Solaris

Quattro volte libro

abete

Comprare un libro è davvero solo girare per librerie andando a naso o provvisti di nota della spesa? Leggere un libro è davvero solo spaccarsi un polso nel tentativo di reggere I Miserabili a letto? Amare un libro è davvero solo lisciare la giusta fermata di metro perché non si può lasciare a metà la sfuriata di Jane Eyre? Scrivere un libro è davvero solo ridursi psicologicamente a dover tornare a controllare sei volte di aver chiuso il gas?
Quattro recenti esperienze mi hanno convinta di no. Da un anno a questa parte, sono certa che poche cose nutrono la solitaria attività del lettore (e dello scrittore) quanto una robusta interazione, e poche superano in risultato smagliante l’intenzione quanto una bella dose di serendipità.

1. MERCATINO

Faccio parte della schiera di coloro che, squattrinati più che affezionati all’atmosfera, vanno in giro per mercatini a procacciarsi libri di seconda mano. Quando un giorno potrò pagare una bolletta con le royalties dei miei libri, il cielo ricorderà quest’attitudine e farà sì che la società del gas non abbia registrato l’autolettura, ma non prima che io mi sia ritirata a casa depressa per aver trovato su una bancarella una copia del mio libro. Con dedica.
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Mai più senza # 9 – Solaris

S. Lem, Solaris, a cura di F. M. Cataluccio, traduzione di V. Verdiani, I ed. it. integrale Sellerio 2013.

S. Lem, Solaris, a cura di F. M. Cataluccio, traduzione di V. Verdiani, I ed. it. integrale Sellerio 2013.

Ho letto Solaris in due giorni.
Il primo giorno era sera, ero nel letto, in dormiveglia, la bellezza della scrittura mi teneva sveglia ma il corpo era distrutto, ho dovuto staccare per il troppo sonno verso un terzo del libro. Quella notte ho sognato di urlare senza suoni, di correre in cucina camminando su un paio di gambe oblique.
Il secondo giorno era mattina. Ho ricominciato da capo, sul divano. Il sogno era più vicino alla natura del libro di quanto lo fosse il ricordo della lettura (un libro sugli strati più profondi della mente non può che agire così), ma nonostante il terrore ero calma, quasi beata da tutta quella incomprensibile bellezza. Come Chris Kelvin. Il libro è percorso da un aggettivo: “calmo”. Non ho letto la sconfinata bibliografia su Solaris, non voglio farlo prima di stendere questa nota, ma sono certa che qualcuno l’avrà notato. Ovunque si dice, accanto alle cose tremende che accadono sulla stazione orbitante attorno al pianeta Solaris, che qualcuno è calmo.

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INTERSTELLAR: UN TEDIO INTERSTELLARE, di Nicolò Barison

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INTERSTELLAR: UN TEDIO INTERSTELLARE, di Nicolò Barison

In un prossimo futuro la natura si sta ribellando e l’esistenza sulla Terra è messa in pericolo da continue tempeste di sabbia e da una misteriosa piaga che ha distrutto le piantagioni di grano, lasciando però intatto il mais. Cooper (Matthew McConaughey) è un ex-astronauta della NASA che si è dovuto reinventare agricoltore e si è dedicato alla coltivazione del mais, tirando su una piccola azienda agricola,  dove vive insieme alla figlia Murph (nome dato in onore alla legge di Murphy), al figlio Tom e all’anziano padre. Grazie a una serie di improbabili circostanze,  Cooper rientrerà in contatto con la NASA, ora divenuta un’organizzazione segreta, che sembrerebbe aver scoperto che la piaga presto attaccherà le altre coltivazioni e che si sta ingegnando per trovare una soluzione alla imminente (auto)distruzione del nostro pianeta. Cooper  verrà convinto dalla NASA a intraprendere un viaggio interstellare attraverso un cunicolo spazio-temporale,  dove si auspica che si possa trovare un pianeta abitabile in cui l’umanità possa salvarsi dall’estinzione e proseguire il suo cammino evolutivo.

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