società civile

Ciak, non si gira – di Marco Aragno (una storia da(l) sud)

Ciak, non si gira

“Il cinema è l’unica forma d’arte nella quale le opere si muovono e lo spettatore rimane immobile”, sentenziava Ennio Flaiano. A Giugliano city, per ironia della sorte, sembra essere accaduto il contrario. Il cinema si è fermato, diventando solo un ricordo di quando il paese usciva dal suo passato contadino e sognava di diventare una grande città. Quel sogno si è spento lì, in quel cimitero di immagini che è l’ex sala dello Smeraldo, sepolto dal terremoto del 1980 sotto centimetri di polvere, vetri infranti e pezzi di masserizie, ai piedi di una palazzina di sette piani che spunta come uno scheletro di mattoni nel mezzo del centro storico.
E’ lo stesso sogno che giace sotto le ceneri del cinema Moderno, il locale di fronte al palazzo comunale devastato da un incendio che ormai dura da trent’anni. Era il 1978, infatti, quando il faccione di Kabir Bedi, comparso sull’ultima locandina affissa all’ingresso della sala, si accartocciava in una nube di fuoco e vapore. Poi, da allora, l’orologio elettronico piazzato sopra il colonnato del Comune ha scandito un tempo senza immagini. Un tempo in cui il paese intorno ha continuato a crescere nei suoi ritmi frenetici, a dilatarsi all’infinito, fra nastri di asfalto e colate di cemento che lo hanno reso una periferia senza confini, un non-luogo privo di identità.
Guardando la stessa scena dall’altra parte dello schermo, l’allegoria di Flaiano si capovolge e la città diventa lo ‘spettatore immobile’ che guarda il mondo mentre si allontana rapidamente sullo schermo, lanciato verso sogni di ricchezza e di civiltà che a Giugliano sembrano proibiti. Perché dietro l’apparente movimento delle ruspe e dei cantieri, delle metropolitane, dello ‘sbarco’ degli americani a Varcaturo, offertoci da tg e quotidiani come tanti ‘happy end’ in salsa hollywoodiana, si nasconde una comparsa della storia, un paese fermo che ha perso ogni spinta di cambiamento per restare imprigionato dentro un frame sempre uguale, f atto di quartieri fuorilegge e campagne avvelenate dai rifiuti.
Trent’anni senza immaginazione sono tanti. E questo proiettore continua ad incepparsi anche adesso, che c’è finalmente l’occasione di far risorgere un cinema in pieno centro, di riaprire uno spazio dove Giugliano, attraverso il miracolo dell’immaginazione, possa rendersi concretamente diversa, possa proiettarsi in un altrove, troppo spesso vagheggiato guardando un’ordinata cittadina del nord in un servizio al tg1. Ma il tempo del cambiamento non è ancora venuto qui, se un bando di gara non in regola, come tante altre cose non in regola in questo pezzo di Sud Italia, vieta a Giugliano di avere una saletta cinematografica. Così il cinema continua, da queste parti, a restare solo un sogno di altri tempi, un ricordo di infanzia di un paese che non è mai diventato città.

MARCO ARAGNO

Solo 1500 N. 20 – L’anziana alla fermata

Solo 1500 n. 20: L’anziana alla fermata

Scendo di casa, come quasi tutte le mattine, alle sette e trenta. Sotto il condominio dove abito c’è una fermata della linea bus 44. Qualche settimana fa, erano i primi giorni di freddo, alla fermata c’era una signora anziana, avrà avuto ottant’anni. Capelli bianchi corti, rughe profonde, splendide, sulla fronte. Se ne stava lì aspettando l’autobus, un po’ contratta per il freddo ma eretta. Era completamente vestita di bianco e anche questo sembrava un bel contrasto con ciò che stava intorno. Sono giorni strani questi, e, guardandola, ho immaginato la nostra nazione, il nostro sbando, questo non-tempo che ci sta passando oltre senza farci contare. Mi è parso di intuire che lei lo sapesse. Stava lì a quell’ora e la luce nei suoi occhi, ogni suo muscolo, le ossa lunghe e esili della sua mano, tutte insieme dicevano: “Io resisto. Io esisto. Non mi piego nemmeno un po’ e la durezza di questo mondo, le vostre scelte, questo quartiere che cinquant’anni fa era bellissimo; tutto questo io me lo prendo come viene e lo guardo in faccia”. Ho pensato che la gente è un casino ma le persone, ogni tanto, sono meravigliose. Io, il viso di quella donna non lo dimenticherò più. La sua postura, la fermezza, l’ho imparata a memoria. Voglio tenerla come monito, come tiramisù quando le cose gireranno male, andando a rotoli. Quando, sul mio quartiere, soffierà un vento freddo e insopportabile. Esco ancora alla stessa ora,  la signora alla fermata non l’ho più vista ma butto sempre un occhio. Magari la ritrovo domattina e, capitasse, stavolta devo dirle almeno: ciao.

Gianni Montieri                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                              qui i link ai tre numeri precendenti:   n. 19  n. 18  n. 17