simone weil

Se “il cuore non si vede”: intervista a Chiara Valerio

Chiara Valerio, “Il cuore non si vede”, Einaudi 2019, euro 17.50

Chiara Valerio è leonardesca. Dottorato in matematica, splendida prosa, occhio acuto e lingua critica, grande talento nel far brillare gli altri. Verrebbe da dire: viva la letteratura che ce l’ha. E guarda un po’, è la nostra.
Perché al momento presente Chiara Valerio è (tra le altre cose) saggista e traduttrice, drammaturga e redattrice, ma soprattutto autrice di romanzi, biografie della matematica, migliori definizioni di cosa sia una persona agli occhi della sorella minore (“la via la verità la vita”, in Spiaggia libera tutti, Laterza 2010), personaggi come Antonia Speranza (Nessuna scuola mi consola, Nottetempo 2009), sorta di Pizia di Dürrenmatt da collegio docenti dallo spiccato dono dell’ipotassi, e di uno dei più bei compianti  della storia dell’arte (in Almanacco del giorno prima, Einaudi 2014): un ragazzino disteso tra gli oleandri.
È da poco in libreria con Il cuore non si vede, per i tipi di Einaudi. Per chi bada al cosa, Andrea Dileva si sveglia una mattina senza un cuore, e una cadenza dopo l’altra, pure in un organismo funzionante, deve dire addio a molti organi. Per chi bada al come, c’è una cosa che salta all’occhio e che è presente in tutti i libri di Valerio, tanto da fornire loro una sorta di impronta di velocità scoiattolesca: mantenendosi all’interno di una terza persona singolare, la cifra di Chiara Valerio con la lingua è connessa a una pratica ferrea nello stare ancorati al procedimento del pensiero, e nel saperlo riprodurre. Ne viene un libro che dirige specie le primissime pagine a mimesi perfetta della formazione del concetto, l’incapacità della mente umana di registrare il reale fissando il fuoco, per quanto fondamentale sia l’argomento. Anche quando ci si sveglia senza un cuore, e la cosa dovrebbe occupare ogni sinapsi, l’inevitabile funzionamento del pensiero è a metà tra approfondimento e digressione. Ci si sveglia senza un cuore, e ci si chiede – una serie infinta di cose, non necessariamente collegate tra loro, accanto allo stupore su chi abbia scelto, per le pareti, quella precisa gradazione di grigio. E questo perché approfondimento e digressione, e quella precisa gradazione di grigio, sono sangue e vita, la reale realtà accanto e nonostante la fiaba di un organo perduto. In parole povere: quando non si è più quelli di prima, non lo si è rispetto a chi? Così in questo romanzo di sparizioni spariscono organi e ghiandole, giocatori di nascondino, donne delle pulizie in imbarazzo. E a stento le parole riescono a fare mondo, nell’identità tra i verbi servili, nel “dubbio tra stare e andare”, nel “chiamarsi, forse, questa era l’avventura”, in un istinto golemico a non sfumare. (altro…)

proSabato: Simone Weil, L’Iliade poema della forza

Quando si è dovuta distruggere ogni aspirazione di vita in se stessi, per rispettare in altri la vita è necessario uno sforzo di generosità da spezzare il cuore. Fra i guerrieri di Omero non è lecito supporne alcuno capace di un tale sforzo, se non forse colui che in certo modo si trova al centro del poema, Patroclo, che «seppe esser dolce con tutti» e nell’Iliade non commette nulla di brutale o di crudele. Ma in più millenni di storia, quanti uomini conosciamo che siano stati capaci di dimostrare una così divina generosità? È dubbio che se ne possa nominare due o tre. Mancando di tale generosità, il soldato che vince è come un flagello della natura; posseduto dalla guerra, è divenuto, non meno dello schiavo sebbene in tutt’altro modo, una cosa, e le parole sono prive di potere su di lui come sulla materia. L’uno e l’altro, al contatto della forza, ne subiscono l’effetto infallibile che è di rendere quelli che tocca o muti o sordi.
Tale la natura della forza. Il potere ch’essa possiede, di trasformare gli uomini in cose, è duplice e si esercita da ambo le parti: essa pietrifica diversamente, ma ugualmente, le anime di quelli che la subiscono e di quelli che la usano. Tale proprietà tocca il più alto grado in mezzo alle armi, dal momento nel quale una battaglia si orienta verso una decisione. Le battaglie non si decidono tra uomini che calcolano, combinano, prendono una risoluzione e la attuano, ma tra uomini spogliati di queste facoltà, trasformati, caduti al livello della materia inerte che non è che passività, come cieche forze che non sono che impeto. È questo il segreto ultimo della guerra, e l’Iliade lo esprime paragonando i guerrieri all’incendio, alla inondazione, al vento, alle bestie feroci, a qualsiasi causa cieca di disastro, oppure agli animali paurosi, agli alberi, all’acqua, alla sabbia, a tutto ciò che è mosso dalla violenza delle forze esterne. Da un giorno all’altro, a volte da un’ora all’altra, Greci e Troiani subiscono di volta in volta le due trasmutazioni:

«Come da un sanguinario leone sono assalite
mucche al pascolo in una vasta prateria acquitrinosa
a migliaia…; tutte esse tremano; così allora gli Achei
furono dispersi in panico da Ettore e Zeus padre,
tutti…
Come quando il fuoco devastatore cade sul fitto di un bosco;
per tutto roteando il vento lo porta, ed i fusti
sbarbati cadono allora, al premer del fuoco violento,
così l’Atride Agamennone faceva cadere le teste
dei Troiani fuggenti…». (altro…)

Sandro Abruzzese, Il Vangelo secondo Matteo… Salvini

Il Vangelo secondo Matteo… Salvini

Alla tv c’è Salvini che giura qualcosa, col Vangelo in mano si insedia da ministro, parla del rosario che ha nelle sue tasche.
Ieri ha preso di mira i rom pronunciando, tra le altre scempiaggini, una gravissima frase discriminatoria: “quelli italiani purtroppo ce li dobbiamo tenere”.
È acclamato Salvini, lo osservo e mi sovviene una frase trovata nella Repubblica di Platone: “credono veramente di essere uomini politici per il fatto di venire lodati dalla folla”.
È chiaro che Salvini sa con chi sta parlando, sa quel che dice anche se è profondamente contraddittorio.
Il leghista brandisce simboli del cristianesimo, religione universale, cosmopolita, avversa ai comunitarismi identitari, per selezionare e aizzare la sua comunità dell’odio e della rabbia, altro che carità.
Vale la pena ricordare che è stato Paolo a rendere universale il cristianesimo, dopo che Gesù aveva esteso il concetto di dignità umana a tutti.
Ora, visto che nel cristianesimo ciò che conta è l’amore, nel Vangelo di Salvini ci sono degli aspetti che proprio non tornano: egli è quanto di più distante dalla miseria umana e dalla compassione. La sua figura rabbiosa strumentalizza i ceti medio-bassi, cavalca lo spaesamento attraverso la questione sicurezza e immigrazione: egli è totalmente sprovvisto di quello che Jullien ha definito il senso comune dell’umano. Senza dimenticare che, proponendo una selvaggia flat tax a favore dei ricchi, il nostro ricorda più la parodia di un Robin Hood venuto male, che il soccorso del prossimo.
Le condizioni perturbanti del suo agire, poi, riguardano una cattiveria superflua, non necessaria, non solo manca di qualsiasi equilibrio, ma anzi attraverso la violenza verbale ammicca già a una società degradata, esclusiva, fondata sull’odio per il diverso, sullo sprezzo delle regole costituzionali, su una continua riproposizione della dicotomia nemico/amico (Nord/Sud, Italiano/Straniero, Italia/Europa, Cristiano/Islamico).
Non so davvero quale sia il Vangelo di Salvini, anche perché sarebbe banale ricordare che Cristo era povero e vagabondo, “nomadava” per dirla con la povera Meloni, e dopo di lui lo fu Francesco, dunque forse più che al cristianesimo della povertà, Salvini aspira a un finto clericalismo.
In definitiva, se Cristo si pone il problema del male, e il messaggio cristiano, ricorda Simone Weil, è volto a impedire la nostra porzione di male, parole come pietà, carità, interrogano ancora una volta la politica dell’odio e l’aspetto discriminatorio del ministro Salvini e del suo partito. (altro…)

La strada di Alexander Langer (di Sandro Abruzzese)

dal sito della Fondazione Alexander Langer http://www.alexanderlanger.org

 

La strada di Alexander Langer

 

 

 

«Sai che la tua terra/ ti può far morire/ non per nostalgia/ (questi tempi ormai son passati)/ ma per l’esperienza che nessuno ti ama […]/», «[…]crivellatemi/ la faccia senza bendarmi/ gli occhi/ le mani dietro le spalle/ tritolo sotto i testicoli/ come si/ conviene/ al tirolo/prima però/ per piacere/ con passo fermo e deciso/ vi darò un calcio/ da far traballare tutte le vostre aquile», scriveva Norbert Kaser alla fine degli anni ’60.
Non so se i versi di Kaser siano quelli di chi, come pure ha ricordato Claudio Magris, ha «volutamente incarnato» l’impasse e la conseguente ribellione dell’intellettuale contro la gabbia della piccola patria sudtirolese. Non credo alla volontarietà di questa scelta. Certo, potremmo cominciare proprio dall’agosto del ’78, al cimitero di Brunico, quando un gruppo eterogeneo di militanti politici, ex studenti, sindacalisti, si ritrovò intorno alla bara del giovane Norbert Kaser e quella giornata amara, avvolta da un silenzio impotente, fece sì che un suo amico annotasse: «è più facile piangere un amico comune che intraprendere una strada comune per il futuro.» Se è la piccola, angusta patria sudtirolese, a sfinire Kaser; se questa Heimat, come tutti i luoghi di frontiera, risulta angosciata dai confini, dall’identità, finendo per produrre una classe politica e culturale altrettanto ambigua, conservatrice e gretta; sarà questo stesso ambiente a generare il proprio migliore antidoto: il suo nome è Alexander Langer.
Nove anni dopo Brunico, Langer si chiedeva pubblicamente se il Pci avrebbe mai avuto il coraggio di aprirsi alla società civile, ai movimenti, di essere meno partito e usare il suo riconosciuto e «prezioso bagaglio ideale e politico» per mettersi insieme all’ala ecologista del Paese. Voglio quel posto a Botteghe Oscure, tempo dopo avrebbe titolato una lettera aperta del politico sudtirolese pubblicata su «Cuore». Siamo nel ’94. C’era ormai da tempo in Langer qualcosa di unico nel panorama politico italiano come la consapevolezza che democrazia vuol dire «piccolo e radicato nella quotidiana realtà dei piccoli», difesa delle voci marginali e ascolto dei “disertori” che esistono tra le file dei conquistatori. C’erano l’antidogmatismo, lo sprezzo per i settarismi, nonché la diffidenza nei confronti delle grandi organizzazioni partitiche e dello stato centralizzato. Sarà appunto questo scetticismo per le grandi aggregazioni, – l’unico vero elemento di distanza dalle posizioni dell’amato e seguito Lorenzo Milani, – a fare di lui un intellettuale dei luoghi indifesi, unendo così idealmente la nativa Sterzing alla sarda Ghilarza, alla leviana Aliano, o a Tuzla e Sarajevo.
L’unica via percorribile per il Sudtirolo, avrebbe detto Langer, per poi ripeterlo nella ex Jugoslavia, in Albania o dovunque riconoscesse muri e divisioni di carattere culturale o etnico, è “insieme o niente”. La convinzione che la democrazia prima di tutto fosse comunanza umana, il mondo visto da Sterzing o da Bolzano, lo avevano reso un costruttore di ponti. Aveva quindi propugnato la necessità di una nuova e allo stesso tempo antica cultura fatta di radicamento, di convinzioni etiche e religiose, senza cui la politica nulla avrebbe potuto. Il suo ecologismo poi, è volano di uguaglianza, nuova organizzazione sociale che riconosca i limiti e i danni dell’accrescimento continuo. È un’ottica diametralmente opposta al cieco urbanocentrismo imperante, in grado di ravvisare, nelle presunte arretratezze regionali, aspetti positivi quali la solidarietà del vicinato, la biodiversità dovuta alla policoltura, le fievoli differenze economiche e sociali. (altro…)

Simone Weil, Sulla guerra

Simone Weil, Sulla guerra, traduzione di D. Zazzi, Il Saggiatore (nuova edizione 2017); € 18,00

di Sandro Abruzzese

 

In Riflessioni sulle cause della libertà e dell’oppressione sociale lo sforzo continuato di Weil è volto contro le forme di dominio, contro la parte di società che opprime spiritualmente e moralmente i suoi sottoposti. Weil vuole semplicemente difendere chi è più debole da chi comanda, e in generale l’individuo dalla collettività. Per questo, nel tentativo di pensare una società più giusta, finisce, a volte rasentando l’anarchismo, per concludere che solo nelle società con un livello basso di produzione, dove la divisione del lavoro è quasi del tutto assente, l’oppressione si affievolisce. Via via che la società si specializza però, che si passi dai riti religiosi alla tecnica al servizio della produzione, si avvia il monopolio degli specialisti e con esso la diseguaglianza. Ecco che l’equilibrio diviene una chimera, mentre la lotta per il potere pone subito il dominio e l’oppressione. Che siano la ricchezza, la produzione, la guerra a guidare una società, sostiene Weil, ciò che la compromette è il rovesciamento “del rapporto tra mezzo e fine”.

“Non è possibile concepire nulla di più grande per l’uomo di una sorte che lo metta direttamente alle prese con la necessità nuda, senza che egli possa attendersi nulla se non da se stesso, e tale che la sua vita sia una perpetua creazione di se stesso da parte di se stesso”, scrive a un certo punto la filosofa. Il fatto è che la società, la collettività, non consentono all’uomo di agire e determinare in toto la propria vita. Allora l’ideale di libertà sarà avere la possibilità di agire sulla società, di controllarla affinché ci renda indipendenti. A tal proposito la cultura è chiamata a incidere “sulla vita reale”.

Per quanto riguarda la vita contemporanea, il dominio quantitativo della tecnica sulla razionalità e la giustizia diventa totalitario. Gli stati centralizzati concentrano nelle loro mani un potere schiacciante sulla massa dei cittadini. Per vivere, gli uomini necessitano della società e del denaro e qualsiasi saggezza o buon senso è soppiantato dal criterio scientifico dell’efficacia, dello sviluppo, non dell’utilità sociale.

Weil, nel ’34, a poco più di vent’anni è già in grado di descrivere un mondo caotico di sprechi e stoltezza, dove la pubblicità e la speculazione regnano incontrastate opponendo le opinioni alla verità e facendo del mondo un luogo di debiti, di “spese folli”. È il capitalismo, ma anche la società totalitaria (Hitler vince le elezioni tedesche nel ’33), è il potere a incidere sul pensiero. Ne nasce una umanità addomesticata dalla scomparsa di idee chiare, disavvezza ai procedimenti logici, ragionevoli; una società che nulla può contro chi possiede i mezzi di produzione, le armi, la tecnica, i media. Ma pur trovandosi di fronte a quesiti insolubili, Weil ricorda “che la vita sarà tanto meno inumana quanto più grande sarà la capacità individuale di pensare e agire”.

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La prima radice di Simone Weil

immagine dal sito L’intellettuale dissidente

*

Non so se esista una bibbia dello sradicamento. Di certo La prima radice di Simone Weil, sul tema, è un libro imprescindibile.
La filosofa francese sostiene che la prima fonte del moderno sradicamento degli individui rispetto alla società sia insita nel potere del denaro. È la dominazione economica a generare sradicamento. La dominazione economica, la nostra cultura tecnologica e materialista, contribuisce a privare la società di cultura spirituale, ciò genera sradicamento.  Qualsiasi tipo di cultura che non presupponga una preparazione morale, sostiene Weil, genera problemi sociali nonché “disprezzo e repulsione” in luogo di “compassione e amore”. È incredibile quanto la studiosa sembri rispondere alla società europea odierna, intrisa di un razzismo, nutrita di cinismo e xenofobia verso l’altro.
Solo il senso morale, solo il senso morale dato da un pensiero religioso “autentico”, e quindi “universale”, sostiene Weil, può incidere positivamente su una società in preda all’odio, alla paura e alla disgregazione.

Proseguendo nell’analisi, Weil, portando alla mente Gramsci e Carlo Levi, sottolinea la mentalità coloniale della città con i contadini e la campagna. Un rapporto squilibrato, fondato sullo sfruttamento della campagna a uso e consumo della città, che genera lo sradicamento dei contadini. Laddove non c’è reciprocità, laddove la forza si impone, avviene la morte delle caratteristiche peculiari, e con esse della libertà. Dove non c’è cura del passato, e si fomenta l’ignoranza, è lì che la società si sfalda. A questo, Weil oppone una civiltà fondata sulla “spiritualità del lavoro”. E qui ritorna la lezione successiva di un altro Levi, Primo, quando ricorda l’importanza della dignità che il lavoro è in grado di donare all’essere umano. Levi, nell’intervista concessa a Philip Roth, narra del muratore italiano dei lager: l’uomo odia il tedesco con tutto l’animo, ma quando lo si obbliga a tirar su un muro, ebbene questo sarà perfetto come fosse stato costruito per la propria dimora. Su questo, sulla spiritualità del lavoro, credo che Primo Levi sia dalla parte di Weil.

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Lucianna Argentino, Le stanze inquiete

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Lucianna Argentino, Le stanze inquiete, La Vita Felice 2016

Le stanze inquiete di Lucianna Argentino vanno in una direzione che, scopro percorrendole e ogni ritorno alla lettura lo conferma, vado cercando da sempre, non solo in poesia. È una direzione che si profila chiara, narra di sé e degli altri nei testi qui raccolti con una finalità esplicitata in apertura, nel risvolto di copertina, dalla stessa autrice: «Ho scritto questo libro perché non volevo andasse perduto quanto vissuto durante undici lunghi anni alla cassa di un supermercato. Soprattutto non volevo che andasse perduta la memoria, seppur minima, di alcune delle persone con cui sono venuta in contatto.» È una direzione che l’est-etica di Lucianna Argentino mette al centro, senza nominarla, ma rendendola con il nitore dei gesti: è il servizio, quello che conosce la cura e l’abnegazione e che rifugge dai termini fatti rimbalzare come moneta sonante, fosse anche quello, così “carezzevole” al poeta (per dirla con le parole di Oskar Pastior) di «vocazione»; è, ancora, come si legge negli Appunti per una est-etica del lavoro, prefazione dell’autrice alla propria raccolta, «un reciproco riconoscersi nell’umanità». Da quei foglietti stipati nel camice da cassiera, verde e uniformemente, verrebbe quasi da dire inesorabilmente e impassibilmente, illuminato dalle luci al neon del luogo di lavoro, nasce un poema in tappe e incontri, che la «pellegrina dell’umano» non fa entrare in collisione, ma, al contrario, fa dialogare con i propri punti di riferimento spirituali: tra questi, Baruch Spinoza e Simone Weil menzionati nella prefazione, René Char nel corso di un componimento. Mettersi al servizio, prestare servizio, compatire, non significa affatto sospendere, bensì accrescere la comprensione. (altro…)

Ida Travi: editi, inediti e videoletture

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(con la testa sotto la foglia)
da Il mio nome è Inna, Moretti&Vitali 2012

Con la testa sotto la foglia
cresceva il nostro spirito
cresceva cresceva
sfondava il tetto verde

cadevano nel ferro le barriere

io tenevo il tuo spirito in braccio
tu tenevi il mio viso in mano

oh carità, com’era
 come eravamo spirituali
quando eravamo piccoli.

*

 

( vedrai la spalla del tuo vicino)
da TA’ poesia dello spiraglio e della neve, Moretti&Vitali 2011

Vedrai la spalla del tuo vicino alta nel segno nero
Nel filo di fumo azzurro vedrai quel fiume
e il monte lì vicino, vedrai quel ramoscello
argento che sale, sale…

È così che testimonia il ramo
È così che il sasso ritorna alla sua storia

Ci sono vetri dappertutto, Usov
sei pieno di schegge in testa.

* (altro…)

Su “Aforismi e Anacronismi” di Alfonso Berardinelli

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Non è un catalogo ma una sorta di “piccolo manuale per il presente”, non un manifesto ma un utile repertorio, il volume Aforismi Anacronismi di Alfonso Berardinelli (nottetempo, 2015). È una guida per stimolare e potenziare da un lato l’attenzione attorno all’immediatezza di un genere, l’aforisma, e dall’altro per circoscrivere i limiti di una pratica, l’anacronismo, che attraversano insieme la storia delle arti e della critica non solo contemporanee.
Quella di Berardinelli qui (raccontata anche a Radio3 poco tempo fa) è, tuttavia, in prima battuta una necessità autobiografica: «l’amore per la brevità e […] per la condensazione» gli viene da studente e si lega, in seguito, all’interesse nei confronti della poesia, genere in cui «si esce dai tempi morti della narrativa, [in cui] tutta la materia intermedia salta» e che, come l’aforisma “viene quando vuole”.
Tanti gli autori in campo e, solo per citarne alcuni, si va da Seneca a Auden, da Fedro a Karl Kraus (ma nella lista vi sono pure Saba e Sandro Penna) attraversando i secoli. Ma un’attrattiva seconda che si rende più importante per il critico è, infine, quella rivolta al frammento, ai taccuini, agli appunti di studio che completano – a margine – il senso dell’opera che si sta studiando.
«L’aforisma favorisce la memorabilità; […] mi piacciono gli aforismi perché te li porti in tasca, o in testa.» afferma Berardinelli, che in una collezione commentata e ragionata, ne trascrive solo uno di proprio: «Sappiamo davvero solo ciò che sappiamo a memoria.» come a voler ribadire, si può aggiungere, ancora che less is more, citando Mies van der Rohe (e ancora prima il poeta Robert Browning).
Il “tempo”, cruciale in questo discorso, conduce quindi alla sezione dedicata all’anacronismo, in cui si scompagina il “contro-tempo” del critico (vissuto da lui stesso in primis), comune anche a molti filosofi e ad autori che di storia si sono ampiamente occupati. In questo capitolo, l’attenzione si sposta soprattutto su Eliot per il contributo poetico, e poi su Simone Weil (già abbondantemente citata nel capitoletto precedente) e sul Gottfried Benn saggista, questi ultimi riconducibili anche – come non ricordarlo – a Cristina Campo, che ne ha fatto due “imperdonabili maestri”. La Campo esprimeva attraverso loro (e altri) un dissenso per le cose in voga comune anche a Berardinelli, il cui contributo critico – ad esempio – all’Opera di Pasolini si è reso fondamentale per poterlo leggere oggi.
Tutti i percorsi tracciati appaiono validi per affrontare in modo nuovo la sfida dell’uomo-critico alla contemporaneità, annunciata già nella quarta di copertina, ma a chi legge forniscono strumenti altri per concretare la realtà.

© Alessandra Trevisan

Quando dici Mantova # 2 – (rivelazioni)

 

Giovanni Bietti - lavagna "Ascoltare Beethoven", piazza Mantegna

Giovanni Bietti – lavagna “Ascoltare Beethoven”, piazza Mantegna

Ieri, nel semibuio accogliente del Teatro Ariston, sono andata ad ascoltare un incontro su Simone Weil. Giancarlo Gaeta, storico del cristianesimo, e Maria Concetta Sala, filosofa, sono i curatori di La rivelazione greca, raccolta di scritti pubblicata da Adelphi nel 2014: posato nella trattazione il primo, infiammata la seconda, i due curatori hanno regalato al loro pubblico una lezione “magistrale” in ogni senso, tratteggiando in poco meno di due ore non solo il contenuto del libro ma, attraverso gli stimoli di questo, la figura di Simone Weil. Il volume raccoglie infatti scritti organizzati con un criterio cronologico e che hanno come ambito di studio il mondo greco, in special modo quello antico, e non testimoniano, ma sono la capacità di Simone Weil di mantenere fisso lo sguardo sul proprio tempo. Sono la tensione di rendere accessibile la tragedia greca ad ogni classe sociale; sono la riflessione sull’epopea come «geometria del castigo e della forza», in una fase in cui l’Occidente perde il concetto di Nemesi per sfumarlo nella sovrana brutalità; sono l’ammirazione per l’Iliade come prima traccia scritta di uguale compassione verso le miserie dei vincitori e dei vinti.
Di sera, mi si perdoni se sembro saltare di palo in frasca, durante un altro evento sotto le stelle (le “lavagne” di piazza Mantegna), il musicologo Giovanni Bietti (vero drago della divulgazione) ci ha fatto ascoltare Beethoven. Letteralmente. Al piano o da cd, previa piccola dissezione, brani che credevamo di conoscere si sono spalancati come ostriche, rivelando i loro debiti con il classicismo mozartiano ma soprattutto la loro grandissima novità: il gioco di simmetrie e riprese con cui Mozart costruiva volute diventa, con Beethoven, galoppata di proposte e risposte, tempo stretto, accelerata, e soprattutto non dialogo ma dramma. Per definire le scelte di Beethoven al nostro orecchio, Bietti usa la parola «ineluttabile»: come il suo tempo, ed è questa la tesi di fondo, richiede. Di fronte a predecessori inarrivabili per linguaggio melodico (Mozart muore un anno prima del suo arrivo a Vienna), Beethoven intuisce di voler cambiare terreno, registro, misura: semplifica allora la melodia perché si sollevino il ritmo, la dinamica, la drammaticità. Comincia a parlare, insomma, «nella direzione in cui sta andando il mondo». Per poi concedersi, alla fine della sua vita, con i Quartetti, di guardare infinitamente in là.
Sto facendo piccole e grandi scoperte, durante questo festival; alcune minime riguardano la zucca con il gorgonzola, ma vi prego di non sottovalutare neanche queste. La giornata di ieri mi ha rivelato, però, qual è una delle capacità misteriose che rendono grandi, grandissimi: declinare la propria potenza d’immaginazione, le infinite possibilità creative e di pensiero, nella lettura del proprio tempo, e accoglierlo, e offrirsi.

© Giovanna Amato

Per sempre: un documentario ed una scelta

Nel 2005 Alina Marazzi realizza un documentario dal titolo Per sempre, che parla della vita di clausura: cinquanta minuti sull’esperienza odierna di alcune monache di più conventi visitati, “esplorati”, e su una “scelta definitiva”, indagata con occhio estremamente curioso, che poi è il motore vero – e sincero – che conduce il racconto. Passando per il monastero della Carmelitane Scalze di Legnano al Priorato di Contra a Camaldoli nel Casentino, quello che la regista milanese fa in questo suo secondo documentario degli anni Duemila (ed è bene ricordarlo, per la particolarità del tema) è proprio il tenere alto lo sguardo d’insieme e raccogliere impressioni, testimonianze, storie, che s’intrecciano in una trama ampia, che lascia spazio sia alla ripresa di immagini di tutti i giorni sia a scorci di riflessione dell’autrice, sia a momenti di parola delle stesse ‘protagoniste’. Marazzi ha un suo linguaggio cinematografico solitamente ‘misto’, fatto di tanti tasselli che s’incontrano (e c’incontrano) a formare un puzzle coerente; qui si serve meno del collage narrativo già sperimentato in Un’ora sola ti vorrei (di cui parlo qui), eppure l’autrice fa un buonissimo uso della voce fuori campo – la sua, ma non solo – e della musica, entrambe significanti. Il suo tocco d’insieme è lieve ed elegante: è una questione di stile che lei possiede; “Facilment”, si direbbe mutuando un termine caro a Cristina Campo.

L’intento di questo lavoro resta quello di porre davanti allo spettatore la storia di una decisione, come Marazzi spiega in un’intervista di qualche anno fa:

Al centro ci sono sempre dei personaggi femminili che non riescono ad aderire a dei modelli, sia che siano modelli che vengono dall’esterno, che so, dalla famiglia, dalla società, dalle convenzioni, come nel caso di Un’ora sola ti vorrei, sia che se li scelgano loro stesse come le monache di clausura in Per sempre. Anche lì, infatti, c’è un personaggio come quello di Valeria che, nonostante abbia scelto la clausura, poi non riesce a starci dentro. Il documentario nasce come un’indagine sulla scelta definitiva, una scelta che a noi appare assoluta; per chi non la conosce, una scelta difficile da mantenere; quindi la curiosità era un po’ quella: cercare di avvicinarsi a qualche cosa di apparentemente molto lontano, molto diverso, per capire invece che cosa a livello più esistenziale può essere compreso di questo tipo di scelta, di fedeltà. Il mio era un approccio di tipo esistenziale, filosofico sulla scelta definitiva.

È normale che, prima la formazione di una monaca, era tutta incentrata sulla capacità, sullo sforzo, di mortificare il proprio corpo, comunque la propria parte emotiva, affettiva e fisica, perché così veniva meglio la lode a Dio, insomma non ho capito ancora il motivo…

Questa seconda citazione proviene dalla testimonianza di Valeria, diventata suora giovane a soli 27 anni; è una figura centrale di questo racconto perché si apre a Marazzi. Valeria è in grado di mettere in relazione il proprio modo di affrontare la fede e la visione del corpo con quello di alcune suore più anziane, e di constatarlo diverso eppure in grado di condividere la dimensione della carità, irrinunciabile. La terminologia è, tuttavia, cruciale come lo è la scelta delle parole che Marazzi a sua volta monta (d’altronde ogni opera è frutto d’una selezione!): qui è tutto insieme, l’anima e il corpo; non vi è dualismo. Valeria è stata una suora missionaria, che riconosce la diversità della sua età e del suo vivere la femminilità; a tratti pare un po’ mistica, sicuramente svincolata da una certa tradizione di austerità (che è anche forma mentis). Valeria infatti si dedica alla vocazione molto convinta di ciò che va a fare, per poi abbandonare definitivamente il proprio percorso. È il punto di riferimento perfetto per i dubbi di Alina, perché problematizza, sempre.

Si sa che la letteratura ci porta, nei secoli, a raccogliere moltissime vicende narrate attorno a questo tema della monacazione e che l’han visto come cardine di storie umane dolorose, che restituiscono sempre la temperatura del pensiero del tempo in cui son state scritte. Marazzi, in una scena del film, inquadra i testi capisaldi di un certo approccio al tema: le Elegie duinesi di Rilke, una tesi di laurea sull'”Attesa e il Tempo in Simone Weil”, Lo specchio delle anime semplici di Margherita Porete.
Marazzi ha in mano una lente d’ingrandimento discreta (appunto direi ‘lieve’), per guardare meglio le cose e porle sotto una luce anti-retorica; in questo documentario non v’è retorica, solo partecipazione, un tentativo di comprensione. Ci sono tante domande. Marazzi si pone come cuscinetto tra le parole ‘normalità’ e ‘quotidianità’ e ‘dovere’, e raccoglie un proprio personale ‘catalogo del respiro’. E questa è la sua forza, quella di riuscire a mettere insieme la delicatezza e la radicalità, quella di far vedere “un altro modo di stare al mondo” come dice Valeria verso la fine, ed è ciò che desta interesse in noi come pubblico.

*Per sempre, Mir Cinematrografica, Italia|Svizzera, 2005.

© Alessandra Trevisan

Su Battiato e altri diavoli | Il Demonio avrà Cura di te

Su Battiato e altri diavoli | Il Demonio avrà Cura di te

il pervertimento del Sacro e la “guerra alla Parola”

 

E il giorno della fine non ti servirà l’inglese (F.Battiato, Il Re del mondo)
…ma neanche le canzoni di Battiato

Anche la congettura merita, a mio avviso, d’entrare nel novero dei principali generi letterari. La congettura, ch’è sonda potentissima per scrutare le ragioni della letteratura; la congettura ch’è radar supersonico, adattissimo – per sua stessa natura – a gettare la sua luce sulla mistificazione e sulla menzogna; la congettura ch’è piombino lesto e scaltro, ottimo per calarsi negli anfratti del mistero.
Oggi qui, di un mistero in particolare vorrei parlare, pardon, congetturare. E cioè quello che per me è un mistero, e forse – spero – anche per voi lo diventerà: la genesi della poetica del cantautore Franco Battiato.
Partirei parlando di una canzone in particolare: parlare di una per parlare di tutte. Ma se questo articolo avrà successo, non sdegnerò di approfondire la tematica anche analizzando altre canzoni.
La canzone da cui vorrei cominciare la mia iperbolica congettura è La cura.
E, senza girarci troppo intorno, incollo di seguito il testo della canzone e successivamente aggiungerò alcune mie riflessioni.

Ti proteggerò dalle paure delle ipocondrie,
dai turbamenti che da oggi incontrerai per la tua via.
Dalle ingiustizie e dagli inganni del tuo tempo,
dai fallimenti che per tua natura normalmente attirerai.
Ti solleverò dai dolori e dai tuoi sbalzi d’umore,
dalle ossessioni delle tue manie.
Supererò le correnti gravitazionali,
lo spazio e la luce
per non farti invecchiare.
E guarirai da tutte le malattie,
perché sei un essere speciale,
ed io avrò cura di te.

Vagavo per i campi del Tennessee
(come vi ero arrivato, chissà).
Non hai fiori bianchi per me?
Più veloci di aquile i miei sogni
attraversano il mare.

Ti porterò soprattutto il silenzio e la pazienza.
Percorreremo assieme le vie che portano all’essenza.
I profumi d’amore inebrieranno i nostri corpi,
la bonaccia d’agosto non calmerà i nostri sensi.
Tesserò i tuoi capelli come trame di un canto.
Conosco le leggi del mondo, e te ne farò dono.
Supererò le correnti gravitazionali,
lo spazio e la luce per non farti invecchiare.
Ti salverò da ogni malinconia,
perché sei un essere speciale ed io avrò cura di te…
io sì, che avrò cura di te.

Adesso lancerei una provocazione. Qual è l’unico essere nella storia del mondo che tutte le religioni hanno descritto come capace di superare «le correnti gravitazionali, lo spazio e la luce per non invecchiare», che conosce «le leggi del mondo» e ne fa dono agli uomini? Prometeo, il portatore di luce, Lucifero, Shakti il Distruttore, Dioniso.
Secondo la mia analisi il testo della canzone appare chiaramente come un dialogo fra Il Demonio – o come dir si voglia – e la sua creatura. C’è un’eco lautremoniano in queste dialogo, c’è il segno del male.
Quale Dio, di quale religione, infatti, “proteggerebbe” l’uomo da ogni malinconia, lo farebbe guarire persino dalla morte? Non è forse il libero arbitrio e la mortalità che ci rende umani? Che ci rende creature del Signore?
In ogni religione, l’uomo non ha bisogno di essere liberato da un Deus Ex Machina che venga a salvarlo. L’uomo è già salvo, è già Libero, deve sono ricordarlo: ricongiungersi con l’Origine. Ricordo la famosa storia dello schiavo gladiatore convertito al cristianesimo che, alla proposta di barattare la sua libertà con la vita del suo avversario, risponde: «Io sono già Libero!» e muore ucciso dai leoni. Cosa ci insegna questa storia?  Che non abbiamo bisogno di ulteriori protezioni, di metodi anti-stress, anti-fobie. Non abbiamo bisogno di essere liberati da nessuno, perché siamo già liberi. Noi abbiamo già tutto quello che ci serve, dalla nascita: dobbiamo solo ri-scoprirlo.
Una parte inquietante della canzone è quella in cui la creatura a sua volta si rivolge al Demonio e chiede, vagando per «i campi del Tennessee», «Non hai fiori bianchi per me? Più veloci di aquile i miei sogni attraversano il mare», con chiaro riferimento ai riti sciamanici degli indiani d’America (i fiori bianchi, nel Tennessee, potrebbero essere i Sagitta Latifolia, pianta tipica americana. Il nome rimanda a Sagitter, simbolicamente collegato al fuoco, e la sottospecie latifolia ha delle foglie con una strana forma che a qualcuno ha ricordato la posizione ribaltata del corpo di cristo in croce).
Diceva il Buddha che l’ego può sovvertire tutto a suo uso e consumo, persino l’idea del Sacro. Questo è ciò che fa Battiato, giocando su questo sottilissimo confine. I suoi testi sono come unLibro Parallelo” (per dirla con Manganelli) che procede sulla falsa riga degli scritti sacri, ma ne capovolge sottilmente il significato, l’Ordine.
E infatti i temi del postmodernismo e della mistificazione – sulla falsa riga di Manganelli – sono molto cari a Battiato che ha navigato con passione autori come Landolfi, e il più mite Bufalino. Ma ,di questi autori, sembrano interessare a Battiato più gli spiriti luciferini e mistificanti che le risoluzioni letterarie, o le soluzioni stilistiche. Ad esempio mi piace e v’invito a ricordare La palude definitiva di Manganelli.
Attenzione, questo non è un discorso evangelico. È un tentativo di analisi teologica sulle fondamenta che reggono la poetica di Battiato. Poi ognuno è libero di credere o no al Male – o come dir si voglia, e/o a interpretarlo come meglio crede. Ma resta il fatto che, secondo qualunque teologia, le contaminazioni di Battiato non hanno nulla a che vedere con il Bene e la Luce che lui dice di professare. Non c’è il Sacro nella sua poetica, bensì un pervertimento del Sacro (una scrittrice che ha parlato in maniera sublime del pervertimento del Sacro è Simone Weil).
Maurizio Blondet, nel suo criticatissimo e interessantissimo libro Gli Adelphi della dissoluzione, ritrova questo pervertimento anche in una delle più importanti fascinazioni del cantante catanese. Il giornalista ricorda infatti che i «Dunmeh, seguaci di Sabbatai Zevi, dopo la pseudo-conversione all’Islam si sono rifugiati nelle conventicole segrete dei sufi turchi, i Dervisci Danzanti. Sarebbero costoro a conservare i segreti culti della Grande Madre e di Dioniso sotto mentite spoglie». Sul satanismo di Sabbatai Zevi invito i lettori a una ricerca personale, qui infatti non posso dilungarmi. Come tutti sanno Franco Battiato fa parte di una di queste “conventicole” che con il vero messaggio sufi hanno poco a che fare.
Così colgo l’occasione per dipanare un filo rosso Un filo che lega le fascinazioni della poetica di Battiato, attraverso Sabbatai Zevi, al postmodernismo più chic della nostra letteratura. Del postmodernismo sono state dette tante cose. Io qui vorrei invitare a soffermarvi più sull’aspetto della Mistificazione – come scrivevo sopra parlando di Manganelli – in letteratura, dell’incapacità degli scrittori postmoderni di rapportarsi con la Verità in modo equilibrato. Troviamo nel postmodernismo in molti casi un rigetto del concetto stesso di Verità, di Realtà, e un rifugio nella letterarietà.
Ad esemipo scrive Leonardo Sciascia nel Candido, ovvero un sogno fatto in Sicilia:

E poi, diceva il dotto teologo, non che la verità non sia bella: ma a volte fa tanto di quel danno che il tacerla non è colpa ma merito. Consegnando al teologo il foglio delle dimissioni, l’arciprete non più arciprete con tono parodiante, quasi cantando, disse: «Io sono la via; la verità e la vita; ma a volte sono il vicolo cieco, la menzogna e la morte».

C’è di fondo in Sciascia, come in tutti gli altri scrittori che potremmo definire postmoderni, una grande sfiducia nella Parola e nella sua capacità di dire ancora qualcosa, di dire la realtà, di generare Senso e produrre Significato (utilizzando le celebri definizioni di Compagnon).
Ricorda sempre Blondet che Irma Brandeis, la «Clizia» di Eugenio Montale, faceva parte dei seguaci di Jacob Frak emigrati in America. (anche sul Satanismo di Jacok Frank, che si proclamava la reincarnazione di Sabbatai Zevi, non posso qui dilungarmi…). Irma Brandeis fu in strettissimo contatto con Bobi Blazen, grande ispiratore della casa editrice Aldephi (tutti conosciamo i rapporti strettissimi fra Battiato e l’Adelphi, in particolare con Fleur, moglie del presidente Calasso e scrittrice di molti testi per il cantautore catanese).
Dicevo, Eugenio Montale da e in Irma Brandeis – e nelle contaminazioni di «Clizia» – consolidò la sua poetica del Non chiederci la parola, la sua poetica del non chiederci (potremmo sintetizzare), oserei dire: la sua poetica del Pensiero Negativo. Pensiero che ad esempio aveva tanto ha affascinato Walter Benjamin. “Un pensiero della Krisis”, per dirla con Cacciari (anche lui vicinissimo all’Adelphi): prospettive che il dionisiaco presidente Calasso ha totalmente fatto proprie.
Eccovi dipanato (nei limiti delle mie possibilità e dello spazio che sto utilizzando) l’inedito filo rosso che lega la poetica di Battiato (et similia) a un certo pensiero proprio del postmodernismo, al Pensieri Negativo, alle più recenti contaminazioni del Pensiero della Dissoluzione… E trovo avvincente che queste contaminazioni mettano radici soprattutto in diatribe di carattere teologico, o comunque gnostico, o comunque trascendente, o di un “esistenzialismo trascendentale”…
Per capire meglio alcuni topoi cardinali di questo pensiero, ci basterà trarre qualche spunto da una delle radici principali che lo nutre. Non posso qui dilungarmi oltremodo, così mi accontento di gettare solo qualche fascinazione su un aspetto particolarissimo. Ho pensato quindi di parlare solo dell’Adwaita Vedanta. In soldoni, è una delle principali scuole di pensiero della religioni induista, fondata sulla parte finale della letteratura dei Veda, un’antichissima raccolta di testi sacri ai popoli indoiranici che invasero l’India settentrionale nel XX a.C. . Scrive M.Blondet in Gli “Adelphi” della dissoluzione, parlando dell’interpretazione personale che Calasso fa dell’opera di Nietzsche:

L’Adwaita Vedanta affronta il problema dell’imcompletezza dell’uomo […] : a ogni istante l’uomo trova che il suo «io» ha di fronte un «non-io», il mondo che egli non domina, ma anzi subisce. […] Il Vedanta insegna che l’infinito «non-io», il mondo esteriore all’uomo, è Maya, illusione, o – nella versione tantrica del pensiero indù – è Shakti, la manifestazione della «potenza magica» (Maya significa appunto magia) della Dea, di Kali, della Materia prima Universalis. Ma il Vedanta insegna anche la legittima ascesi per riassorbire l’illusione del mondo non già nell’«io» – ché anche l’io è manifestazione della stessa illusione –, ma nel Sé impersonale che è la fonte di tutto, della manifestazione universale e della sua dissoluzione. Identifica l’io con il Sé, l’atman – l’anima individuale – con il Brahman divino, che significa esercitarsi ogni ora a «morire a sé stessi»: a vedere il proprio io come un grumo di passioni, paure e desideri, sete di vivere e di esistere, che va abbandonato.

Il Nietzsche di Calasso intraprende la via inversa, luciferina: «Egli mantiene tutti i termini dell’affrontamento» fra io e non-io […], ma invece del mite svanire dell’io, del «morire a sé stessi», […] cerca di trasportare l’io, con uno sforzo titanico della volontà – mentre l’io stesso di sfalda […] – , nell’abisso del tutto indifferenziato.
Seguendo questa indagine teologica possiamo illuminarci sulla natura dello shivaismo tantrico di stile dionisiaco e, per dirla sulla falsa riga della canzone Sentimiento Nuevo di Battiato, possiamo scoprire che non è «bellissimo perdersi in questo incantesimo». Anzi è proprio questa la via che i mistici di tutte le fedi hanno definito come la via del male.
E lo shivaismo tantrico di stile dionisiaco non è che una sola e minoritaria “interpretazione” del Tantra.
Scrive Herbert Guether che il Tantra è «una delle nozioni più confuse e uno dei maggiori fraintendimenti che la mente occidentale abbia sviluppato». Nel Tantra c’è una concezione tomistica della corrispondenza fra micro e macro cosmo, fino a dire che si può giungere il sacro attraverso la carne. Il Tantra non è quella pratica orgiastica, licenziosa e dissoluta di cui si vorrebbe fare un manifesto per la libertà sessuale, ma tutto l’opposto.

Sebbene in Occidente il Tantra sia pensato come coincidente con i riti sessuali, solo una minoranza di sette vi fa ricorso, e nel tempo per lo più questi riti subirono un processo di trasformazione in simbolismo psicologico. […] Sviluppi successivi del rito enfatizzavano l’importanza della beatitudine e dell’unione divina, che sostituirono le connotazioni più corporee delle forme più antiche.

(da Wikipedia, alla voca Tantra, con relative fonti)

Ovviamente in questa sede non ho potuto che dare brevi e laconiche fascinazioni. Ma, se riponete fiducia nelle mie parole, e seguirete il filo rosso che sto tracciando, forse queste fascinazioni saranno fruttuose e faranno da propulsore per ulteriori ricerche.
È avvenuta come una “guerra alla Parola” nella letteratura del ‘900. Una guerra alla letteratura e alle sue radici. Una scissione improbabile (come ricorda sempre Compagnon) tra la letteratura e il suo principale referente, la Realtà.
Ma Il Verbo è uno strumento potentissimo e, soprattutto, uno strumento di ricostruzione e non di distruzione, una potenza ordinatrice: una lente d’ingrandimento per scoprire grammatiche anche nel caos.
Per scoprire che l’indicibile, lo sconosciuto, il mistero sono solo aspetti non d’un teorema indecifrabile, ma d’una fisiologia impalpabile che i nostri strumenti non riescono a contemplare.
Le Parole non sono i luoghi della negazione, ma della possibilità. Non sono occasioni, ma verità.
In fondo si tornano a dire sempre le stesse eterne cose, e la Parola non smette di esercitare la sua magia e la sua potenza.
Cambiano i termini e i tempi, i Libri e gli orientamenti, i sistemi e le equazioni…
…ma la direttrice resta sempre la stessa e ruota vorticosamente intorno alla medesima immensa domanda: chi siamo?
Non c’è il Sacro nei luoghi di cui ho parlato in questo articolo, e non c’è neanche lo gnosticismo, perché semplicemente non c’è la ricerca della Verità, ma solo l’inno a un solo aspetto della Verità: quello Negativo, a sfavore di quello Positivo. C’è uno stupro della Verità. Non c’è neanche un “emanciparsi dalla religione” (come alcuni vorrebbero vedere) nelle idee di questi pseudognostici ma, anzi, c’è la teorizzazione di una contro-religione. Questo genere di messaggi non servono a nulla e portano solo al suicidio, al dolore o al sacrificio umano (come ricorda U.Eco parlando di Calasso) o, al limite, possono servire ad alimentare una sorta di provincialotto e grossolano anticlericalismo.
E a proposito di grossolano anticlericalismo, non capisco infatti perché se sentiamo parlare di metempsicosi nel Buddismo, o di viaggio dell’anima nel Libro Tibetano dei morti, ci esaltiamo estasiati. Invece, se sentiamo raccontare di Uno che è morto e risorto, storciamo il naso schifati e increduli. Oppure, ammiriamo tanto gli esotismi dei riti sciamanici e delle danze della pioggia e, quando assistiamo a una liturgia del Libro (ebraica, cristiana, islamica…), magicamente i nostri sacerdoti d’Occidente (al di qua di Damasco) diventano tutti «bastardi, ipocriti e pedofili». O ancora, ci esaltiamo quando leggiamo degli esercizi spirituali nello yoga – ancora una volta, viaggi astrali ad esempio – e ridiamo di gusto quando si parla del dono dell’ubiquità di Cristo. C’è qualcosa di strano in questi disordini culturali.
Credo che l’ignoranza totale che il pubblico occidentale ha su questi argomenti permette a questi “Sacerdoti del Nulla” di mistificare a loro piacimento ogni tematica e di reinterpretarla per ragioni personalistiche e, spessissimo e volentieri, politicizzate (come nel caso di Cacciari).
Ciò che tengo a dire in questo articolo è che chi lo scrive non ha abbracciato alcuna fede, perché si riconosce in tutte le fedi e in tutte ritrova il vero spirito che dovrebbe guidare un possibile gnosticismo moderno: la ricerca della Verità.
Infine chi scrive ci tiene a dire che ovviamente non si riconosce in nessuna anti-Verità, anti-Fede, anti-Realtà. Perché è convinto che non esiste un anti, perché non esiste altra Realtà che questa in cui siamo:
stupenda, maledetta, perfetta o perfettibile, misteriosa, finita o infinita (nel paradiso o nell’inferno), incommensurabile o conoscibile, stupefacente, eterna e/o quotidiana, bastarda o amorevole…

…ma Questa.

Uno per il sesso, due per la cicogna / tre per il ruscello, quattro per la fogna / […] Cicacicabum, ho una cicatrice, sembra un tatuaggio. / Sai che cosa dice? Avanti coraggio!

(Jovanotti, Date al Diavolo un bimbo per cena, dall’album Il Quinto mondo)

Riccardo Raimondo