simone di biasio

Simone di Biasio, da Panasonica. Inediti

 

Quando facciamo visita alle case in dialetto diciamo
che jam a visita’ i sepulcr’, visitiamo sepolcri
andiamo dal vivo a cercare qualcuno, a stanarlo
nell’ombra di luce in cui se ne sta raccolto.

 

 

(Il melograno s’inalbera in punto di morte
non si stacca suppura si spacca, si gonfia di sangue
spalanca la stagionatura, bocca rosso pompeiano
proprio come chi d’improvviso stagiona
si spegne sul punto più alto di maturazione.)

Tu che ricordi il tedesco ferito sotto un albero
a terra caduto come un frutto ammaccato
disperato con le foto di famiglia tra le mani
come noi adesso nel tuo salone color corteccia
tu che hai la pietà sparata in petto dalla guerra
vedi ancora dal basso, riparata dietro a una trincea.

 

 

Non rispondo più al telefono di casa
dalla notte che mostrò la tua regalità
il timore che sia ancora la tua voce
a chiedere “come stai?” perché collassa
ogni risposta, cadono dall’albero le ossa
ammonticchiate ai fili del vecchio apparecchio
singolarità spazio-temporale, santi e rosari
s’adunano per condurti a braccetto nell’origine
l’universo si fa sempre più stretto, denso e gira
gira come il tuo brodo di primordiale assenza.

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Coriandoli a Natale #1: Libero de Libero, Natale da ‘Borrador’

1940

26 dicembre
Un altro Natale trascorso nella maggiore pena. La mente batte più ostinatamente alle porte dell’infanzia, e i colpi non destano nemmeno l’eco in quella casa remota. La stella dei pastori è riapparsa in cielo dopo la nevicata del giorno, il freddo della notte è stato crudo. Ma io nel mio letto ero un uomo con tanti pensieri in disordine, cresciuto dentro di me come un vecchio. Vecchio di cuore, vecchia la mente e i giovani pensieri mal fioriti dentro di me come una terra arida; lenta è la fine, il trapasso ostacolato da orrende angosce. Mentre, allora, la sera di Natale, intorno alla grande tavola, tanti volti si guardavano intensi; la distribuzione dei cibi succulenti fatta da mio padre, le poesie recitate a bocca piena e il brindisi degli occhi negli occhi di mio padre e di mia madre e poi la chiesa canora di luci e il pargoletto di cera baciato leggermente da tutti; si dormiva quella notte, come pecorelle benedette dalla stella.
Poi è stata una rovina di uomini e di cose..

1944

25 dicembre
Quest’anno ho atteso la festa di Natale, di Capodanno. Era da anni che non sentivo bisogno delle feste natalizie. Non m’importava granché. Mi piaceva di trovare una scusa per andar a Fondi. Sarà stata la terribile festa del dicembre 1943. Ma quest’anno, da ottobre ho cominciato a desiderare la festa di Natale. Questi cieli bambagiosi, la luce sfocata di questi giorni mi piacevano, mi raddolcivano. Ero quasi contento. Facevo calore a me stesso. Ero pieno di ricordi come un vaso che si rovescia nell’acqua che lo riempiva.

27 dicembre
Non voglio sentir parlare di eserciti, di guerre, di condanne. Basta. E non mi ripetete la parola «dittatura», essa fa rima con «paura». E finitela con gli eroismi e gli eroi. Basta con gli eroi. Amare il proprio paese è un’altra faccenda.

in Borrador. Diario 1933-1955, a cura di Lorenzo Cantatore, Nuova Eri, 1994

Grazie a Simone di Biasio, presidente dell’Associazione Libero de Libero.

Maria Borio, L’altro limite

Maria Borio, L’altro limite, Milano, Lietocolle, 2017, pp. 76, € 13,00

La poesia di Mario Borio, dell’ultima raccolta edita da Lietocolle di cui ci occupiamo oggi, è una poesia che resta dentro la dimensione della densità, ossia della pregnanza di significati, in grado anche di addensare o ‘rendere fitta’ la trama che lega tra loro gli stessi. Programmaticamente l’autrice stabilisce una struttura non flessibile, anzi: ne riconosciamo l’impalcatura e, in seguito, la forma finita mano a mano che leggiamo; tentiamo, da lettori, di entrare in questa casa-poesia, di osservarne le fondamenta, lo scheletro e solo infine vediamo la casa stessa. L’invito è della poeta (p. 18):

Osservate, chiedete non alla forma
ma fuori a tutto il resto cosa sia,
questa scrittura o le unghie esili,
le biografie anonime o le parole anonime.
Mi dicono che può essere forma questo libro a schermo
dove vedi vite in frammento o luce stupita.

La forma è lo schermo come una casa azzurra,
statistica e figure, un ritmo che lega gli uomini
nella mia mente. La forma è, non è ciò che volete
io dia. È, non è il divenire. È disfarsi, a volte.

L’addensamento procede proprio tra parola, corpo e luogo; e prosegue così:

L’altro limite, solo l’immagine, mi hai detto, ma lo cancello
e lo riscrivo: lettere, vi dico, pensatele, in ogni lettera
guardate una parola come un piede di bambino
appoggiato alla mano della madre, quella mano
alla pancia e la pancia a un pensiero.

A volte seguo questo percorso perché una scena accada
e non sia forma sola, ma pancia, mano, piede
che non vedete, anche nelle immagini
disordinate nell’etere sempre vi seguo,
un aereo silenzioso che rientra nell’hangar
o il cieco che arriva all’ultimo segno del braille.

Mi hanno detto di nuovo di fermarmi sulla forma,
la forma che se scrivi o vivi non è mai lo stesso.
Con i pensieri come unghie lego vite
disunite a schermo.

«L’altro limite» non è «solo l’immagine» suggerita dal tu ma sarebbe anche l’immagine dell’immagine dell’altro. La persuasione (del tu) di avere controllo sulle proiezioni che si hanno dell’altro; la necessità (dell’io) di un rovesciamento, di una cancellazione per ‘fare’ dello scrivere il nuovo centro focale da cui osservare la nascita della poesia. Questa nascita avviene, secondo la poeta, nel corpo; non nella forma-corpo ma nel corpo come (sempre) impalcatura da cui tutto nasce.
Diversa la sintassi, diverso è anche l’esito poetico per autori che utilizzano non la metafora della casa-spazio quanto lo spazio della casa come luogo poetico, con le appendici che diventano integralmente struttura; urbanesimo, paesaggio naturale e città, radunati insieme diventano testo. Questo è segno che alcune voci contemporanee si leggono e si influenzano a vicenda. Parlo, in relazione a Borio − come mi è già capitato di affermare per gli stessi che vado a citare − della poesia di Davide Valecchi, di Simone di Biasio e soprattutto di Carmen Gallo. In quest’ultima mi pare che il procedere (e la misura) siano diverse dalla forma del verso lunga che notiamo in Borio, ma che tematicamente vi siano forti affinità, a segnalare una congiunzione. (altro…)

Festival ‘verso libero’ a Fondi (LT) il 30 settembre e 1 ottobre 2017

Il fuoco accende la IV edizione del Festival poetico ‘verso Libero’

La rassegna che si terrà a Fondi il 30 settembre e 1 ottobre 2017. Uno sguardo sull’opera di de Libero e sulla poesia tra musica, teatro e arte

Saper vedere, mettere a fuoco. Una città è stata messa a ferr’e fuoco. A fuoco una vittima, la parola, la vita. Brucia qualche cosa dentro. Arde la brace delle nostre azioni, la passione accende i nostri passi. La metafora del fuoco è onnipresente nell’opera di Libero de Libero «e di cenere odora / la stanza chiusa del cuore». La fiamma della poesia è sempre accesa nell’opera che resiste al tempo. Esistere è non smettere di divampare.

Per il 4°anno consecutivo l’associazione “Libero de Libero” organizza a Fondi (LT), “Ciociaria di mare”, terra natìa del poeta e intellettuale Libero de Libero, figura di spicco della Roma del secolo scorso. Il 30 settembre e 1° ottobre prossimi si terrà la quarta edizione del Festival poetico “verso Libero” che unisce in un’unica rassegna poesia, performing art, pittura, musica, cinema e teatro per ricordare la vita e l’opera deliberiane. L’invito-slogan è: “metti a fuoco la parola“. Parteciperanno alcuni poeti italiani contemporanei tra cui Claudio Damiani, Davide Rondoni, Antonella Anedda, Rodolfo Di Biasio e Nicola Bultrini. Si metterà in scena un’opera del poeta Lino Angiuli, “Via Crucis terraterra”, Premio “Solstizio” alla Carriera 2016 che quest’anno passerà il “testimone” a Lucio Zinna, poeta siciliano. Significativo lo spazio dedicato al romanzo “Amore e morte” di Libero de Libero, che, come avrai letto già da quel mio pezzo e dall’estratto, indaga le ragioni di un delitto passionale del 1907, quando un giovane diede fuoco alla capanna della sua “amata”.
Programma completo cliccando a questo link 

 

Una foto dalle precedenti edizioni

 

proSabato: Libero de Libero, da ‘Amore e morte’

proSabato: Libero de Libero, da Amore e morte

Ecco il giovedì, un’altra giornata di fiera.

Il sole, riprendendo a bruciare, illanguidiva la gente e sollecitava le linfe a scorrere con più impeto lungo il fusto, i rami, le foglie d’ogni pianta che si esprimeva più rigogliosa dalla pianura.

Anche la natura ha i suoi sentimenti che in uno stesso luogo sono mutevoli per il variare delle stagioni, sempre diversi e mai definitivi anche durante una stagione.

Ma la natura dei luoghi che videro nascere Assunta e Antonio ha sentimenti estremi e perentori; ha una stagione unica, nella quale a volte tutte le stagioni insieme sembrano accordarsi in una volubilità che è anche estrema. Essa non fece né da cornice né da specchio alla vita di Assunta e di Antonio né dalla loro storia venne coinvolta con la foga degli stessi avvenimenti; essa ne fu l’istigatrice e complice per aver germogliato nella specie di quelle creature che non potevano nascere e crescere con minor violenza di lei e con sentimenti meno estremi dei suoi.

S’è detto una stagione unica, ma per dire che gelo e calore fanno la stessa arsura laggiù; s’è parlato di volubilità in cui da quelle parti s’accordano tutte le stagioni a un certo momento, ma per denunciare un difetto d’armonia che era lo stesso difetto nell’indole di Antonio e di Assunta, la medesima confusione di sentimenti.

Nell’abbondanza delle coltivazioni e nella sua sregolatezza è qualcosa che somiglia davvero all’ignoranza dei nostri protagonisti, ma con quella fantasia e quel capriccio superstizioso che talora fanno il genio dell’ignoranza; perciò la bellezza di quella natura imbarbarita dal tempo risplendeva nelle sembianze di essi che, non avendone coscienza, non potettero goderne un solo istante.

Laggiù s’incontrano le cose più disparate, che di solito nell’universo stanno disposte secondo una regola di clima, allo stesso modo che nell’intimo di Assunta e di Antonio. È la natura che ha imposto all’uomo vivente laggiù la sua esuberanza, e l’uomo non può contenerla e, per non lasciarsi sommergere, lotta con la stessa tracotanza che lei gli insegna. Essa non fa decorazione, e vuole essere guardata e di continuo ricordata; può mortificarti, se vuole, schiacciarti, ridurti un granello del suo seme.

Non si videro mai, se non in luoghi tropicali, piante così contrastanti nascere insieme da una stessa zolla, senza che l’una ceda all’altra in vigore, eppure somigliandosi ciascuna per la sua prepotenza, per la brusca simpatia che insieme le restringe come in un vivaio disordinato. Laggiù il cipresso fa da recinto all’arancio; la palma sconfina tra le capellature dei salici; l’ulivo si contorce attorno all’eucalipto; la vite si strappa dal ficodindia; e tra gli uni e gli altri stanno mescolati pioppi e querce, tutte le specie d’albero da frutto, la specie d’ogni verdura; e improvvise le pause dei campi di frumento e di solitari fraticelli, una radura bruciata ai margini d’un corso d’acqua.

Le montagne brulle in catena da cui discende facendo conca la grande pianura sino al mare, sembrano aver ceduto a lei la loro capacità di verde e di fertile bravura; e quel verde è così costante nella sua distesa che un poco ne porta al lago, e gliene resta ancora da cedere al mare.

Le diverse epoche dell’uomo, confondendosi laggiù, ne hanno creata una quotidiana, nella quale esse vivono tutte insieme, e la natura ha pure un suo odio da sfogare che fa baco nella polpa dei frutti, e ne vedi l’apparenza rilucere più superba, l’inganno si rivela più triste se la addenti. (altro…)

“Come se tutto bianco” di Lorenzo Ciufo

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Se tutto fosse bianco, sarebbe questo libro di poesia

di © Simone di Biasio

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800px-claude_monet_-_camille_monet_sur_son_lit_de_mortLa lettura del libro è avvenuta durante le festività natalizie, dunque può essere che sia stato influenzato dal paesaggio cristiano che più volte ci si è parato davanti agli occhi, solo più moderno, anzi più contemporaneo: «Di ore donami un container./ Che mi ci possa accoccolare/ come su paglia di campo./ Nella stalla, più che nel granaio,/ al tiepido vapore delle vacche,/ al mattino operose, a sera stanche». Lorenzo Ciufo ha visto il presepe vuoto dopo l’Epifania e ci si è andato a stendere lui stesso, coi doni già scartati e il caldo ancora sagomato attorno ai pochi personaggi superstiti. «Tocco la mia/ solitudine/ in questi luoghi. Ha carni/ flaccide e fredde»: forse è un pupazzo di neve la solitudine; raramente ho potuto toccare con mano come con questa immagine un sentimento tanto vivo. Grande solitudine deve aver sfiorato anche Claude Monet quando, nel 1879, realizzò un ritratto della moglie Camille morta prematuramente a 32 anni. Così descrisse quel dramma lo stesso pittore impressionista: «Un giorno, all’alba mi sono trovato al capezzale del letto di una persona che mi era molto cara e che tale rimarrà sempre. I miei occhi erano rigidamente fissi sulle tragiche tempie e mi sorpresi a seguire la morte nelle ombre del colorito che essa depone sul volto con sfumature graduali. Toni blu, gialli, grigi, che so. A tal punto ero arrivato. Naturalmente si era fatto strada in me il desiderio di fissare l’immagine di colei che ci ha lasciati per sempre. Tuttavia prima che mi balenasse il pensiero di dipingere i lineamenti a me così cari e familiari, il corpo reagì automaticamente allo choc dei colori…». (altro…)

Simone di Biasio, PARTITA Penelope. Recensione

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Simone Di Biasio, PARTITA. Penelope, Fusibilialibri, 2016, pp. 64. Prefazione di Alessia Pizzi, traduzione in greco di Evangelia Polymou, immagini di © Stefania Romagna. Edizione numerata.

το ταξίδι μου ’δειχνες ακοντίζοντας κάθε μέρα
μια κραυγή ένα νήμα η φωνή σαν πανί
εγώ το ανδρείκελό σου άνοιγα κόλπους όπως τους μηρούς σου
προσθαλασσωνόμουν στους ορμίσκους του στήθους σου

με του ξόανου την κοιλιά πάτησα τα σπίτια
γκρέμισα πύλες που τις είχα για δικές σου
έμπαινα σε μέρη κι ευθύς τα νερά άνοιγαν στο πέρασμά μου
δεν ήξερα τι γιους έφερνες στον κόσμο

il viaggio indicasti a me lanciando ogni giorno
un grido un filo la voce come tela
io tuo burattino aprivo golfi come le tue cosce
ammaravo nelle insenature del tuo petto
col ventre a favore approdavo dentro le case

ho sfondato porte che credevo tue
entravo sempre in parti annunciate da acque rotte
non sapevo quali figli stessi mettendo al mondo

Una storia di storie o trama fatta di tante trame quella del monologo in versi PARTITA. Penelope di Simone Di Biasio, edito in questi giorni da Fusibilialibri. Si è già parlato in parte della poetica dell’autore qui, e in quel caso si riportavano anche alcuni versi in costruzione dell’opera “per voce sola”. Non è improprio recuperare e ri-citare ancora uno degli aspetti pregnanti della poesia dell’autore: quelle “parole da abitare” che valgono anche per il testo odierno, in cui si traccia la vicenda di Odisseo e Penelope ricordata ed esposta al lettore nelle parole introduttive a questo volume con una prefazione a cura della grecista Alessia Pizzi: non lo è perché il monologismo estende il rapporto che la sola-voce parlante intesse con l’interlocutore lontano, ma anche con chi legge. Una doppia relazione con il vocale, ma un vocale significante prima. In questo testo si avvera la relazione che lo strumento voce − nella forma alta della poesia − attiva con l’altro: una relazione che non può non portare in sé un richiamo all’oralità fondativa della civiltà occidentale. Quello che Di Biasio fa è costruire verso per verso questo rapporto, parola per parola:

Πηνελόπη!
τα θαρρετά τα μάτια που μηχανεύτηκαν
δε νογάνε ποτέ να σφαλίσουν
δε νογάνε ποτέ να ρωτήσουν
τι χάνει η όραση κι ο χρόνος ύστερα ανακτά,
ποια γόνατα ακόμα θα λυθούν:
ποια γόνατα ακόμα θα επιλεχθούν;

θα θυμηθείς τις παρατεταμένες αγκαλιές
μεταξύ Ιθάκης και Τροίας, μεταξύ γης κι ωκεανού
θα θυμηθείς την μακρόσυρτη νυχτιά του έρωτα
που μας ξανάκανε σάρκα εκ της σαρκός μας
και νιώσαμε κείνη την σκληρυμένη ελιά
μεγαλοπρεπής τώρα, θεριεμένη, σαν παιδί
θα θυμηθείς και τις τηλεπάθειες τις νοσηρότητες τις σιωπές

Penelope!
gli occhi potenti che hanno inventato
non sanno mai chiudersi
non sanno mai chiedersi
cosa la vista perde e il tempo recupera poi,
quali ginocchia si scioglieranno ancora:
quali ginocchia si sceglieranno ancora?

ricorderai i lunghi abbracci
tra Itaca e Troia, tra terra e oceano
ricorderai la notte d’amore più lunga
che ci rifece carne nelle carni
e sentimmo quell’ulivo così indurito
ora maestoso, cresciuto, come un figlio
ricorderai pure le telepatie le morbosità i silenzi

Un’operazione di questo genere può permettersi almeno due motivazioni: innanzitutto un interesse reale e filologico per questa “storia”, che è ben chiarito da Pizzi e ribadito nel testo; ogni tassello, infatti, non è lasciato al caso e lo dice ancora di più il bilinguismo italiano-greco (qui nella traduzione di Evangelia Polymou) che raccoglie in sé la potenza dell’argomento e la rievocazione del tema così detto, dunque a doppia-voce (e non a due voci!). Questo è soprattutto vero nello sguardo di Penelope, nei versi sopraccitati, che «non sanno mai chiudersi/ non sanno mai chiedersi» quasi in un continuum tra il vedere e l’appellarsi al fuori, alla parola; anche qui l’occhio “parla”, con un tempo uguale a quello del “dire” ma anche a quello dell’ascolto. In secondo luogo vi è la deviazione verso un recupero che torni ad avverare il senso della contemporaneità nella restituzione al lettore di un epos parlante (di nuovo) grazie al suo «ero(t)ismo» (Pizzi). Si insiste qui a determinare le andate − e i ritorni −, il viaggio − come luogo −, il senso − come casa − nello spazio della voce che tutto immagina e fa accadere: amore, carnalità, distacco, distanza, vita, e oltre. D’altronde quell’«ero(t)ismo» si esprime proprio con essa dal momento che è, secondo Adriana Cavarero, un tratto sessuale secondario, con sede nell’incavo (“erotico” anch’esso) della gola. E ciò amplifica l’immaginario qui evocato, trovando un nuovo posto nell’oggi.

© Alessandra Trevisan

Davide Valecchi, Inediti 2011-2016

lost_words foto di Davide Valecchi

lost_words foto di Davide Valecchi

Non erano in piedi neanche le pareti
quando sono finiti i soldi
e nel giro di qualche anno
tutti i discorsi sulla solidità del cemento armato
si sono sciolti come l’anima cattiva del ferro
venuta fuori in macchie rossastre
fin dalla prima pioggia.

Qualcuno è riuscito comunque a finirla
ma credo sia superfluo dire
che non siamo stati noi
anche se passandoci accanto
ogni volta abbiamo guardato
attraverso i rettangoli di vuoto
tra le colonne portanti.

*

Il ronzio della cabina elettrica
ai piedi dello sterrato
arriva come un presagio del freddo
quando le macchine non ce la fanno
e bisogna lasciarle in fondo
per risalire a piedi.

Di solito siamo alla fine dell’estate
e accolgo il contrattempo
per fissare lo sguardo sulla ghiaia,
dove si trovano a volte
monete incrostate di terra,
pezzi di filo bicolore
o certi piccoli dischi di plastica rossa
che se lanciati in aria seguono il vento:
a monte alcune case non sono ancora finite.

*

Ce ne vorrebbe di tempo
per tirare fuori i nomi
dal mucchio di oggetti da macero
cresciuto dietro la casa.

Anche il periodo dell’anno finisce per contare
insieme all’ora del giorno,
alla lunghezza delle ombre,
ai piani di esistenza
e ai tappini di latta dei succhi di frutta
ritrovati nell’erba.

Ma è il nome del riflesso
che cambia di continuo
e sotto tutto il resto a ruota. (altro…)

Alcune poesie di Simone Di Biasio, edite ed inedite

Amerigo Conte, L'Evoluzione

“Evoluzione”, Americo Conte, tecnica mista con legno d’ulivo, 165 x 145 cm, 2011

,

da Assenti ingiustificati (Edilet, 2013)

La traduttrice

Korinne
è traduttrice dal Parkinson
in rumeno e poi italiano,
tutte lingue del suo sacco.

Nonna Francesca
invece è tutto un terremoto,
fa tremare i piatti, le voci,
il borgo arroccato di Sperlonga
che le assomiglia, sempre in equilibrio
tra un vociare e il divano.
Ha avuto un ictus che poteva uccidere
ma lei non lo ha detto a nessuno
– non ha potuto –
in silenzio gli ha aperto la porta
e il postino dovrà ritornare.

Nonna Francesca
è una conchiglia a pancia in giù,
tutti la accostano all’orecchio
per sentire il fragore di una vita
e se la vedi da un altro angolo
è pure a righe e colorata
come la vestaglia da notte.
Anche lei ha un contratto a tempo,
sarà licenziata molleggiando
e farfugliando i migliori giorni di sole.

Korinne
è la sua traduttrice dal Parkinson
in rumeno e poi italiano
e ha imparato due nuove lingue:
il dialetto e il sottovoce,
impronte foniche della nostra sorte.

(altro…)