simona vinci

Una frase lunga un libro #96: Carmen Gallo, Appartamenti o stanze

Una frase lunga un libro #96: Carmen Gallo, Appartamenti o stanze, d’If, 2016; € 16,00

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non è questo il posto dove ci siamo parlati
non è questo il posto dove ci siamo portati

 

Nella nota finale al libro Carmen Gallo scrive: “Questo libro racconta una storia”, ed è vero, e racconta una storia che viene da molto lontano, e il lontano noi non lo conosciamo, è una storia che è somma di molti passati. Una storia fatta di pareti attraversate, di domande lanciate dove le parole rimbalzano e risuonano. Questa è una storia di lettere agganciate in modo da far rumore. In Appartamenti o stanze Carmen Gallo scrive un poemetto in cui un noi continuamente sdoppiato, moltiplicato e poi smembrato, un noi ripetuto e poi lanciato nel vuoto, un noi assottigliato e che guarda, si aggiunge ad altri noi per osservare oltre e meglio e, dopo, da più vicino. Questa persona plurale attraversa appartamenti e stanze; e questi appartamenti, che spesso non sembrano case, non ne hanno il calore, non ne hanno il colore, sono di una o più stanze, sono dilatazioni di tempo, circoscrizioni di stati d’animo e sono abitati da fantasmi. Le voci che raccontano parlano ai fantasmi, ai fantasmi chiedono, ai fantasmi rispondono; ma la poeta chiede anche di confondersi, di scomparire, come se niente fosse, da una stanza all’altra, ed ecco che diventa fantasma lei stessa, ai fantasmi si unisce, e a un certo punto (e il punto può essere diverso a ogni lettura) la prospettiva si ribalta, come in un cambio di scena, e il fantasma comincia a raccontare.

Mi pare, però, che questo sia un libro che faccia qualcosa in più del semplice raccontare, o meglio la storia che racconta ha la pretesa (riuscendoci) di essere intima e universale: perché tutti guardiamo senza vedere, tutti mettiamo bocca e parole nel lato oscuro dell’altro, ma l’altro non sappiamo mai chi sia e, ogni tanto (e qui si avverte il pericolo), l’altro non siamo che noi. Il fantasma. Circa il suo romanzo La prima verità (Einaudi, 2016), Simona Vinci dice che ogni storia è una storia di fantasmi; D.T. Max intitola la biografia di David Foster Wallace Ogni storia d’amore è una storia di fantasmi (Einaudi, 2013; trad. Alessandro Mari); leggendo il libro di Gallo viene da pensare: Ogni storia è raccontata da un fantasma.

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Un libro al giorno #9: Simona Vinci, In tutti i sensi come l’amore (3)

Come ogni anno faremo una piccola pausa estiva rispetto alla programmazione ordinaria, cercando di fare sempre una piccola cosa diversa per ogni estate; quest’anno dal 25/07 al 21/08 (con tre post al giorno) proporremo testi da libri che amiamo particolarmente, sperando di accompagnarvi in vacanza e di aiutarvi a sopportare meglio il caldo. La programmazione ordinaria ricomincerà lunedì 22/08 (la redazione).

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Mi sono avvicinato. Ed è cominciata così. Al buio e lentamente, in un modo ruvido e poco chiaro. Movimenti impercettibili ci hanno trascinati l’uno sull’altro, senza che nessuno di noi avesse neppure il tempo di scegliere, di decidere.
..La notte si era fermata. Stretta tra due bianche pagine gonfie di colla, come il corpo senza vita di una farfalla.
..Le gambe della ragazza mi stringevano i fianchi e le mani di lei stringevano la sua gola.
..Era buio. E io tenevo gli occhi serrati perché fosse ancora più buio. Era tutto così silenzioso. La ragazza aveva gli occhi spalancati nel buio, lucidi come quelli delle bambole. Smaltati. Le sue gambe allargate erano un’insenatura sabbiosa e dolce. Ho creduto anche di addormentarmi, appoggiato lì, su quella sabbia fresca.

..Lei non ha detto niente. Si è alzata, mi ha preso per mano e mi ha accompagnato a letto. Come una madre, ha rimboccato le coperte e mi ha accarezzato la fronte. Si è chiusa la porta alle spalle e io mi sono addormentato subito. Non ho sognato niente, non ho pensato niente. Ho dormito. Un sonno placido e fondo, tutto nero.

© Simona Vinci, in Due, già in In tutti i sensi come l’amore, Torino, Einaudi, 1999, p. 129.

Un libro al giorno #9: Simona Vinci, In tutti i sensi come l’amore (2)

Come ogni anno faremo una piccola pausa estiva rispetto alla programmazione ordinaria, cercando di fare sempre una piccola cosa diversa per ogni estate; quest’anno dal 25/07 al 21/08 (con tre post al giorno) proporremo testi da libri che amiamo particolarmente, sperando di accompagnarvi in vacanza e di aiutarvi a sopportare meglio il caldo. La programmazione ordinaria ricomincerà lunedì 22/08 (la redazione).

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È cominciata così, con le sue cose, quando lui se n’è andato. Non importa come e perché, il come è il perché qualcuno lascia qualcun altro si assomigliano sempre. Non importa il motivo. Uno resta dentro una casa mentre l’altro va via. E quando uno se ne va porta via quasi tutto, di solito, e di solito dimentica qualcosa.

© Simona Vinci, in Cose, già in In tutti i sensi come l’amore, Torino, Einaudi, 1999, p. 89

Un libro al giorno #9: Simona Vinci, In tutti i sensi come l’amore (1)

Come ogni anno faremo una piccola pausa estiva rispetto alla programmazione ordinaria, cercando di fare sempre una piccola cosa diversa per ogni estate; quest’anno dal 25/07 al 21/08 (con tre post al giorno) proporremo testi da libri che amiamo particolarmente, sperando di accompagnarvi in vacanza e di aiutarvi a sopportare meglio il caldo. La programmazione ordinaria ricomincerà lunedì 22/08 (la redazione).

in tutti i sensi come l'amore poetarum

Sono stato sereno così a lungo. E non importa cosa è successo nella mia vita, le cose che ho fatto, quelle che ho perso per strada o quelle che ho deciso di non prendere affatto. La mia vita è stata una vita come tante. Felice a volte, e altre volte complicata e zoppicante. Ma una cosa non è mai venuta meno, ed era la stessa che avevo sentito quella prima notte: la certezza che una calma dolce, in tutto simile al sonno, aspetta tutto quello che si muove sulla terra. Uomini e animali, piante e cose. Un sonno tranquillo e senza sogni. Fermo come ferme, le cose che sappiamo, mai possono esserlo.

© Simona Vinci, in Carne, già in Tutti i sensi come l’amore, Torino, Einaudi, 1999, p. 73.

Una frase lunga un libro #57: Simona Vinci, La prima verità

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Una frase lunga un libro #57: Simona Vinci, La prima verità, Einaudi, 2016, € 20,00

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Non ce ne fu bisogno, di capire, perché quello che videro subito dopo fu ancora peggio e chiarì che lì, in quel posto e in quel momento, qualsiasi cosa poteva accadere: anzi era già accaduta.

C’è un mondo, una serie di fatti accaduti nel tempo, un mondo fatto di vite vissute e perdute; molte vite di cui non si sa nulla, di cui non si serbano ricordi, da nessuna parte. Vite non raccontate. C’è un mondo e un tempo in cui sono accadute cose terribili, e quel mondo è poco fa, e quel mondo è anche adesso. Un mondo fatto di luoghi chiusi, di mura alte, di celle, di polsi legati ai letti, di urla furibonde e più furibondi silenzi, di contenzione e torture, di cure sbagliate, di incompetenza, di poco amore, di poca pazienza, di vesti strappate e sotterranei, di sporcizia e abbandoni. Il mondo di chi è nato matto, di chi è diventato matto, di chi è passato per matto, di chi non è stato capito; il tempo e il mondo dei manicomi lager e della barbarie, di posti come Leros. Leros che è un’isola e il suo mare, Leros che al suo interno ha avuto un’altra isola, una fortezza tanto vicina all’acqua quanto perduta. Questa è la premessa, ma forse sono soltanto i miei pensieri, pensieri accumulati durante la lettura del bellissimo romanzo di Simona Vinci; forse sono sensazioni,  piccole lacerazioni, forse sono cicatrici, perché La prima verità ne lascia qualcuna.

Le storie, come le raccontano gli adulti, non sono mai vere: c’è sempre una bugia, o forse un’ombra, un buco, un vuoto che i grandi riempiono o scacciano via, prima che per salvaguardare i bambini – come dicono, mentendo, di essere costretti a fare – per sé stessi; perché non vogliono vedere, perché hanno paura.

Il romanzo è diviso in quattro parti, ognuna di queste è collocata in un diverso periodo di tempo, ma come in un viaggio si attraversano una dopo l’altra, si intersecano, si rincorrono e si spiegano a vicenda. Nella prima parte incontriamo Angela, italiana che sbarca a Leros insieme a un gruppo di volontari, è il 1992. Angela è curiosa, solitaria e sensibile, è spinta da una grande forza ma anche da un tormento che viene da lontano. È una persona intelligente e sensibile, che si sconvolge davanti all’orrore e che cerca di comprendere. Perché non si affronta nulla se prima non si capisce cosa accade e cosa è accaduto. Angela aprirà una porta e la stanza che c’è dietro quella porta le rivelerà, notte  dopo notte, nomi, storie, fatti, numeri, orrori, parole. Angela con fatica ricostruisce, è presa dallo sgomento ma continua a cercare, a domandare. Angela scopre che a Leros, durante il periodo della dittatura dei colonnelli, ci finirono anche i dissidenti politici e che solo apparentemente stavano divisi – nella struttura – dai matti. Dissidenti torturati e brutalizzati. Come te lo spieghi l’orrore? Come lo racconti?
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Festival dei Matti di Venezia 13-14-15 maggio “Nel nome degli altri”

locandina matti 2016 rid

Festival dei Matti 2016
Settima Edizione
Nel nome degli altri

13-14-15 maggio
a Venezia
www.festivaldeimatti.org

Teatrino di Palazzo Grassi
Isola di San Servolo
Auditorium Santa Margherita
Teatrino e parco Groggia

Produzione e organizzazione
Cooperativa Con-tatto

Curatela
Anna Poma con la collaborazione di Marina Maruzzi

In collaborazione con
Comune di Venezia, Forum Salute Mentale, Marco Polo Book Store, mpg.cultura, Palazzo Grassi-Punta della Dogana, StopOPG, Università Ca’ Foscari di Venezia Pro Helvetia Venezia

Con il patrocinio di
Municipalità di Venezia-Murano-Burano

Si ringraziano per il sostegno
Al Nono Risorto, Camst, CGIL Veneto e Nazionale, Coop Allenza3.0, Fondazione Franca e Franco Basaglia, S. Servolo Servizi Metropolitani Venezia

Ci sono sevizie mascherate da giochi di prestigio, intenzioni di cura, di rimedio o precauzione. Sevizie contraffatte da parole patinate e gesti performanti che vorrebbero, senza riuscirci, far sparire la violenza che le abita.
I “matti”, in troppi luoghi ancora, subiscono sevizie come queste, insieme all’astuzia di tacerne e di metterli a tacere.
Dire “matto” è già spostare altrove. Un dire che dà corpo a una barriera, un qui e un là, un dentro e un fuori. Sono sempre ‘gli altri’ a contrapporre, a costruire muri, a tenersi la “ragione”. Così il pericolo presunto torna indietro e le parti si rovesciano. Pericolosi alla fine sono “gli altri ‘ nel cui nome l’altro, il matto, si cancella. La settima edizione del Festival dei Matti, “Nel nome degli altri”, intende raccontare tutto questo ovvero: le sopraffazioni, gli abusi, le contenzioni, l’esclusione sociale, la miseria indotta, insomma la persistente pericolosità dei “non devianti”, in pace e in guerra, per chi è giudicato “matto”, e dunque “altro” in un’attribuzione che è quasi sempre una sentenza.

Programma

Venerdì 13 maggio
Teatrino di Palazzo Grassi
ore 9.30
Inaugurazione del Festival
saluti istituzionali
Anna Poma Curatrice del Festival
Paola Mar, Assessora Turismo Comune di Venezia
Flavio Gregori Prorettore Università di Ca’ Foscari

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ore 10.00
“Follie di Guerra”
Marina Maruzzi incontra
Bruna Bianchi, storica docente all’Università di Ca’ Foscari
Gloria Nemec, docente e ricercatrice di storia sociale
Peppe Dell’Acqua, psichiatra, già Direttore del Dsm di Trieste, Direttore della Collana 180, edizione Allphabeta Verlag

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ore 18.00
“Notizie dall’esilio”
Valentina Pedicini (documentarista e regista) incontra
Mariella Mehr (poetessa) e Anna Ruchat (traduttrice e scrittrice)

ore 21.00
“Ognuno potrebbe”
Anna Poma incontra
Michele Serra, giornalista e scrittore

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Sabato 14 maggio
Isola di S. Servolo e
Auditorium Santa Margherita

Isola di S. Servolo
ore 10.00
Incontro nazionale del Forum di Salute Mentale

Sono previsti interventi di:
Franco Corleone commissario unico del Governo per le procedure necessarie al definitivo superamento degli ospedali psichiatrici giudiziari (OPG), Vito D’Anza, portavoce Forum Nazionale di Salute Mentale, Alberta Basaglia vicepresidente Fondazione Franca e Franco Basaglia, referenti regionali del Forum di Salute Mentale, cittadini, familiari, persone con esperienza, operatori

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Inquinare il desiderio: su Nymphomaniac di Lars von Trier

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Dell’ultimo film di Lars von Trier, Nymphomaniac, ha scritto due giorni fa Maria Barbara Perrone su Poetarum. Il suo convincente articolo recensisce l’opera da un personale punto di vista, con argomenti che intrecciano una lettura attenta e un rimando molto stretto a citazioni filmiche prestigiose, una conoscenza della poetica di von Trier e una profondità d’analisi. Non voglio tentare oggi, dunque, una contrapposizione con quanto già pubblicato ma una ‘diversa relazione’ con il film che ho trovato – invece – mal congegnato sotto molti aspetti. C’è da dire, prima di addentrarsi nei meandri di una nuova lettura, che l’ultima controversa opera del regista danese è balzata all’attenzione della critica prima dell’uscita nelle sale: un gran chiacchiericcio ha preceduto la proiezione (ed è durato un anno e forse di più), un rumore mediatico di fondo (un drone) che ha costruito un ‘film’ sull’attesa del film stesso. Si va al cinema con grandi aspettative o, forse, nessuna, e se ne esce con molti dubbi e domande. Viene da chiedersi, ad esempio, nonostante il nome, la fama, il linguaggio codificato, se al posto di von Trier ci fosse stato un esordiente ‘qualunque’, la critica avrebbe osannato il film? Viene anche da chiedersi se il motore di tutto sia il tema, ovviamente. D’altronde si tratta di una pellicola a tutti gli effetti mainstream in cui si narra una vicenda di ‘ninfomania’ con un cast stellare e che presenta un taglio specifico e un linguaggio filmico peculiare; la costruzione (pre-filmica e non), dunque, è in primis molto importante perché la forma è sostanza (ma è anche vero il contrario). Nymphomaniac è un lungometraggio che parla al pubblico di un’ossessione, di una deviazione, che mette al centro la sesso-dipendenza come tema principale; dapprima però deve provare a leggerla per restituirla e dipanarla. Un’operazione difficile questa, con costante rischio di ‘crisi’ perché può essere facile l’inciampo, a mio avviso, in una certa retorica e in una certa gratuità narrativa che io ho riscontrato nel film. Molte sono le comparse in gioco in otto capitoli, frammenti che vedono l’uso ampio dell’ellissi narrativa. La storia di Joe (Charlotte Gainsbourg) è raccontata da lei stessa attraverso un recupero in analessi: si tratta di una ricostruzione dettagliata dei suoi orgasmi, dall’infanzia all’età adulta ma può anche essere letta come una sorta di “confessione” al personaggio di Seligman (Stellan Skarsgård) o, meglio ancora, come un’operazione che permetta la catarsi. Proprio nei momenti in cui Joe narra, la dilatazione del tempo pare permettere a chi guarda una distensione e un aumento della comprensibilità del racconto, creando una fascinazione nella sosta tra una vicenda e l’altra. L’intensità del racconto è favorita dalla ‘scelta’ di combinazione dell’analessi e dell’ellissi messe in campo, quasi come avviene nelle sedute di analisi dei due protagonisti di Une liaison pornographique di Frédéric Fonteyne (1999). Eppure il montaggio di von Trier insiste sulla morbosità delle scene in flashback – prettamente a sfondo sessuale–, contrapposte alla pretestuosità e alla dissimulazione che accadono nel tempo presente, ‘momento’ caricato di immagini e pause narrative forse troppo devianti, ricche di citazioni colte, da Bach all’iconografia russa. Si assume il tempo come importante indicatore di una direzione da seguire per sciogliere i nodi del film ma ci si trova di fronte a una prima questione: dove sta andando Joe e dove stiamo andando noi che guardiamo, scegliamo di farlo e – certo – giudichiamo? Perché Joe va in quella direzione? Giudichiamo non per ammettere divieto o censura ma per ‘dire’ se la storia abbia un’architettura solida, nonostante il tema, l’attenzione mediatica, un certo narcisismo e una buona dose di provocazione, laddove questa parola può essere, certamente, anomala.

Una prima significativa falla si potrebbe ravvisare nella ‘costruzione’ del personaggio di Joe stessa, sin da bambina molto ambiziosa poiché in grado di affermare «la differenza tra me e le altre persone è che ho sempre chiesto di più al tramonto», ma da subito svuotata (potremmo dire auto-svuotata), precocemente e irrimediabilmente, di profondità. Si badi bene: è la tridimensionalità del personaggio che manca e così sarà vero anche per molti altri personaggi del film; l’appiattimento di Joe è ammissibile ma resta sospeso nel non-detto. Eppure Joe appare come una figura dotata di aggressività, che procura o subisce violenza; tutti i suoi spigoli, tuttavia, non rimandano a nulla d’altro ma restano, intrinsecamente, irrisolti, forme-vuote, apparenze. Per quale ragione? A seguire Joe, ci si ricorda anche del personaggio di Brandon Sullivan (Michael Fassbender) di Shame, successo cinematografico di Steve McQueen del 2011; in quel caso però, il regista affiancava al solitario protagonista (solitario com’è sola anche Joe) il personaggio della sorella Sissy, che prendeva a carico la responsabilità narrativa di supportare Brandon conferendogli un passato. Mettendo in campo pochi elementi il regista lascia intendere resista, come un’eco, qualcosa di irrisolto nella vita di entrambi ma che li ha profondamente condizionati sin dall’infanzia. Un parallelo tra i due film nasce spontaneamente anche per la scelta di girare in luoghi chiusi, claustrofobici: molti sono gli interni dove si consumano gli atti sessuali; anche la città di New York in Shame appare fittizia mentre tutti gli spazi aperti sono filtrati da una luce grigio-azzurra. Per von Trier invece, i luoghi all’aperto sono più dettagliati e bucolici, metaforicamente pretestuali (è probabile) nel sottendere il tema di una sessualità enfatica o, meglio, enfatizzata, distorta, potenziata.

Di fronte a opere come Nymphomaniac ci si pone un ulteriore problema: in quale genere collocarlo? Nel 2006, John Cameron Mitchell (molto noto nell’ambiente americano del cinema Queer) girò una pellicola dal titolo Shortbus che narra la storia di Sofia, sessuologa incapace di avere orgasmi, frequentatrice di un locale notturno fuorilegge e anticonvenzionale in cui sesso, arte, politica si mischiano per dare ‘corpo’ alla citazione portante del film, che recita: «Libera il desiderio, scopri…», sensibilmente valida anche per Nymphomaniac. Quest’opera è, per molti versi, esplicita, presenta cioè scene integrali di nudo, sadomasochismo, orge, ma sempre viste con un occhio sagace (o ‘smart’). I dialoghi sono trascinanti e, appunto, trasportano il pubblico in un mondo in cui viene ricostruito un immaginario sessuale plurimo, dove di sesso si parli, dove il sesso si faccia per ‘problematizzare’ l’indagine e la conoscenza su di esso. Le molteplici storie dei personaggi dei film di cui ho parlato sinora mi hanno riportato alla mente due volumi che ho molto amato: In tutti i sensi come l’amore di Simona Vinci (Einaudi, 1999) e Ragazze che dovresti conoscere – The Sex Anthology (Einaudi, 2004), antologia erotica tutta al femminile; entrambi racchiudono brevi racconti attorno al tema dell’amore e del sesso, intrisi di degenerazioni, aberrazioni, spostamenti. È vero che rappresentare non è scrivere: ‘rappresentare’ presuppone il superamento dell”immaginato’ per trasportare nella realtà l’immaginario, di fatto ri-costruendolo; il potere dell’immagine sulla partitura e sulla pagina scritta sta proprio nella capacità di ‘mostrare’. von Trier nel suo ‘fare cinema’ in questo caso specifico, resta in bilico sul limite in cui è designabile un ‘troppo immaginato’ nel nuovo-creato-immaginario. Si assoggetta dunque a un “eccesso di realtà”: scavalca la soglia tra cinema d’autore e pornografia spostandosi molto verso quest’ultimo genere, ricalcandone i motivi fondanti a partire dal sezionamento del corpo, cadendo anche in alcuni luoghi comuni quali, ad esempio, il threesome. La sessualità come ‘luogo di paradossi’ enunciata in un valido e ricco saggio di Michela Marzano La fine del desiderio. Riflessioni sulla pornografia (Mondadori, 2012) diventa, in Nymphomaniac, un non-luogo poiché il desiderio di Joe resta compresso, livellato, inquinato, talvolta monco o addirittura lobotomizzato. Il desiderio che caratterizza ogni individuo, dice chi siamo, rivela la nostra unicità e la nostra capacità di relazione con il mondo è in questo film annullato non dalla tematica in sé ma da una fragile sintesi narrativa; l’attenzione che von Trier riversa nel particolareggiare il sesso frantuma le possibilità narrative, le sopprime, le invalida. Tutto ciò che non è espresso o accennato o alluso, non permane né in atto né in potenza o meglio ancora, più semplicemente, non c’è.

©Alessandra Trevisan