solitudine

Luca Buonaguidi: respiro d’assenza

indiaja

India
Complice il silenzio
(Italic Pequod, 2015)

Sono felice.
Potrei aggiungere altri dettagli
ma la felicità sta nel toglierli.

Punakha
03/05/2013

Lampi di gioia che non a caso si mischiano alla sparizione di una vanitosa e scontata costruzione verbale. Nessuna offesa all’andamento poetico, certo che no, ma neppure orpelli inutili in questa nuova raccolta di Luca Buonaguidi nella quale, tanto umilmente quanto decisamente, si dichiara finalmente assente, comunicando la bellezza dell’attimo apparentemente immobile.
Avvertendo questo e non solo, le sue poesie scivolano via lente mentre ogni verso colpisce a segno la stanchezza inevitabilmente accumulata intorno e dentro ognuno di noi.
Così l’altrove, termine che ricorre spesso e rincorre sempre, si fa altro dal come noi comunemente lo utilizziamo e diventa un altrove che scopriamo inesistente, solo termine ad indicarci quanto per noi essere non debba obbligatoriamente vantare un punto visivo, tattile, fisico.
Si è comunque, si è ancor meglio. Si è davvero quando la tensione del (ri) trovarsi perde l’importanza, l’impellenza e nel trasmettere  quanto e come davvero si possa realmente “essere” l’autore si fa maestro nel messaggio poetico di quanto non più conoscersi possa, debba, essere nuova vita, nuova realtà informe, inutilmente nominabile e finalmente ignota.
Questa la sconoscenza che potrà mostrarci la strada, indicata da una terra antica che sa tacere in un sorriso per poi davvero dire anche solo in uno sferragliare di treno fuori moda o solo ostaggio, come infatti Buonaguidi ci fa notare: “sotto una raffica/di insegne luminose”.
Nella sua introduzione l’autore si augura di raggiungere il lettore, mostra in ogni sua fotografia un’India appollaiata che ci aspetta da sempre e certo non saranno fuochi d’artificio a riceverci, ma un silenzio che noi anche grazie a questi versi, sapremo bere e mangiare. Potremo farne conoscenza e nutrimento e con loro riconfermarci inesistenti per tornare ad essere.

© clelia pierangela pieri

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Sono lontano, amico
e mi sono vicino.
Mi cerco
sui treni notturni
e nelle grandi stazioni
dove tu non giungi.
E neppure io.
[Quando mi credo
in qualche luogo
sono già un altro.]
Come posso dirti ancora?
Vedi, ora scrivo
ma quando mi leggo
mi sono straniero.
Pezzi di stoffa
tessono la veste
che un altro indossa.
La mia ricerca di nudità
muove altrove;
si è cercata,
non si è trovata.
Lascia un’ombra
dietro a sé.
Una vacca sacra
vi indugia stanca
e senza un perché,
questa mia energia
di cento soli
cerca l’ombra avanti a sé,
infine reclina
laddove più non è.

29/03/2013
Pushkar

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Solo 1500 N. 9 – Reading per nessuno (ovvero: ‘a machinetta p’ò cafè a una tazza)

Solo 1500 N. 9 – Reading per nessuno (ovvero: ‘a machinetta p’ò cafè a una tazza)

Può capitare, come è capitato e capiterà, di partecipare a un reading poetico, al quale non assista un pubblico numeroso, o al quale non  assista alcun pubblico. Questo capita per difetto dell’organizzazione, perché il reading si tiene in posti strani, perché non lo si pubblicizza, perché nessuno conosce i poeti che lo terranno. Perché di colpo piove. Sono cose che si mettono in conto. Può anche capitare, come è capitato e spero mai più capiterà, che si debba tenere un reading in una condizione molto favorevole: un posto bellissimo, un luogo situato al centro di un paese antico, che sia una serata estiva meravigliosa, che per una circostanza favorevole molta gente confluisca in quel luogo. Bene, molto bene, e invece no. E’ capitato che chi organizzi (e, che in teoria, dovrebbe aver interesse che il pubblico ci sia) manifesti, invece, una strana premura, ma diciamo pure fretta, a trasferirsi, per le letture, in altro luogo che, seppur suggestivo, risulterà essere irraggiungibile anche per il più grande appassionato di poesia vivente. A me tutto questo ha riportato in mente una frase che recitava Massimo Troisi, in uno dei suoi film più belli:  “Scusate il ritardo”. La frase, pronunciata  riferendosi all’anziano e solitario professore, del  quale usava la casa di nascosto, suonava più o meno così: “Chiste nientemeno ancora cu ‘a machinetta p’ò cafè pe una perzona sola. Cioè, secondo me, è proprio ‘o massimo da solitudine. Cioè, chiste nun spera maje ca’ ‘o vene ‘a truvà qualcuno”. Che i poeti – per  qualcuno –  siano delle Moka per single?

Gianni Montieri

 

qui il pezzo del film di Troisi, da cui viene la frase:

Scusate il ritardo

 

 

 

 

 

qui i link ai tre numeri precedenti:

N.6   N. 7  N. 8