Sironi

ProSabato: Nicola Gardini, Lo sconosciuto #2

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Nicola Gardini, Lo sconosciuto

Alla fine di agosto partii per New York. Volevo starmene lontano qualche settimana. Volevo starmene solo.
Non telefonai a nessuno degli amici americani. La mattina andavo in giro, il pomeriggio me ne stavo nella mia adorata casa a leggere.
Visitai Ground Zero. In quei tre anni non avevo ancora trovato il coraggio di andarci. La lacuna era immacolata, cicatrizzata. Poche ruspe ci si muovevano sul fondo, come granchi alla ricerca di cibo. Non c’era niente più che parlasse del disastro. L’aria stessa se ne era dimenticata.
In quel periodo lessi moltissimi libri che parlavano di malattia – libri di medici, di filosofi, di narratori più e meno famosi. Lessi anche una biografia del dottor Alois Alzheimer, che nel 1906 descrisse, a Tubinga, il caso di una donna di cinquantun anni affetta da una forma sconosciuta di demenza.
Cercavo una risposta alla domanda che sempre più insistentemente si affacciava al mio pensiero: perché ci si ammala? Per Kafka, per esempio, la malattia è una scelta, una protesta. Il malato è un ribelle, un uomo libero, uno che sfida perfino le imposizioni della biologia. Scoprii il bellissimo saggio di Virginia Woolf sulla malattia e lo tradussi. Mi fece bene. Tutti gli elogi della malattia di cui venni a conoscenza, però, comprese le pagine della Woolf, trascuravano una questione essenziale – il problema del dolore. Il dolore, sia fisico sia morale, nessuno lo vuole, nessuno lo sceglie. Nessuno può volere una libertà che fa soffrire.

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da: Nicola Gardini, Lo sconosciuto. Sironi Editore, Milano 2007, pp. 131-132.

ProSabato: Nicola Gardini, Lo sconosciuto #1

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Nicola Gardini, Lo sconosciuto

La psicologa del centro diurno I Gabbiani sottopose il papà all’interrogatorio classico – con cui qualunque neurologo o psicologo accerta lo stato di un malato di Alzheimer.
«Signor Bruno, che lavoro faceva?».
«Il panettiere».
Mia madre saltò su: «Il panettiere finché sei stato in Germania, poi hai fatto l’operaio metalmeccanico».
La psicologa la fulminò con uno sguardo.
Io, a bassa voce, dissi: «Mamma, lascia che risponda papà».
«Bel lavoro quello del panettiere…» riprese la psicologa.
Mio padre sorrise. Sorrideva spesso, ormai, in presenza di estranei. Era il suo modo di difendersi. (altro…)

Mario Santagostini – Felicità senza soggetto (uno sguardo su)

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Mario Santagostini – Felicità senza soggetto – Mondadori 2014 – € 17,00 – ebook € 6,99

 

C’è un uomo che si muove nel presente e che del presente osserva le mutazioni. Le registra passo dopo passo, vivendoci dentro. Un uomo che, però, non perde il contatto col passato, con la storia. Il tempo trascorso è guardato (e raccontato) come qualcosa che sta dietro una nebbia sottile o sotto una macchia d’olio, qualcosa che appare e scompare. Così come fanno i ricordi, i dubbi. Mario Santagostini in questo bellissimo nuovo libro, traccia una retta che unisce presente e passato, i versi ci vengono a dire, ancora una volta, che è qui che si vive ma quello che è stato non è svanito, non è perduto, non è tutto sbagliato. Cos’è rimasto delle utopie? Delle tanto amate periferie urbane? Dove sono le fabbriche, dove sono le lotte? Dov’è Milano? Santagostini lascia che tutto esploda, tutto compaia (o ricompaia) nella grazia delle sue poesie. Milano, ad esempio, che quasi si ricostruisce nella sezione Sironi.

Il mio sogno era: macchine / e parassitismo operaio. / Qui, anche la politica ha fallito. / Allora ho dipinto il futuro quando / non ama nessuno. / Nemmeno questa città, / dove si sente arrivare il temporale / con giorni d’anticipo / dai nervosismi di vespe, / libellule, di qualche mimosa.

Sironi sogna, e sono sogni che puzzano di qualcosa che se ancora c’è va cercato, ed è lì che il poeta ci porta, nelle periferie, nei cortili più nascosti, nella ruggine di Sesto, di Cinisello. Piccole macchie dietro i cavalcavia delle tangenziali. È struggente, ma mai nostalgico, questo passato che non si è trasformato in futuro e che rimane lì come vernice scrostata da un muro, o una lamiera piegata fuori da un cantiere, o come una voce rimasta a cantare in coda a un corteo finito da troppo tempo.
C’è, poi, un’altra linea, tipica di Santagostini, il richiamo e il rimando  tra un titolo e l’altro, tra i versi, come se le parole e le poesie si cercassero e ricongiungessero in un continuo girotondo, che non è un vezzo ma un’esigenza, una punteggiatura che viene prima di quella reale. Non esiste poeta che non si ponga domande, ripetute, eterne. Un esempio ne è il testo (L’ex comunista)

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