per dire: «Tranquilla, non è oggi che si precipita». Sette minuti ed è tutto finito. Facciamo le scale a tutta velocità, il sollievo di un caffè. Sorrisi, liberi (e vivi) tutti.

(c) Gianni Montieri

Qui puoi scaricare il pdf dell’articolo

Solo 1500 n. 92: Francesco De Gregori (ma dev’essere strada) I e II

01_sulla_strada_de_gregori

SOLO 1500 n. 92 : Francesco De Gregori (ma dev’essere strada) I e II

I

Diamine, Gianni non si è dimenticato. Ora mi tocca scrivere qualcosa sul nuovo disco di De Gregori. Sono quattro mesi che rimando nella speranza che se ne dimentichi ma niente. Comunque è andata bene: sua sorella, di certo, ne avrebbe chiesta una su Ligabue. E pensare che il primo disco del Principe ha (quasi) la mia età. Cioè, ora che ci penso, De Gregori è Sulla strada da quarant’anni (eh, così cito anche il titolo)! Ha intitolato l’album come il famoso libro di Kerouac. Cioè ha letto On the road per la prima volta a sessant’anni e quasi se ne vanta! Magari per il prossimo album si ispirerà a Il Piccolo Principe. A Gianni di sicuro piaceranno i due brani nei quali Malika Ayane fa la corista (parte che le riesce bene) e quello in cui compare Nicola Piovani. Chissà se si è accorto che Omero al Cantagiro ricorda un po’ Miniera di Bixio. Nei testi le solite cose: l’amore che si contrappone alla guerra e alle dittature (La guerra), la voglia di normalità dell’artista (Guarda che non sono io) e nessun accenno all’Italia dei nostri giorni; forse ha perso l’ispirazione. Nove canzoni che parlano di malinconia, di vita quotidiana e delle verità dell’uomo De Gregori, con un accenno a Dino Campana e uno al novecento. Dopo quattro anni di silenzio, un disco che è una sorta di viaggio privato, in cui si fa accompagnare dai soliti musici degli ultimi dieci anni. E che fa scoprire un De Gregori in pace con se stesso e di nuovo On the road. Ma a Gianni che il disco mi piace non lo dirò mai.

Marco Annicchiarico

II

Sulla strada l’ultimo album di Francesco De Gregori è uscito lo scorso novembre, ed è da allora che dico a Marco di scriverne una recensione doppia. Naturalmente ero sicuro che saltasse fuori con il riferimento a Malika Ayane, ha ragione come corista funziona. De Gregori ce l’aveva fatta: tutti questi anni senza leggere On the road, si è rovinato alla fine. A Marco il disco piace anche se non lo ammette, a me piace molto e lo dico senza problemi. Un album intimo, attraversato dalla tipica malinconia di De Gregori, che non dimentica mai di guardarsi indietro: La guerra e Belle Epoque, entrambe molto belle. Guarda che non sono io la ritengo un capolavoro, passerà nell’elenco (già ben nutrito) delle indimenticabili del cantautore romano. Mi pare la canzone che meglio rappresenti il De Gregori pensiero circa l’interpretazione dei suoi testi e il rispetto della privacy. Omero al cantagiro è una canzone sorprendente e geniale (mi sono accorto di Miniera dopo di te Marco). La ricchezza dei testi si integra bene con le musiche e gli arrangiamenti. Un De Gregori più rilassato, lo si nota anche ascoltando i brani nuovi in concerto, forse non particolarmente innovativo ma bravo, sì. Il fatto che i musicisti siano gli stessi da molti anni giova al disco. Chiude l’album una bella canzone d’amore Falso movimento ma la grandezza e l’umiltà di De Gregori stanno tutte in questa frase di A passo d’uomo: “e vado per la vita / a passo d’uomo /altra misura non conosco / altra parola non sono.”

Gianni Montieri

Qui puoi scaricare il pdf dell’articolo

Solo 1500 n. 91: Andrea è in ritardo e Quella volta al bar

berlin - gm

Solo 1500 n. 91: Andrea è in ritardo

Andrea è in ritardo. Probabile che abbia pensato di trovarsi a Londra e di dover salire su una Metropolitana normale. Invece, si trova ad Aversa e deve venire a Giugliano. La domenica se perdi un treno, ti tocca aspettare mezzora quello successivo. In ogni caso, poi arriva ed esce dall’uscita sbagliata. Non ha molto tempo, ci avviamo chiacchierando verso un bar non troppo distante. In una  piazza troviamo un bar che pare abbia un secolo anche se, immagino, non abbia più di venti o trent’anni. È orribile. Andrea (improvvisamente intraprendente) guarda dentro e dice: “Mi pare che sopra ci sia una saletta”. Sto per fargli cenno di proseguire verso un locale migliore, quando un tizio apre la porta e intima: “Potete entrare!” Siamo fottuti. Ordiniamo due caffè all’anziana che sta dietro al banco, che ci guarda come se fossimo due alieni o due pazzi (e non sa che scriviamo). Chiediamo di poter salire in saletta, ci fa cenno di sì. Accendono le luci e saliamo lungo una scaletta a chiocciola tra le più infime della storia. Giunti al piano superiore ci accorgiamo che c’è un solo tavolo, verde, con quattro schermi da computer fissati sopra. Videopoker, nessun dubbio. Il caffè, ovviamente, fa cagare. Mentre ci sprechiamo nel nostro repertorio battutistico, in cui arriviamo a sostenere che potrebbero scambiarci per finanzieri in borghese e, di conseguenza, farci sparire (di sicuro hanno dell’acido da qualche parte), riusciamo a parlare anche di poesia. Sarebbe, questo, un aneddoto da raccontare una volta diventati famosi. Se lo racconto adesso ci sarà un perché.

(c) Gianni Montieri

***************

Solo 1500 n . 91: Quella volta al bar

Pur di rivedere Gianni Montieri sono disposto perfino a farmi un viaggio da Aversa a Giugliano (una fermata di metro in tutto, ma quando hai l’orientamento scarso qualsiasi spostamento sembra un viaggio). Il paese di Gianni è in pratica accanto a quello della mia ragazza. Scendo, esco, è l’uscita sbagliata, rientro, eccolo. Come me lo ricordavo, in faccia una simpatica palla di pelo brizzolata. La voce è quella che un mio amico diceva per il primo De Gregori, una voce «di pèsca». Cappotto, sciarpa e coppoletta. Passeggiamo per Giugliano, il tempo non è molto, di sera ho la nave. Camminiamo chiacchierando e schivando l’immondizia per terra. É terribile, ma anche quella è diventata paesaggio, casa. Ci fermiamo al primo bar, e forse era meglio il secondo. Sguardi torvi, una signora dietro il banco, un tizio ci indica una saletta in alto. Saliamo, un tavolo con quattro computer, probabilmente per giocare a poker. Poco spazio anche per appoggiare il caffé. Siamo decisamente fuori posto, e si capisce che per entrambi è il modo migliore. Gianni Montieri è un funzionario statale che scrive poesie, praticamente combatte la burocrazia dall’interno. Io ho finito un dottorato mettendo la giacca quattro volte in tutto. Sono cose da rivendicare queste, altroché. Adesso stiamo parlando di letteratura in mezzo a quattro schermi da videopoker, mentre al piano di sotto probabilmente ci hanno preso per matti. Anche quel bar non sarà più lo stesso dopo di noi. Forse.

(c) Andrea Accardi

 

Qui puoi scaricare il pdf dell’articolo

 

solo 1500 n. 90: Roth

foto dal sito di The Guardian

SOLO 1500 N. 90: Roth

Quando lessi Pastorale americana, molti anni fa, dovettero passare diversi giorni dalla fine della lettura, prima che riuscissi a capire se il romanzo mi fosse piaciuto o meno. Mi piacque e molto. Fu il mio primo contatto con Philip Roth e da allora l’ho sempre letto. Prima andando a ritroso nella sua vastissima produzione, poi seguendolo nelle pubblicazioni più recenti. Conto diversi capolavori e molti libri sopra la media cui qualsiasi narratore possa ambire. Parliamoci chiaro: quelli che sostengono che Roth sia sopravvalutato non sanno bene di cosa stiano parlando. Sarei d’accordo con loro se dicessero che ci sono altri scrittori di alto livello, meno considerati. E ce ne sono. Ma Roth è Roth. Di lui ho amato, in particolare, la maniera scientifica con cui fa a pezzi il sogno americano. L’ironia tagliente che non fa sconti a nessuno. In un’intervista pubblicata il diciassette marzo su La Lettura, tra le altre cose, lo scrittore dice che chi cerca la felicità in narrativa, deve andare a cercarla altrove. La scorsa settimana Roth ha compiuto ottant’anni, come sappiamo ha smesso di scrivere. O meglio, si è liberato dagli obblighi della scrittura. Immagino che scriva ancora, poi c’è la collaborazione con il suo biografo ufficiale. Da lettore gli invio qualche Grazie, perché leggere la sua letteratura è stato un privilegio. In Everyman, Roth dice di aver scelto una donna e di avere riversato su di lei il dolore che provava in quel periodo. A saperlo fare, Philip, a saperlo fare.

(c) Gianni Montieri

Qui puoi scaricare il pdf dell’articolo

Solo 1500 n. 89: A7734

a7734

Solo 1500 n. 89: A7734

Ci sono due gemelli, chiusi nel campo di concentramento di Auschwitz, sono piccolissimi. Fate che siano liberati, a quattro anni, nel 1945. Fate che da quel giorno non si siano più rivisti. Uno dei due (almeno uno) continua a cercare l’altro, spera e sogna di trovarlo. Menachen Bodner, così si chiama, oggi ha 72 anni e vive in Israele, l’altro si spera sia vivo. Grazie al genealogista israeliano Ayana KimRon, Menachen trova il numero identificativo del gemello: A7734 e decide di continuare a cercarlo anche attraverso i social network. Apre una pagina Facebook che ha per intestazione quel numero e continua a sperare. Qui cominciano le nostre domande. Immaginiamo quanto possa essere grande l’amore, ma anche quanto lo sia il dolore. Quanta forza si celi dietro una speranza. Un uomo che non smette di cercare è già di per sé una cosa meravigliosa. Un uomo che non smette di cercare, per quasi settant’anni, chi come lui ha vissuto da bambino l’orrore del campo di concentramento, è qualcosa di più. Menachen non cerca solo suo fratello, che sarebbe già tanto. Probabilmente sta cercando di scrivere la parola Fine. Non stiamo parlando di un tentativo di ricongiungimento familiare ma di fare ordine nelle pagine di storia. Menachen ha in mano una penna, ce l’ha in mano da una vita. Ha il taccuino e la memoria. Ha una vita, forse serena, fin qui vissuta. Trovare suo fratello sarà come scrivere un paio di righe bianche lungo una pagina nera.

(c) Gianni Montieri